CAPODANNO SULLA "LEDA"
Mi sono appena svegliato sulla coffa della LEDA.
Non so come ci sono arrivato, ma, dato che sono in compagnia di un secchiello con tre belle bottiglie di champagne e un Egr. Sig. Dott. Panettone, professore di economia politica, che mi sta illustrando le strategie del prode Prodi per la finanziaria 2007, per ora non mi muovo.
Poi deciderò se continuare ad ascoltare il Professore Panettone o mangiarmelo, innaffiando il tutto con il “Dolce di Cremè”, anonimamente fornitomi, ben ghiacciato, che occhieggia dal secchiello.
Lasciatemi, invece, raccontarvi cosa è accaduto nelle ultime ore dell’anno vecchio e le prime dell’anno nuovo.
Stavo tranquillamente stravaccato in poltrona, dopo aver piluccato spaghetti alle vongole, pesce al forno, calamari alla brace e frittura mista quando, ad un certo punto, con la coda dell’occhio, ho intravisto uno strano movimento nell’angolo della stanza.
Mi sono ripreso dal dolce torpore in cui ero caduto, ho spalancato gli occhi (per vedere meglio), li ho strabuzzati (per vedere ancora meglio), ho aperto la bocca (per lo stupore) ed ho visto un ornitorinco che si infilava nella porta dell’armadio.
MI è sembrato davvero strano che accadesse una cosa così inusuale, specialmente poi in un contesto familiare in cui c’è l’assoluta certezza dell’inesistenza di ornitorinchi.
Infatti, tranne i 5 gatti, oltre me, di animali in casa non ce ne sono.
“Sarà stato l’effetto della frittura?” - Mi sono chiesto – “oppure le seppie erano indigeste?.
Per il mio innato senso della realtà, mi sono, comunque, alzato dalla poltrona e sono andato verso l’armadio da cui si sentiva provenire uno strano rumore simile al fruscio del vento nella chioma di un albero.
Giunto vicino alla porta summenzionata mi ero, quasi, convinto che avevo scambiato gatti per ornitorinchi ed ho, violentemente spalancato l’anta con l’intenzione di far fuggire l’intruso prima che potesse riempirmi di peli l’armadio.
Per un attimo una luce accecante mi ha abbagliato poi la mia mascella inferiore è rimbalzata a terra per poi tornare a posto e mi sono trovato sulla riva di un torrentello fra arbusti mai visti, sabbia cedevole sotto i piedi, orecchie invase da insoliti rumori, certamente avulsi dalla realtà di una stanza da letto, e un bel sole, caldo, grande e impietoso, sulla testa.
Istintivamente mi son voltato indietro ma solo una assolata prateria brulla si stendeva fino all’orizzonte.
Ogni tanto un albero rompeva la monotonia del paesaggio e, all’orizzonte, una catena di alte colline tondeggianti di un colore tendente al rosso racchiudeva quel mondo per me alieno.
In quel momento ho intravisto l’ornitorinco che mi guardava sottecchi sulla riva del fiumicello e, visto che era l’unico essere vivente presente in quel momento mi sono, cautamente, avvicinato ad esso sperando di poter scoprire così cosa fosse successo.
Quando mi sono avvicinato mi sono accorto che sul dorso aveva legata una sorta di piccola borsa in pelle e ho notato altresì che ammiccando con gli occhi mi invitava ad aprirla.
Dentro c’era un biglietto.
“INVITO AL VEGLIONE SULLA LEDA”, c’era scritto.
La cosa, nonostante fosse paradossale, mi fece davvero piacere ma allo stesso tempo pensai che non sapevo dove la LEDA fosse e, inoltre, non avevo abiti adatti per partecipare ad una festa.
Guardai interrogativamente l’ornitorinco e lui, sempre sottecchi, mi guardò dal basso e con la coda a spatola mi indicò una direzione, poi con una sveltezza impensabile, si tuffò nel fiume e scomparve.
Visto che non sapevo cosa fare decisi di avviarmi nella direzione indicata, misi l’invito in tasca e iniziai a camminare lungo la riva, seguendo il corso del fiume, certo che sarei, senz’altro, giunto a destinazione.
