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Utente: ArturBlord
Nome: Artur Blord
Lady Tristezza ti prego, non ti voltare e non cercare di ingannarmi, con lo sguardo, perché non accetterò giudizi, stavolta, se non quello del cuore. Rilassati, Lady Tristezza, di me ti puoi fidare: io sono colui che ti consacrò la notte. Davvero non ti ricordi di me? Conosco la vita, che celi nell'anima, perché ne sono stato il testimone principe. Non mi sottovalutare: io fui complice dei tuoi segreti. Non ti puoi nascondere a me. Né farmi credere che tutto sia andato perduto... Scrollati, Lady Tristezza, è dentro di te la battaglia più importante. Quella che, da troppo tempo, cerchi di evitare. Ma a cui, comunque, non potrai sfuggire. Oppure, davvero, perderai tutto il tesoro che custodisci con mortificante ermetismo nelle riservatissime tue profondità, inarrivabili, dei sentimenti e che non vuoi più condividere. Convinta, in questo modo, di ripararti dalle ferite della vita... Non vedi che t'inganni? Non vedi quanta gente, esausta, ignara dei segreti, tuoi e meravigliosi, finirà per rinunciare, proprio sulla soglia di una porta, quella del tuo cuore, chiusa da troppo tempo e invano? Forse vaneggio, ubriaco dei ricordi e delle speranze di una ragazza che non c'è più. Forse davvero non sei più tu, Lady Tristezza, la ragazza alla quale, una notte che fu, offrii la stessa mia vita e forse anch'io, come te, mi dovrò rassegnare prima o poi... Scusami Lady Tristezza forse t'ho disturbata per niente. Ma valeva la pena di tentare un'ultima volta, prima di arrendermi, sconfitto da un nemico, senza volto né identità, ma abbastanza potente da soffocarmi, inesorabile, un pezzo di cuore: quello con i tuoi sorrisi, così luminosi, un tempo, che mai, avrei detto, sarebbero affogati nell'ombra. Quell'ombra scura che da troppo tempo, ormai, ti vela gli occhi Lady Tristezza... Anche adesso.

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Il Pozzo degli Dei - secondo capitolo -




Buio, occhi spalancati, "non ci vedo" -pensa- "sono cieco" - Taylor, disteso supino, si porta le mani vicino al volto ma è inutile, non vede niente.
A tentoni, si trascina in avanti, incapace di sollevarsi da quel pavimento che sente formato da blocchi di pietra, squadrati, leggermente sconnessi.
Finalmente tocca una parete, identica al pavimento.
Poggiandosi ad essa, lentamente si solleva fino a reggersi in piedi.
Sempre con le braccia in avanti esplora lo spazio a sua disposizione.
In breve tempo scopre di essere in un vano di circa tre metri per cinque, ma la sua sorpresa piu' grande è che, esplorando le pareti non ha trovato alcuna porta.
Ora la sua preoccupazione primaria è sapere le sue condizioni visive.
Niente, con gli occhi spalancati, non vede nulla.
Eppure non sente alcun dolore, i riflessi sono normali, ma gli occhi, sembrano non funzionare.
Arrivato ad un angolo della stanza si avventura, tastando con i piedi davanti a se, al centro della sua prigione.
L'attraversa in diagonale, poi, forte della sua esperienza di archeologo, in breve tempo, riesce a farsi, almeno, una visione mentale di come è fatta la sua cella.
E' leggermente a forma trapezoidale, con la parete piu' piccola alle sue spalle.
Esplora nuovamente il muro dietro di se, partendo dal basso e andando verso l'alto.
Non riesce a stabilirne l'altezza perchè anche saltando non tocca alcun soffitto.
Si accorge, pero', che vi è, ad un certo punto, una cornice all'altezza, approssimativa, di due metri e trenta.
Si accanisce vicino alla parte delimitata da questa cornice superiore e scopre due fessure verticali, ma, per quanto faccia, può solo supporre che possa esserci un entrata sbarrata da una lastra di pietra, massiccia, impossibile da spostare.

"Ci deve essere un meccanismo di apertura" - pensa - "Sicuramente però sarà posizionato all'esterno".

Lentamente, sente il suo corpo rispondere, con sempre più prontezza, ai suoi stimoli, segno che non ha alcun danno fisico,
Solo questa cecità che potrebbe essere causata non da un danno fisico ma dalla mancanza di luce, dato che non sente alcun dolore.
In verità un acuto stimolo di fame e sete inizia a permeare i suoi pensieri.
Lo ricaccia con forza in fondo alla sua mente, non ha tempo per queste cose, ora, ci sono molte cose da capire, da scoprire e vi è la domanda principale da porsi.

"Come sono capitato in questo luogo e chi mi ha chiuso in questo buco?"

E, poi, il mistero di quello che ha visto o gli è sembrato di vedere nel Tempio.
Un brivido gli percorre la schiena al ricordo dell'improvvisa animazione della statua, l'espressione di quel viso, così estranea da sembrare inumana.
A dire il vero la cattiveria che gli sembrava di aver visto su quel viso poteva anche essere una qualsiasi espressione, visto che l'aveva catalogato, ormai, come un qualcosa di completamente estraneo alla specie umana.

La lunga esperienza di catalogatore e di detective delle antiche civiltà gli permetteva di arricchire continuamente il suo bagaglio di indizi, di comparazioni, di fatti.
Certo non c'era un solo dato concreto.
Anzi l'unica cosa concreta era la prigione in cui stava e la fame che ora si era fatta davvero pressante.
Calcolò che dovevano essere passate almeno 72 ore dall'ultimo pasto decente che aveva fatto e, inoltre, anche la sete iniziava a tormentarlo.

Indossava ancora i suoi abiti, e, "accidenti" - pensò - "in una tasca devo ancora avere una tavoletta di cioccolato che ho portato con me nel tempio".

Si fruga nelle tasche e, sorpresa!!, trova la tavoletta e, ancora di più una scatola di fiammiferi.
Febbrilmente, tremando, con le mani, afferra uno di quest'ultimi e lo sfrega sulla parete di pietra.
La luce che ne scaturisce sembra una fotoelettrica ai suoi poveri occhi.
Un rantolo di sollievo gli esce dalla bocca mentre la tensione accumulata in quelle ore in parte si dissolve.
Accostato alla parete, alla fioca luce residua, Taylor si rende conto che tutto quello che aveva già osservato al buio è veritiero.
Poi, accantonata l'esplorazione, apre l'involucro della cioccolata e, con volutta', lentamente , se la gusta, cercando di assaporarla al meglio e più a lungo.
Purtroppo, il piacere non dura a lungo, ma la sensazione psicologica di aver messo qualcosa sotto i denti, lo rende più aggressivo e attento nel cercare di scoprire il modo di poter uscire dalla stanza.
Ricorda, con rammarico, lo zainetto, pieno di cose, normali, ma ora preziosissime, precipitato con lui ma non recuperato.
Allora l'aveva del tutto dimenticato.
Arrotola, con cura, la cartina della tavoletta, si toglie la camicia e ne strappa un lembo, cercando di farne una rudimentale torcia.
Un prezioso fiammifero viene sacrificato e, di nuovo, compare una luce a violare le tenebre che regnano assolute in quel luogo.
Concentra la sua attenzione sulla lastra che dovrebbe celare l'ingresso, si rende conto che le scalanature verticali sono proprio delle fessure di scorrimento.

"Ma come aprire questa tomba?"

Il pensiero, agghiacciante, di essere stato sepolto vivo si affaccia alla sua mente ma, alla luce delle sue conoscenze, nessuna civiltà aveva questa abitudine senza prima sottoporre a un processo l'eventuale vittima.
Confortato, se così si puo' dire, da questi pensieri, si accoccola in un angolo.
Vorrebbe star sveglio, ma il tempo, difficilmente misurabile in quelle condizioni, deve essere passato in abbondanza perchè la stanchezza si fà sempre più forte.
Cerca di lottare contro Morfeo
Ormai in dormiveglia, i pensieri e i ragionamenti si fanno sempre più lenti e ingarbugliati.
Senza accorgersene cade, all'improvviso, in un sonno che si preannuncia denso di sogni e di incubi..........

