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Utente: ArturBlord
Nome: Artur Blord
Lady Tristezza ti prego, non ti voltare e non cercare di ingannarmi, con lo sguardo, perché non accetterò giudizi, stavolta, se non quello del cuore. Rilassati, Lady Tristezza, di me ti puoi fidare: io sono colui che ti consacrò la notte. Davvero non ti ricordi di me? Conosco la vita, che celi nell'anima, perché ne sono stato il testimone principe. Non mi sottovalutare: io fui complice dei tuoi segreti. Non ti puoi nascondere a me. Né farmi credere che tutto sia andato perduto... Scrollati, Lady Tristezza, è dentro di te la battaglia più importante. Quella che, da troppo tempo, cerchi di evitare. Ma a cui, comunque, non potrai sfuggire. Oppure, davvero, perderai tutto il tesoro che custodisci con mortificante ermetismo nelle riservatissime tue profondità, inarrivabili, dei sentimenti e che non vuoi più condividere. Convinta, in questo modo, di ripararti dalle ferite della vita... Non vedi che t'inganni? Non vedi quanta gente, esausta, ignara dei segreti, tuoi e meravigliosi, finirà per rinunciare, proprio sulla soglia di una porta, quella del tuo cuore, chiusa da troppo tempo e invano? Forse vaneggio, ubriaco dei ricordi e delle speranze di una ragazza che non c'è più. Forse davvero non sei più tu, Lady Tristezza, la ragazza alla quale, una notte che fu, offrii la stessa mia vita e forse anch'io, come te, mi dovrò rassegnare prima o poi... Scusami Lady Tristezza forse t'ho disturbata per niente. Ma valeva la pena di tentare un'ultima volta, prima di arrendermi, sconfitto da un nemico, senza volto né identità, ma abbastanza potente da soffocarmi, inesorabile, un pezzo di cuore: quello con i tuoi sorrisi, così luminosi, un tempo, che mai, avrei detto, sarebbero affogati nell'ombra. Quell'ombra scura che da troppo tempo, ormai, ti vela gli occhi Lady Tristezza... Anche adesso.

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Spedizione della LEDA - Undicesima e ultima puntata



Sulla LEDA, informati della incombente minaccia, gli umori erano davvero tetri.
Colui il Quale il Secondo passeggiava nervosamente avanti e indietro nella Sala Mensa che fungeva anche da Sala di Riunioni, mentre dietro di lui un gruppo di scimmie ripeteva ossessivamente lo stesso percorso tenendo le mani sulla testa come a lamentarsi anch’esse della situazione.
La sensazione di non poter far niente acuiva la rabbia che sembrava potersi affettare tanto impregnava l’atmosfera del luogo.

Rosagialla stava montando della panna perché aveva intenzione di preparare una bella torta con la segreta speranza di allentare la tensione generale, ma agitava così forte la frusta nel recipiente che la panna era impazzita e stava smontandosi da se con una chiave inglese.
Oti Master la guardava con interesse e il massimo si raggiunse quando iniziò a dare consigli alla panna su come potesse smontarsi nella migliore maniera.

Rosagialla a quel punto guardò perplessa l’Oti, poi guardò la panna e rovesciò il recipiente sulla testa dell’improvvisato consigliere che accusò il colpo specialmente per colpa della chiave inglese che era molto pesante.

Colui il Quale il Secondo a questo punto, perdendo per un attimo la sua perfetta e composta Trebisonda, afferrò quest’ultima e la sparse in giro costringendo tutti ad uscire subitaneamente per non essere colpiti dalla medesima.

In quel momento giunse Fragmenta col delfino Bambaren con le ultime notizie e tutti le si affollarono intorno sperando che ce ne fosse almeno una buona ma erano tutte di seconda mano, infatti di nuove e buone non ce n’era nemmeno una.

Sull’isola, nel frattempo, il Consiglio di Guerra procedeva, ma le proposte a volte buone, a volte strampalate, venivano scartate ad una ad una.
Nemmeno le informazioni supplementari avute dal Cervello Alieno sul processo di riformazione del Raugunan erano utili o riuscivano ad evidenziare un punto debole della Creatura.
Colui il Quale il Comandante decise di chiedere all’Albero se riuscisse, ora che avevano individuato il nemico, a scoprire qualcosa o ad elaborare linee di difesa inedite alla luce della sua infinita sapienza.
Subito si mise in viaggio con Elena e il dott. Rifleman perché sperava di mettere in contatto l’Albero con il cervello Alieno ritenendo che soltanto in quel modo si poteva risolvere il problema.

Poiché dalle esperienze fatte sapevano che la Creatura usciva dalla caverna solo quando doveva procurarsi energia, Liberodivolare con l’aiuto degli altri componenti la spedizione si incaricò di preparare una linea di difesa e di fuga per monitorare eventuali iniziative della bestia che minacciava il mondo.
Smoccolando come uno scaricatore di porto, mentre dava ordini a destra e a manca, se la prese in maniera particolare con gli alieni che avevano lasciata loro una bella gatta da pelare o meglio addirittura un esercito di Tigri a cui fare barba e capelli oltre le unghie e il massaggio rilassante.

Colui il Quale il Comandante non ci mise molto con i suoi compagni ad arrivare all’Albero, il tempo era tiranno e sentiva gia sulla loro testa la mannaia del boia temporale.
S’incamminò, quasi di corsa, su per il sentiero che portava all’ingresso del mondo dell’Albero, mentre i due suoi compagni che vedevano per la prima volta la gigantesca creatura vegetale lo seguivano trasognati e stupiti mentre gli stessi Phargs sembravano ammattiti correndo in tutte le direzioni come se non avessero nulla da fare oppure come se in quel momento l’Albero non potesse comunicare con essi.

Giunti nella sala sotterranea subito si rivolse all’Albero direttamente, esponendo la situazione e invitandolo a comunicare col Cervello della base aliena tramite Elena, riferendo al dott. Rifleman le conclusioni e le eventuali azioni da intraprendere.

Tutti sembrarono essere attraversati da una corrente ad alto voltaggio, inarcandosi sui sedili e accasciandosi poi su essi con gli occhi rovesciati, e il silenzio turbato solo dal profondo pulsare che proveniva dalla possente struttura dell’Albero, regnò sovrano.

Intanto Libero con Qui, Quo, Qua, Meri, Vitty, Adriano e Apesara stavano facendo i boscaioli.
Libero aveva deciso che per stare più tranquilli dovevano disboscare la parete e la zona limitrofa alla grande caverna che era adiacente alla loro postazione.
Inoltre tutto il materiale tagliato doveva essere accumulato nella valletta ormai spoglia perché voleva scoprire se con la presenza della Creatura, dando fuoco all’enorme pira che stavano preparando potesse succedere qualcosa di positivo.

Semmai la Creatura poteva prendere fuoco, anche se a questa ipotesi anche lui non ci credeva, poteva anche darsi, però, che semmai si potesse scottare un pochettino dato che la speranza era ultima a morire.

Fece anche stendere corde nel precipizio che portava al mare per eventuali ritirate, mentre alcune lampade e delle corde con campanelli vennero stese sul buco superiore della caverna in maniera di evitare eventuali attacchi alle spalle.
Altre corde con campanelli vennero stese davanti all’entrata della caverna per segnalare l’arrivo del Raugunan.

Tutti si diedero da fare senza lamentarsi e questo era segno della preoccupazione generale.
Anche le scimmie erano di aiuto e non si perdevano nei loro consueto cori di scherno e sfottò continui, nessuno fiatava e tutti sudavano.
Mettendo le corde davanti alla caverna Libero si accorse di grosse quantità di salnitro presenti.
Scartabellando nei ricordi giovanili si ricordò della composizione della polvere da sparo e si diede da fare per trovare l’altro ingrediente principale che era lo zolfo e la polvere di carbone. Quest'ultima poteva procurarsela triturando le carbonelle dei fuochi accesi nei giorni scorsi.

Fu fortunato vedendo una striscia giallastra segnare la montagna quasi al livello del mare e subito mandò le tre scimmie insieme a Vitty a scavarne un bel quantitativo.
Lui con Adriano e Meri con circospezione entrò nella caverna e iniziò la raccolta del salnitro mentre Apesara si incaricava di triturare la carbonella.

Il colloquio dell’Albero e del Cervello si prolungava mentre una enorme mole di informazioni passava da una parte all’altra.
La sintesi di sostanze organiche, facoltà in cui l’Albero era maestro, veniva mediata dal Cervello che forniva informazioni sulla complessa bioingegneria aliena e si incaricava di fare sperimentazioni ed analisi matematiche prospettando nuove soluzioni e nuove strane sostanze di sintesi all’Albero.
Gli umani erano solo consapevoli di quel che accadeva ma anche le esperienze del dott. Rifleman e le sue informazioni scientifiche venivano valutate e usate.
Elena fungeva da collettore principale di quell’enorme scambio di informazioni e sembrava quasi vedere il cervello della poverina fumare per lo sforzo, Colui il Quale il Comandante partecipava anch’esso a quella discussione silenziosa facendo funzione di coordinatore generale in modo che eventuali soluzioni potessero essere condivise in tempo reale fra tutti senza bisogno di ulteriori spiegazioni.

Sulla LEDA, pronta alla partenza, tutti scrutavano la costa.
Perfino il Pescespada, sceso dalla coffa, incurante del pericolo Rosagialla, molava la spada deciso a scendere a terra e fare una strage.
Oti Master con la panna in testa che cantava “sono una matta!! Sono una panna e non ricotta!!!!” agitava la chiave inglese a mo’ di spada anch’esso deciso a sbarcare ma Colui il Quale il Secondo ricordò loro gli ordini di Colui il Quale il Comandante, anche se si notava, sul suo imperscrutabile viso, balenare, a tratti, la furia del non poter far nulla di concreto per risolvere la situazione.

Liberodivolare osservò con soddisfazione l’enorme mina approntata ed espose ai compagni il piano da lui ideato.
Appena la Creatura sarebbe uscita dalla caverna loro, dal foro superiore, avrebbero calato la mina e avrebbero fatto saltare la Caverna così da impedire al Raugunan di attaccare le radici dell’Albero.
Almeno, così facendo, avrebbero sottoposto la Creatura ai raggi solari che sembrava che la stessa evitasse.
Forse così facendo avrebbero scoperto il perché il Raugunan si comportava in quel modo.
Ora si doveva solo attendere che tornassero, con una eventuale soluzione, i compagni che si erano recati dall’Albero.

Tutto quello che era possibile fare era stato fatto, una frugale colazione silenziosa completò quella nottata frenetica, e, sapendo che di giorno non correvano pericolo, Libero invitò tutti a riposare perché la notte sarebbe stata insonne e tutti avrebbero dovuto combattere con le unghie e con i denti.