Camminavo da un paio d’ore quando notai due uccelli che mi roteavano sul capo.
Il sole mi impediva di individuarli con precisione ma questo mi rendeva un po’ nervoso.
Nonostante ciò continuai il cammino ma iniziavo davvero a preoccuparmi perché non vedevo anima viva.
Poi, all’improvviso, notai un cartello: STAZIONE TAXI.
Quasi corsi incontro a tale visione ma, dopo aver aggirato una macchia folta di alberi mi trovai di fronte ad un assembramento di canguri alti almeno due metri e mezzo.
In un primo momento ebbi davvero paura per la mia incolumità, poi notai un capanno all’ombra degli alberi e mi avvicinai ad esso.
BIGLIETTERIA c’era scritto e dentro c’era un omino tutto raggrinzito che sembrava avesse passato la sua vita a fare una dieta dimagrante a punti.
“Scusi” – dissi – “quando arriva il taxi?”
L’omino mi guardò sconcertato, poi disse: “saranno sei mesi che non ne affitto uno, stanno tutti qui”.
Mi guardai intorno e poi risposi; “Qui dove?”
"Qui, qui… ma non li vedete?”
Guardai di nuovo, più attentamente, poi pensai che l’omino fosse pazzo.
C’erano solo quei canguroni in giro.
Poi un illuminazione subito però allontanata dalla ragione.
“Ma non sarà per caso…. Ma no non è possibile…. Non sarà che voi vi riferiate ai canguroni?”
“E a cosa mi dovevo riferire? – mi rispose adirato – dove volete andare?"
“Ma non penserete che mi metta a cavalcare un canguro? - Gli dissi.
E continuai – “In primo luogo non saprei come fare e poi io volevo un taxi per potermi recare in un luogo che non conosco”.
“Ma non li dovete cavalcare e, poi, essi sanno sempre dove andare, la corsa costa settantacinque uova di ornitorinco, pagate in contanti o a mezzo carta di credito?”
Ormai fuso completamente – “ma vi sembra logico che vada girando con una borsa piena di uova di ornitorinco sotto questo sole?
A quest’ora sarebbero tutte sode.
Ma, un momento, io non ho nemmeno la carta di credito”.
“Allora niente taxi” – mi rispose e cercò di chiudere lo sportello.
“Mannaggia ma io avevo ricevuto l’invito!”.
“Quale invito?” – mi chiese – “Forse l’invito al veglione sulla LEDA?”.
“Si” – dissi, mentre stavo per voltargli le spalle ed allontanarmi.
“Allora tutto è a posto.
La corsa è gia pagata.” – e rivolgendosi ai canguroni – Il numero 1 pronto a partire”,
Subito un cangurone che aveva un 1 dipinto sulla coda si avvicinò mostrando, da vicino, come fosse imponente.
Perplesso e scettico mi rivolsi all’omino che era uscito dalla capanna: “E ora che devo fare? Devo attaccarmi al collo del cangurone?”
“Ma no, ma no, ecco, entrate nel marsupio, accomodatevi che ci state una meraviglia e il cangurone vi porterà a destinazione”
Guardai con timore, e anche un po’ con un certo senso di disagio il marsupio ma, poi, mi accomodai e mi accorsi che ci stavo a meraviglia.
Sentii l’omino borbottare all’orecchio del cangurone e poi mi chiese di firmargli una ricevuta, poi sentii un fischietto intonare una sorta di segnale di partenza e il cangurone si mise a saltellare.
Dapprima salti brevi e continui poi, pian piano salti sempre più lunghi ed alti.
La velocità aumentò notevolmente ed io tutto scombussolato chiusi gli occhi e mi lasciai trasportare anche se il terrore mi attanagliava le membra mentre, spasmodicamente mi reggevo sul bordo del marsupio.
Poi mi ritrassi all’interno e il dondolio mi invitò ad una rilassante pennichella.
Mi svegliai all’improvviso e due domande senza risposta lampeggiavano nella mia mente.
La prima era cosa indossare e la seconda era dove trovare cosa indossare.
La corsa continuava e io azzardai cacciar fuori la testa per rendermi conto dove stessimo andando.
Con stupore vidi passare velocemente una sorta di autobus pieno di struzzi che andava nella direzione opposta.
