Spedizione della LEDA - Undicesima e ultima puntata
Sulla LEDA, informati della incombente minaccia, gli umori erano davvero tetri.
Colui il Quale il Secondo passeggiava nervosamente avanti e indietro nella Sala Mensa che fungeva anche da Sala di Riunioni, mentre dietro di lui un gruppo di scimmie ripeteva ossessivamente lo stesso percorso tenendo le mani sulla testa come a lamentarsi anch’esse della situazione.
La sensazione di non poter far niente acuiva la rabbia che sembrava potersi affettare tanto impregnava l’atmosfera del luogo.
Rosagialla stava montando della panna perché aveva intenzione di preparare una bella torta con la segreta speranza di allentare la tensione generale, ma agitava così forte la frusta nel recipiente che la panna era impazzita e stava smontandosi da se con una chiave inglese.
Oti Master la guardava con interesse e il massimo si raggiunse quando iniziò a dare consigli alla panna su come potesse smontarsi nella migliore maniera.
Rosagialla a quel punto guardò perplessa l’Oti, poi guardò la panna e rovesciò il recipiente sulla testa dell’improvvisato consigliere che accusò il colpo specialmente per colpa della chiave inglese che era molto pesante.
Colui il Quale il Secondo a questo punto, perdendo per un attimo la sua perfetta e composta Trebisonda, afferrò quest’ultima e la sparse in giro costringendo tutti ad uscire subitaneamente per non essere colpiti dalla medesima.
In quel momento giunse Fragmenta col delfino Bambaren con le ultime notizie e tutti le si affollarono intorno sperando che ce ne fosse almeno una buona ma erano tutte di seconda mano, infatti di nuove e buone non ce n’era nemmeno una.
Sull’isola, nel frattempo, il Consiglio di Guerra procedeva, ma le proposte a volte buone, a volte strampalate, venivano scartate ad una ad una.
Nemmeno le informazioni supplementari avute dal Cervello Alieno sul processo di riformazione del Raugunan erano utili o riuscivano ad evidenziare un punto debole della Creatura.
Colui il Quale il Comandante decise di chiedere all’Albero se riuscisse, ora che avevano individuato il nemico, a scoprire qualcosa o ad elaborare linee di difesa inedite alla luce della sua infinita sapienza.
Subito si mise in viaggio con Elena e il dott. Rifleman perché sperava di mettere in contatto l’Albero con il cervello Alieno ritenendo che soltanto in quel modo si poteva risolvere il problema.
Poiché dalle esperienze fatte sapevano che la Creatura usciva dalla caverna solo quando doveva procurarsi energia, Liberodivolare con l’aiuto degli altri componenti la spedizione si incaricò di preparare una linea di difesa e di fuga per monitorare eventuali iniziative della bestia che minacciava il mondo.
Smoccolando come uno scaricatore di porto, mentre dava ordini a destra e a manca, se la prese in maniera particolare con gli alieni che avevano lasciata loro una bella gatta da pelare o meglio addirittura un esercito di Tigri a cui fare barba e capelli oltre le unghie e il massaggio rilassante.
Colui il Quale il Comandante non ci mise molto con i suoi compagni ad arrivare all’Albero, il tempo era tiranno e sentiva gia sulla loro testa la mannaia del boia temporale.
S’incamminò, quasi di corsa, su per il sentiero che portava all’ingresso del mondo dell’Albero, mentre i due suoi compagni che vedevano per la prima volta la gigantesca creatura vegetale lo seguivano trasognati e stupiti mentre gli stessi Phargs sembravano ammattiti correndo in tutte le direzioni come se non avessero nulla da fare oppure come se in quel momento l’Albero non potesse comunicare con essi.
Giunti nella sala sotterranea subito si rivolse all’Albero direttamente, esponendo la situazione e invitandolo a comunicare col Cervello della base aliena tramite Elena, riferendo al dott. Rifleman le conclusioni e le eventuali azioni da intraprendere.
Tutti sembrarono essere attraversati da una corrente ad alto voltaggio, inarcandosi sui sedili e accasciandosi poi su essi con gli occhi rovesciati, e il silenzio turbato solo dal profondo pulsare che proveniva dalla possente struttura dell’Albero, regnò sovrano.
Intanto Libero con Qui, Quo, Qua, Meri, Vitty, Adriano e Apesara stavano facendo i boscaioli.
Libero aveva deciso che per stare più tranquilli dovevano disboscare la parete e la zona limitrofa alla grande caverna che era adiacente alla loro postazione.
Inoltre tutto il materiale tagliato doveva essere accumulato nella valletta ormai spoglia perché voleva scoprire se con la presenza della Creatura, dando fuoco all’enorme pira che stavano preparando potesse succedere qualcosa di positivo.
Semmai la Creatura poteva prendere fuoco, anche se a questa ipotesi anche lui non ci credeva, poteva anche darsi, però, che semmai si potesse scottare un pochettino dato che la speranza era ultima a morire.
Fece anche stendere corde nel precipizio che portava al mare per eventuali ritirate, mentre alcune lampade e delle corde con campanelli vennero stese sul buco superiore della caverna in maniera di evitare eventuali attacchi alle spalle.
Altre corde con campanelli vennero stese davanti all’entrata della caverna per segnalare l’arrivo del Raugunan.
Tutti si diedero da fare senza lamentarsi e questo era segno della preoccupazione generale.