Poi si guardò le unghie e osservò che se l’era mangiate tutte per la rabbia, restavano i denti ma per evitare cure dentistiche prese un grosso martello e disse che lui avrebbe lottato col martello e forse con le noci di cocco così da evitare ulteriori danni al suo apparato masticatorio cui teneva molto.

L’Albero tremava tutto per lo sforzo in quanto doveva anche lottare con il nemico sotterraneo ma lo sforzo più grosso era la sintesi di un complessissimo aminoacido suggerito dal Cervello.
Forse era davvero la più complicata sostanza che si potesse immaginare ma era anche l’unica cosa che poteva dare una speranza di vittoria.
Il Cervello aveva suggerito tutto ciò ma aveva anche detto che questo sarebbe bastato solo se il Raugunan non avesse superato una soglia di ricostruzione che nessuno era capace di misurare.
Superata quella soglia niente e nessuno avrebbe potuto più far niente.

L’Albero sintetizzava lentamente la sostanza facendo crescere sulla parete interna del suo enorme tronco delle bacche ripiene di quel veleno vegetale di enorme potenza.
Il Cervello aveva anche detto che la sua efficacia era determinata anche dall’esposizione ai raggi solari che effettuavano una sorta di reazione finale rendendolo pernicioso per il Raugunan, bisognava, quindi, attirare la Creatura all’aperto e anche di giorno.

A questo punto ogni dubbio cadde e Colui il Quale il Comandante disse che quel giorno, proprio verso le 13 ci sarebbe stata una eclisse totale di sole.

Era l’unica occasione per poter mettere fine alla creatura e bisognava approfittarne.
Tutti concordarono con lui e si congratularono per quella intuizione preziosa ed unica.

I Phargs si incaricavano di raccogliere le bacche e metterle in contenitori fatti di una specie di liana intrecciata anch’essa prodotta dal gigante vegetale.
Colui il Quale il Comandante col dott. Rifleman che sorreggeva un’Elena stremata decise subito di ritornare alla base perché aveva pensato di far approntare una grossa quantità di “Oceano Blu” per poter individuare la creatura, altrimenti invisibile.
La carovana si mise in marcia senza perdere tempo mentre il dott. Rifleman con Elena, dopo aver proposto di far produrre "l’Oceano blu” all’Albero, restarono indietro per predisporre tale incombenza.

Libero, intanto sonnecchiava, e nel suo sonno agitato iniziò a combattere una sua ideale battaglia contro la bestia primigenia che nel suo sogno assumeva la forma di un enorme babau viola a pallini verdi e gialli.
Armato del martello correva intorno all’enorme creatura che sputava fuoco misto anche a sputazzi veri e propri, cercando di colpirlo sui calli che erano grossi come conigli e spuntavano e sparivano in continuazione sulle enormi dita uncinate degli enormi piedi che cercavano di ridurlo a marmellata di marroni.
Ogni tanto Qui o Quo oppure era Qua, per la miseria, in sogno erano ancora meno riconoscibili, gli passava noci di cocco piene di marmellata di mirtilli che lui lanciava in bocca al babau che ad ogni centro esclamava burp!!!! Mentre il grosso pancione si ingrossava.
Inoltre, ogni volta che colpiva un callo, si sentiva un ding!!! e il babau barcollava alzando il piede colpito e aprendo la bocca.
Dalla bocca uscivano fiamme e sputazzi corrosivi ma era il solo modo per fargli ingerire un’altra noce di cocco e questo andazzo proseguiva da diverso tempo.

Libero grondava sudore, correva continuamente agitando il martello, evitava fiamme e sputazzi, lanciava noci, ansimava, ogni tanto si dava una martellata su un dito, colpiva calli e intanto il pancione del babau si ingrossava, si ingrossava, diventando qualcosa di osceno.
Ad un certo punto il babau riuscì ad afferrare Libero sollevandolo dal suolo mentre quest’ultimo con una noce di cocco in mano cercava di andare a bersaglio.
Lo sollevò come fosse una piuma e fece l’atto di premerlo come un limone prima di farselo alla fiamma come un wurstel e papparselo.
Libero vistosi perduto lasciò cadere il martello che, guarda caso, andò a finire su un callo appena appena spuntato.
Il babau emise il burp di avvertimento ed aprì la bocca.
Libero con le ultime forze rimastegli lanciò la noce nella fauci del babau.
Il babau cambiò colore, dapprima scolorì vistosamente, poi divenne di un bel rosso cardinale mentre del fumo gli usciva da tutti gli orifizi noti ed ignoti, poi con un rumore davvero disgustoso scoppiò come un melone marcio emettendo la quintessenza della puzza e inondando di una marmellata di mirtilli semidigerita il povero Libero che si sentì morire anche perché stava cadendo da una altezza considerevole.
Si afferrò con tutte le sue forze ai brandelli di babau che vedeva cadere intorno a lui cercando di frenare, inutilmente, la sua caduta.
A questo punto due sonori schiaffi lo fecero aprire gli occhi che aveva chiuso per la paura.
E si svegliò con le mani spasmodicamente strette intorno ai meloni della Vitty che lo voleva avvertire del ritorno di Colui il Quale il Comandante.

Sotto lo sguardo corrucciato della Vitty violata, rosso come un peperone, Libero allentò la presa a si alzò quasi di corsa allontanandosi precipitosamente prima di soccombere alla furia che andava addensandosi nell’aria.

Colui il Quale il Comandante riferì tutto quello che era stato fatto per sconfiggere il Raugunan, avvertì che avevano a disposizione fino alle 13, disse loro dell’eclisse, dell’unica possibilità che avevano e accolse con piacere le iniziative fatte da Libero & company.
Poi fece scaricare tutte le bacche e rimandò i Phargs a prenderne altre insieme all’”oceano blu” sintetizzato.
Spiegò che si doveva resistere fino alla fine dell’eclisse, prima di poter usare il veleno e raccomandò alle scimmie di non iniziare a tentare di mangiarsi qualche bacca perché avrebbero fatto la fine del verme nella coca cola.

Poi anch’esso si riposò un poco mentre Libero con la scusa di verificare il tutto girava alla larga da Vitty perché ancora vedeva nell’aria un certo risentimento per l’atto inconsulto di poco prima.

Intanto Adriano e Meri avevano legato una grossa corda all’enorme mina approntata ma avevano anche notato che non avevano corda e forza sufficiente per calarla nella grotta.
Allora pensarono di farsi aiutare dalle scimmie e trasportarla nella grotta stessa attraverso l’entrata principale.
Senza disturbare i dormienti iniziarono l’impresa e in poco tempo furono in vista dell’antro.
Senza pensarci due volte entrarono subito in azione portandosi dietro l’esplosivo.
Dopo aver percorso l’enorme entrata videro stagliarsi in fondo l’oscura apertura di un gigantesco cunicolo, non senza un brivido freddo al fondoschiena si inoltrarono in esso percorrendolo per un lungo tratto ma si avvidero che non avanzavano in direzione della spaccatura soprastante e iniziarono a dubitare che la stessa comunicasse con l’abitazione della Creatura.
Preoccupati della scoperta stavano per ritornare sui loro passi quando si avvidero di una piccola e nascosta deviazione alla loro sinistra.
Dal cunicolo principale si dipanava una piccola spaccatura che conduceva nella giusta direzione.
Infatti dopo un poco si ritrovarono al di sotto del pozzo che conduceva sulla scogliera ma questo faceva sorgere un problema molto serio.

Si avvidero infatti che molti altri cunicoli, antichi sversatoi d’acqua oppure letti asciutti di un antico fiume sotterraneo partivano da questo abisso naturale e questo impediva, di fatto di poter prevedere con una esplosione che non vi fossero via di fuga alternative alla Creatura cui davano la caccia.
Adriano propose di tornare indietro e riferire quanto scoperto ma Meri troncò la discussione dicendo che il tempo stringeva e correvano il rischio di non fare in tempo a trovare una soluzione al problema.

Disse anche che se la Creatura usciva non avrebbero potuto più piazzare la bomba nel punto più opportuno e invitò tutti ad esplorare meglio il cunicolo centrale e la caverna d’ingresso.
Dopo poco tempo riuscirono a sapere con assoluta certezza che sia la caverna d’ingresso che la parte di cunicolo fino alla biforcazione non presentavano altre spaccature o crepacci.

L’esplosivo, dunque doveva essere piazzato in modo da far crollare il cunicolo iniziale e la stessa caverna d’ingresso in maniera tale da intrappolare la creatura all’esterno.
Questo significava che il piano iniziale doveva essere cambiato.
Si doveva attendere l’uscita della creatura, poi si doveva entrare nel cunicolo approfittando del pozzo, piazzare l’esplosivo alle spalle del Raugunan e far saltare la bomba battendo in ritirata dallo stesso pozzo.

Occorreva, dunque, fare due cose.

Tenere l’esplosivo a mezz’aria fino a che la Creatura sarebbe passata in modo da non farle rilevare la presenza dello stesso, calarsi poi nel pozzo e fuggire poi dalla stessa strada d’ingresso.
Adriano si offrì volontario, Meri si sarebbe incaricata di portare il messaggio ai compagni, le tre scimmie avrebbero posto dei segnali di allarme, le solite funi coi campanelli, all’ingresso della spaccatura secondaria.

Detto fatto tutti si dedicarono ai compiti prestabiliti.

Libero, avvisato, provvide ad allungare la miccia della bomba calcolando il tempo di combustione della stessa ma non poté che calcolarne il tempo con un margine del 20% in più o in meno.
Inoltre avvertì Adriano che l’onda d’urto avrebbe potuto facilmente colpirlo mentre risaliva il pozzo e questo sarebbe stato molto rischioso.
Adriano rispose che il rischio era il suo mestiere e Libero se ne andò presumendo che Adriano possedesse un (rischiorante) e facesse il (rischioratore) però per maggior sicurezza iniziò a pensare ad una sorta di avvolgitore artigianale di corde in modo da far salire Adriano velocemente.

Dopo aver scartato molte idee pensò ad un tronco su cui avvolgere la corda che se fosse stato messo sotto tensione avrebbe azionato una specie di argano su cui era tesa un’altra corda a cui era appesa una pietra o molte pietre il cui peso totale era superiore al peso di Adriano.
Questo peso sganciato al momento opportuno doveva scaricarsi da qualche parte e, non potendosi scaricare nello stesso pozzo per via della solita onda d’urto, non poteva che scaricarsi nel precipizio sul mare.

Subito con l’aiuto degli altri concretizzò la sua idea a in breve anche questo fu a posto.

Ormai l’oscurità incombeva, il sole era completamente oscurato dalla luna e le ombre si stendevano cupe nelle vicinanze della grotta, l’eclissi rendeva cupo il giorno  gia cupo di oscuri presagi e solo le stelle, apparse per magia nel cielo, sembravano alimentare la speranza che tutto potesse risolversi per il meglio.