Una serie di strane costruzioni interrompeva, ogni tanto, la monotonia del paesaggio mentre, all’orizzonte, si intravedeva una striscia azzurra che presupponevo fosse il mare, ancora lontano, dove, certamente, c’era la LEDA ad aspettarci.
All’improvviso vidi balenare le luci di un Centro Commerciale con annesso punto di rifornimento e stavo cercando di intuire come riferire al cangurone la mia intenzione di fermarmi quando quest’ultimo si accinse proprio a fermarsi.
Mi resi conto dal suo famelico precipitarsi al centro di rifornimento che anche i canguroni hanno fame e, poiché un certo languorino si era insinuato anche in me stesso decisi di profittarne per cercare qualcosa da mangiare nel Centro stesso.
Andai alla porta principale e vidi che il centro di ristoro era situato proprio a destra del reparto abbigliamento.
Ricordai le mie domande senza risposta ed entrai per trovare abiti adatti.
Ricordai anche, però, che se volevano anche qui uova di ornitorinchi sarei stato imprigionato come ladro o cacciato fuori come straccione patentato.
Comunque alla fine decisi di tentare di procurarmi gli abiti anche a costo di rubarli.
Il reparto, data l’ora tarda, era deserto e io mi aggirai un po’ per i vari banchi procurandomi calzini, scarpe, biancheria intima, una camicia di seta, una serie di vestiti completi di accessori vari quali cinture, orologi, fino ad un bel soprabito di pura lana vergine invecchiata dieci anni tagliato abilmente da un sarto che, ad occhio , era un maestro del settore.
Poi con una cospicua circospezione, quatto quatto mi appropinquai ad una porta dov’era scritto “Personale”, mi accertai che non vi fosse nessuno in vista e mi infilai nell’ambiente che si rivelò uno spogliatoio con annessi mobiletti personali ed adiacenti locali per docce.
Subito decisi di farmi una bella doccia veloce, poi mi asciugai prendendo una serie di asciugamani puliti riposti all’interno di un mobiletto li accanto, mi vestiti accuratamente, nascosi gli abiti indossati in precedenza oltre al surplus che avevo portato con me in un ripostiglio per le scope e, com’ero entrato, così, quatto quatto uscii fuori col soprabito sotto al braccio.
Riguadagnai la porta e trovai il cangurone fermo davanti all’ingresso.
Subito mi infilai nel marsupio e il viaggio continuò.
Pensavo che, prima o poi, avrei ripagato il furto perpetrato e, libero da scrupoli o pentimenti, mi appisolai confortato dal dondolio e dal calore che mi circondava.
Fui, bruscamente, risvegliato da una serie di schiamazzi.
Cacciai fuori la testa e mi trovai al centro di una bolgia infernale.
Canguroni incolonnati strepitavano senza poter percorrere un metro.
Struzzi impazziti sfrecciavano a destra e a manca.
Omini, parenti di quello dei taxi, cercavano di dare il massimo contributo alla confusione.
Ornitorinchi pestavano i piedi a tutti contribuendo con la loro lentezza al caos generale.
Incongrui alberi di natale addobbati a festa occhieggiavano da ogni parte e i Buon Natale e felice Anno nuovo si sprecavano dalle vetrine di negozi, ormai chiusi, dai balconi illuminati, dall’alto di pali piantati ad ogni angolo di strade che ripetevano fino all’orizzonte gli stessi messaggi.
Vidi, nella corsia opposta, passare tre cammelli con tre personaggi che intui essere i Re Magi.
Gesticolai chiamandoli per nome “Gaspareeeeeeee!!, Melchiorreeeeeeeee!!!, Baldassarreeeeeeeeeeeeee!! Ma dove andate?”
Loro risposero al saluto dicendo che erano in viaggio seguendo la stella, mi lanciarono una caterva di torroncini Condorelli che riempirono il marsupio e continuarono il cammino.
Alzai gli occhi e vidi la stella brillare indicando la via ma io andavo nella direzione opposta, anche se in quel momento non andavo perché non si passava.
Trangugiando torroncini scrutavo la bolgia infernale mentre avanzavamo a velocità ornitorinco.