Anche le scimmie erano di aiuto e non si perdevano nei loro consueto cori di scherno e sfottò continui, nessuno fiatava e tutti sudavano.
Mettendo le corde davanti alla caverna Libero si accorse di grosse quantità di salnitro presenti.
Scartabellando nei ricordi giovanili si ricordò della composizione della polvere da sparo e si diede da fare per trovare l’altro ingrediente principale che era lo zolfo e la polvere di carbone. Quest'ultima poteva procurarsela triturando le carbonelle dei fuochi accesi nei giorni scorsi.
Fu fortunato vedendo una striscia giallastra segnare la montagna quasi al livello del mare e subito mandò le tre scimmie insieme a Vitty a scavarne un bel quantitativo.
Lui con Adriano e Meri con circospezione entrò nella caverna e iniziò la raccolta del salnitro mentre Apesara si incaricava di triturare la carbonella.
Il colloquio dell’Albero e del Cervello si prolungava mentre una enorme mole di informazioni passava da una parte all’altra.
La sintesi di sostanze organiche, facoltà in cui l’Albero era maestro, veniva mediata dal Cervello che forniva informazioni sulla complessa bioingegneria aliena e si incaricava di fare sperimentazioni ed analisi matematiche prospettando nuove soluzioni e nuove strane sostanze di sintesi all’Albero.
Gli umani erano solo consapevoli di quel che accadeva ma anche le esperienze del dott. Rifleman e le sue informazioni scientifiche venivano valutate e usate.
Elena fungeva da collettore principale di quell’enorme scambio di informazioni e sembrava quasi vedere il cervello della poverina fumare per lo sforzo, Colui il Quale il Comandante partecipava anch’esso a quella discussione silenziosa facendo funzione di coordinatore generale in modo che eventuali soluzioni potessero essere condivise in tempo reale fra tutti senza bisogno di ulteriori spiegazioni.
Sulla LEDA, pronta alla partenza, tutti scrutavano la costa.
Perfino il Pescespada, sceso dalla coffa, incurante del pericolo Rosagialla, molava la spada deciso a scendere a terra e fare una strage.
Oti Master con la panna in testa che cantava “sono una matta!! Sono una panna e non ricotta!!!!” agitava la chiave inglese a mo’ di spada anch’esso deciso a sbarcare ma Colui il Quale il Secondo ricordò loro gli ordini di Colui il Quale il Comandante, anche se si notava, sul suo imperscrutabile viso, balenare, a tratti, la furia del non poter far nulla di concreto per risolvere la situazione.
Liberodivolare osservò con soddisfazione l’enorme mina approntata ed espose ai compagni il piano da lui ideato.
Appena la Creatura sarebbe uscita dalla caverna loro, dal foro superiore, avrebbero calato la mina e avrebbero fatto saltare la Caverna così da impedire al Raugunan di attaccare le radici dell’Albero.
Almeno, così facendo, avrebbero sottoposto la Creatura ai raggi solari che sembrava che la stessa evitasse.
Forse così facendo avrebbero scoperto il perché il Raugunan si comportava in quel modo.
Ora si doveva solo attendere che tornassero, con una eventuale soluzione, i compagni che si erano recati dall’Albero.
Tutto quello che era possibile fare era stato fatto, una frugale colazione silenziosa completò quella nottata frenetica, e, sapendo che di giorno non correvano pericolo, Libero invitò tutti a riposare perché la notte sarebbe stata insonne e tutti avrebbero dovuto combattere con le unghie e con i denti.
Poi si guardò le unghie e osservò che se l’era mangiate tutte per la rabbia, restavano i denti ma per evitare cure dentistiche prese un grosso martello e disse che lui avrebbe lottato col martello e forse con le noci di cocco così da evitare ulteriori danni al suo apparato masticatorio cui teneva molto.
L’Albero tremava tutto per lo sforzo in quanto doveva anche lottare con il nemico sotterraneo ma lo sforzo più grosso era la sintesi di un complessissimo aminoacido suggerito dal Cervello.
Forse era davvero la più complicata sostanza che si potesse immaginare ma era anche l’unica cosa che poteva dare una speranza di vittoria.
Il Cervello aveva suggerito tutto ciò ma aveva anche detto che questo sarebbe bastato solo se il Raugunan non avesse superato una soglia di ricostruzione che nessuno era capace di misurare.
Superata quella soglia niente e nessuno avrebbe potuto più far niente.
L’Albero sintetizzava lentamente la sostanza facendo crescere sulla parete interna del suo enorme tronco delle bacche ripiene di quel veleno vegetale di enorme potenza.
Il Cervello aveva anche detto che la sua efficacia era determinata anche dall’esposizione ai raggi solari che effettuavano una sorta di reazione finale rendendolo pernicioso per il Raugunan, bisognava, quindi, attirare la Creatura all’aperto e anche di giorno.
A questo punto ogni dubbio cadde e Colui il Quale il Comandante disse che quel giorno, proprio verso le 13 ci sarebbe stata una eclisse totale di sole.
Era l’unica occasione per poter mettere fine alla creatura e bisognava approfittarne.
Tutti concordarono con lui e si congratularono per quella intuizione preziosa ed unica.
I Phargs si incaricavano di raccogliere le bacche e metterle in contenitori fatti di una specie di liana intrecciata anch’essa prodotta dal gigante vegetale.