Colui il Quale il Comandante volse lo sguardo verso il mare dove il lucore del sole baluginava all’orizzonte, forse al di fuori della portata dell’eclisse totale e si soffermò sulle allegre luci della LEDA che sembravano trasmettere a tutti loro un messaggio di augurio e di vittoria.
In quell’istante i campanelli suonarono, tutti si mossero all’unisono verso le postazioni concordate e, muti, ascoltarono i vari segnali che annunciavano l’avanzare della creatura.

Esattamente come Libero aveva previsto, la loro operazione di disboscamento diede i suoi frutti indirizzando la Creatura verso la valletta della sera precedente.

Nello stesso momento Adriano si calò nel pozzo iniziando il trasporto della bomba verso l’ingresso alle spalle della Creatura.
Libero, notando il tremolio nell’enorme mucchio di legname accumulato, diede inizio alla festa incendiando il tutto, intanto le scimmie e i suoi compagni fecero cadere rocce a macigni all’inizio della valletta per evitare che la Creatura potesse facilmente riguadagnare la grotta.

Il buio regnava sovrano ed era squarciato dall’enorme incendio, Colui il Quale il Comandante guardava ipnotizzato l’orologio scandire i secondi aspettando la fine dell’impressionante e bellissimo spettacolo della natura.

In quel preciso istante l’enorme rogo sembrò esplodere, alberi, rami infuocati, fiamme e giganteschi cumuli di scintille saltarono in aria scagliati da una furia immane in ogni direzione.
Alcuni alberi infuocati raggiunsero perfino la LEDA e tutto l’equipaggio ebbe il suo daffare per spegnere i numerosi incendi che però non pregiudicarono la struttura della nave.

Subito Colui il Quale il Secondo diede inizio alle operazioni di riparazione anche se lo spettacolo dell’isola era incredibile stupefacente.

Le fiamme e i bagliori stagliavano una figura enorme che si agitava, enorme massa pulsante che ancora scagliava al cielo la sua rabbia e premeva, mentre attaccava come un’onda vivente, il costone della scogliera.
Intanto sullo stesso costone tutti cercavano riparo dalla furia della Creatura, Libero, bestemmiando come un matto per la bella idea che aveva avuto si era riparato dietro un costone roccioso che proteggeva anche le bacche velenose e smoccolando cercava di individuare dove fossero gli altri.

Vedeva le rocce del costone sbriciolarsi come se fossero triturate da una enorme macchina per fare la ghiaia.
I macigni che erano stati rovesciati in precedenza ripresero vita e sembrarono risalire ai posti originari tutto sembrava prendere vita sotto l’enorme potenza di quella macchina organica cui era stato sottratto il nutrimento.

Intanto Adriano, freneticamente, all’oscuro del pandemonio che si era scatenato all’esterno, aveva completato l’innesco della bomba, correva come un matto verso il pozzo sperando di non vedersi saltare la montagna intorno da un momento all’altro.
Arrivato al pozzo guardò esterrefatto il mare di frammenti infuocati che costellava il fondo dello stesso e la prima cosa che gli passò per la mente fu che la corda stessa aveva preso fuoco.
Ma con sollievo si avvide che tutto sembrava in ordine.

Si aggrappò alla fune dando il segnale ma non accadde nulla.
Nello stesso momento senti tremare la montagna mentre un rumore sordo e senza fine lo colpiva salendo di tono attimo per attimo.
Qui, Quo e Qua non capivano più nulla.

In quella bailamme di fuoco, fiamme, pietre, urla, scoppi, bagliori che la festa di Piedigrotta sembrava una veglia funebre, correvano come pazze da una parte e dall’altra dimenticandosi anche della loro condizione di scimmie.

Volendo salvarsi a tutti i costi dapprima si immedesimarono in salamandre ed arabe fenici, poi in topolini per trovare un buco dove nascondersi, infine decisero di credersi pipistrelli e fuggire nel profondo degli abissi all’inferno che si era scatenato.
Il Raugunan sembrava impazzito ma era solo furioso, se la furia potesse esprimersi in quella cosa aliena, perché gli era stato sottratto del cibo.

Ma stava accadendo dell’altro.

Si avvide che il sole era diventato nuovamente presente in cielo mentre attimi prima non c’era.

Non avendo esperienze del fenomeno perché fino a poco tempo prima era vissuto solo sotto terra, il mostro cercò nei banchi di memoria non ancora del tutto riorganizzati la spiegazione di questa anomalia.

Nello stesso tempo, però, poiché i raggi solari gli davano ancora un certo fastidio cercò di riguadagnare l’oscurità della caverna.
Travolgendo ogni cosa si diresse verso l’imboccatura ma proprio in quell’istante la caverna crollò con un enorme fragore.

Una coltre di polvere densa e pesante si alzò attenuando il fastidio dei raggi solari e diede per pochi istante consistenza all’enorme massa del suo corpo.

La sua reazione fu spropositata anche perché per la prima volta accadevano cose contrarie alla fredda logica che aveva governato la sua mente ancora in embrione ma gia molto complessa e organizzata.

Si lanciò con tutta la sua massa contro il mare di pietre che aveva seppellito la caverna crollata spostando letteralmente l’intera superficie rocciosa.
L’intera isola tremò sotto la sua furia ma qualcosa di peggio doveva ancora accadere.

I pochi minuti di tregua avevano riorganizzato il gruppo di intrepidi della LEDA.
Sotto la guida di Colui il Quale il Comandante il bombardamento con le bacche iniziò.

Le scimmie pipistrello si erano avvicinate al pozzo e stavano quasi buttandosi di sotto quando Qui in uno sprazzo di lucidità vide la fune tesa e si ricordò del segnale che avevano concordato.
Udendo il campanello suonare tirò la fune con tutte le sue forze e liberò il carico di pietre.

Adriano vide la morte guardarlo con occhio sorpreso e maligno simile alla oscura signora di Samarcanda, fece spallucce per dire che cazz’vuo’? e in quell’istante schizzò verso l’alto a velocità supersonica.

Di sotto vide avanzare verso di lui la Signora che indossava un abito simile a Superwoman e che lo stava quasi raggiungendo.
Rifece spallucce continuando a dire mentalmente “ma che cazz vai truvanne?” e schizzò fuori dal pozzo compiendo un lunghissimo arco in cielo come se fosse un arco-baleno.
Al limitare superiore della parabola vide di nuovo la nera signora che con una manovra acrobatica del suo parapendio incrociò la sua rotta aerea ma non riuscì a fare spallucce perché con un prolungamento di urlo che proveniva fin dalla sua partenza precipitò verso la lontana superficie del mare dall’alto del precipizio.

L’urlo si spense in mare dove sprofondò per decine di metri e solo la sua condizione di arco-baleno lo salvò.

Ovviamente anche li sotto la nera signora lo seguì ma lui facendo il gesto dell’ombrello nuotò verso la superficie e spuntò giusto in tempo per scontrarsi col delfino Bambaren e Frag che costeggiavano in attesa di ordini e di notizie.

Fu subito portato sulla LEDA dove Rosagialla e Oti Master lo fasciarono con un chilometro e mezzo di bende per poi ingessarlo completamente per precauzione in attesa del ritorno del dott. Rifleman, poi lo appesero all’albero di maestra dove gli fece compagnia il pescespada che iniziò subito a disquisire sull’opportunità o meno di avere la sciabola affilata a destra o a sinistra secondo se si fosse destrorsi o mancini.

Le tre scimmie furono scagliate dall’esplosione giusto dietro il costone dove stava Libero, ancora intontite vennero prese a schiaffi da quest’ultimo per cercare di svegliarle e anche per provare a se stesso che quello non era un sogno se sentiva male alle mani.
Appena riprese furono incaricate di portare le bacche, senza romperle, sul costone.

La guerra era iniziata.
La prima bacca si spiaccicò sul dorso (chiamiamolo dorso ma non era un dorso semmai un avvallamento, no era un picco!!, no una protuberanza? Ma chiamatela come volete) e subito iniziò a sollevarsi una leggera nebbiolina.

Il Raugunan per la prima volta ebbe la sensazione che gli accadesse qualcosa di spiacevole.
Era una cosa del tutto nuova e alla quale non riusciva a dare un senso ma capiva che era molto più spiacevole dei raggi solari.
Anzi quella sensazione gli ricordava qualcosa di antico, talmente antico da essere sepolto sotto eoni di sensazioni.
Altre bacche piovvero su di lui mentre analizzava quella sensazione strana, le bacche divennero una pioggia e una consapevolezza iniziò a penetrare in lui.
Quella sensazione l’aveva provata un’altra volta, era una sensazione allo stesso tempo di rinuncia e di dissoluzione.
Certo ora ricordava era la stessa sensazione che aveva provato quando era stato destrutturato anzi questa era una sensazione più cruda perché non seguiva un ordine operativo, era una sensazione di morte!!!! ….

Ma fra la morte e la sua furia c’era ancora tempo.
Subito iniziò con delle procedure di difesa che consistevano con l’isolare le parti colpite con uno speciale tessuto osseo di difficile penetrazione, poi si accinse ad espellere questi frammenti come se fossero proiettili e, poiché aveva la facoltà di dirigerli dove voleva iniziò con i luoghi di provenienza delle bacche.
Questo gli permise di prendere tempo perché subito la gragnuola di bacche si attenuò di molto.

Infatti questo attacco improvviso costrinse i poveri malcapitati a ripararsi per non essere colpiti e questo impediva un massiccio lancio di bacche.

Intanto la Creatura lavorava anche per farsi un varco nel fianco della montagna per raggiungere il suo rifugio agognato.
Colui il Quale il Comandante incitò i suoi all’attacco e anche se con difficoltà il lancio riprese.

Libero con le scimmie, seguito da Meri riuscì a guadagnare proprio la verticale sopra l’ingresso della grotta e scatenò da quella posizione un vero infern di fuoco lanciando quantità industriali di bacche che iniziarono seriamente ad intaccare la struttura della Bestia.
Infatti se il Raugunan non avesse in tempo reale incapsulato le bacche la luce solare avrebbe fatto penetrare in profondità il veleno allargando a dismisura le zone infette.
Solo che le facoltà prodigiose della Creatura erano lungi dall’essere sconfitte.
La Creatura iniziò a cambiare densità alla materia, se materia era, di cui era composta.
Questo le permise di aumentare a dismisura la massa superficiale in modo da limitare al minimo i danni.
Anche così il Raugunan si rendeva conto che non poteva contrastare a lungo gli effetti del continuo avvelenamento.
Allora decise di trasportare nel profondo della sua struttura la matrici di formazione rendendo amorfa la struttura circostante.
Il suo scopo era di sfruttare gli stessi raggi solari creandosi una corazza impenetrabile che avrebbe permesso la sua sopravvivenza in eterno a discapito della sua mobilità.