Ad un certo punto su una piazzola vidi ferma una slitta con tanto di renne e vicino ad essa era seduto Babbo natale che bevevo una birra.
Cercai di fermare il cangurone urlando “Ferma!! Ferma!!” ma non riuscii nel mio intento fino a che non mi venne l’idea di afferrare l’orecchio destro del cangurone e tirarlo con forza.
Il cangurone svoltò verso destra e si parcheggiò vicino alla piazzola.
Smontai dal marsupio e salutando Babbo Natale gli chiesi cosa facesse li fermo.
Mi disse che era in vacanza e si era fermato un attimo per un bisognino.
Poi, colpito dal casino che c’era li intorno, si era attardato a godersi lo spettacolo.
Gli chiesi se sapeva dove fosse ancorata la LEDA e lui rispose positivamente perché l’aveva sorvolata poco prima.
Allora lo pregai di darmi un passaggio perché ero atteso e temevo di non poter giungere in tempo per la partenza a causa dell’ingorgo.
Lui acconsentì e io, dopo aver cercato di congedare il cangurone che, intanto, continuava a masticare torroncini, salii sulla slitta accanto a Babbo Natale e, tra l’invidia generale, prendemmo il volo salendo subito ad una altezza tale da farmi apprezzare il paesaggio.
Un immenso arazzo di luci colorate si dipanava sul terreno sottostante.
Mi accorsi subito che l’ingorgo era una cosa seria perché si estendeva per interi isolati, poi scorsi la striscia scura del mare e, in lontananza, finalmente intravidi la LEDA.
Era ancora distante, ma gia da quella distanza splendeva come un diamante in mezzo al mare.
Ci avvicinavamo velocemente e i particolari diventavano sempre più nitidi e contribuivano ad aumentare il mio stupore e la felicità di finalmente incontrare di nuovo i miei compagni d’avventura.
Luci colorate delineavano vele e pennoni.
Giochi di luce ed addobbi rendevano la nave simile all’astronave di “Incontri ravvicinati del terzo tipo”.
I boccaporti aperti sembravano succursali del sole e gli oblò illuminavano come fari il mare circostante.
Iniziavo ad intravedere una folla multicolore sulla tolda che ballava sulle note di una splendida orchestra piazzata sul cassero.
Anche le renne, udendo la musica, si misero a ballare rischiando di farci cadere in mare ma la voce stentorea di Babbo Natale col suo OH OH OH OH …. le riportò sulla giusta rotta.
Ormai sorvolavamo la LEDA e facemmo una serie di giri sempre più vicini mentre le persone sulla tolda si erano accorti della nostra presenza a si riversavano da un lato all’altro della nave facendola allegramente ballare.
La manovra di avvicinamento si concluse felicemente con uno splendido atterraggio che suscitò l’applauso degli astanti.
Poi tutti si riversarono urlando e salutando nella nostra direzione.
Io mi alzai per salutare ringraziando tutti per quella manifestazione d’amicizia ma fui travolto mentre la folla, preso Babbo Natale sulle spalle, si allontanò lasciandomi pesto sul fondo della slitta.
Ferito nell’orgoglio mi rialzai togliendo la polvere dal paltò che sembrava quello di Napoleone, scesi dalla slitta e mi trovai davanti Colui il Quale il Comandante che mi apostrofò dicendomi: “Finalmente a bordo, Libero, sei sempre l’ultimo ad arrivare, ora possiamo salpare!!”
Io avrei voluto giustificarmi dicendo che dal momento dell’invito fattomi in quella maniera stranissima e dopo quel viaggio strano ed avventuroso e dopo l’ingorgo in cui mi ero trovato non avevo nulla da rimproverarmi ma decisi di non guastare la festa iniziando a polemizzare a mi avviai dietro al Comandante per tuffarmi dentro i festeggiamenti sperando anche, se mi fossi trovato accanto a Babbo Natale portato in trionfo, di dargli una spinta, del tutto involontaria, e spedirlo a dare doni anche ai pesci dell’oceano.
Passando davanti ad un boccaporto scorsi il dott. Rifleman che brindava in compagnia di Qui, Quo e Qua.
Si erano impadroniti di una enorme zuppiera piena di “Oceano blu” e con dei capienti mestoli pescavano razioni abbondanti dell’alcolico nettare sorbendole con estremo piacere.
