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Utente: ArturBlord
Nome: Artur Blord
Lady Tristezza ti prego, non ti voltare e non cercare di ingannarmi, con lo sguardo, perché non accetterò giudizi, stavolta, se non quello del cuore. Rilassati, Lady Tristezza, di me ti puoi fidare: io sono colui che ti consacrò la notte. Davvero non ti ricordi di me? Conosco la vita, che celi nell'anima, perché ne sono stato il testimone principe. Non mi sottovalutare: io fui complice dei tuoi segreti. Non ti puoi nascondere a me. Né farmi credere che tutto sia andato perduto... Scrollati, Lady Tristezza, è dentro di te la battaglia più importante. Quella che, da troppo tempo, cerchi di evitare. Ma a cui, comunque, non potrai sfuggire. Oppure, davvero, perderai tutto il tesoro che custodisci con mortificante ermetismo nelle riservatissime tue profondità, inarrivabili, dei sentimenti e che non vuoi più condividere. Convinta, in questo modo, di ripararti dalle ferite della vita... Non vedi che t'inganni? Non vedi quanta gente, esausta, ignara dei segreti, tuoi e meravigliosi, finirà per rinunciare, proprio sulla soglia di una porta, quella del tuo cuore, chiusa da troppo tempo e invano? Forse vaneggio, ubriaco dei ricordi e delle speranze di una ragazza che non c'è più. Forse davvero non sei più tu, Lady Tristezza, la ragazza alla quale, una notte che fu, offrii la stessa mia vita e forse anch'io, come te, mi dovrò rassegnare prima o poi... Scusami Lady Tristezza forse t'ho disturbata per niente. Ma valeva la pena di tentare un'ultima volta, prima di arrendermi, sconfitto da un nemico, senza volto né identità, ma abbastanza potente da soffocarmi, inesorabile, un pezzo di cuore: quello con i tuoi sorrisi, così luminosi, un tempo, che mai, avrei detto, sarebbero affogati nell'ombra. Quell'ombra scura che da troppo tempo, ormai, ti vela gli occhi Lady Tristezza... Anche adesso.

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Spedizione della LEDA - Nona Puntata




Apesara percorreva il sentiero che portava all’albero-casa.
La notte era calata ma la luna piena e una miriade di stelle illuminavano il paesaggio dandogli un aspetto fiabesco.
Sulla sua sinistra si profilava la scogliera che delimitava la spiaggia e giusto più in la c’era la radura dove avevano incontrato i Phargs.
Una strana sensazione la distrasse ai suoi pensieri e si fermò in attesa che i suoi sensi le dessero conferma su ciò che l’aveva allarmata.
Ma nulla si muoveva, né si scorgevano ombre tranne quelle dei cespugli e degli alberi circostanti.
Si incamminò accelerando il passo e in poco tempo, sorpassata la radura, si avviò verso i compagni che l’attendevano all’accampamento degli uomini albero.

Non scorse dietro di lei l’enorme ombra che al suo passaggio scuoteva gli alberi abbattendoli, né si avvide che dove c’era un pezzo di giungla ora c’era una specie di sentiero nudo che portava dritto all’enorme caverna che si apriva sul fianco della montagna.

Fortevento lo squalo sentiva odore di preda nelle vicinanze.
Il suo perfetto corpo da macchina per uccidere solcò velocemente l’acqua pregustando il vicino pasto, per un attimo fu distratto da una grossa cernia che, disperatamente, cercava di guadagnare la sua tana che era nelle vicinanze.
Fortevento la seguì con i suoi occhi fissi ed assassini poi con un poderoso colpo di coda si allontanò sprezzando la misera preda per dirigersi verso l’effluvio di odori e vibrazioni che gli suscitavano lontani ricordi.

Uncino sguazzava nell’acqua gridando che calassero una scialuppa per recuperarlo ma i suoi accoliti avevano altro per la testa con Peter e i suoi amici che, svolazzando, li stavano ridicolizzando per tutta la nave.
Peter aiutato da Wendy aveva preso in una rete un gruppo di scagnozzi e li aveva legati all’albero maestro, Campanellino aveva rinchiuso nella stiva i malcapitati che c’erano caduti prima, soltanto Spugna con il residuo numero di pirati cercava di lanciare una cima al comandante e allo stesso tempo con la pistola cercava ancora di centrare Peter.