Una luce irreale satura l'ambiente.

Taylor sente sulle palpebre la pressione fastidiosa di quest'ultima, ed è riluttante ad aprire gli occhi perchè non sa se ha paura della luce o di che cosa, essa, potrebbe rivelare.
Il sogno, lentamente, si trasforma in realtà, apre gli occhi.
E' disteso sulla schiena, vede una luce fredda, uniforme che sembra scaturire dalle pietre del soffitto.
Attraverso la coltre luminosa, vede, infatti, le pietre squadrate di una volta a botte.
Spalanca gli occhi, meravigliato da un particolare architettonico, banale, ma che, ai suoi occhi, sembra una incongruenza per il luogo dove dovrebbe essere.
Mai e poi mai si sarebbe aspettato in quella Regione un sistema di costruzione simile a quello.
Un leggero movimento lo distrae dai suoi pensieri.
Volge la sua attenzione verso la porta che adesso, nota, è aperta, ma quello che lo fa, letteralmente, sobbalzare, è la ragazza che, al lato della porta lo osserva in silenzio.

Vestita di bianco con degli ornamenti che sembrano d'oro e pietre preziose, sembra essergli leggermente familiare.
John l'osserva con circospezione, ma non puo' fare a meno di notare i lunghi capelli neri, gli occhi color viola, i lineamenti perfetti a completamento di uno straordinario portamento, messo in risalto, anche, dall'abito che indossa.
Ne ammira la composta severità con cui lo osserva, la totale mancanza di paura nello stare al cospetto di uno sconosciuto.
Neanche il sussulto e il suo, improvviso, risveglio la fanno trasalire.
Taylor si alza in piedi e, mantenendosi a rispettosa distanza, farfuglia: " chi sei?.... dove mi trovo?... che posto è questo?.... Come sono capitato qui?.

Resosi, poi, conto che così facendo non avrà alcuna risposta, continua: "Io mi chiamo John, e, tu come ti chiami?.
Una espressione perplessa vela, per un attimo, l'enigmatico volto della fanciulla, ma solo per un attimo, poi una voce argentina risuona, improvvisa, rimbombando dentro e fuori dalla sua testa: "Il mio nome è Deianira, Johntaylor".

John fà un balzo, portandosi le mani alle orecchie.

"Ma cos.....?" - esclama - "Tu non hai aperto bocca" - realizzando, finalmente, cosa sia accaduto.

"Scusami Johntaylor, non credevo che non potessi sopportare il mio Kerioch, ora ho capito come fare, mi comprendi bene?"

John con gli occhi fuori dalle orbite vede formarsi le parole nella sua mente non più disturbato dall'intromissione di suoni che, ora comprende, è il suo stesso cervello a generare per giustificare quello che riceve tramite sensi, fino ad ora, sconosciuti.

Mille domande, mille curiosità, si scatenano d'improvviso ma, con un gesto perentorio sono bloccate sul nascere da Deianira che continua: "ora no, Johntaylor, Ut-napiscti ti attende" - , una sensazione d'amore accompagna questo termine oscuro, "solo lui puo' spiegarti quello che vuoi sapere e solo a lui tu puoi rivelare il messaggio che gli Dei ti hanno affidato"..

"Il messaggio?, quale messaggio" - pensa John, e, poi, folgorato: "ma io non le ho mai detto di chiamarmi Taylor".

"Allora è vero legge nella mia mente" - continua a riflettere - "del resto che importa, non ho nulla da nascondere...."

Arrossisce, ricordando le frasi di ammirazione, inespresse, ma ancora vivide che gli sono venute in mente alla vista della ragazza.
Ma quest'ultima non dando alcun segno di aver capito cosa abbia pensato si è avviata fuori della cella invitandolo con un gesto a seguirla.
John si avvia con questa, singolare, guida in un corridoio lungo ed illuminato allo stesso modo della cella.
Sembra che la luce scaturisca dalle pietre, osserva ,mentre arranca dietro il veloce passo di Deianira.
L'immobilità cui è stato costretto e la prolungata mancanza di cibo non l'aiutano certo in questa passeggiata.
Inizia una lunga scalinata che li porta verso i piani superiori in una costruzione, che, a quanto sembra, deve essere molto grande.
Sbucano in un groviglio di corridoi e sale che, all'improvviso, si aprono per poi restringersi in nuovi cunicoli.

Tutto è sfarzoso, le pareti ricoperte da affreschi, o da mosaici in pietre multicolori, le scene raffigurate talvolta rappresentano paesaggi, a suo parere fantastici, vi sono raffigurati animali, conosciuti e sconosciuti.
In uno dei più belli riconosce o gli sembra di riconoscere l'essere che ha visto nel Tempio.
Fà per chiedere spiegazioni a Deianira, ma proprio in quel momento giungono di fronte ad una porta maestosa, che sembra fatta con una sola, massiccia, lastra d'oro, sapientemente incisa a sbalzo.
Vi sono raffigurati 8 esseri, diversi, ed eppure simili fra loro, che sembrano attendere coloro che si preparano a presentarsi al loro cospetto, con una tale espressione di superiorità ma anche di infinito amore che chiunque si sentirebbe in dovere di provare un sentimento di gratitudine nei loro confronti.

John si dà dello stupido, ma non può fare a meno di sentire quella stessa sensazione aleggiare nel suo animo.
Si chiede se quest' ultima non sia indotta da meccanismi uguali a quelli che permettono a Deianira di parlargli nella mente, ma un suono melodioso, risuona all'improvviso e vede la porta, lentamente, aprirsi.
In che modo non riesce a capirlo, ma la porta si spalanca senza alcun rumore.

Il suono proviene da una sala che incomincia ad intravedere e che suscita in lui l'ennesimo senso di stupore che, ormai, è diventato una consuetudine.
La sala che si rivela al suo sguardo è qualcosa di inconcepibile.

In primo luogo è immensa.

Dovunque volge lo sguardo non ne vede la fine.
Il lucore diffuso ne annebbia i contorni così come l'orizzonte, ad un certo punto si confonde con il cielo, specialmente quando si osserva un mare o un deserto.
Solo alti pilastri che si perdono nella luminosità di un soffitto invisibile, ma che deve essere molto in alto, dimostrano che si trova, ancora, in una costruzione e non in uno spazio aperto.

Sulla destra un vero e proprio giardino, da quando è dato constatare, mentre davanti a se c'è una distesa d'acqua, un vero e proprio lago, che continua fino a dove può arrivare il suo sguardo.
Con una espressione attonita si volge verso la ragazza chiedendole con lo sguardo spiegazioni, ma lei, di tutta risposta, fà un cenno e lui vede avvicinarsi uno strano battello dalla sua sinistra.
Man mano che si avvicina, scivolando su quelle acque madreperlacee, lo sguardo di John si fa sempre più perplesso.
Alla vista è un normale battello, ma non c'è nessuno alla sua guida, inoltre, la cosa più sconvolgente è la mancanza di una qualsiasi scia, di una qualsiasi increspatura che sconvolga lo specchio d'acqua.
Ormai vicino, il battello inizia a rivelare altre caratteristiche impossibili.
In primo luogo non ondeggia.
Resta fisso ed inamovibile qualsiasi sia il movimento che John cerca di dargli.
Poi si accorge che, all'interno, la sua profondità è maggiore rispetto alla superficie dello specchio d'acqua, anche se comincia a dubitare anche della realtà di quest'ultimo.
Deianira, immobile e in silenzio lo lascia fare per un pò, infine sale con un movimento fluido e regale sul presunto battello invitando John a fare altrettanto.
Lui, restio, ma soggiogato, salta a bordo.
Il battello conferma di essere simile ad una roccia, nessun rollio lo scuote.
Si accomodano in quella che sembra la poppa su un comodo divano e il battello parte a velocità sostenuta.
Solo che non si sente alcuna forza d'accelerazione, sembra di stare fermi ma la velocità aumenta di secondo in secondo, in pochi attimi, stima quest'ultima è già di almeno sessanta - settanta miglia all'ora e aumenta costantemente.
Il paesaggio, se così si può definirlo, sfreccia ai due lati dell'imbarcazione e le molte domande accumulate restano inespresse, perchè John è preso dall'irrealtà di questa situazione.