Colui il Quale il Comandante col dott. Rifleman che sorreggeva un’Elena stremata decise subito di ritornare alla base perché aveva pensato di far approntare una grossa quantità di “Oceano Blu” per poter individuare la creatura, altrimenti invisibile.
La carovana si mise in marcia senza perdere tempo mentre il dott. Rifleman con Elena, dopo aver proposto di far produrre "l’Oceano blu” all’Albero, restarono indietro per predisporre tale incombenza.
Libero, intanto sonnecchiava, e nel suo sonno agitato iniziò a combattere una sua ideale battaglia contro la bestia primigenia che nel suo sogno assumeva la forma di un enorme babau viola a pallini verdi e gialli.
Armato del martello correva intorno all’enorme creatura che sputava fuoco misto anche a sputazzi veri e propri, cercando di colpirlo sui calli che erano grossi come conigli e spuntavano e sparivano in continuazione sulle enormi dita uncinate degli enormi piedi che cercavano di ridurlo a marmellata di marroni.
Ogni tanto Qui o Quo oppure era Qua, per la miseria, in sogno erano ancora meno riconoscibili, gli passava noci di cocco piene di marmellata di mirtilli che lui lanciava in bocca al babau che ad ogni centro esclamava burp!!!! Mentre il grosso pancione si ingrossava.
Inoltre, ogni volta che colpiva un callo, si sentiva un ding!!! e il babau barcollava alzando il piede colpito e aprendo la bocca.
Dalla bocca uscivano fiamme e sputazzi corrosivi ma era il solo modo per fargli ingerire un’altra noce di cocco e questo andazzo proseguiva da diverso tempo.
Libero grondava sudore, correva continuamente agitando il martello, evitava fiamme e sputazzi, lanciava noci, ansimava, ogni tanto si dava una martellata su un dito, colpiva calli e intanto il pancione del babau si ingrossava, si ingrossava, diventando qualcosa di osceno.
Ad un certo punto il babau riuscì ad afferrare Libero sollevandolo dal suolo mentre quest’ultimo con una noce di cocco in mano cercava di andare a bersaglio.
Lo sollevò come fosse una piuma e fece l’atto di premerlo come un limone prima di farselo alla fiamma come un wurstel e papparselo.
Libero vistosi perduto lasciò cadere il martello che, guarda caso, andò a finire su un callo appena appena spuntato.
Il babau emise il burp di avvertimento ed aprì la bocca.
Libero con le ultime forze rimastegli lanciò la noce nella fauci del babau.
Il babau cambiò colore, dapprima scolorì vistosamente, poi divenne di un bel rosso cardinale mentre del fumo gli usciva da tutti gli orifizi noti ed ignoti, poi con un rumore davvero disgustoso scoppiò come un melone marcio emettendo la quintessenza della puzza e inondando di una marmellata di mirtilli semidigerita il povero Libero che si sentì morire anche perché stava cadendo da una altezza considerevole.
Si afferrò con tutte le sue forze ai brandelli di babau che vedeva cadere intorno a lui cercando di frenare, inutilmente, la sua caduta.
A questo punto due sonori schiaffi lo fecero aprire gli occhi che aveva chiuso per la paura.
E si svegliò con le mani spasmodicamente strette intorno ai meloni della Vitty che lo voleva avvertire del ritorno di Colui il Quale il Comandante.
Sotto lo sguardo corrucciato della Vitty violata, rosso come un peperone, Libero allentò la presa a si alzò quasi di corsa allontanandosi precipitosamente prima di soccombere alla furia che andava addensandosi nell’aria.
Colui il Quale il Comandante riferì tutto quello che era stato fatto per sconfiggere il Raugunan, avvertì che avevano a disposizione fino alle 13, disse loro dell’eclisse, dell’unica possibilità che avevano e accolse con piacere le iniziative fatte da Libero & company.
Poi fece scaricare tutte le bacche e rimandò i Phargs a prenderne altre insieme all’”oceano blu” sintetizzato.
Spiegò che si doveva resistere fino alla fine dell’eclisse, prima di poter usare il veleno e raccomandò alle scimmie di non iniziare a tentare di mangiarsi qualche bacca perché avrebbero fatto la fine del verme nella coca cola.
Poi anch’esso si riposò un poco mentre Libero con la scusa di verificare il tutto girava alla larga da Vitty perché ancora vedeva nell’aria un certo risentimento per l’atto inconsulto di poco prima.
Intanto Adriano e Meri avevano legato una grossa corda all’enorme mina approntata ma avevano anche notato che non avevano corda e forza sufficiente per calarla nella grotta.
Allora pensarono di farsi aiutare dalle scimmie e trasportarla nella grotta stessa attraverso l’entrata principale.
Senza disturbare i dormienti iniziarono l’impresa e in poco tempo furono in vista dell’antro.
Senza pensarci due volte entrarono subito in azione portandosi dietro l’esplosivo.
Dopo aver percorso l’enorme entrata videro stagliarsi in fondo l’oscura apertura di un gigantesco cunicolo, non senza un brivido freddo al fondoschiena si inoltrarono in esso percorrendolo per un lungo tratto ma si avvidero che non avanzavano in direzione della spaccatura soprastante e iniziarono a dubitare che la stessa comunicasse con l’abitazione della Creatura.