Finalmente il capitano riuscì ad afferrare la corda e cercò di risalire a bordo con la spada fra i denti ma l’uncino non è che fosse adatto alla bisogna.
Campanellino, intanto nella foga di chiudere nella stiva i pirati si intrufolò in un altro boccaporto per cercare il modo di chiudere le altre uscite della stiva.
C’era un buio pesto in quel locale e il saltapicchio volante accese una torcia per vedere dove fosse finito.
Con suo sommo terrore si avvide che era capitato fra palle di cannone e barili di polvere che stipavano il locale dal pavimento al soffitto si voltò per uscire e vide scritto sulla porta “Santabarbara”.

“e che diamine
” esclamò “ mo lo scrivono all’interno e non all’esterno?
Cercò di uscire ma si dimenticò che sapeva volare, infilò la scala e inciampò sull’ultimo gradino, la torcia cadde a terra e lui uscendo urlò che stava per scoppiare tutto.
Subito i pirati iniziarono a calare una scialuppa mentre alcuni di loro si buttarono a mare allontanandosi come se fossero finalisti dei cento metri stile libero.
Peter e Campanellino si alzarono in volo ma Wendy rimase impigliata con un piede in una sartia delle vele, Peter se ne accorse e tornò indietro cercando disperatamente di sciogliere il nodo.

Il Capitano stava per salire sulla scialuppa quando Fortevento attaccò uscendo dall’acqua e tranciando di netto un remo della scialuppa.

Uncino sbiancò emettendo un urlo prolungato e cercando disperatamente di salire sulla scialuppa che con un remo tranciato girava su se stessa vicino alla nave, Spugna con l’altro remo cercava di colpire il pescecane sul muso mentre quest’ultimo ignorando le remate non aveva in testa che il Capitano il quale, a sua volta, disperatamente, si difendeva dalle ganasce dando calci e nuotando a velocità supersonica.

Peter cercò con un coltello di tagliare la corda che tratteneva Wendy ma in quel momento tutto saltò in aria, la nave si ridusse in mille pezzi mentre una coltre di fumo nascondeva pietosamente la sorte dei nostri eroi.

Elena, intanto, percorreva i corridoi di quella meraviglia tecnologica ma l’assenza di uscite e di persone iniziava a minare la fiducia che l’aveva sorretta fino ad allora.
La ricchezza di quel palazzo la stupiva sempre di più, l’uso e la raffinatezza dei materiali usati per costruirlo erano inestimabili.
Pareti ricoperte di metallo simile all’oro avevano intarsi e decori in pietre dure dai mille colori che splendevano sotto le luci.

Aveva attraversato alloggi, magazzini pieni di ricambi ed altre parti di macchinari di difficile identificazione, giardini zeppi di piante e fiori.
Enormi ambienti con macchinari che sapeva funzionanti solo dal piccolo ronzio che emettevano mentre un pulsare profondo spandeva vibrazioni che dimostravano le enormi forze che tali macchinari generavano.
Alla fine di un corridoio si accorse che era arrivata in un ambiente grandissimo dove sfociavano tanti altri corridoi simili a quello da lei percorso.
C’era una serie di gradini che scendevano verso il centro mentre l’intera superficie circolare era dotata di scranni come una immensa arena.
Al centro di questa costruzione c’era una specie di podio sopraelevato mentre tutt’intorno c’erano dei seggi imponenti finemente decorati mentre proprio di fronte al podio si vedeva una statua che pur essendo distante era inequivocabilmente umana.
Elena percorse velocemente i gradini rendendosi conto che poteva anche rimanere ferma perché i gradini come una scala mobile viaggiavano verso il basso anche a velocità sostenuta.
In pochi attimi fu accanto alla statua e con stupore si accorse che era la sua copia perfetta.