Deianira, d'altro canto, non sembra rivolgere soverchia attenzione al suo compagno di viaggio, ma guarda in avanti con una espressione attenta.

"Sembra che stia guidando" osserva John perplesso, ma non osa distrarla.

Ormai la velocità è al di fuori di ogni logica reale, non osserva quello che scorre ai lati perché il solo guardare gli dà una sensazione di nausea, ma, in pochi minuti, si accorge che stanno rallentando.
Di fronte a se osserva l'avvicinarsi della fine del viaggio.
Infatti il lago, o quello che è, finisce lasciando il posto ad una specie di giardino pieno di piante e fiori mai visti.
Attraccano, o meglio si fermano dolcemente su di una sponda simile a quella iniziale e si inoltrano in quella specie di Eden che si apre di fronte a loro.

John osserva stupito la bellezza del luogo, ma inizia anche a percepire qualcosa di alieno in quello spettacolo.

Gli manca qualcosa, non riesce a capire bene la sensazione di privazione che sente, poi, all'improvviso l'illuminazione: "non vi sono uccelli", esclama fra se, "e neppure animali o insetti".

Si sente nuovamente demoralizzato di fronte alla palese dimostrazione che sta vivendo un'avventura ai limiti della pazzia.
Gli tornano in mente tutti i dubbi che l'hanno tormentato dal momento della caduta e, si chiede, se tutto questo non sia generato dalla sua mente e se, in quel momento il suo corpo giaccia storpiato in fondo al pozzo mentre i suoi amici stanno tentando di recuperarlo.

Chissà, forse l'intera montagna è crollata, pensa, siamo tutti morti e questa è l'anticamera del Paradiso?, o dell'Inferno?

Viene distratto da questi pensieri perché si stanno avvicinando ad una specie di ampia scalinata che immette su una piattaforma che sovrasta il giardino.
In cima lui vede una figura seduta su un alto scranno che li osserva mentre si avvicinano.
E' un uomo alto, con un fisico muscoloso, drappeggiato da una veste dai colori cangianti che gli ricordano sete orientali, sembra essere in piena forma, nonostante i suoi capelli e la sua folta barba completamente bianca.
Indossa un pesante collare sacerdotale in un metallo argenteo e ha sul capo un piccolo elmo composto dello stesso materiale.
Vicino allo scranno vi è una strano meccanismo, il primo che vede da quando è giunto in quel luogo, che dimostra, però, l'avanzato stadio scientifico raggiunto dalla scienza da questa strana civiltà.

La luce diffusa, lo strano battello, lo stesso luogo dove si trovano, hanno, ora, una possibile spiegazione, a lui ignota, ma che, forse, quell'uomo su in cima potrebbe svelare.
Già, l'uomo, pensa John, rivolgendo di nuovo l'attenzione su colui che li stà attendendo.
Ora che è quasi al suo cospetto, lo osserva con crescente interesse.
L'uomo stà armeggiando vicino al dispositivo, occupato a fare, evidentemente, delle regolazioni su dei quadranti che quest'ultimo mostra sulla parte superiore.
Volge quasi le spalle agli ospiti.
John ha una strana sensazione, osservandolo.

Nella sua mente sgorga, improvvisa, la "voce" di Deianira "Ecco, Johntaylor, siamo al cospetto di Ut-napiscti"

L'uomo, lentamente si volge verso di loro, John osserva a bocca aperta.

"Finalmente sei giunto, fratello" - mormora, sorridendo, un John Taylor, invecchiato, ma quasi uguale al suo doppio.
John osserva se stesso avvicinarsi.

Non ha nemmeno la forza di sottrarsi al suo abbraccio, sente a malapena le parole che questi gli mormora: "Non svenire proprio ora John, tutto ha una spiegazione, ma è necessario, per la salvezza di tutti, che tu mi dia le informazioni che Assur ti ha trasmesso, e ne ho bisogno ora.....".

postato da: ArturBlord alle ore 07:37 | link | commenti (16)
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Il Pozzo degli Dei



Nel 1974, durante uno scavo archeologico in Iraq, a circa 40 chilometri a sud-est di Baghdad, viene scoperta una stele scolpita con strani simboli che sembrano essere la conferma dell'esistenza di un antico alfabeto babilonese usato nel 2200 a.C. prima della fondazione della dinastia arronita (200 a.C.).
Dopo tre anni di studi l'archeologo inglese John Taylor riesce a tradurre parzialmente le iscrizioni della stele con l'aiuto del suo assistente Alan Deep e grazie a successivi ritrovamenti di altri reperti.
Il luogo degli scavi si rivelò presto una sorta di archivio di un ricco mercante: vennero ritrovate numerose tavolette di argilla recanti incise notizie sui bilanci mensili e annuali dei suoi affari.
La stele invece sembra essere un'opera commissionata dal sovrano ad un famoso artista scalpellino il quale l'aveva affidata al mercante per il trasporto.
Le iscrizioni sulla stele riguardano un luogo mitologico: il "Pozzo degli Dei".

La completa decifrazione delle scritture portò all'apertura di nuovi scavi nei pressi dell'antica Lagash alla ricerca del tempio in onore del dio Assur che custodisce il Pozzo.
La leggenda vuole che è proprio attraverso quel pozzo che Assur, Marduck, Shamash, Ishtar, Enlil, Ea, Anu e Sin arrivarono sulla terra all'origine dei tempi e da lì diedero origine al mondo come oggi lo vediamo: Anu creò il cielo, Enlil l'aria, Ea l'acqua, Shamash il sole, Sin la luna, Ishtar le stelle, Marduck diede fertilità alla terra.
Ogni Dio dopo aver dato al mondo una parte del suo essere è ritornato nella Terra degli Dei attraverso il Pozzo, mentre Assur è rimasto sulla terra a guardia del Pozzo.

Le iscrizioni sulla stele erano molto precise e il tempio fu ritrovato e completamente portato alla luce in due soli anni.
Durante i pazienti scavi per liberare l'ingresso del tempio vengono scoperte altre iscrizioni che raccontano con molti particolari l'operato degli dei nei loro atti creativi come se chi raccontava quelle vicende le avesse vissute veramente.
Liberato l'ingresso cinque studiosi entrarono nel tempio per esplorare il suo interno, erano Taylor, Deep, Brown, McEwan e Al Shavez.
L'interno è molto grande, le pareti decorate, un altare di pietra al centro della grande sala, due corridoi entrano nella montagna e conducono in una sala interna con un grande buco nel terreno recintato con un muro alto poco più di un metro e tante panche ti pietra disposte su tre file tutto intorno al Pozzo.
Mentre Taylor sta esplorando il Pozzo una scossa di terremoto scuote l'intera montagna e questi cade nel vuoto lasciando di sé solo l'eco di un urlo agghiacciante mentre sulle facce degli altri si alternano espressioni di stupore e di paura.
Quando il giorno seguente ripresero i lavori e l'esame degli studiosi fu con totale sbigottimento che si accorsero che al posto del Pozzo ora c'era una statua raffigurante proprio Taylor con abiti primitivi in atteggiamento sofferente stringendo in mano un anfora decorata con simboli indecifrabili.

Cosa era successo ?

Vorticare di idee, lampi, schianti improvvisi, irrompono nella mente che si ribella a queste dolorose intrusioni e vorrebbe tornare indietro.

