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Utente: ArturBlord
Nome: Artur Blord
Lady Tristezza ti prego, non ti voltare e non cercare di ingannarmi, con lo sguardo, perché non accetterò giudizi, stavolta, se non quello del cuore. Rilassati, Lady Tristezza, di me ti puoi fidare: io sono colui che ti consacrò la notte. Davvero non ti ricordi di me? Conosco la vita, che celi nell'anima, perché ne sono stato il testimone principe. Non mi sottovalutare: io fui complice dei tuoi segreti. Non ti puoi nascondere a me. Né farmi credere che tutto sia andato perduto... Scrollati, Lady Tristezza, è dentro di te la battaglia più importante. Quella che, da troppo tempo, cerchi di evitare. Ma a cui, comunque, non potrai sfuggire. Oppure, davvero, perderai tutto il tesoro che custodisci con mortificante ermetismo nelle riservatissime tue profondità, inarrivabili, dei sentimenti e che non vuoi più condividere. Convinta, in questo modo, di ripararti dalle ferite della vita... Non vedi che t'inganni? Non vedi quanta gente, esausta, ignara dei segreti, tuoi e meravigliosi, finirà per rinunciare, proprio sulla soglia di una porta, quella del tuo cuore, chiusa da troppo tempo e invano? Forse vaneggio, ubriaco dei ricordi e delle speranze di una ragazza che non c'è più. Forse davvero non sei più tu, Lady Tristezza, la ragazza alla quale, una notte che fu, offrii la stessa mia vita e forse anch'io, come te, mi dovrò rassegnare prima o poi... Scusami Lady Tristezza forse t'ho disturbata per niente. Ma valeva la pena di tentare un'ultima volta, prima di arrendermi, sconfitto da un nemico, senza volto né identità, ma abbastanza potente da soffocarmi, inesorabile, un pezzo di cuore: quello con i tuoi sorrisi, così luminosi, un tempo, che mai, avrei detto, sarebbero affogati nell'ombra. Quell'ombra scura che da troppo tempo, ormai, ti vela gli occhi Lady Tristezza... Anche adesso.

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Spedizione della LEDA - Ottava puntata




Il boccaporto si aprì con fragore creando un rettangolo azzurro sull’uniformità nera della stiva.
Giù per le scale si lanciarono tre brutti ceffi dalla faccia segnata di cicatrici di antiche battaglie che afferrarono i nostri Eroi per trascinarli al cospetto del Capitano.
Uncino, seduto su un trono in legno dorato ed intarsiato guardava con sincera concupiscenza i tre salsicciotti scaricati ai suoi piedi.

Lisciandosi i baffi con l’uncino esclamò ridendo sguaiatamente “Peter finalmente potrò cibarmi del tuo cuore dopo averti fatto a fettine insieme ai tuoi degni compagni”.

Poi, rivolgendosi alla sua ciurma, “Appendetemi questi salami per i piedi all’albero maestro che ora ci divertiremo un poco”

Subito i pirati si lanciarono su Peter & Company ma quest’ultimo sgusciò dalle mani dei suoi carnefici e con un balzo, libero dalle corde, si ritrovò sul parapetto della nave.
Wendy e Campanellino, invece, sebbene liberi anch’essi dalla corde, rimasero nelle mani dei pirati che riuscirono a trattenerli.

Uncino balzò in piedi urlando che non lasciassero scappare il suo nemico e avvicinandosi ai due prigionieri minacciò di passarli a fil di spada se Peter non si fosse arreso.
Peter osservando la situazione afferrò uno dei legni usati per avvolgere le corde delle vele e si scagliò nel bel mezzo dei pirati mazzolando i calli a tutti quelli che stavano intorno ai suoi amici.
Cio permise a questi di fuggire e rifugiarsi sui pennoni della nave.

Fra i pirati che saltavano massaggiandosi i piedi e la confusione che si era estesa a tutto il ponte Uncino era diventato di un bel rosso paonazzo e sembrava che dalle orecchie e dalle narici uscisse del fumo.

Furioso si scagliò con la sua spada verso Peter urlando che l’avrebbe infilzato come un tordo e menando fendenti a destra e a sinistra, rischiando di affettare anche qualche membro del suo equipaggio, ingaggiò un duello con Peter armato della mazzuola, certamente inadeguata rispetto alla sciabola del pirata.
Nonostante ciò, sopperendo alla disparità delle armi con la possibilità di volare, il duello continuò mentre il resto dei pirati cercava in vari modi di intrappolare i due fuggitivi che svolazzavano fra le sartie e le vele cercando di aiutare in vari modi il loro amico.

