Il Pozzo degli Dei - secondo capitolo -
Buio, occhi spalancati, "non ci vedo" -pensa- "sono cieco" - Taylor, disteso supino, si porta le mani vicino al volto ma è inutile, non vede niente.
A tentoni, si trascina in avanti, incapace di sollevarsi da quel pavimento che sente formato da blocchi di pietra, squadrati, leggermente sconnessi.
Finalmente tocca una parete, identica al pavimento.
Poggiandosi ad essa, lentamente si solleva fino a reggersi in piedi.
Sempre con le braccia in avanti esplora lo spazio a sua disposizione.
In breve tempo scopre di essere in un vano di circa tre metri per cinque, ma la sua sorpresa piu' grande è che, esplorando le pareti non ha trovato alcuna porta.
Ora la sua preoccupazione primaria è sapere le sue condizioni visive.
Niente, con gli occhi spalancati, non vede nulla.
Eppure non sente alcun dolore, i riflessi sono normali, ma gli occhi, sembrano non funzionare.
Arrivato ad un angolo della stanza si avventura, tastando con i piedi davanti a se, al centro della sua prigione.
L'attraversa in diagonale, poi, forte della sua esperienza di archeologo, in breve tempo, riesce a farsi, almeno, una visione mentale di come è fatta la sua cella.
E' leggermente a forma trapezoidale, con la parete piu' piccola alle sue spalle.
Esplora nuovamente il muro dietro di se, partendo dal basso e andando verso l'alto.
Non riesce a stabilirne l'altezza perchè anche saltando non tocca alcun soffitto.
Si accorge, pero', che vi è, ad un certo punto, una cornice all'altezza, approssimativa, di due metri e trenta.
Si accanisce vicino alla parte delimitata da questa cornice superiore e scopre due fessure verticali, ma, per quanto faccia, può solo supporre che possa esserci un entrata sbarrata da una lastra di pietra, massiccia, impossibile da spostare.
"Ci deve essere un meccanismo di apertura" - pensa - "Sicuramente però sarà posizionato all'esterno".
Lentamente, sente il suo corpo rispondere, con sempre più prontezza, ai suoi stimoli, segno che non ha alcun danno fisico,
Solo questa cecità che potrebbe essere causata non da un danno fisico ma dalla mancanza di luce, dato che non sente alcun dolore.
In verità un acuto stimolo di fame e sete inizia a permeare i suoi pensieri.
Lo ricaccia con forza in fondo alla sua mente, non ha tempo per queste cose, ora, ci sono molte cose da capire, da scoprire e vi è la domanda principale da porsi.
"Come sono capitato in questo luogo e chi mi ha chiuso in questo buco?"
E, poi, il mistero di quello che ha visto o gli è sembrato di vedere nel Tempio.
Un brivido gli percorre la schiena al ricordo dell'improvvisa animazione della statua, l'espressione di quel viso, così estranea da sembrare inumana.
A dire il vero la cattiveria che gli sembrava di aver visto su quel viso poteva anche essere una qualsiasi espressione, visto che l'aveva catalogato, ormai, come un qualcosa di completamente estraneo alla specie umana.
La lunga esperienza di catalogatore e di detective delle antiche civiltà gli permetteva di arricchire continuamente il suo bagaglio di indizi, di comparazioni, di fatti.
Certo non c'era un solo dato concreto.
Anzi l'unica cosa concreta era la prigione in cui stava e la fame che ora si era fatta davvero pressante.
Calcolò che dovevano essere passate almeno 72 ore dall'ultimo pasto decente che aveva fatto e, inoltre, anche la sete iniziava a tormentarlo.
Indossava ancora i suoi abiti, e, "accidenti" - pensò - "in una tasca devo ancora avere una tavoletta di cioccolato che ho portato con me nel tempio".
Si fruga nelle tasche e, sorpresa!!, trova la tavoletta e, ancora di più una scatola di fiammiferi.
Febbrilmente, tremando, con le mani, afferra uno di quest'ultimi e lo sfrega sulla parete di pietra.
La luce che ne scaturisce sembra una fotoelettrica ai suoi poveri occhi.
Un rantolo di sollievo gli esce dalla bocca mentre la tensione accumulata in quelle ore in parte si dissolve.
Accostato alla parete, alla fioca luce residua, Taylor si rende conto che tutto quello che aveva già osservato al buio è veritiero.
Poi, accantonata l'esplorazione, apre l'involucro della cioccolata e, con volutta', lentamente , se la gusta, cercando di assaporarla al meglio e più a lungo.