Il Dottore aveva intonato ad alta voce l’Inno della LEDA e le tre scimmie con i loro squittii facevano da coro di voci bianche.
Appena mi videro, le tre scimmiette mi salutarono con un improvvisato balletto e, subito mi portarono una abbondante dose del liquore.
Dopo aver salutato il Dottore che, imperterrito, continuava il suo canto entrai nella grande sala mensa adiacente alle cucine.
Li fui investito da un enorme calderone semovente pieno di lenticchie che stavano trasportando sulla tolda.
Per un pelo non ci finii dentro, rischiando così di fare la figura dello Zampone ma mi salvò, afferrandomi per le falde del paltò di Napoleone, la conduttrice del pentolone sobbollente.
Wendy-Vitty mi abbracciò con calore, felice di rivedermi, poi mi mise in mano un contenitore di cucchiai e piattini e mi impose di aiutarla nella distribuzione delle lenticchie.
Ritornammo sulla tolda dove continuavano i festeggiamenti a Babbo Natale.
Appena videro il pentolone, però, tutti si precipitarono verso di noi lasciando cadere sulla tolda il Babbo mostrando così che di fronte a qualcosa da mangiare tutto il mondo è paese.
Bastarono dieci minuti per svuotare il pentolone, io e la Wendy mostrammo la nostra maestria nella distribuzione dei piatti che, ad un certo punto, venne fatta a volo, cucchiai compresi con solo un piccolo numero trascurabile di incidenti causati più da interferenze di mani alzate che per imperizia dei distributori.
Lasciai alla Wendy l’incarico di andare a preparare altri manicaretti e mi recai verso il ponte di comando tenendo in equilibrio sette piatti di lenticchie per Colui il Quale il Comandante e gli altri ufficiali.
Ovviamente, entrando sul ponte comando fui investito da un manipolo di ballerine di samba e i piatti volarono in tutte le direzioni.
Fu bello vedere i piatti volare ed essere afferrati a volo dagli ufficiali senza che una sola lenticchia cadesse sulla testa di questi ultimi.
Solo un piatto, dopo un triplo salto mortale, atterrò sulla testa di Alioscia Carmazzo intento a declamare una poesia ma la prontezza del poeta fu pari a quella di un sublime giocoliere.
Infatti fra un endecasillabo ed un altro ingurgitò le singole lenticchie che volavano in tutte le direzioni senza farne cadere a terra nemmeno una, poi con un gesto degno del migliore Cirano de Bergerac si cavò dal capo il piatto vuoto facendo un perfetto inchino agli astanti che applaudivano freneticamente.
Intanto le Ballerine di samba mi trascinarono con loro al centro del bailamme che aumentava di minuto in minuto.
Dopo essermi esibito in una serie di passi che suscitò l’ilare commento di chi assisteva alla mia performance guadagnai a fatica l’ingresso della stiva dove mi accorsi che era stata istallata una tavola rotonda.
In un primo momento pensai che Artù e i cavalieri fossero stati invitati, poi, guardando meglio, scorsi la Ghismunda, Mirisole, la Mert_onzola e la Fragmenta che giocavano a rubamazzo intanto che discorrevano di scuole di vita, di scuole di nuoto, di scuole guida, di scuole con la c e di squole con la q.
In un angolo c’erano tre file di blog_osservatori che ad ogni commento davano il punteggio con le palette.
Su una enorme lavagna i punteggi erano segnati da Marcabru che traeva da ogni somma fatta il raccontino appropriato.
Proprio in quel momento da una somma di 666 stava improvvisando un racconto sulle sette nere torinesi che combattevano contro le sette rossonere milanesi, su tutti imperava l’angosciante presenza di un disadattato di Arcore che, non sapendo le risposte fondamentali della vita, e cioè chi era, da dove veniva, e dove andava, si era inventato un mondo onirico in cui era ricco, bello e signore e inoltre presidente del consiglio oltre che cavaliere della tavola rotonda di Legnano.
Lasciando quell’angolo polemico, seppur costruttivo, mi recai all’altro lato dell’enorme stiva dove si stava svolgendo una strip_tombola.