Spugna si arrabattava con un archibugio cercando di colpire Campanellino ma i suoi tentativi avevano solo forato un paio di vele e colpito un paio di Pirati nelle parti molli facendoli precipitare in mare.
Campanellino gli fece cadere una sartia in testa con tutto il verricello per evitare il quale il pirata si spostò bruscamente sparando l’ultimo colpo verso la zona dove Uncino e Peter combattevano.

Il colpo sfiorò Uncino rasandogli uno dei baffi e spezzando in due la spada.
Il Capitano si volse stupito verso il suo secondo e gettando fiamme dagli occhi iniziò a percuoterlo in testa con l’elsa della spada.
Ciò consentì a Peter di poter dare una mano a Wendy che era, ormai, circondata dai Pirati.
Con un volo radente, picchiando sulle nocche dei Pirati, li fece precipitare chi in mare, chi sulla tolda della nave, qualcuno anche nella stiva centrando giusto il boccaporto aperto, poi picchiando sulla spalla ad Uncino intento ancora a punire il suo secondo lo colpì mentre questo si voltava giusto in fronte con la mazzuola creandogli un bellissimo bernoccolo.

Cio lo fece inferocire ancora di più e cercò di scagliarsi a testa bassa su Peter riuscendo ad afferrarlo per una spalla.
Quest'ultimo, però, si divincolò facendo perdere l’equilibrio al Pirata che, agitando le braccia, cadde a testa in giù dalla tolda finendo in mare ignominiosamente.

Intanto Rosagialla e Fortevento erano sulle tracce di Liberodivolare & Company guidate dalle scimmie.
Queste ultime con in testa Qui, Quo e Qua saltavano di palo in frasca, (letteralmente), e in breve tempo giunsero nelle vicinanze del luogo dove le tre scimmie si erano separate da Libero e dagli altri perché istintivamente avevano fiutato il pericolo dei fiori allucinogeni.

Ma questo Rosagialla e Fortevento non lo sapevano e nonostante le grida di avvertimento delle scimmie si inoltrarono anch’esse fra i cespugli ricoperti di fiori.
Fortevento aveva preso proprio il sentiero seguito prima da Libero, Vitty ed Adriano, mentre Rosagialla che stava più in alto e, attardata, da Qui, Quo e Qua che la trattenevano, era sopravvento all’effluvio dei fiori e non subiva la loro influenza.

Vide, dunque, distintamente Fortevento rallentare i suoi movimenti e scoordinarsi, precipitando al suolo sotto l’azione del profumo ipnotico.
Ma, in un primo momento, non capì perché cio accadesse, poi, però, si rese conto della situazione e cercò di trovare una soluzione che potesse metterla in grado di soccorrere gli amici senza subire la loro stessa sorte.

Intanto Fortevento si sentiva molto strana.
Gli sembrava di avere nella testa un ticchettio continuo mentre intorno a lei tutto sembrava ondeggiare con dei contorni incerti che diventavano indistinti con la distanza.
Ad un certo punto si accorse di avere intorno a lei delle creature che sembravano volare e si rese conto con stupore che erano pesci ed altre creature marine che erano sotto, intorno e sopra di lei come era sopra di lei un baluginio continuo che illuminava e colorava il mondo subacqueo.

Pensò allora, con stupore, che fosse annegata e il suo spirito aleggiasse ancora negli abissi marini, poi i suoi pensieri lentamente svanirono perdendosi nel nulla e una nuova consapevolezza sostituì la precedente.

Una coscienza fatta di istinti primordiali in cui capeggiava quello della sopravvivenza, una consapevolezza dell’ambiente circostante analizzato in maniera differente e con sensi che ora soltanto capiva di avere, consapevolezza di un corpo adattatosi da milioni di anni fino a farlo diventare uno dei re degli abissi.

Consapevole di essere una perfetta macchina per uccidere, Fortevento, lo Squalo, si lanciò con sicurezza alla caccia delle prede che sentiva essere alla sua mercé nelle vicinanze.

Colui il Quale il Comandante era ancora frastornato dall’esperienza mistica avuta ma era anche consapevole di aver avuto ragione nel sospettare che c’era una minaccia all’apparente onnipotenza dell’Albero.
L’aveva sentita nella mente del primo Pharg, era stata alimentata nel vedere il pozzo e cio che i Phargs facevano con metodicità e con una certa fretta dettata da una nascosta preoccupazione ed ora c’era la conferma dallo stesso albero.
Qualcosa di pericoloso attentava le radici dell’Albero, unico punto debole di quell’organismo quasi perfetto.

I Phargs avevano la loro validità proprio per lottare contro tale minaccia ma, incapaci di creare in loro stessi i germi della distruzione, la loro azione si limitava a cercare di dissuadere tale minaccia alimentandola di cibo alternativo attraverso il pozzo.