Completamente flippata e non credendo ai suoi occhi toccò quell’oggetto che non poteva esistere che confermò la sua convinzione di stare sognando.
Si diede un pizzicotto ed urlò dal dolore.
Ancora incredula continuò la sua esplorazione tattile quasi sperando che all’improvviso la statua si animasse, ma non accadde nulla.

Si volse allora verso il podio e per avere una visione di tutto l’emiciclo salì su di esso.
Si girò intorno guardando quei seggi vuoti e cercò di immaginare l’intera sala piena di esseri simili all’uomo.
Se li immaginava di portamento maestoso, con negli occhi quella sicurezza che proviene dalla sapienza e dalla pace.
E, all’improvviso, erano lì, il brusio pacato di migliaia di persone mentre al posto della statua c’era ora un individuo con paramenti riccamente ricamati e intessuti in oro e pietre preziose con sul capo una specie di copricapo che al centro aveva una specie di pietra verde enorme.

Lei su quella specie di podio era circondata dalla stessa luce verde che la pietra emetteva e si accorse, allarmata, di non potersi muovere.

Libero aprì gli occhi sicuro di essere stato ridotto dall’esplosione in tanti pezzettini e vedendo la faccia di Qui vicino alla sua si spaventò credendo di essere all’inferno, poi si tranquillizzò e cercò di spiccare il volo ma cadde rovinosamente a terra.
Oltremodo confuso cercò i resti della nave, pensò a cosa fosse successo a Wendy, cercò di afferrare una spada, un pugnale, con gli occhi si volse a destra e sinistra per vedere dove fossero i pirati ma vedeva solo il verde di un prato.
Qui, intanto, cercava di attirare la sua attenzione e offuscate figure si muovevano intorno.
Spossato si rifugiò di nuovo in un sonno questa volta senza sogni.

Colui il Quale il Comandante, sapute le ultime notizie, decise di recarsi al più presto al luogo dell’appuntamento.
Riferì la sua attenzione ai suoi compagni e ai Phargs e stabilì di attendere l’alba per partire.

Elena era immobile mentre intorno a lei, in una lingua sconosciuta e musicale, ferveva una accesa discussione.
L’individuo che era di fronte a lei sosteneva animatamente con gesti ed espressioni del viso la sua opinione perché la tensione che c’era nell’aria la si poteva letteralmente sentire sulla pelle.
Gli altri componenti che sedevano sui troni erano evidentemente in contrasto fra loro chi dando ragione e chi torto al perorante.

Pian piano però Elena capì cio che dicevano perché si accorse che la lingua parlata era molto simile alla lingua sarda e, stupita, seppe che vi era incombente una catastrofe naturale che quel popolo conosceva da diverso tempo.
Alcuni, fra cui il perorante, volevano abbandonare la base, così chiamavano quel luogo, e tornare al loro pianeta di origine, altri sostenevano che la base sarebbe stata in grado di sopravvivere alla catastrofe e non era necessario abbandonarla.

La discussione andava avanti ormai da ore ed Elena era ormai frastornata e completamente stravolta dall’attenzione che doveva avere per cercare di capire cosa dicevano, le sembrò che le tesi del perorante fossero ascoltate e si convinse di cio quando vide intere sezioni di folla sparire come se fossero teletrasportate.

Pian piano l’enorme emiciclo si vuotò.
Anche i personaggi sugli scranni scomparvero uno ad uno finché non rimase che il Capo che con alcuni cenni delle mani mise in stato di quiete l’intera base, poi volse lo sguardo intorno passando attraverso Elena come se fosse invisibile e come se desse un arrivederci a quell’ambiente si voltò e in batter d’occhio scomparve.

Elena incredula rimase per ancora un attimo in tensione poi crollò sfinita al suolo e si avvide che la statua era di nuovo al suo posto.
Questa volta, però, la statua trasmise un immagine, poi un pensiero, poi una serie di impulsi come se volesse contattare la sua interlocutrice.

Infine un flusso di informazioni iniziò a fluire verso la statua che dopo pochi istanti fu in grado di parlare correttamente e informò Elena di essere una immagine, anzi un Avatar del cervello della Base.
Gli era stato dato l’incarico di tenere in ordine la Base fino al ritorno degli Atlantidei e in un primo momento aveva creduto che lei fosse una di questi ultimi.
Poi analizzando la mente aveva compreso che poteva essere una dei discendenti di quella razza che non avevano voluto seguire gli altri.