Purtroppo, il piacere non dura a lungo, ma la sensazione psicologica di aver messo qualcosa sotto i denti, lo rende più aggressivo e attento nel cercare di scoprire il modo di poter uscire dalla stanza.
Ricorda, con rammarico, lo zainetto, pieno di cose, normali, ma ora preziosissime, precipitato con lui ma non recuperato.
Allora l'aveva del tutto dimenticato.
Arrotola, con cura, la cartina della tavoletta, si toglie la camicia e ne strappa un lembo, cercando di farne una rudimentale torcia.
Un prezioso fiammifero viene sacrificato e, di nuovo, compare una luce a violare le tenebre che regnano assolute in quel luogo.
Concentra la sua attenzione sulla lastra che dovrebbe celare l'ingresso, si rende conto che le scalanature verticali sono proprio delle fessure di scorrimento.
"Ma come aprire questa tomba?"
Il pensiero, agghiacciante, di essere stato sepolto vivo si affaccia alla sua mente ma, alla luce delle sue conoscenze, nessuna civiltà aveva questa abitudine senza prima sottoporre a un processo l'eventuale vittima.
Confortato, se così si puo' dire, da questi pensieri, si accoccola in un angolo.
Vorrebbe star sveglio, ma il tempo, difficilmente misurabile in quelle condizioni, deve essere passato in abbondanza perchè la stanchezza si fà sempre più forte.
Cerca di lottare contro Morfeo
Ormai in dormiveglia, i pensieri e i ragionamenti si fanno sempre più lenti e ingarbugliati.
Senza accorgersene cade, all'improvviso, in un sonno che si preannuncia denso di sogni e di incubi..........
Una luce irreale satura l'ambiente.
Taylor sente sulle palpebre la pressione fastidiosa di quest'ultima, ed è riluttante ad aprire gli occhi perchè non sa se ha paura della luce o di che cosa, essa, potrebbe rivelare.
Il sogno, lentamente, si trasforma in realtà, apre gli occhi.
E' disteso sulla schiena, vede una luce fredda, uniforme che sembra scaturire dalle pietre del soffitto.
Attraverso la coltre luminosa, vede, infatti, le pietre squadrate di una volta a botte.
Spalanca gli occhi, meravigliato da un particolare architettonico, banale, ma che, ai suoi occhi, sembra una incongruenza per il luogo dove dovrebbe essere.
Mai e poi mai si sarebbe aspettato in quella Regione un sistema di costruzione simile a quello.
Un leggero movimento lo distrae dai suoi pensieri.
Volge la sua attenzione verso la porta che adesso, nota, è aperta, ma quello che lo fa, letteralmente, sobbalzare, è la ragazza che, al lato della porta lo osserva in silenzio.
Vestita di bianco con degli ornamenti che sembrano d'oro e pietre preziose, sembra essergli leggermente familiare.
John l'osserva con circospezione, ma non puo' fare a meno di notare i lunghi capelli neri, gli occhi color viola, i lineamenti perfetti a completamento di uno straordinario portamento, messo in risalto, anche, dall'abito che indossa.
Ne ammira la composta severità con cui lo osserva, la totale mancanza di paura nello stare al cospetto di uno sconosciuto.
Neanche il sussulto e il suo, improvviso, risveglio la fanno trasalire.
Taylor si alza in piedi e, mantenendosi a rispettosa distanza, farfuglia: " chi sei?.... dove mi trovo?... che posto è questo?.... Come sono capitato qui?.
Resosi, poi, conto che così facendo non avrà alcuna risposta, continua: "Io mi chiamo John, e, tu come ti chiami?.
Una espressione perplessa vela, per un attimo, l'enigmatico volto della fanciulla, ma solo per un attimo, poi una voce argentina risuona, improvvisa, rimbombando dentro e fuori dalla sua testa: "Il mio nome è Deianira, Johntaylor".
John fà un balzo, portandosi le mani alle orecchie.
"Ma cos.....?" - esclama - "Tu non hai aperto bocca" - realizzando, finalmente, cosa sia accaduto.
"Scusami Johntaylor, non credevo che non potessi sopportare il mio Kerioch, ora ho capito come fare, mi comprendi bene?"
John con gli occhi fuori dalle orbite vede formarsi le parole nella sua mente non più disturbato dall'intromissione di suoni che, ora comprende, è il suo stesso cervello a generare per giustificare quello che riceve tramite sensi, fino ad ora, sconosciuti.
Mille domande, mille curiosità, si scatenano d'improvviso ma, con un gesto perentorio sono bloccate sul nascere da Deianira che continua: "ora no, Johntaylor, Ut-napiscti ti attende" - , una sensazione d'amore accompagna questo termine oscuro, "solo lui puo' spiegarti quello che vuoi sapere e solo a lui tu puoi rivelare il messaggio che gli Dei ti hanno affidato"..