Strategia questa, finora, vincente ma che permetteva alla "Minaccia" di crescere e man mano che la "Minaccia" cresceva i loro sforzi erano sempre più vani ed ora la misura era quasi colma, la grandezza della "Minaccia" era tale che non era più possibile alimentarla con frutta e verdure.

La fame era tale che le radici iniziavano ad essere intaccate e cio avrebbe causato la morte dell’Albero e dei Pharg, poi sarebbe toccato all’Isola tutta e poi la "Minaccia" sarebbe dilagata in tutto il Mondo.

Bisognava fare qualcosa perché ormai si capiva che tutti erano coinvolti e forse l’imperfezione umana che aveva ancora in se i germi della morte e dell’aggressività avrebbe, almeno in questo caso, avuto la giustificazione che mai era stata trovata.

Certamente Colui il Quale il Comandante avrebbe preferito soluzioni meno traumatiche ma, allo stesso tempo, capiva che se fosse stato necessario bisognava battersi come in una versione di Armageddon in quanto occorreva che la "Minaccia" sparisse definitivamente perché si era capito che il Tempo non serviva ad altro che a farla diventare sempre più pericolosa e distruttiva.

Però occorreva anche capire in cosa consistesse questa "Minaccia" perché il simbolismo del linguaggio dell’Albero era fuori della portata della comprensione umana e i Phargs potevano solo trasmettere la sensazione ma non l’immagine, forse perché questa "Minaccia" non l’avevano mai, effettivamente, vista davvero.

Due erano le soluzioni:

L’una prevedeva calarsi nel pozzo ma questo comportava finire direttamente nelle fauci di questa Bestia perché se si mangiava frutta e verdura a maggior ragione si sarebbe pappati Uomini e Phargs.
La seconda era, forse, di entrare nel sottosuolo attraverso l’enorme caverna vista vicino alla scogliera, in questo caso al limite avrebbero avuto sempre una via di fuga alle loro spalle.

Il Dottore Rifleman, Lumachina e Oti avevano trovato i vestiti di Elena sugli scogli, Frag e i delfini iniziarono appena ad esplorare il settore di mare prospiciente gli stessi quando, all’improvviso, Apesara arrivò, mandata da Colui il Quale il Comandante per riferire il problema al Dottore e agli altri componenti della squadra.

Stupiti ascoltarono la relazione di Apesara e i commenti e le proposte si sprecarono in gran numero poi si decise che occorreva anche avvertire degli sviluppi Colui il Quale il Comandante che non sapeva dei dispersi e delle vicende accadute dopo la sua partenza.

Apesara avrebbe riferito cio che era successo e tutti si sarebbero dati appuntamento al limite della scogliera dove c’era la caverna appena risolti i problemi contingenti.

In quel frangente Frag tornò riferendo la scoperta della grotta semisommersa e tutti si recarono da quella parte decisi a recuperare Elena.

Quest’ultima si era appena svegliata dopo la lunghissima caduta e l’ambiente in cui si trovava aveva perso quelle caratteristiche di sogno che l’avevano accompagnata fino ad allora.
Non si rendeva conto che era tornata alla normalità non piu influenzata dai funghi e la caverna in cui si trovava era situata proprio sotto il sentiero su cui Rosagialla sostava pensando su come dovesse intervenire per salvare Libero & Company.

Le scimmie ancora inquiete non disdegnavano però di continuare ad ingozzarsi di tutto ciò che riuscivano a trovare e la loro curiosità era tale da andarsi ad infilare in ogni pertugio o salire su qualsiasi albero esistente sul pianoro.

Elena, invece, a tastoni, aveva trovato il proseguimento della grotta che sembrava formato da gradini che salivano verso l’alto.
Il fatto che quei gradini sembrassero opera di qualcuno e non fossero naturali la stimolarono a proseguire, nonostante il timore di altre esperienze traumatiche, e così continuò a salire.

Gli scalini cessarono bruscamente lasciandola su una specie di ballatoio delimitato da una parte dalla caverna e dall’altra da un muro in blocchi di pietra squadrati in cui uno spazioso corridoio si allungava nel buio più profondo verso inimmaginabili scorci di una civiltà sconosciuta.

Elena era indecisa sul da farsi, muoversi al buio comportava situazioni eccessivamente pericolose oltre al rischio di fare una brutta fine perdendosi nei meandri di quelle segrete e finendo miseramente per fame o sfinimento.
A proposito di fame, mormorò, è parecchio tempo che non mangio e la situazione
è già critica.

In quel momento calpestò qualcosa.
Sembrava una torcia ma non aveva con se nulla per accenderla poi si rese conto che non era una torcia ma una specie di cilindro su cui sembravano incisi dei segni.
Il cilindro sembrava di metallo e ne fuoriusciva un certo calore che lei sentiva distintamente per via dell’aria fredda che aleggiava nella costruzione.
Seguendo i contorni sul cilindro non riusciva a capacitarsi a cosa servisse e all’improvviso sentì sotto le dita una specie di rilievo che le richiamò alla mente un pulsante.