Il cataclisma c’era stato ma la base era sopravvissuta.
Non si poteva dire lo stesso di alcune altre basi sparse per il pianeta.
Solo piccoli gruppi erano scampati ma, non potendo raggiungere la base, erano regrediti e pian piano avevano perso il ricordo della loro provenienza che era rimasta come mito nella loro memoria razziale.
Inoltre doveva essere successo qualcosa anche nel pianeta natale perché dopo un po’ non vi erano stati altri contatti con esso ma il cervello continuava la sua missione e l’avrebbe continuata fino alla fine del tempo.

Elena aveva capito solo la metà di quello che il cervello le aveva trasmesso ma erano impellenti alcuni suoi bisogni e primo fra tutti quello di conoscere il modo di uscire da li dentro.

Il cervello le disse che non c’era di che preoccuparsi, avrebbe lui provveduto a questo, poi la invitò ad andare in quella che poteva essere la sala comando della base e mentre lei era ancora insicura anticipò il suo consenso trasportandola li dentro.

Nel cuore della Base una enorme sala dalle luci cangianti sembrava essere la copia conforme del cielo stellato.
Non c’era modo di capire se esistesse un suolo o un soffitto, si era sospesi in un mondo virtuale fatto di luci, di informazioni, di software che a volte si solidificava e a volte diventava nebbioso e inconsistente.
Come se fosse seduta nell’aria bastava toccare con mano una delle luci per avere istantaneamente informazioni o dare comandi.
Il cervello le faceva da supporto e le spiegava in un attimo le funzioni di quel luogo.
Poteva accedere a milioni di anni di informazioni, poteva avere a disposizione tutto il sapere di una razza antica, aveva a disposizione la storia dei minimi avvenimenti accaduti sulla terra negli ultimi millenni.
Annichilita dal potere esistente in quella sala e dubbiosa sul suo effettivo diritto a queste conoscenze rimase ferma non osando nemmeno sfiorare le luci vicino a lei.

Il cervello le disse che competeva solo a lei la decisione e avrebbe potuto pensarci con comodo.
Avendo registrato il suo codice molecolare, in qualsiasi momento avrebbe potuto raggiungere soltanto pensandoci quel luogo per sapere cio che le interessava.
Poi le chiese se voleva raggiungere i suoi amici e alla sua risposta affermativa la sala scomparve e lei si trovò all’improvviso al centro dell’accampamento.

Il Dottor Rifleman diede un urlo e schiantò a terra quasi infartuato all’apparire di Elena, balbettando si stropicciò gli occhi incredulo, Elena si volse verso di lui sorridendo ma ciò accentuò la paura del poveretto che scappò fermandosi ad una certa distanza sopraffatto dalla curiosità.
Ai cenni di saluto di Elena rispose titubante poi si avvicinò con circospezione sempre pronto a fuggire a quello che credeva un fantasma ma Elena gli rivolse un caldo sorriso e si accinse a raccontare cio che le era successo.
Incuriosito si sedette su una pietra ad una certa distanza e iniziò ad ascoltare.

Fortevento si svegliò col sapore di uno stivale in bocca e con lo stomaco che le faceva male neanche avesse ingoiato un mezzo remo, Vitti si guardava intorno in cerca del topo spasimante, e Adriano si grattava dappertutto sentendo chili di polvere su se stesso.
Lentamente tali sintomi li lasciarono, la mente si liberò dai profumi allucinogeni dei fiori e si ritrovarono tutti seduti sul prato che si stendeva al disopra della valletta, l’immagine della LEDA alla fonda nella baia perse i connotati di nave pirata, la grida delle scimmie persero il tono delle voci dei pirati, e Rosagialla smise i panni di Uncino facendo trasparire da sotto i baffi il sorriso sornione di chi aveva risolto il brutto momento che i suoi amici avevano corso.


postato da: ArturBlord alle ore 06:40 | link | commenti
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