"Il messaggio?, quale messaggio" - pensa John, e, poi, folgorato: "ma io non le ho mai detto di chiamarmi Taylor".
"Allora è vero legge nella mia mente" - continua a riflettere - "del resto che importa, non ho nulla da nascondere...."
Arrossisce, ricordando le frasi di ammirazione, inespresse, ma ancora vivide che gli sono venute in mente alla vista della ragazza.
Ma quest'ultima non dando alcun segno di aver capito cosa abbia pensato si è avviata fuori della cella invitandolo con un gesto a seguirla.
John si avvia con questa, singolare, guida in un corridoio lungo ed illuminato allo stesso modo della cella.
Sembra che la luce scaturisca dalle pietre, osserva ,mentre arranca dietro il veloce passo di Deianira.
L'immobilità cui è stato costretto e la prolungata mancanza di cibo non l'aiutano certo in questa passeggiata.
Inizia una lunga scalinata che li porta verso i piani superiori in una costruzione, che, a quanto sembra, deve essere molto grande.
Sbucano in un groviglio di corridoi e sale che, all'improvviso, si aprono per poi restringersi in nuovi cunicoli.
Tutto è sfarzoso, le pareti ricoperte da affreschi, o da mosaici in pietre multicolori, le scene raffigurate talvolta rappresentano paesaggi, a suo parere fantastici, vi sono raffigurati animali, conosciuti e sconosciuti.
In uno dei più belli riconosce o gli sembra di riconoscere l'essere che ha visto nel Tempio.
Fà per chiedere spiegazioni a Deianira, ma proprio in quel momento giungono di fronte ad una porta maestosa, che sembra fatta con una sola, massiccia, lastra d'oro, sapientemente incisa a sbalzo.
Vi sono raffigurati 8 esseri, diversi, ed eppure simili fra loro, che sembrano attendere coloro che si preparano a presentarsi al loro cospetto, con una tale espressione di superiorità ma anche di infinito amore che chiunque si sentirebbe in dovere di provare un sentimento di gratitudine nei loro confronti.
John si dà dello stupido, ma non può fare a meno di sentire quella stessa sensazione aleggiare nel suo animo.
Si chiede se quest' ultima non sia indotta da meccanismi uguali a quelli che permettono a Deianira di parlargli nella mente, ma un suono melodioso, risuona all'improvviso e vede la porta, lentamente, aprirsi.
In che modo non riesce a capirlo, ma la porta si spalanca senza alcun rumore.
Il suono proviene da una sala che incomincia ad intravedere e che suscita in lui l'ennesimo senso di stupore che, ormai, è diventato una consuetudine.
La sala che si rivela al suo sguardo è qualcosa di inconcepibile.
In primo luogo è immensa.
Dovunque volge lo sguardo non ne vede la fine.
Il lucore diffuso ne annebbia i contorni così come l'orizzonte, ad un certo punto si confonde con il cielo, specialmente quando si osserva un mare o un deserto.
Solo alti pilastri che si perdono nella luminosità di un soffitto invisibile, ma che deve essere molto in alto, dimostrano che si trova, ancora, in una costruzione e non in uno spazio aperto.
Sulla destra un vero e proprio giardino, da quando è dato constatare, mentre davanti a se c'è una distesa d'acqua, un vero e proprio lago, che continua fino a dove può arrivare il suo sguardo.
Con una espressione attonita si volge verso la ragazza chiedendole con lo sguardo spiegazioni, ma lei, di tutta risposta, fà un cenno e lui vede avvicinarsi uno strano battello dalla sua sinistra.
Man mano che si avvicina, scivolando su quelle acque madreperlacee, lo sguardo di John si fa sempre più perplesso.
Alla vista è un normale battello, ma non c'è nessuno alla sua guida, inoltre, la cosa più sconvolgente è la mancanza di una qualsiasi scia, di una qualsiasi increspatura che sconvolga lo specchio d'acqua.
Ormai vicino, il battello inizia a rivelare altre caratteristiche impossibili.
In primo luogo non ondeggia.
Resta fisso ed inamovibile qualsiasi sia il movimento che John cerca di dargli.
Poi si accorge che, all'interno, la sua profondità è maggiore rispetto alla superficie dello specchio d'acqua, anche se comincia a dubitare anche della realtà di quest'ultimo.
Deianira, immobile e in silenzio lo lascia fare per un pò, infine sale con un movimento fluido e regale sul presunto battello invitando John a fare altrettanto.