Premette su di esso ma non accadde nulla e allora premette con più forza e all’improvviso il corridoio si illuminò totalmente e per tutta la sua lunghezza.

Elena per lo stupore lasciò cadere il cilindro che rotolò sul bordo del ballatoio e prima che potesse afferrarlo cadde nell’oscurità della grotta sottostante ma il corridoio rimase illuminato e a lei non restò che inoltrarsi in esso continuando l’esplorazione di quel luogo tanto misterioso.

La prima cosa che notò fu il brusco cambiamento del materiale che formava il corridoio.
Infatti dopo alcuni metri e in maniera netta i blocchi di pietra cessavano e il corridoio sembrava formato da un materiale traslucido come se fosse un metallo o una materia plastica particolare.

Alla fine dl corridoio una porta chiudeva l’accesso e in un primo momento Elena pensò che fosse simile alla porta dei sogni trovata in precedenza e iniziò a smoccolare pensando a come potesse aprirla, ma con suo grande stupore, bastò arrivare alla porta che subito questa si aprì senza alcuna resistenza e non facendo alcun rumore.
L’ambiente in cui si trovò era una specie di disimpegno nelle pareti del quale si trovavano altre porte simili a quella appena oltrepassata.
La prima si aprì facilmente e si trovò in una specie di spogliatoio le cui pareti erano formati da armadi colmi di tute simili ad uniformi con tutti gli accessori.
Adiacente a questa stanza vi era un locale dove alle pareti dei loculi che sembravano docce invitavano a usarli per ripulirsi nel migliore dei modi.

Con un po’ di timore, pronta a ritrarsi al minimo pericolo, Elena ne approfittò subito.
Il suo corpo fu avvolto da una miriade di getti d’acqua con intensità e calore tali da farle provare una sensazione di benessere particolarmente piacevole.
Frammisto ai getti uscì dalle pareti anche una specie di sapone che formò naturalmente una schiuma lievemente profumata, poi ulteriori getti d’acqua dissolsero la schiuma lasciandola perfettamente pulita e getti di aria calda le massaggiarono ed asciugarono il corpo in pochissimi istanti.

Vestita di tutto punto con una tuta autoregolante ,che l’aveva meravigliata sia per i materiali quanto per la vestibilità e la piacevolezza del tessuto, uscì dallo spogliatoio e si accinse a visitare quel luogo pieno di cose meravigliose.

Un'altra porta la introdusse in quella che sembrava una mensa piccola ma tecnologicamente perfetta dove al tavolo centrale circondato da sedie fisse sui loro supporti di metallo bianco simile all’argento.
Alle pareti vi erano macchinari complessi e di difficile identificazione.

Elena si avvicinò ad uno che sembrava un forno a microonde poi ad una serie di sportelli dove alcuni segni che sembravano istruzioni per l’uso certamente non la illuminavano piu di tanto.
Finalmente giunse ad uno sportello aprendo il quale trovò della roba in pacchetti chiusi che sembrava una bambagia dolce.
Le ricordò in parte lo zucchero filato e istintivamente si fidò dei suoi sensi pensando che non fosse roba nociva al suo organismo, confortata anche dal fatto che tutto fino a quel momento presupponeva che i veri fruitori di tutto ciò fossero di razza umana.

Dopo essersi cibata di quella manna trovò anche un rubinetto da cui scaturiva acqua appena ci si avvicinava.
Rifocillatasi, si accinse a continuare l’esplorazione ma allo stesso tempo finalmente capì che la sua prolungata assenza avrebbe certamente causato scompiglio fra i suoi amici.
Ma non sapendo come avvertirli l’unica era cercare qualcosa che potesse farle capire dove si trovasse oppure una uscita che, come in una novella Divina Commedia, le facesse di nuovo rivedere le stelle.

Intanto Rosagialla aveva deciso: si sarebbe costruita una maschera di fortuna e avrebbe cercato di trascinare lontano dai fiori Fortevento e gli altri.
Le scimmie avrebbero tenuto l’altro capo di una corda che si sarebbe legata alla vita e se fosse successo qualcosa l’avrebbero salvata trascinandola lontano dal pericolo............

Continua

postato da: ArturBlord alle ore 21:27 | link | commenti (2)
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Commenti
#1    29 Dicembre 2006 - 13:10
 
¨Che difficoltà a tradurre!
NessUno
utente anonimo

#2    30 Dicembre 2006 - 00:47
 
Avanzo piano piano nella storia che incuriosisce.
NessUno
utente anonimo

Commenti