Poi sulla superficie a contatto col terreno dove non poteva esser raggiunto avrebbe sviluppato delle radici mobili che avrebbe fatto penetrare nel terreno fino ad incontrare cavità naturali tali da contenere la sua struttura di comando.
A quel punto sarebbe defluito lasciando il guscio vuoto che avrebbe potuto funzionare anche come specchietto per le allodole mentre lui elaborava le giuste tattiche per eliminare i pericoli di quella sostanza che lo stava uccidendo.

Ovviamente di tutto questo i nostri eroi erano all’oscuro ma una certa preoccupazione nel vedere quasi cessare le reazioni della creatura li spinse a riprendere con zelo il bombardamento.
Libero, poiché non riusciva a scorgere con certezza il suo avversario, si ricordò dell’effetto dell’”Oceano blu” e andò a procurarsi le ultime bottiglie del tonico corroborante.
Le lanciò in parte sulla bestia e in parte se lo bevve perché sentiva il bisogno di conforto.
L’Oceano blu cadde sulla Bestia con effetti sconvolgenti.
La zona interessata dal liquido divenne di un rosso porpora e per un istante Libero si riparò aspettandosi un’altra inzuppata di marmellata di mirtilli semidigerita e puzzolente, ma questa volta l’effetto fu diverso.

La zona rosso porpora divenne simile ad un puntaspilli mentre schizzava in tutte le direzioni la materia ameboide della Creatura, poi in quella zona si creò una specie di avvallamento nerastro e spumeggiante indice che l’effetto corrosivo del veleno era quanto meno decuplicato rispetto a prima.
La Creatura sobbalzò come se fosse stata colpita da un missile nucleare.
Questa volta provò la sensazione inimmaginabile del dolore vero.
A questo punto persa anche la speranza di continuare nella sua impresa attese la sua fine che però non venne.
L’”Oceano Blu” era finito e questo era un evento inaspettatamente favorevole alla Creatura.

Colui il Quale il Comandante per la prima volta storse la bocca in una imprecazione inaspettata che fece restare con la bocca aperta tutti i suoi compagni.
Persino le scimmie si cosparsero il capo di cenere ricordando quanto liquore si erano scolate senza pensare che fosse l’arma finale.
Ma tutto questo non poteva accadere, pensò Libero, dopo tanta fatica dopo che si erano battuti fino all’estremo con l’invincibile Creatura aliena.
Accasciato, con le bacche in mano, preso quasi dal desiderio di mangiarsele a morsi, vedeva la Bestia che, ringalluzzita, ricostruiva lentamente la corazza infranta decisa a portare a compimento quanto deciso.
In quel momento di sconforto, però, accadde l’inimmaginabile.
Dal folto della foresta iniziarono ad uscire decine, centinaia di Phargs che presero a lanciare bacche e frutti sulla Bestia traslucida e imbozzolata.
I frutti, che non erano altro che “Oceano Blu” concentrato scatenarono una reazione a catena nella creatura che divenne davvero tutta rosso porpora.
Sembrò che la terra si aprisse quando la creatura sobbalzò mentre la corazza si dissolveva lasciandola indifesa in balia del veleno.
Neanche la sua reazione di inclusione dei proiettili che riceveva e il conseguente lancio degli stessi contro i suoi assalitori le dava il vantaggio iniziale.

I Phargs accusavano i colpi senza profferire verbo e andavano avanti col bombardamento senza fermarsi un attimo.
La Creatura si lanciò in mezzo a loro assorbendo, schiacciando, ma nello stesso tempo assorbiva bacche di veleno, frutti di “oceano Blu”, contribuendo così alla propria distruzione.
Ogni Phargs che cadeva era sostituito da altri dieci, per ogni bacca persa dieci cento arrivavano al bersaglio.

L’ultima difesa della creatura fu il tentativo di suddividersi in milioni di frammenti per potersi ricostituire un giorno, ma anche questo venne neutralizzato dai Phargs che circondarono la zona con una serie di strutture vegetali tali da drenare ogni singola particella della Creatura e sottoporla alla cura necessaria alla sua distruzione definitiva.

La battaglia era vinta, dal costone si udivano urla di gioia mentre il dott. Rifleman ed Elena uscivano dalla foresta salutando i Compagni.
Dalla LEDA intanto si alzavano fuochi artificiali, canti e razzi a festeggiare la vittoria che Colui il Quale il Secondo avevano seguito dalla coffa col cannocchiale tremando e trepidando all’unisono con i suoi compagni sull’isola.

Perfino il pescespada si era zittito con il sollievo di Adriano mentre la lotta arrivava all’apice ma ora che la tensione si era allentata iniziava nuovamente a guardare sottecchi Rosagialla sperando di non diventare il piatto forte dei festeggiamenti.

Per maggior misura salì di nuovo sulla coffa dove felice ma da solo, in attesa di Libero, restò ad osservare la festa sottostante.
Intanto sull’isola la festa era iniziata.

Tutti si abbracciavano e cantavano per la vittoria conseguita ma, all’improvviso Meri chiese dove fosse Adriano.
Tutti si fermarono all’improvviso perché nella foga dell’azione nessuno l’aveva più visto.
Poi Libero si chiese chi avesse fatto uscire Adriano dalla grotta ma nessuno rispose.
In verità Qui rispose ma nell’occasione contingente la sua risposta non venne intesa anche perché lo scimmiesco non era compreso bene.
Un profondo silenzio cadde sul gruppo raccolto intorno a Colui il Quale il Comandante che recatosi sull’orlo del pozzo seguito da tutto il gruppo accertato che il pozzo era crollato definitivamente iniziò a imbastire un discorso di cordoglio per commemorare il primo Eroe della LEDA.
Tutti piangevano mentre Elena e Meri avevano raccolto e confezionato una corona di fiori da mettere sulla monumentale tomba formata dall’enorme ammasso di pietre che aveva seppellito il loro compagno.

Libero, mordendosi le mani perché era stato lui a costruire il meccanismo che avrebbe dovuto salvare il malcapitato, iniziò col suo martello a scolpire la lapide commemorativa, mentre tutti leggendo davano consigli e suggerivano pensieri.

Ogni volta, però, questi continui consigli avevano l’unico risultato di far sbagliare lo scalpellino che doveva rompere la pietra e ricominciare daccapo.
Alla trentaduesima lapide Libero iniziò a perdere la pazienza, alla quarantatreesima colpì la testa di Meri col martello facendo fuggire tutti.

Poi scrisse sulla pietra “Qui giace Adriano, possessore di un rischiorante, che condusse vita rischiosa facendo il rischioratore, e morì per il bene dei compagni, pace all’anima sua, meglio a lui che a me, con affetto ed amicizia Liberodivolare e tutta la LEDA”.

Poi, mestamente, dopo aver concordato con i Phargs che l’indomani sarebbero stati dall’Albero per il commiato, tornarono alla LEDA per dare la triste notizia ai loro compagni d’equipaggio.
Avvicinandosi alla nave pensavano a come dare la notizia a tutti visto che stavano festeggiando come matti.
Certamente il loro mesto arrivo avrebbe raffreddato l’atmosfera festosa della nave ma la vita è fatta di belle e cattive notizie e nessuno può dire in che momento ti cadranno addosso le prime o le seconde.

Con stupore tutto l’equipaggio li vide avvicinarsi mestamente alla fiancata e salire a bordo.
Tutti pensarono che ci fosse qualcosa che non andava, forse la bestia non era stata sconfitta, forse si doveva ancora combattere.
Domanda mute si scontravano con occhi pieni di lacrime.
Rosagialla fu la prima che si avvicinò al gruppetto mentre le scimmie facevano comunella con le altre li sui pennoni e il pescespada cercava di attirare l’attenzione di Libero agitando una pinna.
Vitty, Meri ed Elena si tuffarono fra le sue braccia piangendo mentre Libero scrollandosi le mille mani che cercavano di trattenerlo iniziò a salire la scaletta di corda che portava alla coffa dove poteva piangere in pace.

Ma non aveva messo il piede sul primo scalino che si trovò la faccia di Adriano contornata dal bianco delle bende e del gesso che stava li appeso a mezz’aria sull’albero di maestro.

Lo spavento che provò fu talmente forte che schizzò quasi fuori bordo.
Un urlo lancinante si alzò improvviso e spaventoso mentre Libero iniziò a correre lungo la tolda della nave andando a nascondersi dietro il ponte di comando.

Tutti si chiesero cosa fosse accaduto e per un mezzo minuto vi fu un parapiglia generale.
Intanto Libero chiedeva perdono all’Anima di Adriano perché era convinto che questa lo perseguitasse essendo stato lui l’inconsapevole autore della sua improvvisa dipartita.
Promise in rapida successione di dedicarsi alla sorveglianza perpetua del suo luogo di sepoltura, poi, pensandoci bene, gli promise mille messe, poi sembrando le messe costose gli promise una candela al giorno ricordandosi vagamente di un proverbio che faceva “ Una candela al giorno ti toglie il morto di torno”.
Infine gli dedicò tre paternoster e un’avemaria e scrutò se l’apparizione fosse sparita.

Ma si accorse con orrore che l’apparizione perdurava, anzi faceva anche strane facce come se stesse bestemmiando.

Intanto un coro di risa generale percorreva la LEDA.
Rosagialla aveva spiegato l’arcano e aveva dato la lieta notizia del recupero in mare di Adriano.
Tutti si recarono a festeggiare il povero e comunque Eroe che aveva corso un pericolo mortale, afferrarono il bianco salsicciotto e lo portarono a guisa di madonna in processione per tutta la nave.

Solo Libero, che nel frattempo si era rifugiato sulla coffa in compagnia del pescespada , continuò per un bel pezzo a pensare che Adriano fosse un fantasma e solo dopo che venne costretto a scendere dai morsi della fame che avevano preoccupato lo stesso pescespada e si fu assicurato come novello San Tommaso della consistenza dell’amico, si liberò di quella insana impressione.
Inutile soffermarsi sui festeggiamenti ultragalattici che vennero approntati sull’Isola.
Dopo dieci giorni di bagordi Colui il quale il Comandante decise che era giunto il momento di spiegare le vele e andare incontro ad altre avventure.
Dall’Albero avevano ricevuto particolari sostanze persuasive che potevano irrorare il cuore di bontà e comprensione, dal cervello alieno ebbero i mezzi per poter parlare con le balene e individuare con estrema precisione queste ultime oltre alle navi assassine.
Prima di partire Colui il Quale il Comandante ebbe un lungo colloquio con Elena che aveva espresso l’intenzione di restare sull’isola per fare da tramite fra l’Albero e il Cervello Alieno.
In tal modo in breve tempo avrebbero avuto a disposizione la possibilità di risanare il pianeta e le conoscenze tecnologiche per esplorare oltre la Terra anche l’Universo.