Indietro? Dove?  Indietro!

Squarci si aprono nelle tenebre che circondano i ricordi che pian piano iniziano a fluire.
"Ma cos'è accaduto", mormora il Dott. Taylor, mentre, pian piano riacquista il controllo del proprio corpo.
Il dolore si impadronisce di lui, ed è insopportabile, ma è solo un attimo, poi, lentamente si affievolisce, lasciandolo spossato.
Cautamente si muove, il dolore non aumenta, la prima sensazione di sollievo è, pero', subito spenta dall'angoscia che sgorga, improvvisa, quando si rende conto dell'estranieta' della situazione in cui si trova.
"Cos'è accaduto", mormora fra se nuovamente, poi il ricordo diviene piu' forte, si concretizza, gli avvenimenti precedenti, gli anni spesi per decifrare la stele, la spedizione, gli scavi, il tempio, il pozzo.........

Si si il pozzo
.

Ecco, la memoria è tornata, il Pozzo degli Dei, ora ricorda come si trovasse sporto sul basso muretto del pozzo ritrovato, cercando di scrutare nelle tenebre sottostanti, il buio interrotto da quel lieve baluginio, scorto e non scorto, che lo portarono a sporgersi di piu'.
Poi la scossa, l'avvertimento, tardivo degli amici, la mano in fallo, la caduta, il folle tentativo di aggrapparsi a qualcosa che non c'è, e l'urlo.

Si l'urlo che gli risuona ancora nelle orecchie, estraneo, come se provenisse dall'alto e anche dal basso, l'urlo, che ora, si rende conto, proveniva dalla sua bocca mentre precipitava.

Precipitava!!......

Istintivamente solleva gli occhi in alto, dove dovrebbe essere l'imboccatura del pozzo, ma quello che vede gleli fa' strabuzzare.
Volte ricoperte d'oro, luccicano nella penombra rischiarata da fievoli torce allineate alle mura del tempio.

Il Tempio spoglio, polveroso, ingombro di macerie, ora è uno splendido luogo ricoperto di marmi e metalli preziosi, i sedili sono davanti a lui, splendidi scranni in attesa di chissà quali Sacerdoti,
Si rende conto solo ora di essere poggiato al muretto del pozzo che ora è alle sue spalle, una grata d'oro ne ricopre la cavità.
La sua mente, attonita, sembra scoppiare, tutto gli gira intorno, mentre cerca di capire, di accettare una situazione tanto irreale.
"Sono morto o stò delirando per le ferite riportate nella caduta", pensa, e cerca, nel frattempo di attenuare il tremito che lo percorre.
"Ma tutto questo sembra così reale", esclama, mentre cerca di rimettersi in piedi, poggiandosi al muretto.
Poi, accettando tutto come in un sogno, cerca di focalizzare l'ambiente che lo circonda, si stropiccia gli occhi come per esorcizzare e cancellare la visione che si mostra, superba ed inquietante, in tutta la sua, barbara ed eppur raffinata, bellezza.

La sua mentalità di studioso prende il sopravvento sull'irrealta' della situazione ed accantonando i dubbi, inizia ad esplorare dapprima visivamente, poi spostandosi, questa sala così immensa.
Ancora perplesso ed impaurito gira intorno al pozzo, cercando di scrutarne le profondità celate, pero', dalla grata che gli impedisce qualsiasi visione.
Affannosamente, cerca di sollevarne il bordo, ma si rende quasi subito che è un'impresa impossibile.
Scorge qualcosa dall'altra parte del Tempio, sembra un simulacro, una statua antropomorfa posta vicino al bordo, anzi quasi ne facesse parte e lo completasse.
La curiosità prende il sopravvento sulla paura, ma, avvicinandosi, si rende conto, anche, che di fronte alla statua vi è un vano riccamente decorato, esso circonda una porta in metallo scuro con grandi borchie e pannelli scolpiti con gli stessi segni della stele e degli altri reperti.

Ora è piu' vicino e si rende conto che da sotto la porta scaturisce una lama di luce.
Dapprima pensa ad altre torce.
Poi si rende conto che è quella del sole.
Dunque siamo di giorno, pensa, catalogando l'informazione nella sua testa.
Ora è vicino alla statua.

Un arcana bellezza emana da essa, e nel contempo si rende conto di non riuscire a capire il materiale che la compone.
Stà per sfiorarla, quando, all'improvviso, vi sono rumori presso la porta, si sentono voci, canti.
Il panico l'assale di nuovo, la porta si apre di schianto, riversando all'interno del Tempio un fiotto di luce diurna.
Sagome si stagliano nel vano illuminato, lui cerca, istintivamente, di nascondersi.
Fà per girarsi e, all'improvviso, si rende conto che la statua ora lo sta' fissando con un ghigno malefico stampato su quel viso, dapprima celestiale.

L'urlo sale alto mentre, ancora una volta, sembra non rendersi conto che è lui stesso ad emetterlo, la mente inizia nuovamente a vorticare, il sangue romba nelle sue orecchie, gli sembra di morire, poi d'improvviso, in un ultimo gesto di autodifesa, si copre il volto con le mani e cade svenuto.


postato da: ArturBlord alle ore 07:07 | link | commenti (1)
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16:22


Ultimo assalto




Asserragliato in questa trincea

combatto col sorriso sulle labbra
rispondendo colpo su colpo
al nemico dal cuore nero.

Lo sparagioie si è inceppato
ma ho tante granate serene
che rompono le grige nebbie
con i loro lampi di luce accecanti.

Al mio fianco il mio fedele sparamore
colpisce gli incubi possenti
che avanzano nella butterata pianura
dove ancora poco verde si nota.

Scorgo i generali dell'Apocalisse
dare ordini alle armate del terrore
ma, impavido, resisto al loro attacco,
fiducioso nella vicina vittoria.

Ho tolto la sicura al cuore
fra poco io, Arturo, matricola settezeroquattro,
soldato semplice nell'esercito d'Amore,
mi lancerò all'attacco del Nemico.


postato da: ArturBlord alle ore 16:22 | link | commenti (2)
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07:42


Travestimento




Aspetto il mio dono in silenzio
senza far nulla per meritarlo.
Illuso che il Destino sia servitore
pronto a soddisfare il desiderio.
Ma dietro la maschera del sorriso
si nasconde il ghigno della Parca di turno.

postato da: ArturBlord alle ore 07:42 | link | commenti
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18:13

CAPODANNO SULLA "LEDA"



Mi sono appena svegliato sulla coffa della LEDA.
Non so come ci sono arrivato, ma, dato che sono in compagnia di un secchiello con tre belle bottiglie di champagne e un Egr. Sig. Dott. Panettone, professore di economia politica, che mi sta illustrando le strategie del prode Prodi per la finanziaria 2007, per ora non mi muovo.
Poi deciderò se continuare ad ascoltare il Professore Panettone o mangiarmelo, innaffiando il tutto con il “Dolce di Cremè”, anonimamente fornitomi, ben ghiacciato, che occhieggia dal secchiello.
Lasciatemi, invece, raccontarvi cosa è accaduto nelle ultime ore dell’anno vecchio e le prime dell’anno nuovo.
Stavo tranquillamente stravaccato in poltrona, dopo aver piluccato spaghetti alle vongole, pesce al forno, calamari alla brace e frittura mista quando, ad un certo punto, con la coda dell’occhio, ho intravisto uno strano movimento nell’angolo della stanza.
Mi sono ripreso dal dolce torpore in cui ero caduto, ho spalancato gli occhi (per vedere meglio), li ho strabuzzati (per vedere ancora meglio), ho aperto la bocca (per lo stupore) ed ho visto un ornitorinco che si infilava nella porta dell’armadio.
MI è sembrato davvero strano che accadesse una cosa così inusuale, specialmente poi in un contesto familiare in cui c’è l’assoluta certezza dell’inesistenza di ornitorinchi.
Infatti, tranne i 5 gatti, oltre me, di animali in casa non ce ne sono.
“Sarà stato l’effetto della frittura?” - Mi sono chiesto – “oppure le seppie erano indigeste?.