Lui, restio, ma soggiogato, salta a bordo.
Il battello conferma di essere simile ad una roccia, nessun rollio lo scuote.
Si accomodano in quella che sembra la poppa su un comodo divano e il battello parte a velocità sostenuta.
Solo che non si sente alcuna forza d'accelerazione, sembra di stare fermi ma la velocità aumenta di secondo in secondo, in pochi attimi, stima quest'ultima è già di almeno sessanta - settanta miglia all'ora e aumenta costantemente.
Il paesaggio, se così si può definirlo, sfreccia ai due lati dell'imbarcazione e le molte domande accumulate restano inespresse, perchè John è preso dall'irrealtà di questa situazione.
Deianira, d'altro canto, non sembra rivolgere soverchia attenzione al suo compagno di viaggio, ma guarda in avanti con una espressione attenta.
"Sembra che stia guidando" osserva John perplesso, ma non osa distrarla.
Ormai la velocità è al di fuori di ogni logica reale, non osserva quello che scorre ai lati perché il solo guardare gli dà una sensazione di nausea, ma, in pochi minuti, si accorge che stanno rallentando.
Di fronte a se osserva l'avvicinarsi della fine del viaggio.
Infatti il lago, o quello che è, finisce lasciando il posto ad una specie di giardino pieno di piante e fiori mai visti.
Attraccano, o meglio si fermano dolcemente su di una sponda simile a quella iniziale e si inoltrano in quella specie di Eden che si apre di fronte a loro.
John osserva stupito la bellezza del luogo, ma inizia anche a percepire qualcosa di alieno in quello spettacolo.
Gli manca qualcosa, non riesce a capire bene la sensazione di privazione che sente, poi, all'improvviso l'illuminazione: "non vi sono uccelli", esclama fra se, "e neppure animali o insetti".
Si sente nuovamente demoralizzato di fronte alla palese dimostrazione che sta vivendo un'avventura ai limiti della pazzia.
Gli tornano in mente tutti i dubbi che l'hanno tormentato dal momento della caduta e, si chiede, se tutto questo non sia generato dalla sua mente e se, in quel momento il suo corpo giaccia storpiato in fondo al pozzo mentre i suoi amici stanno tentando di recuperarlo.
Chissà, forse l'intera montagna è crollata, pensa, siamo tutti morti e questa è l'anticamera del Paradiso?, o dell'Inferno?
Viene distratto da questi pensieri perché si stanno avvicinando ad una specie di ampia scalinata che immette su una piattaforma che sovrasta il giardino.
In cima lui vede una figura seduta su un alto scranno che li osserva mentre si avvicinano.
E' un uomo alto, con un fisico muscoloso, drappeggiato da una veste dai colori cangianti che gli ricordano sete orientali, sembra essere in piena forma, nonostante i suoi capelli e la sua folta barba completamente bianca.
Indossa un pesante collare sacerdotale in un metallo argenteo e ha sul capo un piccolo elmo composto dello stesso materiale.
Vicino allo scranno vi è una strano meccanismo, il primo che vede da quando è giunto in quel luogo, che dimostra, però, l'avanzato stadio scientifico raggiunto dalla scienza da questa strana civiltà.
La luce diffusa, lo strano battello, lo stesso luogo dove si trovano, hanno, ora, una possibile spiegazione, a lui ignota, ma che, forse, quell'uomo su in cima potrebbe svelare.
Già, l'uomo, pensa John, rivolgendo di nuovo l'attenzione su colui che li stà attendendo.
Ora che è quasi al suo cospetto, lo osserva con crescente interesse.
L'uomo stà armeggiando vicino al dispositivo, occupato a fare, evidentemente, delle regolazioni su dei quadranti che quest'ultimo mostra sulla parte superiore.
Volge quasi le spalle agli ospiti.
John ha una strana sensazione, osservandolo.
Nella sua mente sgorga, improvvisa, la "voce" di Deianira "Ecco, Johntaylor, siamo al cospetto di Ut-napiscti"
L'uomo, lentamente si volge verso di loro, John osserva a bocca aperta.
"Finalmente sei giunto, fratello" - mormora, sorridendo, un John Taylor, invecchiato, ma quasi uguale al suo doppio.
John osserva se stesso avvicinarsi.
Non ha nemmeno la forza di sottrarsi al suo abbraccio, sente a malapena le parole che questi gli mormora: "Non svenire proprio ora John, tutto ha una spiegazione, ma è necessario, per la salvezza di tutti, che tu mi dia le informazioni che Assur ti ha trasmesso, e ne ho bisogno ora.....".
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