Colui il Quale il comandante non poté che darle ragione ma assicurò anche che sarebbero sempre passati di li perché l’Isola segreta da allora in poi sarebbe stata la base della LEDA.
Inoltre era anche curioso di visitare la base aliena e colloquiare a lungo con l’Albero che non dovendosi più preoccupare del Raugunan avrebbe potuto dedicare tutte le sue energie per il bene del Pianeta.

La partenza fu straziante perché dove si combatte per un ideale si lascia sempre un pezzettino del proprio cuore.
Uno sventolio di fazzoletti e fiumi di lacrime condì la partenza della LEDA.
Pian piano l’Isola rimpicciolì in lontananza, divenne piccina piccina, baluginò all’orizzonte avvolta in una luce irreale, ammiccò…… e scomparve.

FINE

postato da: ArturBlord alle ore 14:33 | link | commenti
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Spedizione della LEDA - Decima puntata




Finalmente ricompattato il gruppo Colui il Quale Il Comandante cercò di fare il punto della situazione preoccupato della minaccia incombente sull’isola che rischiava di estendersi a tutto il Mondo.

Questa preoccupazione, avvalorata da cio che aveva appreso dall’Albero, richiedeva che la minaccia venisse identificata e che si adottassero gli opportuni accorgimenti per la sua eliminazione.
Gli indizi, finora, erano pochi e questo era ulteriore fonte di preoccupazione.

Alcuni pensavano che una specie di enorme verme si cibasse delle radici dell’Albero e pensavano di usare gli agenti irritanti (la spremuta di cipolle) per stanarlo per poi ammazzarlo a furia di botte in testa.

Altri pensavano che la minaccia fosse una enorme colonia di formiconi giganti e pensavano che se si fosse riusciti a trovare ed uccidere la regina tutto si sarebbe risolto.

Liberodivolare propose di versare nel pozzo tutti i fiori allucinogeni così da neutralizzare il nemico e costringerlo a sognare fino a farlo morire di inedia.

L’idea solleticò la fantasia di parecchi ma il Dottor Rifleman disse che era molto difficile manipolare quei fiori, che non sapevano nulla di cosa si nascondesse li sotto, che forse i fiori erano per quella cosa uno stimolante e non avrebbero avuto effetto mentre avrebbero potuto essere deleteri per l’Albero.
Accantonata l’idea si decise di cercare di capire cosa fosse mai questa bestia, attirarla lontano dalle radici e, infine, studiare un mezzo per distruggerla, sperando che la cosa non riuscisse nel frattempo a distruggere LEDA e Ledisti.

Colui il Quale il Comandante propose di spostare il campo vicino all’enorme caverna che stava sulla via per raggiungere l’Albero e di costruirlo vicino alla spiaggia in modo da avere sempre la via del mare libera se avessero dovuto ritirarsi precipitosamente.
Detto fatto, tutti si misero al lavoro alacremente, spostando tende, masserizie varie, il laboratorio e tutto quello che avevano.

In breve tempo il nuovo accampamento fu operativo.

La giornata era passata velocemente, le prime stelle spuntavano mentre all’orizzonte gli ultimi barlumi del giorno sparivano velocemente.
A quella latitudine la notte calava come un sipario e il manto di stelle fittissimo in poco tempo magicamente brillò sul loro capo.
La Luna fece capolino dal promontorio e la sua diafana luce, illuminò la foresta circostante, le luci della LEDA erano un punto di riferimento mentre davanti al fuoco acceso tutti consumavano il pasto serale in religioso silenzio.

La preoccupazione per quello che poteva succedere il giorno dopo portava ad essere introspettivi e anche le scimmie sentivano la tensione nell’aria e non scherzavano come le altre volte.
Nonostante cio si erano rimpinzate di frutta ed ora si spulciavano, calme e silenziose, non senza alzare ogni tanto lo sguardo per scrutare la selva circostante e sussultare al minimo rumore proveniente dall’interno della giungla.

Liberodivolare si era arrampicato su un albero quasi sulla spiaggia e faceva segnali col fotometro alla LEDA per comunicare il programma del giorno seguente e trasmettendo l’ordine a Colui il Quale il Secondo di far trasportare a terra tutti gli armamentari vari accumulati sulla LEDA.

Elena sembrava in trance ma nella sua testa brillava vivido il ricordo degli ultimi avvenimenti e pur avendo consultato tutto lo scibile degli Atlantidei non aveva trovato traccia di cio che cercavano.

Il Cervello della base richiedeva informazioni suppletive che solo l’indomani avrebbero potuto essere date e a questo punto Elena decise che la miglior cosa sarebbe stata farsi un bel sonno ristoratore e rimandare tutto quando le idee sarebbero state più chiare.

Pian piano l’accampamento divenne sempre più silenzioso, tutti scivolarono in un sonno senza sogni tranne le scimmie che rimasero all’erta, Adriano che era di guardia al primo quarto, Liberodivolare che iniziò a cantare sulla cima dell’albero “Un elefante si dondolava sopra il filo di una ragnatela e trovando la cosa interessante andò a trovare un altro elefante; Due elefanti si dondolavano sopra il filo di una ragnatela e trovando la cosa interessante andarono a chiamare un altro elefante; e così via……..” finché arrivò una scarpata dal basso che lo colse dietro la nuca facendogli fare un salto mortale in avanti dal ramo ad un ramo più basso.

Risentito Libero si accoccolò sul ramo e si mise a dormire dopo però che ebbe lanciato una dozzina di noci di cocco a caso che sicuramente colpirono qualcuno dato che si udirono provenienti dal basso vari “ouck” “ahi” “mannaggia a chella zoccola e’ mammete” e così via.

Nel buio della foresta qualcosa di invisibile si mosse lentamente senza fare alcun rumore e dopo il suo passaggio un’altra striscia di terreno privo di vita segnò come una cicatrice il suolo dell’Isola.

Il mattino sorse radioso e sconfisse tutti i timori e tutte le paure della vigilia.
L’accampamento si animò appena arrivarono le scialuppe con i rifornimenti.
Tutti si davano da fare decisi a portare a termine l’impresa e a partire subito per i mari freddi del nord dove vi erano balene che soffrivano e andavano salvate.
Liberodivolare rimase prudentemente sull’albero finché non vide tutti indaffarati poi, sicuro che l’episodio notturno fosse accantonato chiamò Qui Quo e Qua e si diresse verso la caverna in esplorazione.
Il Dottor Rifleman si unì al gruppetto e di buon passo la piccola spedizione attraversò il breve tratto di foresta per raggiungere il promontorio dove si apriva la caverna.
Perplesso Libero avanzò su quella striscia brulla che segnava la giungla e rivolgendosi al Dottore gli chiese spiegazioni sul fenomeno.
Il Dottore prese un campione del terreno e lo sottopose ad alcune analisi col suo piccolo kit di laboratorio d’analisi.
Stupito fece vedere i risultati che indicavano un terreno assolutamente privo di qualsiasi sostanza nutritiva un vero e proprio terreno alieno impossibile da trovare sulla terra se non in qualche deserto dilavato da secoli di siccità e di esposizione a raggi ultravioletti molto intensi dovuti ad un buco dell’ozono enorme ed accentuato.

Libero ancora di più impressionato cacciò fuori la bottiglia di Oceano blu e se ne versò una buona dose.
Poi chiese se questo fenomeno potesse avere attinenze con quello che cercavano e il prolungato silenzio del Dottore, oltre all’espressione di cane bastonato, furono una conferma ai suoi piu tristi pensieri.

Il dottor Rifleman decise di ritornare indietro e fare più attente analisi al campione preso e, accompagnato da Qui, tornò al campo base per riferire il ritrovamento.

Libero con Quo e Qua decise di andare più avanti e scoprire qualche altro indizio.

Intanto Colui il Quale il Comandante fece prendere al gruppo una campionatura delle armi per saggiarne l’eventuale efficacia e stava per dare l’ordine di partenza quando venne informato del ritorno del Dottore.
Preoccupato gli andò incontro e dopo aver avuto le informazioni decise di aspettare un poco prima di partire per dare tempo al Dottore di fare ulteriori analisi ma allo stesso tempo mandò, sulle tracce di Libero, Elena, Rosagialla e Fortevento per rimpinguare il numero degli esploratori.
Libero, intanto, aveva trovato altre strisce sospette e si era accorto che tutte portavano alla grande caverna, questo lo preoccupò ulteriormente, e lo convinse che alberi e sottobosco non sarebbero stati un ostacolo per il fantomatico avversario.
Decise allora di inerpicarsi sul promontorio in modo da vedere dall’alto la zona circostante la grande caverna.

Con suo grande stupore si accorse che numerose strisce circondavano l’ingresso e la vegetazione dall’alto risultava molto compromessa.
Inoltre le strisce sembravano di varia misura come se fossero state fatte da una specie di acido emesso però in quantità diverse in momenti diversi.
Infine si accorse che se l’ipotesi che strisce più nette erano anche più recenti si vedeva che la grandezza della striscia aumentava in maniera esponenziale man mano che erano più recenti, indice questo che la cosa cresceva molto in fretta.
La più recente era anche quella che si era di più avvicinata al loro campo anche se la distanza non era così piccola e lo schema che vedeva sul terreno faceva pensare che la prossima striscia sarebbe passata in una valletta alla sua destra colma di vegetazione.
Ciò significava che la sua posizione sul costone era sicura a meno che la cosa non avesse organi che potessero rilevarlo.

Guardando, dietro di se, il precipizio che conduceva al mare si disse che nella peggiore delle ipotesi avrebbe sempre potuto saltare in mare e allontanarsi a nuoto, semmai con l’aiuto dei delfini.
Si prefisse, perciò, di condurre i compagni su quella specie di osservatorio non appena lo avrebbero raggiunto.
Salendo più in alto vide che vi era una specie di frattura nel terreno e guardando dentro quel crepaccio si accorse che stava guardando nella grotta o serie di grotte che stavano sotto di lui e che comunicavano con la grotta principale dove erano diretti.

Da lassù vide i compagni avvicinarsi e mandò Quo ad avvertirli e condurli sul posto.
Lasciato Qua vicino al crepaccio scese nuovamente al punto di osservazione ed attese l’arrivo della squadra.

Il Dottore stava nel laboratorio insieme a Colui il Quale il Comandante e non credeva ai dati che gli strumenti gli riferivano.
Il terreno era puramente minerale, qualsiasi scoria azotata, qualsiasi batterio, sembrava sparito.
L’humus che doveva essere presente in un terreno tropicale era completamente sparito e se non si fosse riformato, cosa quasi impossibile, se non in tempi lunghi, nulla sarebbe cresciuto.

Sembrava, inoltre, che agisse ancora un agente inibitore che impediva anche la contaminazione da parte dei batteri esistenti nell’aria.
Perfino le spore non sviluppavano minimamente anche se i gradienti di temperatura e di umidità erano più che favorevoli all’attecchimento.