Preoccupati della scoperta stavano per ritornare sui loro passi quando si avvidero di una piccola e nascosta deviazione alla loro sinistra.
Dal cunicolo principale si dipanava una piccola spaccatura che conduceva nella giusta direzione.
Infatti dopo un poco si ritrovarono al di sotto del pozzo che conduceva sulla scogliera ma questo faceva sorgere un problema molto serio.
Si avvidero infatti che molti altri cunicoli, antichi sversatoi d’acqua oppure letti asciutti di un antico fiume sotterraneo partivano da questo abisso naturale e questo impediva, di fatto di poter prevedere con una esplosione che non vi fossero via di fuga alternative alla Creatura cui davano la caccia.
Adriano propose di tornare indietro e riferire quanto scoperto ma Meri troncò la discussione dicendo che il tempo stringeva e correvano il rischio di non fare in tempo a trovare una soluzione al problema.
Disse anche che se la Creatura usciva non avrebbero potuto più piazzare la bomba nel punto più opportuno e invitò tutti ad esplorare meglio il cunicolo centrale e la caverna d’ingresso.
Dopo poco tempo riuscirono a sapere con assoluta certezza che sia la caverna d’ingresso che la parte di cunicolo fino alla biforcazione non presentavano altre spaccature o crepacci.
L’esplosivo, dunque doveva essere piazzato in modo da far crollare il cunicolo iniziale e la stessa caverna d’ingresso in maniera tale da intrappolare la creatura all’esterno.
Questo significava che il piano iniziale doveva essere cambiato.
Si doveva attendere l’uscita della creatura, poi si doveva entrare nel cunicolo approfittando del pozzo, piazzare l’esplosivo alle spalle del Raugunan e far saltare la bomba battendo in ritirata dallo stesso pozzo.
Occorreva, dunque, fare due cose.
Tenere l’esplosivo a mezz’aria fino a che la Creatura sarebbe passata in modo da non farle rilevare la presenza dello stesso, calarsi poi nel pozzo e fuggire poi dalla stessa strada d’ingresso.
Adriano si offrì volontario, Meri si sarebbe incaricata di portare il messaggio ai compagni, le tre scimmie avrebbero posto dei segnali di allarme, le solite funi coi campanelli, all’ingresso della spaccatura secondaria.
Detto fatto tutti si dedicarono ai compiti prestabiliti.
Libero, avvisato, provvide ad allungare la miccia della bomba calcolando il tempo di combustione della stessa ma non poté che calcolarne il tempo con un margine del 20% in più o in meno.
Inoltre avvertì Adriano che l’onda d’urto avrebbe potuto facilmente colpirlo mentre risaliva il pozzo e questo sarebbe stato molto rischioso.
Adriano rispose che il rischio era il suo mestiere e Libero se ne andò presumendo che Adriano possedesse un (rischiorante) e facesse il (rischioratore) però per maggior sicurezza iniziò a pensare ad una sorta di avvolgitore artigianale di corde in modo da far salire Adriano velocemente.
Dopo aver scartato molte idee pensò ad un tronco su cui avvolgere la corda che se fosse stato messo sotto tensione avrebbe azionato una specie di argano su cui era tesa un’altra corda a cui era appesa una pietra o molte pietre il cui peso totale era superiore al peso di Adriano.
Questo peso sganciato al momento opportuno doveva scaricarsi da qualche parte e, non potendosi scaricare nello stesso pozzo per via della solita onda d’urto, non poteva che scaricarsi nel precipizio sul mare.
Subito con l’aiuto degli altri concretizzò la sua idea a in breve anche questo fu a posto.
Ormai l’oscurità incombeva, il sole era completamente oscurato dalla luna e le ombre si stendevano cupe nelle vicinanze della grotta, l’eclissi rendeva cupo il giorno gia cupo di oscuri presagi e solo le stelle, apparse per magia nel cielo, sembravano alimentare la speranza che tutto potesse risolversi per il meglio.
Colui il Quale il Comandante volse lo sguardo verso il mare dove il lucore del sole baluginava all’orizzonte, forse al di fuori della portata dell’eclisse totale e si soffermò sulle allegre luci della LEDA che sembravano trasmettere a tutti loro un messaggio di augurio e di vittoria.
In quell’istante i campanelli suonarono, tutti si mossero all’unisono verso le postazioni concordate e, muti, ascoltarono i vari segnali che annunciavano l’avanzare della creatura.
Esattamente come Libero aveva previsto, la loro operazione di disboscamento diede i suoi frutti indirizzando la Creatura verso la valletta della sera precedente.
Nello stesso momento Adriano si calò nel pozzo iniziando il trasporto della bomba verso l’ingresso alle spalle della Creatura.
Libero, notando il tremolio nell’enorme mucchio di legname accumulato, diede inizio alla festa incendiando il tutto, intanto le scimmie e i suoi compagni fecero cadere rocce a macigni all’inizio della valletta per evitare che la Creatura potesse facilmente riguadagnare la grotta.
Il buio regnava sovrano ed era squarciato dall’enorme incendio, Colui il Quale il Comandante guardava ipnotizzato l’orologio scandire i secondi aspettando la fine dell’impressionante e bellissimo spettacolo della natura.
In quel preciso istante l’enorme rogo sembrò esplodere, alberi, rami infuocati, fiamme e giganteschi cumuli di scintille saltarono in aria scagliati da una furia immane in ogni direzione.