Li, ognuno indossava cinque capi di biancheria, ciascuno contrassegnato da un numero, e quando si estraeva il numero corrispondente ci si doveva sbarazzare del capo di vestiario omologo.
Vinceva chi riusciva a fare cinquina prima degli altri ma il gioco si chiamava Tombola perché il vincitore trovava senz’altro qualcuna/o con cui tombolare da qualche parte.
Feci il tifo affinché uscisse il 29 che era il numero che contrassegnava l’ultimo indumento che indossava una bionda da urlo ma uscì il 33 che premiò un tizio che, poi, per la gioia della vittoria, si esibì in una danza liberatoria che mi ammosciò al punto di fuggire legandomi ad una corda che vedevo salire verso l’alto.
La corda era stata legata ad una batteria di razzi che stavano issando sull’albero maestro.
Domandandomi perché quest’ultimo non partecipasse al dibattito sottostante mi sciolsi dal nodo prima di intraprendere il viaggio verso l’alto e mi recai con sollecitudine a prendermi un’altra dose di “Oceano Blu”.
Bottiglie di liquore erano sparse dappertutto e un gruppo di Bloggers alticci stavano giocando al rito della tavola.
Si metteva una tavola fuori bordo e a turno si doveva arrivare sull’orlo per riuscire a prendere una bottiglia appesa ad una corda.
Cosa facile, se si è sobri, ma, quando si è alticci, diventa un esercizio difficilissimo tant’è vero che i Carabinieri lo vorrebbero per sostituire il test del palloncino.
Hanno gia preparato tutta l’attrezzatura che consiste in una piscina trainabile dalle macchine del corpo e una lunga asta dove è appeso un biglietto da cento euri da far balenare davanti agli occhi dei controllati, ma il Ministero non ha ancora dato l’approvazione.
Stavolta sulla tavola c’era Lorenzo che annaspava per non cadere.
Mi lanciai per salvarlo ma, quando misi il piede sulla tavola essa oscillò scagliando Lorenzo verso l’alto, io avanzai di un passo.
Poi Lorenzo ricadde sulla tavola e io fui scagliato all’indietro andando a finire addosso ad un folto gruppo di persone intente a mangiarsi una enorme cassata alla siciliana.
Finirono tutti con il viso nella cassata mentre io continuando a rimbalzare mi infilai diritto in un salvagente appeso sulla scala che portava al cassero.
Rimasi incastrato nel salvagente e iniziai a rotolare per la tolda, urlando “fate strada” e “fermatemi!!!”.
Travolsi quasi un centinaio di persone di cui almeno una trentina finì in mare e dovette essere recuperate con dei lunghi ramponi, poi, finalmente mi fermai e, inseguito dai malcapitati mi rifugiai in una cabina chiudendomi all’interno.
Nella cabina, attendendo che gli scalmanati si dimenticassero di me, regnava una oscurità tale da poterla affettare con un coltello.
Non potendo accendere la luce per ovvii motivi di ordine pubblico mi rilassai un poco e inizia a bermi la bottiglia di “Oceano Blu”.
Mi liberai anche del paltò di Napoleone e l’adagiai sul letto, poi mi accomodai in poltrona continuando a bere ascoltando le note dell’orchestra che era situata proprio sulla mia testa li sul cassero.
Stavo rilassandomi così bene che, in un primo momento, non avvertii un fruscio proveniente dalla profondità dell’ambiente.
Poi sentii una sorta di tentacolo avvolgersi intorno alla mia caviglia destra.
Saltai dalla poltrona, cercando di liberare la caviglia, con fatica mi lanciai verso la porta e sotto le mani mi trovai l’interruttore della luce.
Accesi la luce e mi misi ad urlare perché un paio di tentacoli giganteschi spuntavano dal finestrone che dava sul mare e cercavano di afferrare l’origine degli urli e cioè me.
Un bastone da passeggio trovato accanto alla porta mi servì per assestare alcuni colpi al tentacolo più intraprendente ma mi accorsi subito che l’impari lotta volgeva a mio sfavore
Aprii allora la porta e fuggii nel corridoio inseguito dal tentacolo mazzoliato.
Uscii all’aperto e salii sul cassero e mi trovai di fronte ad una scena agghiacciante.