Cosa avesse causato tale pasticcio non era nelle conoscenze del Dottore che supponeva solo l’esistenza di qualcosa che si nutrisse sciogliendo tutto quello che era vegetale ed animale e traendolo anche dal terreno lasciasse come sottoprodotto quello sterile ammasso di sali minerali ma il come accadesse cio era del tutto sconosciuto.

Inoltre la forma, la consistenza, l’aspetto di cosa causasse cio era anch’essa un mistero.

Colui il Quale il Comandante era perplesso ma dovendo prendere una decisione non poté che dare l’ordine di partenza.
Comunque per tutta sicurezza comunicò alla LEDA di partire se entro 48 ore non avesse avuto notizie della spedizione, poi anche se occorreva caricare come muli anche le scimmie decise di portare tutto cio che potevano compreso il laboratorio perché agire in tempo reale era una cosa ormai di importanza vitale.

Libero salutò le tre compagne e fece vedere loro il risultato delle sue elucubrazioni le accompagnò alla spaccatura superiore e frenò i bollenti spiriti di Elena che voleva per forza calarsi dentro in esplorazione.
Dopo aver dovuto anche usar le mani dandole tre quattro scappellotti la accompagnò giù a calcioni e la legò ad un albero per evitare di doverla abbattere con una ulteriore noce di cocco.

Il Sole era quasi al tramonto quando videro arrivare tutto il gruppo che avanzava lentamente sotto il peso dell’attrezzatura.
Scesero per dare una mano e finalmente tutto venne portato in alto fuori dall’eventuale pericolo incombente.

Il giorno lentamente volgeva al tramonto, il sole era ormai all’orizzonte e le lunghe ombre del promontorio intaccavano i colori della selva sottostante.
Sul crinale dello stesso, i nostri eroi, spalle al tramonto, sorvegliavano la caverna pronti ad intervenire ma nulla faceva presagire la presenza di cose strane e misteriose.
Gli uccelli volavano fra gli alberi chiamandosi l’un l’altro, il ronzio dei calabroni e il frinire dei grilli lentamente lasciava il posto al rumore del mare sottostante che diventava predominante man mano che i rumori del giorno si chetavano.

Vicini al fuoco, senza che nessuno chiacchierasse o scherzasse, tutti si interrogavano su cosa stesse per succedere.
Tutti avevano visto le striature sul terreno, le parti di foresta letteralmente evaporate.

Doveva essere un acido organico, pensava il dott. Rifleman, ma cio non giustifica l’impoverimento di minerali e sostanze azotate.
Liberodivolare pensava che una infinità di piccoli vermi mangiatutto poteva alla stregua delle formiche amazzoniche ridurre in poco tempo la foresta ai minimi termini ma perché uscivano, almeno finora, solo di notte?

Elena continuava ad interrogare il cervello della Base ma questi non avendo nulla su cui elaborare ipotesi restava ostinatamente in silenzio tranne che per il messaggio di attesa inviato già in precedenza.

Colui il Quale il Comandante osservava accigliato il panorama perso in chissà quali pensieri, mentre tutti gli altri restavano in attesa di suoi ordini.

Solo le Scimmie peregrinavano per ogni dove sfottendosi fra loro o cercando da mangiare e dando anche fastidio a volte a chi, preoccupato della situazione, non aveva eccessiva voglia di lasciarsi coinvolgere da scherzi o altre buffonate.

Ma, lentamente col progredire della sera, stranamente la tensione sembrò diminuire, dopo il tramonto l’atmosfera iniziò a rilassarsi, ognuno, affaccendato nelle consuete attività serali, sembrò staccare la spina che li aveva resi elettrici per tutto il giorno, e, accanto al fuoco, ci fu anche chi iniziò a canticchiare mentre preparava la cena.

Un profumino si sparse per l’accampamento e anch’esso contribuì a distrarre il gruppo da cupi pensieri, tutti lentamente, come nella famosa scena del pranzo in “Miseria e Nobiltà” con Totò, iniziarono ad avvicinarsi al desco ormai apparecchiato e con indifferenza iniziarono a vedere cosa era stato preparato.
Poi si vide qualche mano allungarsi furtiva al cibo, e, all’improvviso, tutti si misero a mangiare e discutere a gran voce riprendendo quello spirito di fratellanza e goliardia che sempre caratterizzava l’equipaggio della LEDA.

Dopo un po’ Libero, brandendo una cotoletta come vessillo, alzò gli occhi e notò con stupore che le scimmie non facevano parte del gruppo anzi non si vedevano in giro.
Un po’ preoccupato si alzò per andare a vedere dove si fossero cacciate e avanzò sul crinale fino a giungere sul pendio scosceso che portava alla grotta.
Le scimmie erano li aggrappate alle fronde di alcuni alberi e mute guardavano in basso indicando qualcosa.

Libero, preoccupato, si avvicinò ma non scorgeva nulla.
Per scrupolo, volendo avere una visione migliore, prese una fotoelettrica e illuminò la valletta sottostante.
Ma continuò a non vedere nulla, gli alberi erano li un po mossi dalla brezza,…… la brezza? Ma in quel momento brezza non ce n’era.

Neanche un alito di vento soffiava e lui vedeva gli alberi muoversi lentamente.

Le scimmie iniziarono a fare un chiasso tremendo indicando le foglie tremolanti, Libero aguzzò la vista ma non scorgeva nulla, poi, all’improvviso, una luminescenza avvolse la valle facendo divenire tutto inconsistente, la luce si affievolì, fino a sparire e Libero notò a bocca aperta che non c’era più nulla.
Alberi, cespugli, foglie sparse, nulla di organico era rimasto e la valletta sotto la luce elettrica era solo un terreno arido e giallo.
Solo un leggero tremolio nell’aria faceva supporre che ci fosse qualcos’altro.
Richiamati dal chiasso anche gli altri erano giunti ma nessuno aveva visto ciò che era successo.
Il Dottore guardava stupito il cambiamento avvenuto e si lanciò per il pendio desideroso di analizzare l’accaduto ma subito, però, venne placcato da Libero che gli indicò il tremolio che ancora perdurava sulla valle,
Poi, presa una pietra la lanciò verso il basso scrutandone la traiettoria.
Con stupore vide la pietra precipitare ma ad un certo punto rimbalzare a mezz’aria e cambiare direzione.

Il Dottore aveva visto anche lui il fenomeno e si precipitò a lanciarne un’altra che ebbe lo stesso comportamento.
Urlando disse agli altri di andare a prendere le cose portate dalla LEDA comprese le ampolle con vari agenti chimici approntati poi afferrato un ramo lo lanciò giu.
Il ramo si fermò a mezz’aria e li rimase come incollato, poi all’improvviso divenne luminescente, poi perse la luminescenza diventando traslucido e infine sparì all’improvviso come una bolla di sapone.

Tutti si ritrassero dal precipizio preoccupati dall’estrema pericolosità di cio che avevano visto e il Dottore raccomandò di lanciare piccole pietre per visionare eventuali spostamenti dell’invisibile cosa che riempiva la valletta.
Poi, afferrate una ad una le ampolle iniziò a buttarle di sotto con metodo annotando eventuali effetti causati.
Ma nulla accadeva, sembrava che la cosa fosse refrattaria a qualsiasi sostanza anzi se la fagocitava in fretta senza che ne rimanessero tracce.
Il Dottore suppose che la permanenza della creatura o cosa altro fosse era dovuta all’opera di assorbimento dei materiali nutritivi dal terreno per farlo diventare come gli altri esplorati e continuò a buttare giù le sue misture.
Qui, vedendo l’operato del Dottore, tornò al campo e si procurò anche lui alcune cose prendendole dalla tavola imbandita, poi tornò con i suoi compagni ed iniziò il suo personale lancio sperimentale.

Cotolette, cosce di pollo, cannelloni volarono verso il basso causando luminescenze rapide e fugaci.

Libero preoccupato che la cosa prendesse il lancio come occasione di reperire nuovi nutrimenti iniziò a disperdere il gruppo a schiaffi e calci cercando di impedire alle scimmie il dispendio di roba da mangiare anche perché aveva visto la sua cotoletta partire verso il basso.

Nel fare ciò però scivolò su una bottiglia di Oceano blu, anch’essa preda di Qui e rischiando di precipitare si afferrò ad un cespuglio sporgente restando per attimi infiniti appeso sull’abisso.
Ripreso l’equilibrio afferrò la bottiglia e arrabbiato per il pericolo corso la scagliò contro la scimmia che però la schivò facilmente.

La bottiglia fece una lunga parabola finendo in basso e rompendosi sulla cosa bagnandola con la bevanda.
Subito si videro dei lampi attraversare l’intera valletta mentre una macchia blu luminescente evidenziava parte della creatura.
Il Dottore esclamò a gran voce il suo stupore facendo partire una serie colorita di insulti frammisti a congratulazioni mentre Colui il Quale il Comandante subito ordinò di portare la scorta di bottiglie rimaste.

Ci fu un nutrito lancio di bottiglie negli istanti seguenti e velocemente furono in grado di valutare l’enormità di quella cosa che riempiva l’intera valletta.
Si notava anche che ora sussultava in maniera evidente muovendosi come una enorme ameba e che sembrava anche consapevole ed incazzata perché sempre piu pseudopodi sembravano volere raggiungerli o quanto meno far cessare il lancio del liquido irritante.

Ovviamente nessuno era in grado di dire che effetti facesse l'Oceano blu alla cosa ma era evidente che sebbene non fosse mortale almeno era di disturbo e rendeva la cosa visibile.

Elena intanto trasmetteva cio che vedeva al computer della Base che iniziò velocemente e finalmente a dare informazioni.
Disse che dalla descrizione della creatura sembrava che fosse proveniente dal pianeta degli Atlantidei dove era stata creata nella notte dei tempi per essere usata come macchina da costruzione.
Era, infatti, in grado di sintetizzare gli elementi e creare lastre ed altri componenti di metalli e strutture progettate dai suoi padroni e collocarle allo stesso tempo dove i padroni avevano comandato di metterle.
Con il loro apporto e quello di altre macchine organiche era stata costruita la base ma a detta del Computer tutto era stato destrutturato dopo il completamento della stessa.

Il Raugunan, così era chiamato il Costruttore, dopo l’uso veniva ridotto in elementi dato che non conveniva rimandarlo indietro e questi venivano sparsi nei terreni circostanti in modo da garantire l’impossibilità di ricostituzione.

Forse nei millenni passati il Raugunan aveva iniziato per un motivo sconosciuto la sua ricostituzione prelevando gli elementi dal terreno e provvedendo alla sua alimentazione in maniera diversa da quella progettata dai Padroni che usavano energia vitale pura.
Invece la creatura estraeva dagli altri organismi l’energia e intanto ricostruiva se stessa.