Alcuni alberi infuocati raggiunsero perfino la LEDA e tutto l’equipaggio ebbe il suo daffare per spegnere i numerosi incendi che però non pregiudicarono la struttura della nave.
Subito Colui il Quale il Secondo diede inizio alle operazioni di riparazione anche se lo spettacolo dell’isola era incredibile stupefacente.
Le fiamme e i bagliori stagliavano una figura enorme che si agitava, enorme massa pulsante che ancora scagliava al cielo la sua rabbia e premeva, mentre attaccava come un’onda vivente, il costone della scogliera.
Intanto sullo stesso costone tutti cercavano riparo dalla furia della Creatura, Libero, bestemmiando come un matto per la bella idea che aveva avuto si era riparato dietro un costone roccioso che proteggeva anche le bacche velenose e smoccolando cercava di individuare dove fossero gli altri.
Vedeva le rocce del costone sbriciolarsi come se fossero triturate da una enorme macchina per fare la ghiaia.
I macigni che erano stati rovesciati in precedenza ripresero vita e sembrarono risalire ai posti originari tutto sembrava prendere vita sotto l’enorme potenza di quella macchina organica cui era stato sottratto il nutrimento.
Intanto Adriano, freneticamente, all’oscuro del pandemonio che si era scatenato all’esterno, aveva completato l’innesco della bomba, correva come un matto verso il pozzo sperando di non vedersi saltare la montagna intorno da un momento all’altro.
Arrivato al pozzo guardò esterrefatto il mare di frammenti infuocati che costellava il fondo dello stesso e la prima cosa che gli passò per la mente fu che la corda stessa aveva preso fuoco.
Ma con sollievo si avvide che tutto sembrava in ordine.
Si aggrappò alla fune dando il segnale ma non accadde nulla.
Nello stesso momento senti tremare la montagna mentre un rumore sordo e senza fine lo colpiva salendo di tono attimo per attimo.
Qui, Quo e Qua non capivano più nulla.
In quella bailamme di fuoco, fiamme, pietre, urla, scoppi, bagliori che la festa di Piedigrotta sembrava una veglia funebre, correvano come pazze da una parte e dall’altra dimenticandosi anche della loro condizione di scimmie.
Volendo salvarsi a tutti i costi dapprima si immedesimarono in salamandre ed arabe fenici, poi in topolini per trovare un buco dove nascondersi, infine decisero di credersi pipistrelli e fuggire nel profondo degli abissi all’inferno che si era scatenato.
Il Raugunan sembrava impazzito ma era solo furioso, se la furia potesse esprimersi in quella cosa aliena, perché gli era stato sottratto del cibo.
Ma stava accadendo dell’altro.
Si avvide che il sole era diventato nuovamente presente in cielo mentre attimi prima non c’era.
Non avendo esperienze del fenomeno perché fino a poco tempo prima era vissuto solo sotto terra, il mostro cercò nei banchi di memoria non ancora del tutto riorganizzati la spiegazione di questa anomalia.
Nello stesso tempo, però, poiché i raggi solari gli davano ancora un certo fastidio cercò di riguadagnare l’oscurità della caverna.
Travolgendo ogni cosa si diresse verso l’imboccatura ma proprio in quell’istante la caverna crollò con un enorme fragore.
Una coltre di polvere densa e pesante si alzò attenuando il fastidio dei raggi solari e diede per pochi istante consistenza all’enorme massa del suo corpo.
La sua reazione fu spropositata anche perché per la prima volta accadevano cose contrarie alla fredda logica che aveva governato la sua mente ancora in embrione ma gia molto complessa e organizzata.
Si lanciò con tutta la sua massa contro il mare di pietre che aveva seppellito la caverna crollata spostando letteralmente l’intera superficie rocciosa.
L’intera isola tremò sotto la sua furia ma qualcosa di peggio doveva ancora accadere.
I pochi minuti di tregua avevano riorganizzato il gruppo di intrepidi della LEDA.
Sotto la guida di Colui il Quale il Comandante il bombardamento con le bacche iniziò.
Le scimmie pipistrello si erano avvicinate al pozzo e stavano quasi buttandosi di sotto quando Qui in uno sprazzo di lucidità vide la fune tesa e si ricordò del segnale che avevano concordato.
Udendo il campanello suonare tirò la fune con tutte le sue forze e liberò il carico di pietre.
Adriano vide la morte guardarlo con occhio sorpreso e maligno simile alla oscura signora di Samarcanda, fece spallucce per dire che cazz’vuo’? e in quell’istante schizzò verso l’alto a velocità supersonica.
Di sotto vide avanzare verso di lui la Signora che indossava un abito simile a Superwoman e che lo stava quasi raggiungendo.
Rifece spallucce continuando a dire mentalmente “ma che cazz vai truvanne?” e schizzò fuori dal pozzo compiendo un lunghissimo arco in cielo come se fosse un arco-baleno.
Al limitare superiore della parabola vide di nuovo la nera signora che con una manovra acrobatica del suo parapendio incrociò la sua rotta aerea ma non riuscì a fare spallucce perché con un prolungamento di urlo che proveniva fin dalla sua partenza precipitò verso la lontana superficie del mare dall’alto del precipizio.
L’urlo si spense in mare dove sprofondò per decine di metri e solo la sua condizione di arco-baleno lo salvò.