Alcuni tentacoli, parenti stretti dell’inseguitore, sferzavano i poveri orchestrali che si difendevano strenuamente con trombe, violini e tamburi.
Al di là del cassero si scorgeva una tonda testa gigantesca dove spiccavano due occhi tondi e neri ed immensi che guardavano corrucciati nella mia direzione e che sembravano dire “mo vi concio a tutti per le feste”.
Intanto altra gente accorreva mentre molta altra gente fuggiva da tutte le parti.
Alcuni armati di asce cercavano di colpire i tentacoli ma questi sfuggivano ai colpi e menavano fendenti che atterravano o scagliavano lontano grappoli di combattenti.
Colui il Quale il Secondo si lanciò all’attacco ma venne scagliato via.
Meno male che andò a finire in una vela che attutì il colpo.
Sembrava che la battaglia fosse persa, anche perché l’enorme polipone si stava issando sulla LEDA rischiando di farla affondare quando, alzando gli occhi al cielo, mi avvidi della batteria di razzi issata sull’albero.
Urlando agli altri di tenere duro e non cedere, corsi, inseguito dalle maledizioni di parecchi, verso la slitta di Babbo Natale.
Solo che non riuscivo a vedere dove fosse quest'ultimo.
Decisi allora, avendo visto come doveva essere guidata ,di agire da solo.
Salii sulla slitta invitando le renne a partire ma non accadde nulla.
Urlai, pregai, implorai ma le renne ruminavano e non partivano.
Allora scesi e le presi a calci in culo e questo mio seppur incivile gesto ebbe l’effetto desiderato.
Risalii in piena corsa e mi alzai in volo girando intorno all’albero maestro.
Con una lunga canna picchiai sulla testa della renna di testa, quella di destra, e subito la slitta deviò a destra, poi le feci quasi fermare e recuperai sulla slitta la batteria di razzi.
La posizionai in modo da poterli sparare dal retro del mezzo di locomozione.
Poi subito ripartii verso il luogo della battaglia.
Mi accorsi subito che ormai stavamo alla resa generale.
Il Polipone era padrone del campo e si era impadronito del palco dell’orchestra.
Tutti si erano rifugiati a prua anche per controbilanciare il peso che gravava sulla nave.
Qui, Quo e Qua scagliavano bottiglie e panettoni verso il mostro marino che afferrava a volo tutto e se lo pappava immantinente.
Feci fare un giro completo alla slitta e lanciai due razzi.
Uno fece la scriminatura al polipone che si avvide del pericolo e si mise in posizione difensiva, l’altro invece si infilò in un boccaporto e fuoriuscì da un altro prima di perdersi in mare non prima però di aver stanato molti che si erano rifugiati sottocoperta.
Cercai di prendere meglio la mira e al secondo passaggio scagliai altri due razzi.
Il polipone ne afferrò uno a volo e subito me lo scagliò contro l’altro, però, lo colpì fra i due occhi causandogli certamente un feroce mal di capo.
Evitai a fatica il razzo di ritorno ma le renne, spaventate ebbero un sussulto che quasi fece capovolgere la slitta.
Certo che quella sarebbe stata la mia ultima occasione decisi di accendere tutti i razzi e in picchiata mi lanciai verso il polipone.
Con una giravolta quasi impossibile mi posizionai a circa cinque metri dal polipone i cui tentacoli subito cercarono di afferrarmi.
I razzi partirono ed io schizzai in avanti spinto anche dal rinculo di questi ultimi evitando così di essere imprigionato dai tentacoli
Lo spettacolo pirotecnico che ne seguì fu qualcosa da ricordare per sempre.
Il polipone tutto illuminato da scintille multicolori fra fuoco e fiamme sembrò dilatarsi per poi precipitare con gran fragore in mare.
In pochi minuti scomparve nella acque scure e di lui non se vide più traccia.
Io, intanto, dopo aver evitato per miracolo alberi, pennoni, velacci e controvelacci riuscii, dopo molti tentativi, che seminarono nuovo panico fra i malcapitati, ad atterrare.
Subito una folla di persone si precipitò verso la slitta ed io, a scanso di equivoci, cercai di eclissarmi in fretta, ma la folla era ad aspettarmi anche dall’altra parte.