Per il mio innato senso della realtà, mi sono, comunque, alzato dalla poltrona e sono andato verso l’armadio da cui si sentiva provenire uno strano rumore simile al fruscio del vento nella chioma di un albero.
Giunto vicino alla porta summenzionata mi ero, quasi, convinto che avevo scambiato gatti per ornitorinchi ed ho, violentemente spalancato l’anta con l’intenzione di far fuggire l’intruso prima che potesse riempirmi di peli l’armadio.
Per un attimo una luce accecante mi ha abbagliato poi la mia mascella inferiore è rimbalzata a terra per poi tornare a posto e mi sono trovato sulla riva di un torrentello fra arbusti mai visti, sabbia cedevole sotto i piedi, orecchie invase da insoliti rumori, certamente avulsi dalla realtà di una stanza da letto, e un bel sole, caldo, grande e impietoso, sulla testa.
Istintivamente mi son voltato indietro ma solo una assolata prateria brulla si stendeva fino all’orizzonte.
Ogni tanto un albero rompeva la monotonia del paesaggio e, all’orizzonte, una catena di alte colline tondeggianti di un colore tendente al rosso racchiudeva quel mondo per me alieno.
In quel momento ho intravisto l’ornitorinco che mi guardava sottecchi sulla riva del fiumicello e, visto che era l’unico essere vivente presente in quel momento mi sono, cautamente, avvicinato ad esso sperando di poter scoprire così cosa fosse successo.
Quando mi sono avvicinato mi sono accorto che sul dorso aveva legata una sorta di piccola borsa in pelle e ho notato altresì che ammiccando con gli occhi mi invitava ad aprirla.
Dentro c’era un biglietto.
“INVITO AL VEGLIONE SULLA LEDA”, c’era scritto.