Ovviamente anche li sotto la nera signora lo seguì ma lui facendo il gesto dell’ombrello nuotò verso la superficie e spuntò giusto in tempo per scontrarsi col delfino Bambaren e Frag che costeggiavano in attesa di ordini e di notizie.
Fu subito portato sulla LEDA dove Rosagialla e Oti Master lo fasciarono con un chilometro e mezzo di bende per poi ingessarlo completamente per precauzione in attesa del ritorno del dott. Rifleman, poi lo appesero all’albero di maestra dove gli fece compagnia il pescespada che iniziò subito a disquisire sull’opportunità o meno di avere la sciabola affilata a destra o a sinistra secondo se si fosse destrorsi o mancini.
Le tre scimmie furono scagliate dall’esplosione giusto dietro il costone dove stava Libero, ancora intontite vennero prese a schiaffi da quest’ultimo per cercare di svegliarle e anche per provare a se stesso che quello non era un sogno se sentiva male alle mani.
Appena riprese furono incaricate di portare le bacche, senza romperle, sul costone.
La guerra era iniziata.
La prima bacca si spiaccicò sul dorso (chiamiamolo dorso ma non era un dorso semmai un avvallamento, no era un picco!!, no una protuberanza? Ma chiamatela come volete) e subito iniziò a sollevarsi una leggera nebbiolina.
Il Raugunan per la prima volta ebbe la sensazione che gli accadesse qualcosa di spiacevole.
Era una cosa del tutto nuova e alla quale non riusciva a dare un senso ma capiva che era molto più spiacevole dei raggi solari.
Anzi quella sensazione gli ricordava qualcosa di antico, talmente antico da essere sepolto sotto eoni di sensazioni.
Altre bacche piovvero su di lui mentre analizzava quella sensazione strana, le bacche divennero una pioggia e una consapevolezza iniziò a penetrare in lui.
Quella sensazione l’aveva provata un’altra volta, era una sensazione allo stesso tempo di rinuncia e di dissoluzione.
Certo ora ricordava era la stessa sensazione che aveva provato quando era stato destrutturato anzi questa era una sensazione più cruda perché non seguiva un ordine operativo, era una sensazione di morte!!!! ….
Ma fra la morte e la sua furia c’era ancora tempo.
Subito iniziò con delle procedure di difesa che consistevano con l’isolare le parti colpite con uno speciale tessuto osseo di difficile penetrazione, poi si accinse ad espellere questi frammenti come se fossero proiettili e, poiché aveva la facoltà di dirigerli dove voleva iniziò con i luoghi di provenienza delle bacche.
Questo gli permise di prendere tempo perché subito la gragnuola di bacche si attenuò di molto.
Infatti questo attacco improvviso costrinse i poveri malcapitati a ripararsi per non essere colpiti e questo impediva un massiccio lancio di bacche.
Intanto la Creatura lavorava anche per farsi un varco nel fianco della montagna per raggiungere il suo rifugio agognato.
Colui il Quale il Comandante incitò i suoi all’attacco e anche se con difficoltà il lancio riprese.
Libero con le scimmie, seguito da Meri riuscì a guadagnare proprio la verticale sopra l’ingresso della grotta e scatenò da quella posizione un vero infern di fuoco lanciando quantità industriali di bacche che iniziarono seriamente ad intaccare la struttura della Bestia.
Infatti se il Raugunan non avesse in tempo reale incapsulato le bacche la luce solare avrebbe fatto penetrare in profondità il veleno allargando a dismisura le zone infette.
Solo che le facoltà prodigiose della Creatura erano lungi dall’essere sconfitte.
La Creatura iniziò a cambiare densità alla materia, se materia era, di cui era composta.
Questo le permise di aumentare a dismisura la massa superficiale in modo da limitare al minimo i danni.
Anche così il Raugunan si rendeva conto che non poteva contrastare a lungo gli effetti del continuo avvelenamento.
Allora decise di trasportare nel profondo della sua struttura la matrici di formazione rendendo amorfa la struttura circostante.
Il suo scopo era di sfruttare gli stessi raggi solari creandosi una corazza impenetrabile che avrebbe permesso la sua sopravvivenza in eterno a discapito della sua mobilità.
Poi sulla superficie a contatto col terreno dove non poteva esser raggiunto avrebbe sviluppato delle radici mobili che avrebbe fatto penetrare nel terreno fino ad incontrare cavità naturali tali da contenere la sua struttura di comando.
A quel punto sarebbe defluito lasciando il guscio vuoto che avrebbe potuto funzionare anche come specchietto per le allodole mentre lui elaborava le giuste tattiche per eliminare i pericoli di quella sostanza che lo stava uccidendo.
Ovviamente di tutto questo i nostri eroi erano all’oscuro ma una certa preoccupazione nel vedere quasi cessare le reazioni della creatura li spinse a riprendere con zelo il bombardamento.
Libero, poiché non riusciva a scorgere con certezza il suo avversario, si ricordò dell’effetto dell’”Oceano blu” e andò a procurarsi le ultime bottiglie del tonico corroborante.
Le lanciò in parte sulla bestia e in parte se lo bevve perché sentiva il bisogno di conforto.
L’Oceano blu cadde sulla Bestia con effetti sconvolgenti.