Fui preso e festeggiato a dovere sebbene sarebbe stato meglio ricevere una sonora bastonatura.
In quel momento sbucò Wendy-Vitty, ignara di tutto, che, con un campanello, invitava a degustare copiose razioni di tortellini in brodo dal suo fantastico pentolone semovente.
L’orchestra, recuperati gli strumenti si era riappropriata del suo spazio e suonava a più non posso.
Tornata la normalità, accertatosi che non c’erano feriti e dispersi, l’episodio polipone fu istantaneamente dimenticato anche se Colui il Quale il Comandante istallò alcuni uomini dell’equipaggio sui pennoni per avvertire nel caso di altri eventuali ospiti indesiderati.
Dalla stiva provenivano urla e sonori rumori di schiaffi in quanto erano sorti problemi di aggiudicazione della tombola per sovrapposizione di cinquine ma questo era una cosa normale che accadeva ogni anno e faceva parte del divertimento.
Iniziò proprio in quel momento la gara di Karaoke.
Rosagialla fu la prima a cimentarsi cantando con voce soave la canzone “Le rose sono al mondo milioni di milioni ma quella gialla è una ed è bella più che mai”
Le palette scattarono in alto 9, 10, 10, 10, 9, 9, 9, 10.
Poi fu il turno di Tamara che cantò “Li nella tundra fredda e sconfinata sotto un abete tutto illuminato fra fiori e funghi sorti per magia la fata dei sogni ho incontrato e mi ha detto che sarà per sempre mia”.
Identico punteggio della performance precedente.
Infine fu la volta del trio Los Canos, formato da Ienapiangens, GiBi ed Adriano, che cantò “noi siamo tre ma sembriamo trentatre, quando ci muoviamo solo guai causiamo, se alla tua porta bussiamo, certamente inciamperai, e qualche arto ti lusserai, non ci nominare, potresti pentirti del tuo ardire, pensa che quando appariamo, un fuggi fuggi causiamo”
Fra una pioggia di mele morsicate, piatti di tortellini, forchette acuminate e qualche scimmia terrorizzata il trio dovette guadagnare l’uscita a tuffo non senza aver causato lo sfondamento di un tamburo, la rottura della bacchetta del maestro e la messa a massa dell’impianto stereo che causò la fine dell’improvvisata manifestazione.
Le due vincitrici ex-equo dovettero dividersi il premio che consisteva in una fornitura annua di scatolette di tonno.
A Rosagialla toccò il tonno e a Tamara le scatolette e l’olio di oliva.
Inutile dire che la giuria fu contestata dalle vincitrici e ne uscì con le ossa rotte.
Intanto si avvicinava la mezzanotte e ci fu la corsa generale per accendere candele e candeline con cui festeggiare l’arrivo del nuovo anno.
Per precauzione ognuno ricevette, oltre alla candela, anche un piccolo estintore e iniziò a spargersi per tutta la nave il coro della LEDA cui, man mano, tutti si univano.
Il canto divenne, di secondo in secondo, più forte, spargendosi per il mare fino a raggiungere la vicina costa e anche isole e penisole lontane.
Si udì una folla aggiungersi al coro e, sebbene lontani, tutti si unirono al coro che sembrò collegare ed unire tutti nel mondo.
Anche chi era andato a dormire si svegliò e si unì al canto.
Ormai l’aria stessa sembrava permeata dalla dolce melodia che accomunava ognuno sulla Terra e che, come gigantesco carillon dell’universo, deliziò, per un istante indefinito, anche gli abitanti dello spazio profondo, poi, lentamente il canto calò di intensità fino a diventare un sottofondo che, comunque, sosteneva il cuore di chiunque, e si innalzò un applauso, vicino, lontano, proveniente da ogni dove, che salutò così il nuovo Anno e la rinnovate speranze che aiutano tutti a sopportare le prove cui la vita, continuamente, ci sottopone e che spesso cercano di annullare le speranze ed i sogni che possono sopravvivere solo se ci si sentirà membri effettivi di una comunità o meglio Umanità con la certezza di non essere mai lasciati soli su questo mondo così fantastico ma anche così duro.

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