La cosa, nonostante fosse paradossale, mi fece davvero piacere ma allo stesso tempo pensai che non sapevo dove la LEDA fosse e, inoltre, non avevo abiti adatti per partecipare ad una festa.
Guardai interrogativamente l’ornitorinco e lui, sempre sottecchi, mi guardò dal basso e con la coda a spatola mi indicò una direzione, poi con una sveltezza impensabile, si tuffò nel fiume e scomparve.
Visto che non sapevo cosa fare decisi di avviarmi nella direzione indicata, misi l’invito in tasca e iniziai a camminare lungo la riva, seguendo il corso del fiume, certo che sarei, senz’altro, giunto a destinazione.
Camminavo da un paio d’ore quando notai due uccelli che mi roteavano sul capo.
Il sole mi impediva di individuarli con precisione ma questo mi rendeva un po’ nervoso.
Nonostante ciò continuai il cammino ma iniziavo davvero a preoccuparmi perché non vedevo anima viva.
Poi, all’improvviso, notai un cartello: STAZIONE TAXI.
Quasi corsi incontro a tale visione ma, dopo aver aggirato una macchia folta di alberi mi trovai di fronte ad un assembramento di canguri alti almeno due metri e mezzo.
In un primo momento ebbi davvero paura per la mia incolumità, poi notai un capanno all’ombra degli alberi e mi avvicinai ad esso.
BIGLIETTERIA c’era scritto e dentro c’era un omino tutto raggrinzito che sembrava avesse passato la sua vita a fare una dieta dimagrante a punti.
“Scusi” – dissi – “quando arriva il taxi?”
L’omino mi guardò sconcertato, poi disse: “saranno sei mesi che non ne affitto uno, stanno tutti qui”.
Mi guardai intorno e poi risposi; “Qui dove?”
"Qui, qui… ma non li vedete?”
Guardai di nuovo, più attentamente, poi pensai che l’omino fosse pazzo.
C’erano solo quei canguroni in giro.
Poi un illuminazione subito però allontanata dalla ragione.
Ma non sarà per caso…. Ma no non è possibile…. Non sarà che voi vi riferiate ai canguroni?”
E a cosa mi dovevo riferire? – mi rispose adirato – dove volete andare?"
Ma non penserete che mi metta a cavalcare un canguro? - Gli dissi.
E continuai – “In primo luogo non saprei come fare e poi io volevo un taxi per potermi recare in un luogo che non conosco”.
Ma non li dovete cavalcare e, poi, essi sanno sempre dove andare, la corsa costa settantacinque uova di ornitorinco, pagate in contanti o a mezzo carta di credito?”
Ormai fuso completamente – “ma vi sembra logico che vada girando con una borsa piena di uova di ornitorinco sotto questo sole?
A quest’ora sarebbero tutte sode.
Ma, un momento, io non ho nemmeno la carta di credito
”.
Allora niente taxi” – mi rispose e cercò di chiudere lo sportello.
Mannaggia ma io avevo ricevuto l’invito!”.
Quale invito?” – mi chiese – “Forse l’invito al veglione sulla LEDA?”.
Si” – dissi, mentre stavo per voltargli le spalle ed allontanarmi.
Allora tutto è a posto.
La corsa è gia pagata.”
– e rivolgendosi ai canguroni – Il numero 1 pronto a partire”,
Subito un cangurone che aveva un 1 dipinto sulla coda si avvicinò mostrando, da vicino, come fosse imponente.
Perplesso e scettico mi rivolsi all’omino che era uscito dalla capanna: “E ora che devo fare? Devo attaccarmi al collo del cangurone?
Ma no, ma no, ecco, entrate nel marsupio, accomodatevi che ci state una meraviglia e il cangurone vi porterà a destinazione
Guardai con timore, e anche un po’ con un certo senso di disagio il marsupio ma, poi, mi accomodai e mi accorsi che ci stavo a meraviglia.
Sentii l’omino borbottare all’orecchio del cangurone e poi mi chiese di firmargli una ricevuta, poi sentii un fischietto intonare una sorta di segnale di partenza e il cangurone si mise a saltellare.
Dapprima salti brevi e continui poi, pian piano salti sempre più lunghi ed alti.
La velocità aumentò notevolmente ed io tutto scombussolato chiusi gli occhi e mi lasciai trasportare anche se il terrore mi attanagliava le membra mentre, spasmodicamente mi reggevo sul bordo del marsupio.
Poi mi ritrassi all’interno e il dondolio mi invitò ad una rilassante pennichella.
Mi svegliai all’improvviso e due domande senza risposta lampeggiavano nella mia mente.
La prima era cosa indossare e la seconda era dove trovare cosa indossare.
La corsa continuava e io azzardai cacciar fuori la testa per rendermi conto dove stessimo andando.
Con stupore vidi passare velocemente una sorta di autobus pieno di struzzi che andava nella direzione opposta.
Una serie di strane costruzioni interrompeva, ogni tanto, la monotonia del paesaggio mentre, all’orizzonte, si intravedeva una striscia azzurra che presupponevo fosse il mare, ancora lontano, dove, certamente, c’era la LEDA ad aspettarci.
All’improvviso vidi balenare le luci di un Centro Commerciale con annesso punto di rifornimento e stavo cercando di intuire come riferire al cangurone la mia intenzione di fermarmi quando quest’ultimo si accinse proprio a fermarsi.
Mi resi conto dal suo famelico precipitarsi al centro di rifornimento che anche i canguroni hanno fame e, poiché un certo languorino si era insinuato anche in me stesso decisi di profittarne per cercare qualcosa da mangiare nel Centro stesso.
Andai alla porta principale e vidi che il centro di ristoro era situato proprio a destra del reparto abbigliamento.
Ricordai le mie domande senza risposta ed entrai per trovare abiti adatti.
Ricordai anche, però, che se volevano anche qui uova di ornitorinchi sarei stato imprigionato come ladro o cacciato fuori come straccione patentato.
Comunque alla fine decisi di tentare di procurarmi gli abiti anche a costo di rubarli.
Il reparto, data l’ora tarda, era deserto e io mi aggirai un po’ per i vari banchi procurandomi calzini, scarpe, biancheria intima, una camicia di seta, una serie di vestiti completi di accessori vari quali cinture, orologi, fino ad un bel soprabito di pura lana vergine invecchiata dieci anni tagliato abilmente da un sarto che, ad occhio , era un maestro del settore.
Poi con una cospicua circospezione, quatto quatto mi appropinquai ad una porta dov’era scritto “Personale”, mi accertai che non vi fosse nessuno in vista e mi infilai nell’ambiente che si rivelò uno spogliatoio con annessi mobiletti personali ed adiacenti locali per docce.
Subito decisi di farmi una bella doccia veloce, poi mi asciugai prendendo una serie di asciugamani puliti riposti all’interno di un mobiletto li accanto, mi vestiti accuratamente, nascosi gli abiti indossati in precedenza oltre al surplus che avevo portato con me in un ripostiglio per le scope e, com’ero entrato, così, quatto quatto uscii fuori col soprabito sotto al braccio.
Riguadagnai la porta e trovai il cangurone fermo davanti all’ingresso.
Subito mi infilai nel marsupio e il viaggio continuò.
Pensavo che, prima o poi, avrei ripagato il furto perpetrato e, libero da scrupoli o pentimenti, mi appisolai confortato dal dondolio e dal calore che mi circondava.
Fui, bruscamente, risvegliato da una serie di schiamazzi.
Cacciai fuori la testa e mi trovai al centro di una bolgia infernale.
Canguroni incolonnati strepitavano senza poter percorrere un metro.
Struzzi impazziti sfrecciavano a destra e a manca.
Omini, parenti di quello dei taxi, cercavano di dare il massimo contributo alla confusione.
Ornitorinchi pestavano i piedi a tutti contribuendo con la loro lentezza al caos generale.
Incongrui alberi di natale addobbati a festa occhieggiavano da ogni parte e i Buon Natale e felice Anno nuovo si sprecavano dalle vetrine di negozi, ormai chiusi, dai balconi illuminati, dall’alto di pali piantati ad ogni angolo di strade che ripetevano fino all’orizzonte gli stessi messaggi.
Vidi, nella corsia opposta, passare tre cammelli con tre personaggi che intui essere i Re Magi.
Gesticolai chiamandoli per nome “Gaspareeeeeeee!!, Melchiorreeeeeeeee!!!, Baldassarreeeeeeeeeeeeee!! Ma dove andate?”
Loro risposero al saluto dicendo che erano in viaggio seguendo la stella, mi lanciarono una caterva di torroncini Condorelli che riempirono il marsupio e continuarono il cammino.
Alzai gli occhi e vidi la stella brillare indicando la via ma io andavo nella direzione opposta, anche se in quel momento non andavo perché non si passava.
Trangugiando torroncini scrutavo la bolgia infernale mentre avanzavamo a velocità ornitorinco.
Ad un certo punto su una piazzola vidi ferma una slitta con tanto di renne e vicino ad essa era seduto Babbo natale che bevevo una birra.
Cercai di fermare il cangurone urlando “Ferma!! Ferma!!” ma non riuscii nel mio intento fino a che non mi venne l’idea di afferrare l’orecchio destro del cangurone e tirarlo con forza.
Il cangurone svoltò verso destra e si parcheggiò vicino alla piazzola.
Smontai dal marsupio e salutando Babbo Natale gli chiesi cosa facesse li fermo.
Mi disse che era in vacanza e si era fermato un attimo per un bisognino.
Poi, colpito dal casino che c’era li intorno, si era attardato a godersi lo spettacolo.
Gli chiesi se sapeva dove fosse ancorata la LEDA e lui rispose positivamente perché l’aveva sorvolata poco prima.
Allora lo pregai di darmi un passaggio perché ero atteso e temevo di non poter giungere in tempo per la partenza a causa dell’ingorgo.
Lui acconsentì e io, dopo aver cercato di congedare il cangurone che, intanto, continuava a masticare torroncini, salii sulla slitta accanto a Babbo Natale e, tra l’invidia generale, prendemmo il volo salendo subito ad una altezza tale da farmi apprezzare il paesaggio.