La zona interessata dal liquido divenne di un rosso porpora e per un istante Libero si riparò aspettandosi un’altra inzuppata di marmellata di mirtilli semidigerita e puzzolente, ma questa volta l’effetto fu diverso.
La zona rosso porpora divenne simile ad un puntaspilli mentre schizzava in tutte le direzioni la materia ameboide della Creatura, poi in quella zona si creò una specie di avvallamento nerastro e spumeggiante indice che l’effetto corrosivo del veleno era quanto meno decuplicato rispetto a prima.
La Creatura sobbalzò come se fosse stata colpita da un missile nucleare.
Questa volta provò la sensazione inimmaginabile del dolore vero.
A questo punto persa anche la speranza di continuare nella sua impresa attese la sua fine che però non venne.
L’”Oceano Blu” era finito e questo era un evento inaspettatamente favorevole alla Creatura.
Colui il Quale il Comandante per la prima volta storse la bocca in una imprecazione inaspettata che fece restare con la bocca aperta tutti i suoi compagni.
Persino le scimmie si cosparsero il capo di cenere ricordando quanto liquore si erano scolate senza pensare che fosse l’arma finale.
Ma tutto questo non poteva accadere, pensò Libero, dopo tanta fatica dopo che si erano battuti fino all’estremo con l’invincibile Creatura aliena.
Accasciato, con le bacche in mano, preso quasi dal desiderio di mangiarsele a morsi, vedeva la Bestia che, ringalluzzita, ricostruiva lentamente la corazza infranta decisa a portare a compimento quanto deciso.
In quel momento di sconforto, però, accadde l’inimmaginabile.
Dal folto della foresta iniziarono ad uscire decine, centinaia di Phargs che presero a lanciare bacche e frutti sulla Bestia traslucida e imbozzolata.
I frutti, che non erano altro che “Oceano Blu” concentrato scatenarono una reazione a catena nella creatura che divenne davvero tutta rosso porpora.
Sembrò che la terra si aprisse quando la creatura sobbalzò mentre la corazza si dissolveva lasciandola indifesa in balia del veleno.
Neanche la sua reazione di inclusione dei proiettili che riceveva e il conseguente lancio degli stessi contro i suoi assalitori le dava il vantaggio iniziale.
I Phargs accusavano i colpi senza profferire verbo e andavano avanti col bombardamento senza fermarsi un attimo.
La Creatura si lanciò in mezzo a loro assorbendo, schiacciando, ma nello stesso tempo assorbiva bacche di veleno, frutti di “oceano Blu”, contribuendo così alla propria distruzione.
Ogni Phargs che cadeva era sostituito da altri dieci, per ogni bacca persa dieci cento arrivavano al bersaglio.
L’ultima difesa della creatura fu il tentativo di suddividersi in milioni di frammenti per potersi ricostituire un giorno, ma anche questo venne neutralizzato dai Phargs che circondarono la zona con una serie di strutture vegetali tali da drenare ogni singola particella della Creatura e sottoporla alla cura necessaria alla sua distruzione definitiva.
La battaglia era vinta, dal costone si udivano urla di gioia mentre il dott. Rifleman ed Elena uscivano dalla foresta salutando i Compagni.
Dalla LEDA intanto si alzavano fuochi artificiali, canti e razzi a festeggiare la vittoria che Colui il Quale il Secondo avevano seguito dalla coffa col cannocchiale tremando e trepidando all’unisono con i suoi compagni sull’isola.
Perfino il pescespada si era zittito con il sollievo di Adriano mentre la lotta arrivava all’apice ma ora che la tensione si era allentata iniziava nuovamente a guardare sottecchi Rosagialla sperando di non diventare il piatto forte dei festeggiamenti.
Per maggior misura salì di nuovo sulla coffa dove felice ma da solo, in attesa di Libero, restò ad osservare la festa sottostante.
Intanto sull’isola la festa era iniziata.
Tutti si abbracciavano e cantavano per la vittoria conseguita ma, all’improvviso Meri chiese dove fosse Adriano.
Tutti si fermarono all’improvviso perché nella foga dell’azione nessuno l’aveva più visto.
Poi Libero si chiese chi avesse fatto uscire Adriano dalla grotta ma nessuno rispose.
In verità Qui rispose ma nell’occasione contingente la sua risposta non venne intesa anche perché lo scimmiesco non era compreso bene.
Un profondo silenzio cadde sul gruppo raccolto intorno a Colui il Quale il Comandante che recatosi sull’orlo del pozzo seguito da tutto il gruppo accertato che il pozzo era crollato definitivamente iniziò a imbastire un discorso di cordoglio per commemorare il primo Eroe della LEDA.
Tutti piangevano mentre Elena e Meri avevano raccolto e confezionato una corona di fiori da mettere sulla monumentale tomba formata dall’enorme ammasso di pietre che aveva seppellito il loro compagno.
Libero, mordendosi le mani perché era stato lui a costruire il meccanismo che avrebbe dovuto salvare il malcapitato, iniziò col suo martello a scolpire la lapide commemorativa, mentre tutti leggendo davano consigli e suggerivano pensieri.
Ogni volta, però, questi continui consigli avevano l’unico risultato di far sbagliare lo scalpellino che doveva rompere la pietra e ricominciare daccapo.
Alla trentaduesima lapide Libero iniziò a perdere la pazienza, alla quarantatreesima colpì la testa di Meri col martello facendo fuggire tutti.