Secondo il Computer dopo una fase durata centinaia di migliaia di anni in cui il Raugunan aveva ricostruito ed organizzato solo alcune facoltà essenziali, da poco tempo aveva iniziato in maniera esponenziale la sua ricostruzione totale e perciò gli occorrevano enormi quantità di energia.

Ed il peggio doveva ancora venire perché le sue vere facoltà non erano quelle che si vedevano in quel momento, erano enormemente superiori e quando le avrebbe avute avrebbe anche avuto bisogno di tanta energia da spegnere il mondo intero se non si trovava il modo di fermarlo.

Elena rimase basita dalle rivelazioni e chiese come potevano eliminare la creatura e rimase ancora più basita dalla risposta e cioè che la mente della base non lo sapeva e non era in grado di elaborare la risposta.

Alle sue rimostranze la Mente disse che il Raugunan era cambiato così profondamente da non poter essere destrutturato, comunque alla luce dei fatti riferiti avrebbe cercato di elaborare altre strategie.

Poi disse che l'Oceano blu non poteva causare danni al Costruttore anche se lo aveva reso visibile come era all’inizio avendogli forse fornito alcuni elementi che lo stesso non aveva ancora trovato.

Le strane sensazioni di disagio mostrate, però, facevano presupporre che alcune cose, forse, erano, almeno in questa fase, deleterie e si doveva approfittare del momento favorevole perché in fasi successive il potere della cosa sarebbe enormemente aumentato.

Elena era costernata nel riferire agli altri queste notizie e anche il morale degli altri non è che ne fosse risollevato, anzi alcuni motivi di scoramento affioravano mentre la discussione proseguiva.
La cosa, intanto si era rintanata di nuovo nella caverna e alla luce di quanto appreso non sarebbe passato molto tempo perché il grande albero, sintesi ed emblema della Natura sarebbe stato vinto dalla forza della creatura aliena frutto di una scienza che mostrava, ancora una volta, la sua incompletezza di fronte alle forze dell'Universo.

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06:40


Spedizione della LEDA - Nona Puntata




Apesara percorreva il sentiero che portava all’albero-casa.
La notte era calata ma la luna piena e una miriade di stelle illuminavano il paesaggio dandogli un aspetto fiabesco.
Sulla sua sinistra si profilava la scogliera che delimitava la spiaggia e giusto più in la c’era la radura dove avevano incontrato i Phargs.
Una strana sensazione la distrasse ai suoi pensieri e si fermò in attesa che i suoi sensi le dessero conferma su ciò che l’aveva allarmata.
Ma nulla si muoveva, né si scorgevano ombre tranne quelle dei cespugli e degli alberi circostanti.
Si incamminò accelerando il passo e in poco tempo, sorpassata la radura, si avviò verso i compagni che l’attendevano all’accampamento degli uomini albero.

Non scorse dietro di lei l’enorme ombra che al suo passaggio scuoteva gli alberi abbattendoli, né si avvide che dove c’era un pezzo di giungla ora c’era una specie di sentiero nudo che portava dritto all’enorme caverna che si apriva sul fianco della montagna.

Fortevento lo squalo sentiva odore di preda nelle vicinanze.
Il suo perfetto corpo da macchina per uccidere solcò velocemente l’acqua pregustando il vicino pasto, per un attimo fu distratto da una grossa cernia che, disperatamente, cercava di guadagnare la sua tana che era nelle vicinanze.
Fortevento la seguì con i suoi occhi fissi ed assassini poi con un poderoso colpo di coda si allontanò sprezzando la misera preda per dirigersi verso l’effluvio di odori e vibrazioni che gli suscitavano lontani ricordi.

Uncino sguazzava nell’acqua gridando che calassero una scialuppa per recuperarlo ma i suoi accoliti avevano altro per la testa con Peter e i suoi amici che, svolazzando, li stavano ridicolizzando per tutta la nave.
Peter aiutato da Wendy aveva preso in una rete un gruppo di scagnozzi e li aveva legati all’albero maestro, Campanellino aveva rinchiuso nella stiva i malcapitati che c’erano caduti prima, soltanto Spugna con il residuo numero di pirati cercava di lanciare una cima al comandante e allo stesso tempo con la pistola cercava ancora di centrare Peter.

Finalmente il capitano riuscì ad afferrare la corda e cercò di risalire a bordo con la spada fra i denti ma l’uncino non è che fosse adatto alla bisogna.
Campanellino, intanto nella foga di chiudere nella stiva i pirati si intrufolò in un altro boccaporto per cercare il modo di chiudere le altre uscite della stiva.
C’era un buio pesto in quel locale e il saltapicchio volante accese una torcia per vedere dove fosse finito.
Con suo sommo terrore si avvide che era capitato fra palle di cannone e barili di polvere che stipavano il locale dal pavimento al soffitto si voltò per uscire e vide scritto sulla porta “Santabarbara”.

“e che diamine
” esclamò “ mo lo scrivono all’interno e non all’esterno?
Cercò di uscire ma si dimenticò che sapeva volare, infilò la scala e inciampò sull’ultimo gradino, la torcia cadde a terra e lui uscendo urlò che stava per scoppiare tutto.
Subito i pirati iniziarono a calare una scialuppa mentre alcuni di loro si buttarono a mare allontanandosi come se fossero finalisti dei cento metri stile libero.
Peter e Campanellino si alzarono in volo ma Wendy rimase impigliata con un piede in una sartia delle vele, Peter se ne accorse e tornò indietro cercando disperatamente di sciogliere il nodo.

Il Capitano stava per salire sulla scialuppa quando Fortevento attaccò uscendo dall’acqua e tranciando di netto un remo della scialuppa.

Uncino sbiancò emettendo un urlo prolungato e cercando disperatamente di salire sulla scialuppa che con un remo tranciato girava su se stessa vicino alla nave, Spugna con l’altro remo cercava di colpire il pescecane sul muso mentre quest’ultimo ignorando le remate non aveva in testa che il Capitano il quale, a sua volta, disperatamente, si difendeva dalle ganasce dando calci e nuotando a velocità supersonica.

Peter cercò con un coltello di tagliare la corda che tratteneva Wendy ma in quel momento tutto saltò in aria, la nave si ridusse in mille pezzi mentre una coltre di fumo nascondeva pietosamente la sorte dei nostri eroi.

Elena, intanto, percorreva i corridoi di quella meraviglia tecnologica ma l’assenza di uscite e di persone iniziava a minare la fiducia che l’aveva sorretta fino ad allora.
La ricchezza di quel palazzo la stupiva sempre di più, l’uso e la raffinatezza dei materiali usati per costruirlo erano inestimabili.
Pareti ricoperte di metallo simile all’oro avevano intarsi e decori in pietre dure dai mille colori che splendevano sotto le luci.

Aveva attraversato alloggi, magazzini pieni di ricambi ed altre parti di macchinari di difficile identificazione, giardini zeppi di piante e fiori.
Enormi ambienti con macchinari che sapeva funzionanti solo dal piccolo ronzio che emettevano mentre un pulsare profondo spandeva vibrazioni che dimostravano le enormi forze che tali macchinari generavano.
Alla fine di un corridoio si accorse che era arrivata in un ambiente grandissimo dove sfociavano tanti altri corridoi simili a quello da lei percorso.
C’era una serie di gradini che scendevano verso il centro mentre l’intera superficie circolare era dotata di scranni come una immensa arena.
Al centro di questa costruzione c’era una specie di podio sopraelevato mentre tutt’intorno c’erano dei seggi imponenti finemente decorati mentre proprio di fronte al podio si vedeva una statua che pur essendo distante era inequivocabilmente umana.
Elena percorse velocemente i gradini rendendosi conto che poteva anche rimanere ferma perché i gradini come una scala mobile viaggiavano verso il basso anche a velocità sostenuta.
In pochi attimi fu accanto alla statua e con stupore si accorse che era la sua copia perfetta.

Completamente flippata e non credendo ai suoi occhi toccò quell’oggetto che non poteva esistere che confermò la sua convinzione di stare sognando.
Si diede un pizzicotto ed urlò dal dolore.
Ancora incredula continuò la sua esplorazione tattile quasi sperando che all’improvviso la statua si animasse, ma non accadde nulla.

Si volse allora verso il podio e per avere una visione di tutto l’emiciclo salì su di esso.
Si girò intorno guardando quei seggi vuoti e cercò di immaginare l’intera sala piena di esseri simili all’uomo.
Se li immaginava di portamento maestoso, con negli occhi quella sicurezza che proviene dalla sapienza e dalla pace.
E, all’improvviso, erano lì, il brusio pacato di migliaia di persone mentre al posto della statua c’era ora un individuo con paramenti riccamente ricamati e intessuti in oro e pietre preziose con sul capo una specie di copricapo che al centro aveva una specie di pietra verde enorme.

Lei su quella specie di podio era circondata dalla stessa luce verde che la pietra emetteva e si accorse, allarmata, di non potersi muovere.

Libero aprì gli occhi sicuro di essere stato ridotto dall’esplosione in tanti pezzettini e vedendo la faccia di Qui vicino alla sua si spaventò credendo di essere all’inferno, poi si tranquillizzò e cercò di spiccare il volo ma cadde rovinosamente a terra.
Oltremodo confuso cercò i resti della nave, pensò a cosa fosse successo a Wendy, cercò di afferrare una spada, un pugnale, con gli occhi si volse a destra e sinistra per vedere dove fossero i pirati ma vedeva solo il verde di un prato.
Qui, intanto, cercava di attirare la sua attenzione e offuscate figure si muovevano intorno.
Spossato si rifugiò di nuovo in un sonno questa volta senza sogni.

Colui il Quale il Comandante, sapute le ultime notizie, decise di recarsi al più presto al luogo dell’appuntamento.
Riferì la sua attenzione ai suoi compagni e ai Phargs e stabilì di attendere l’alba per partire.

Elena era immobile mentre intorno a lei, in una lingua sconosciuta e musicale, ferveva una accesa discussione.
L’individuo che era di fronte a lei sosteneva animatamente con gesti ed espressioni del viso la sua opinione perché la tensione che c’era nell’aria la si poteva letteralmente sentire sulla pelle.
Gli altri componenti che sedevano sui troni erano evidentemente in contrasto fra loro chi dando ragione e chi torto al perorante.

Pian piano però Elena capì cio che dicevano perché si accorse che la lingua parlata era molto simile alla lingua sarda e, stupita, seppe che vi era incombente una catastrofe naturale che quel popolo conosceva da diverso tempo.
Alcuni, fra cui il perorante, volevano abbandonare la base, così chiamavano quel luogo, e tornare al loro pianeta di origine, altri sostenevano che la base sarebbe stata in grado di sopravvivere alla catastrofe e non era necessario abbandonarla.