Un immenso arazzo di luci colorate si dipanava sul terreno sottostante.
Mi accorsi subito che l’ingorgo era una cosa seria perché si estendeva per interi isolati, poi scorsi la striscia scura del mare e, in lontananza, finalmente intravidi la LEDA.
Era ancora distante, ma gia da quella distanza splendeva come un diamante in mezzo al mare.
Ci avvicinavamo velocemente e i particolari diventavano sempre più nitidi e contribuivano ad aumentare il mio stupore e la felicità di finalmente incontrare di nuovo i miei compagni d’avventura.
Luci colorate delineavano vele e pennoni.
Giochi di luce ed addobbi rendevano la nave simile all’astronave di “Incontri ravvicinati del terzo tipo”.
I boccaporti aperti sembravano succursali del sole e gli oblò illuminavano come fari il mare circostante.
Iniziavo ad intravedere una folla multicolore sulla tolda che ballava sulle note di una splendida orchestra piazzata sul cassero.
Anche le renne, udendo la musica, si misero a ballare rischiando di farci cadere in mare ma la voce stentorea di Babbo Natale col suo OH OH OH OH …. le riportò sulla giusta rotta.
Ormai sorvolavamo la LEDA e facemmo una serie di giri sempre più vicini mentre le persone sulla tolda si erano accorti della nostra presenza a si riversavano da un lato all’altro della nave facendola allegramente ballare.
La manovra di avvicinamento si concluse felicemente con uno splendido atterraggio che suscitò l’applauso degli astanti.
Poi tutti si riversarono urlando e salutando nella nostra direzione.
Io mi alzai per salutare ringraziando tutti per quella manifestazione d’amicizia ma fui travolto mentre la folla, preso Babbo Natale sulle spalle, si allontanò lasciandomi pesto sul fondo della slitta.
Ferito nell’orgoglio mi rialzai togliendo la polvere dal paltò che sembrava quello di Napoleone, scesi dalla slitta e mi trovai davanti Colui il Quale il Comandante che mi apostrofò dicendomi: “Finalmente a bordo, Libero, sei sempre l’ultimo ad arrivare, ora possiamo salpare!!
Io avrei voluto giustificarmi dicendo che dal momento dell’invito fattomi in quella maniera stranissima e dopo quel viaggio strano ed avventuroso e dopo l’ingorgo in cui mi ero trovato non avevo nulla da rimproverarmi ma decisi di non guastare la festa iniziando a polemizzare a mi avviai dietro al Comandante per tuffarmi dentro i festeggiamenti sperando anche, se mi fossi trovato accanto a Babbo Natale portato in trionfo, di dargli una spinta, del tutto involontaria, e spedirlo a dare doni anche ai pesci dell’oceano.
Passando davanti ad un boccaporto scorsi il dott. Rifleman che brindava in compagnia di Qui, Quo e Qua.
Si erano impadroniti di una enorme zuppiera piena di “Oceano blu” e con dei capienti mestoli pescavano razioni abbondanti dell’alcolico nettare sorbendole con estremo piacere.
Il Dottore aveva intonato ad alta voce l’Inno della LEDA e le tre scimmie con i loro squittii facevano da coro di voci bianche.
Appena mi videro, le tre scimmiette mi salutarono con un improvvisato balletto e, subito mi portarono una abbondante dose del liquore.
Dopo aver salutato il Dottore che, imperterrito, continuava il suo canto entrai nella grande sala mensa adiacente alle cucine.
Li fui investito da un enorme calderone semovente pieno di lenticchie che stavano trasportando sulla tolda.
Per un pelo non ci finii dentro, rischiando così di fare la figura dello Zampone ma mi salvò, afferrandomi per le falde del paltò di Napoleone, la conduttrice del pentolone sobbollente.
Wendy-Vitty mi abbracciò con calore, felice di rivedermi, poi mi mise in mano un contenitore di cucchiai e piattini e mi impose di aiutarla nella distribuzione delle lenticchie.
Ritornammo sulla tolda dove continuavano i festeggiamenti a Babbo Natale.
Appena videro il pentolone, però, tutti si precipitarono verso di noi lasciando cadere sulla tolda il Babbo mostrando così che di fronte a qualcosa da mangiare tutto il mondo è paese.
Bastarono dieci minuti per svuotare il pentolone, io e la Wendy mostrammo la nostra maestria nella distribuzione dei piatti che, ad un certo punto, venne fatta a volo, cucchiai compresi con solo un piccolo numero trascurabile di incidenti causati più da interferenze di mani alzate che per imperizia dei distributori.
Lasciai alla Wendy l’incarico di andare a preparare altri manicaretti e mi recai verso il ponte di comando tenendo in equilibrio sette piatti di lenticchie per Colui il Quale il Comandante e gli altri ufficiali.
Ovviamente, entrando sul ponte comando fui investito da un manipolo di ballerine di samba e i piatti volarono in tutte le direzioni.
Fu bello vedere i piatti volare ed essere afferrati a volo dagli ufficiali senza che una sola lenticchia cadesse sulla testa di questi ultimi.
Solo un piatto, dopo un triplo salto mortale, atterrò sulla testa di Alioscia Carmazzo intento a declamare una poesia ma la prontezza del poeta fu pari a quella di un sublime giocoliere.
Infatti fra un endecasillabo ed un altro ingurgitò le singole lenticchie che volavano in tutte le direzioni senza farne cadere a terra nemmeno una, poi con un gesto degno del migliore Cirano de Bergerac si cavò dal capo il piatto vuoto facendo un perfetto inchino agli astanti che applaudivano freneticamente.
Intanto le Ballerine di samba mi trascinarono con loro al centro del bailamme che aumentava di minuto in minuto.
Dopo essermi esibito in una serie di passi che suscitò l’ilare commento di chi assisteva alla mia performance guadagnai a fatica l’ingresso della stiva dove mi accorsi che era stata istallata una tavola rotonda.
In un primo momento pensai che Artù e i cavalieri fossero stati invitati, poi, guardando meglio, scorsi la Ghismunda, Mirisole, la Mert_onzola e la Fragmenta che giocavano a rubamazzo intanto che discorrevano di scuole di vita, di scuole di nuoto, di scuole guida, di scuole con la c e di squole con la q.
In un angolo c’erano tre file di blog_osservatori che ad ogni commento davano il punteggio con le palette.
Su una enorme lavagna i punteggi erano segnati da Marcabru che traeva da ogni somma fatta il raccontino appropriato.
Proprio in quel momento da una somma di 666 stava improvvisando un racconto sulle sette nere torinesi che combattevano contro le sette rossonere milanesi, su tutti imperava l’angosciante presenza di un disadattato di Arcore che, non sapendo le risposte fondamentali della vita, e cioè chi era, da dove veniva, e dove andava, si era inventato un mondo onirico in cui era ricco, bello e signore e inoltre presidente del consiglio oltre che cavaliere della tavola rotonda di Legnano.
Lasciando quell’angolo polemico, seppur costruttivo, mi recai all’altro lato dell’enorme stiva dove si stava svolgendo una strip_tombola.
Li, ognuno indossava cinque capi di biancheria, ciascuno contrassegnato da un numero, e quando si estraeva il numero corrispondente ci si doveva sbarazzare del capo di vestiario omologo.
Vinceva chi riusciva a fare cinquina prima degli altri ma il gioco si chiamava Tombola perché il vincitore trovava senz’altro qualcuna/o con cui tombolare da qualche parte.
Feci il tifo affinché uscisse il 29 che era il numero che contrassegnava l’ultimo indumento che indossava una bionda da urlo ma uscì il 33 che premiò un tizio che, poi, per la gioia della vittoria, si esibì in una danza liberatoria che mi ammosciò al punto di fuggire legandomi ad una corda che vedevo salire verso l’alto.
La corda era stata legata ad una batteria di razzi che stavano issando sull’albero maestro.
Domandandomi perché quest’ultimo non partecipasse al dibattito sottostante mi sciolsi dal nodo prima di intraprendere il viaggio verso l’alto e mi recai con sollecitudine a prendermi un’altra dose di “Oceano Blu”.
Bottiglie di liquore erano sparse dappertutto e un gruppo di Bloggers alticci stavano giocando al rito della tavola.
Si metteva una tavola fuori bordo e a turno si doveva arrivare sull’orlo per riuscire a prendere una bottiglia appesa ad una corda.
Cosa facile, se si è sobri, ma, quando si è alticci, diventa un esercizio difficilissimo tant’è vero che i Carabinieri lo vorrebbero per sostituire il test del palloncino.
Hanno gia preparato tutta l’attrezzatura che consiste in una piscina trainabile dalle macchine del corpo e una lunga asta dove è appeso un biglietto da cento euri da far balenare davanti agli occhi dei controllati, ma il Ministero non ha ancora dato l’approvazione.
Stavolta sulla tavola c’era Lorenzo che annaspava per non cadere.
Mi lanciai per salvarlo ma, quando misi il piede sulla tavola essa oscillò scagliando Lorenzo verso l’alto, io avanzai di un passo.
Poi Lorenzo ricadde sulla tavola e io fui scagliato all’indietro andando a finire addosso ad un folto gruppo di persone intente a mangiarsi una enorme cassata alla siciliana.
Finirono tutti con il viso nella cassata mentre io continuando a rimbalzare mi infilai diritto in un salvagente appeso sulla scala che portava al cassero.
Rimasi incastrato nel salvagente e iniziai a rotolare per la tolda, urlando “fate strada” e “fermatemi!!!”.
Travolsi quasi un centinaio di persone di cui almeno una trentina finì in mare e dovette essere recuperate con dei lunghi ramponi, poi, finalmente mi fermai e, inseguito dai malcapitati mi rifugiai in una cabina chiudendomi all’interno.