Poi scrisse sulla pietra “Qui giace Adriano, possessore di un rischiorante, che condusse vita rischiosa facendo il rischioratore, e morì per il bene dei compagni, pace all’anima sua, meglio a lui che a me, con affetto ed amicizia Liberodivolare e tutta la LEDA”.
Poi, mestamente, dopo aver concordato con i Phargs che l’indomani sarebbero stati dall’Albero per il commiato, tornarono alla LEDA per dare la triste notizia ai loro compagni d’equipaggio.
Avvicinandosi alla nave pensavano a come dare la notizia a tutti visto che stavano festeggiando come matti.
Certamente il loro mesto arrivo avrebbe raffreddato l’atmosfera festosa della nave ma la vita è fatta di belle e cattive notizie e nessuno può dire in che momento ti cadranno addosso le prime o le seconde.
Con stupore tutto l’equipaggio li vide avvicinarsi mestamente alla fiancata e salire a bordo.
Tutti pensarono che ci fosse qualcosa che non andava, forse la bestia non era stata sconfitta, forse si doveva ancora combattere.
Domanda mute si scontravano con occhi pieni di lacrime.
Rosagialla fu la prima che si avvicinò al gruppetto mentre le scimmie facevano comunella con le altre li sui pennoni e il pescespada cercava di attirare l’attenzione di Libero agitando una pinna.
Vitty, Meri ed Elena si tuffarono fra le sue braccia piangendo mentre Libero scrollandosi le mille mani che cercavano di trattenerlo iniziò a salire la scaletta di corda che portava alla coffa dove poteva piangere in pace.
Ma non aveva messo il piede sul primo scalino che si trovò la faccia di Adriano contornata dal bianco delle bende e del gesso che stava li appeso a mezz’aria sull’albero di maestro.
Lo spavento che provò fu talmente forte che schizzò quasi fuori bordo.
Un urlo lancinante si alzò improvviso e spaventoso mentre Libero iniziò a correre lungo la tolda della nave andando a nascondersi dietro il ponte di comando.
Tutti si chiesero cosa fosse accaduto e per un mezzo minuto vi fu un parapiglia generale.
Intanto Libero chiedeva perdono all’Anima di Adriano perché era convinto che questa lo perseguitasse essendo stato lui l’inconsapevole autore della sua improvvisa dipartita.
Promise in rapida successione di dedicarsi alla sorveglianza perpetua del suo luogo di sepoltura, poi, pensandoci bene, gli promise mille messe, poi sembrando le messe costose gli promise una candela al giorno ricordandosi vagamente di un proverbio che faceva “ Una candela al giorno ti toglie il morto di torno”.
Infine gli dedicò tre paternoster e un’avemaria e scrutò se l’apparizione fosse sparita.
Ma si accorse con orrore che l’apparizione perdurava, anzi faceva anche strane facce come se stesse bestemmiando.
Intanto un coro di risa generale percorreva la LEDA.
Rosagialla aveva spiegato l’arcano e aveva dato la lieta notizia del recupero in mare di Adriano.
Tutti si recarono a festeggiare il povero e comunque Eroe che aveva corso un pericolo mortale, afferrarono il bianco salsicciotto e lo portarono a guisa di madonna in processione per tutta la nave.
Solo Libero, che nel frattempo si era rifugiato sulla coffa in compagnia del pescespada , continuò per un bel pezzo a pensare che Adriano fosse un fantasma e solo dopo che venne costretto a scendere dai morsi della fame che avevano preoccupato lo stesso pescespada e si fu assicurato come novello San Tommaso della consistenza dell’amico, si liberò di quella insana impressione.
Inutile soffermarsi sui festeggiamenti ultragalattici che vennero approntati sull’Isola.
Dopo dieci giorni di bagordi Colui il quale il Comandante decise che era giunto il momento di spiegare le vele e andare incontro ad altre avventure.
Dall’Albero avevano ricevuto particolari sostanze persuasive che potevano irrorare il cuore di bontà e comprensione, dal cervello alieno ebbero i mezzi per poter parlare con le balene e individuare con estrema precisione queste ultime oltre alle navi assassine.
Prima di partire Colui il Quale il Comandante ebbe un lungo colloquio con Elena che aveva espresso l’intenzione di restare sull’isola per fare da tramite fra l’Albero e il Cervello Alieno.
In tal modo in breve tempo avrebbero avuto a disposizione la possibilità di risanare il pianeta e le conoscenze tecnologiche per esplorare oltre la Terra anche l’Universo.
Colui il Quale il comandante non poté che darle ragione ma assicurò anche che sarebbero sempre passati di li perché l’Isola segreta da allora in poi sarebbe stata la base della LEDA.
Inoltre era anche curioso di visitare la base aliena e colloquiare a lungo con l’Albero che non dovendosi più preoccupare del Raugunan avrebbe potuto dedicare tutte le sue energie per il bene del Pianeta.
La partenza fu straziante perché dove si combatte per un ideale si lascia sempre un pezzettino del proprio cuore.
Uno sventolio di fazzoletti e fiumi di lacrime condì la partenza della LEDA.
Pian piano l’Isola rimpicciolì in lontananza, divenne piccina piccina, baluginò all’orizzonte avvolta in una luce irreale, ammiccò…… e scomparve.
FINE
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