Nella cabina, attendendo che gli scalmanati si dimenticassero di me, regnava una oscurità tale da poterla affettare con un coltello.
Non potendo accendere la luce per ovvii motivi di ordine pubblico mi rilassai un poco e inizia a bermi la bottiglia di “Oceano Blu”.
Mi liberai anche del paltò di Napoleone e l’adagiai sul letto, poi mi accomodai in poltrona continuando a bere ascoltando le note dell’orchestra che era situata proprio sulla mia testa li sul cassero.
Stavo rilassandomi così bene che, in un primo momento, non avvertii un fruscio proveniente dalla profondità dell’ambiente.
Poi sentii una sorta di tentacolo avvolgersi intorno alla mia caviglia destra.
Saltai dalla poltrona, cercando di liberare la caviglia, con fatica mi lanciai verso la porta e sotto le mani mi trovai l’interruttore della luce.
Accesi la luce e mi misi ad urlare perché un paio di tentacoli giganteschi spuntavano dal finestrone che dava sul mare e cercavano di afferrare l’origine degli urli e cioè me.
Un bastone da passeggio trovato accanto alla porta mi servì per assestare alcuni colpi al tentacolo più intraprendente ma mi accorsi subito che l’impari lotta volgeva a mio sfavore
Aprii allora la porta e fuggii nel corridoio inseguito dal tentacolo mazzoliato.
Uscii all’aperto e salii sul cassero e mi trovai di fronte ad una scena agghiacciante.
Alcuni tentacoli, parenti stretti dell’inseguitore, sferzavano i poveri orchestrali che si difendevano strenuamente con trombe, violini e tamburi.
Al di là del cassero si scorgeva una tonda testa gigantesca dove spiccavano due occhi tondi e neri ed immensi che guardavano corrucciati nella mia direzione e che sembravano dire “mo vi concio a tutti per le feste”.
Intanto altra gente accorreva mentre molta altra gente fuggiva da tutte le parti.
Alcuni armati di asce cercavano di colpire i tentacoli ma questi sfuggivano ai colpi e menavano fendenti che atterravano o scagliavano lontano grappoli di combattenti.
Colui il Quale il Secondo si lanciò all’attacco ma venne scagliato via.
Meno male che andò a finire in una vela che attutì il colpo.
Sembrava che la battaglia fosse persa, anche perché l’enorme polipone si stava issando sulla LEDA rischiando di farla affondare quando, alzando gli occhi al cielo, mi avvidi della batteria di razzi issata sull’albero.
Urlando agli altri di tenere duro e non cedere, corsi, inseguito dalle maledizioni di parecchi, verso la slitta di Babbo Natale.
Solo che non riuscivo a vedere dove fosse quest'ultimo.
Decisi allora, avendo visto come doveva essere guidata ,di agire da solo.
Salii sulla slitta invitando le renne a partire ma non accadde nulla.
Urlai, pregai, implorai ma le renne ruminavano e non partivano.
Allora scesi e le presi a calci in culo e questo mio seppur incivile gesto ebbe l’effetto desiderato.
Risalii in piena corsa e mi alzai in volo girando intorno all’albero maestro.
Con una lunga canna picchiai sulla testa della renna di testa, quella di destra, e subito la slitta deviò a destra, poi le feci quasi fermare e recuperai sulla slitta la batteria di razzi.
La posizionai in modo da poterli sparare dal retro del mezzo di locomozione.
Poi subito ripartii verso il luogo della battaglia.
Mi accorsi subito che ormai stavamo alla resa generale.
Il Polipone era padrone del campo e si era impadronito del palco dell’orchestra.
Tutti si erano rifugiati a prua anche per controbilanciare il peso che gravava sulla nave.
Qui, Quo e Qua scagliavano bottiglie e panettoni verso il mostro marino che afferrava a volo tutto e se lo pappava immantinente.
Feci fare un giro completo alla slitta e lanciai due razzi.
Uno fece la scriminatura al polipone che si avvide del pericolo e si mise in posizione difensiva, l’altro invece si infilò in un boccaporto e fuoriuscì da un altro prima di perdersi in mare non prima però di aver stanato molti che si erano rifugiati sottocoperta.
Cercai di prendere meglio la mira e al secondo passaggio scagliai altri due razzi.
Il polipone ne afferrò uno a volo e subito me lo scagliò contro l’altro, però, lo colpì fra i due occhi causandogli certamente un feroce mal di capo.
Evitai a fatica il razzo di ritorno ma le renne, spaventate ebbero un sussulto che quasi fece capovolgere la slitta.
Certo che quella sarebbe stata la mia ultima occasione decisi di accendere tutti i razzi e in picchiata mi lanciai verso il polipone.
Con una giravolta quasi impossibile mi posizionai a circa cinque metri dal polipone i cui tentacoli subito cercarono di afferrarmi.
I razzi partirono ed io schizzai in avanti spinto anche dal rinculo di questi ultimi evitando così di essere imprigionato dai tentacoli
Lo spettacolo pirotecnico che ne seguì fu qualcosa da ricordare per sempre.
Il polipone tutto illuminato da scintille multicolori fra fuoco e fiamme sembrò dilatarsi per poi precipitare con gran fragore in mare.
In pochi minuti scomparve nella acque scure e di lui non se vide più traccia.
Io, intanto, dopo aver evitato per miracolo alberi, pennoni, velacci e controvelacci riuscii, dopo molti tentativi, che seminarono nuovo panico fra i malcapitati, ad atterrare.
Subito una folla di persone si precipitò verso la slitta ed io, a scanso di equivoci, cercai di eclissarmi in fretta, ma la folla era ad aspettarmi anche dall’altra parte.
Fui preso e festeggiato a dovere sebbene sarebbe stato meglio ricevere una sonora bastonatura.
In quel momento sbucò Wendy-Vitty, ignara di tutto, che, con un campanello, invitava a degustare copiose razioni di tortellini in brodo dal suo fantastico pentolone semovente.
L’orchestra, recuperati gli strumenti si era riappropriata del suo spazio e suonava a più non posso.
Tornata la normalità, accertatosi che non c’erano feriti e dispersi, l’episodio polipone fu istantaneamente dimenticato anche se Colui il Quale il Comandante istallò alcuni uomini dell’equipaggio sui pennoni per avvertire nel caso di altri eventuali ospiti indesiderati.
Dalla stiva provenivano urla e sonori rumori di schiaffi in quanto erano sorti problemi di aggiudicazione della tombola per sovrapposizione di cinquine ma questo era una cosa normale che accadeva ogni anno e faceva parte del divertimento.
Iniziò proprio in quel momento la gara di Karaoke.
Rosagialla fu la prima a cimentarsi cantando con voce soave la canzone “Le rose sono al mondo milioni di milioni ma quella gialla è una ed è bella più che mai
Le palette scattarono in alto 9, 10, 10, 10, 9, 9, 9, 10.
Poi fu il turno di Tamara che cantò “Li nella tundra fredda e sconfinata sotto un abete tutto illuminato fra fiori e funghi sorti per magia la fata dei sogni ho incontrato e mi ha detto che sarà per sempre mia”.
Identico punteggio della performance precedente.
Infine fu la volta del trio Los Canos, formato da Ienapiangens, GiBi ed Adriano, che cantò “noi siamo tre ma sembriamo trentatre, quando ci muoviamo solo guai causiamo, se alla tua porta bussiamo, certamente inciamperai, e qualche arto ti lusserai, non ci nominare, potresti pentirti del tuo ardire, pensa che quando appariamo, un fuggi fuggi causiamo
Fra una pioggia di mele morsicate, piatti di tortellini, forchette acuminate e qualche scimmia terrorizzata il trio dovette guadagnare l’uscita a tuffo non senza aver causato lo sfondamento di un tamburo, la rottura della bacchetta del maestro e la messa a massa dell’impianto stereo che causò la fine dell’improvvisata manifestazione.
Le due vincitrici ex-equo dovettero dividersi il premio che consisteva in una fornitura annua di scatolette di tonno.
A Rosagialla toccò il tonno e a Tamara le scatolette e l’olio di oliva.
Inutile dire che la giuria fu contestata dalle vincitrici e ne uscì con le ossa rotte.
Intanto si avvicinava la mezzanotte e ci fu la corsa generale per accendere candele e candeline con cui festeggiare l’arrivo del nuovo anno.
Per precauzione ognuno ricevette, oltre alla candela, anche un piccolo estintore e iniziò a spargersi per tutta la nave il coro della LEDA cui, man mano, tutti si univano.
Il canto divenne, di secondo in secondo, più forte, spargendosi per il mare fino a raggiungere la vicina costa e anche isole e penisole lontane.
Si udì una folla aggiungersi al coro e, sebbene lontani, tutti si unirono al coro che sembrò collegare ed unire tutti nel mondo.
Anche chi era andato a dormire si svegliò e si unì al canto.
Ormai l’aria stessa sembrava permeata dalla dolce melodia che accomunava ognuno sulla Terra e che, come gigantesco carillon dell’universo, deliziò, per un istante indefinito, anche gli abitanti dello spazio profondo, poi, lentamente il canto calò di intensità fino a diventare un sottofondo che, comunque, sosteneva il cuore di chiunque, e si innalzò un applauso, vicino, lontano, proveniente da ogni dove, che salutò così il nuovo Anno e la rinnovate speranze che aiutano tutti a sopportare le prove cui la vita, continuamente, ci sottopone e che spesso cercano di annullare le speranze ed i sogni che possono sopravvivere solo se ci si sentirà membri effettivi di una comunità o meglio Umanità con la certezza di non essere mai lasciati soli su questo mondo così fantastico ma anche così duro.



postato da: ArturBlord alle ore 18:13 | link | commenti
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