La discussione andava avanti ormai da ore ed Elena era ormai frastornata e completamente stravolta dall’attenzione che doveva avere per cercare di capire cosa dicevano, le sembrò che le tesi del perorante fossero ascoltate e si convinse di cio quando vide intere sezioni di folla sparire come se fossero teletrasportate.

Pian piano l’enorme emiciclo si vuotò.
Anche i personaggi sugli scranni scomparvero uno ad uno finché non rimase che il Capo che con alcuni cenni delle mani mise in stato di quiete l’intera base, poi volse lo sguardo intorno passando attraverso Elena come se fosse invisibile e come se desse un arrivederci a quell’ambiente si voltò e in batter d’occhio scomparve.

Elena incredula rimase per ancora un attimo in tensione poi crollò sfinita al suolo e si avvide che la statua era di nuovo al suo posto.
Questa volta, però, la statua trasmise un immagine, poi un pensiero, poi una serie di impulsi come se volesse contattare la sua interlocutrice.

Infine un flusso di informazioni iniziò a fluire verso la statua che dopo pochi istanti fu in grado di parlare correttamente e informò Elena di essere una immagine, anzi un Avatar del cervello della Base.
Gli era stato dato l’incarico di tenere in ordine la Base fino al ritorno degli Atlantidei e in un primo momento aveva creduto che lei fosse una di questi ultimi.
Poi analizzando la mente aveva compreso che poteva essere una dei discendenti di quella razza che non avevano voluto seguire gli altri.

Il cataclisma c’era stato ma la base era sopravvissuta.
Non si poteva dire lo stesso di alcune altre basi sparse per il pianeta.
Solo piccoli gruppi erano scampati ma, non potendo raggiungere la base, erano regrediti e pian piano avevano perso il ricordo della loro provenienza che era rimasta come mito nella loro memoria razziale.
Inoltre doveva essere successo qualcosa anche nel pianeta natale perché dopo un po’ non vi erano stati altri contatti con esso ma il cervello continuava la sua missione e l’avrebbe continuata fino alla fine del tempo.

Elena aveva capito solo la metà di quello che il cervello le aveva trasmesso ma erano impellenti alcuni suoi bisogni e primo fra tutti quello di conoscere il modo di uscire da li dentro.

Il cervello le disse che non c’era di che preoccuparsi, avrebbe lui provveduto a questo, poi la invitò ad andare in quella che poteva essere la sala comando della base e mentre lei era ancora insicura anticipò il suo consenso trasportandola li dentro.

Nel cuore della Base una enorme sala dalle luci cangianti sembrava essere la copia conforme del cielo stellato.
Non c’era modo di capire se esistesse un suolo o un soffitto, si era sospesi in un mondo virtuale fatto di luci, di informazioni, di software che a volte si solidificava e a volte diventava nebbioso e inconsistente.
Come se fosse seduta nell’aria bastava toccare con mano una delle luci per avere istantaneamente informazioni o dare comandi.
Il cervello le faceva da supporto e le spiegava in un attimo le funzioni di quel luogo.
Poteva accedere a milioni di anni di informazioni, poteva avere a disposizione tutto il sapere di una razza antica, aveva a disposizione la storia dei minimi avvenimenti accaduti sulla terra negli ultimi millenni.
Annichilita dal potere esistente in quella sala e dubbiosa sul suo effettivo diritto a queste conoscenze rimase ferma non osando nemmeno sfiorare le luci vicino a lei.

Il cervello le disse che competeva solo a lei la decisione e avrebbe potuto pensarci con comodo.
Avendo registrato il suo codice molecolare, in qualsiasi momento avrebbe potuto raggiungere soltanto pensandoci quel luogo per sapere cio che le interessava.
Poi le chiese se voleva raggiungere i suoi amici e alla sua risposta affermativa la sala scomparve e lei si trovò all’improvviso al centro dell’accampamento.

Il Dottor Rifleman diede un urlo e schiantò a terra quasi infartuato all’apparire di Elena, balbettando si stropicciò gli occhi incredulo, Elena si volse verso di lui sorridendo ma ciò accentuò la paura del poveretto che scappò fermandosi ad una certa distanza sopraffatto dalla curiosità.
Ai cenni di saluto di Elena rispose titubante poi si avvicinò con circospezione sempre pronto a fuggire a quello che credeva un fantasma ma Elena gli rivolse un caldo sorriso e si accinse a raccontare cio che le era successo.
Incuriosito si sedette su una pietra ad una certa distanza e iniziò ad ascoltare.

Fortevento si svegliò col sapore di uno stivale in bocca e con lo stomaco che le faceva male neanche avesse ingoiato un mezzo remo, Vitti si guardava intorno in cerca del topo spasimante, e Adriano si grattava dappertutto sentendo chili di polvere su se stesso.
Lentamente tali sintomi li lasciarono, la mente si liberò dai profumi allucinogeni dei fiori e si ritrovarono tutti seduti sul prato che si stendeva al disopra della valletta, l’immagine della LEDA alla fonda nella baia perse i connotati di nave pirata, la grida delle scimmie persero il tono delle voci dei pirati, e Rosagialla smise i panni di Uncino facendo trasparire da sotto i baffi il sorriso sornione di chi aveva risolto il brutto momento che i suoi amici avevano corso.


postato da: ArturBlord alle ore 06:40 | link | commenti
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Da L'Isola di Arturo di Elsa Morante


....... "Certe sere, dopo cena, attirato dalla frescura di fuori, mi stendevo sullo scalino della soglia, o sul terreno dello spiazzo.
La notte, che un'ora prima, giù al piano, m'era apparsa così proterva, qua, ad un passo dalla porta-finestra illuminata, mi ridiventava familiare.
Adesso il firmamento, a guardarlo, mi diventava un grande oceano, sparso d'innumerevoli isole, e, fra le stelle, ricercavo aguzzando lo sguardo quelle di cui conoscevo i nomi: Arturo, prima di tutte le altre, e poi le Orse, Marte, le Pleiadi, Castore e Polluce, Cassiopea......
Avevo sempre rimpianto che, ai tempi moderni, non ci fosse più sulla Terra qualche limite vietato, come per gli antichi le Colonne d'Ercole, perchè mi sarebbe piaciuto di oltrepassarlo io per primo, sfidando il divieto con la mia audacia; e, allo stesso modo, adesso, guardando lo stellato, invidiavo i futuri pioneri che potranno arrivare fino agli astri.
Era umiliante guardare il cielo e pensare: là ci sono tanti altri paesaggi, altre iridi di colori, forse tanti altri mari di chi sa quali colori, altre foreste più grandi che ai Tropici, altre forme di animali ferocissime e allegre, più amorose ancora di queste che vediamo.... altri esseri femminili stupendi che dormono.... altri eroi bellissimi..... altri fedeli.... e io non posso arrivare la.

Allora, i miei occhi e
i miei pensieri lasciavano il cielo con dispetto, riandando a posarsi sul mare, il quale, appena io lo riguardavo, palpitava verso di me, come un innamorato.
Lì disteso, nero e pieno di lusinghe, esso mi ripeteva che anche lui, non meno dello stellato, era grande e fantastico, e possedeva territori che non si potevano contare, diversi uno dall'altro, come centomila pianeti!
Presto, ormai, per me, sarebbe cominciata finalmente l'età desiderata in cui non sarei stato più un ragazzino, ma un uomo; e lui, il Mare, simile a un compagno che finora aveva sempre giocato assieme a me e s'era fatto grande assieme a me, mi avrebbe portato via con lui a conoscere gli oceani, e tutte le altre terre, e tutta la vita!.............."

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Quella, che tu credevi un piccolo punto della terra fu tutto.
E non sarà mai rubato quest'unico tesoro.
ai tuoi gelosi occhi dormienti.
Il tuo primo amore non sarà mai violato.

Virginea si è rinchiusa la notte
come una zingarella nel suo scialle nero.
Stella sospesa nel cielo boreale
eterna; non la tocca nessuna insidia.

Giovinetti amici, più belli di Alessandro e d'Eurialo,
per sempre belli, difendono il sonno del mio ragazzo.
L'insegna paurosa non varcherà mai la soglia
di quella isoletta felice.

E tu non saprai la legge
ch'io, come tanti, imparo,
- e a me ha spezzato il cuore:

fuori dal limbo non v'è eliso.


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In questi versi si racchiude il messaggio che Elsa Morante trasmise attraverso le pagine del suo romanzo "L'isola di Arturo".

Il ricordo dell'infanzia, il Limbo, sarà sempre ricordato da chiunque come l'età dell'oro che non tornerà più.

Certamente occorre ricordare che per parecchi, anzi la maggior parte, dei bimbi del mondo, questa condizione finisce quasi subito, ma per quanto sia breve sarà sempre presente nell'immaginifico di ciascuno di noi.

Il mito di Peter Pan, avulso da qualsiasi significato psicologico o psichiatrico, lasciato solo come desiderio di avventura, di scoperta, di stupore, di felicità, di conoscenza, di amore e, anche, di crudeltà senza alcuna malizia, deve rimanere intatto in un piccolo posto della nostra anima perchè chi conserverà tali propositi e, anche nel mezzo delle difficoltà della vita, ne avrà rimpianto e riuscirà a risvegliarli non invecchierà mai e sarà sempre pronto a combattere le difficoltà e le ingiurie della gente comune con l'aiuto della fantasya.

postato da: ArturBlord alle ore 06:04 | link | commenti
categorie: isola di arturo
21:27


Spedizione della LEDA - Ottava puntata




Il boccaporto si aprì con fragore creando un rettangolo azzurro sull’uniformità nera della stiva.
Giù per le scale si lanciarono tre brutti ceffi dalla faccia segnata di cicatrici di antiche battaglie che afferrarono i nostri Eroi per trascinarli al cospetto del Capitano.
Uncino, seduto su un trono in legno dorato ed intarsiato guardava con sincera concupiscenza i tre salsicciotti scaricati ai suoi piedi.

Lisciandosi i baffi con l’uncino esclamò ridendo sguaiatamente “Peter finalmente potrò cibarmi del tuo cuore dopo averti fatto a fettine insieme ai tuoi degni compagni”.

Poi, rivolgendosi alla sua ciurma, “Appendetemi questi salami per i piedi all’albero maestro che ora ci divertiremo un poco”

Subito i pirati si lanciarono su Peter & Company ma quest’ultimo sgusciò dalle mani dei suoi carnefici e con un balzo, libero dalle corde, si ritrovò sul parapetto della nave.
Wendy e Campanellino, invece, sebbene liberi anch’essi dalla corde, rimasero nelle mani dei pirati che riuscirono a trattenerli.

Uncino balzò in piedi urlando che non lasciassero scappare il suo nemico e avvicinandosi ai due prigionieri minacciò di passarli a fil di spada se Peter non si fosse arreso.
Peter osservando la situazione afferrò uno dei legni usati per avvolgere le corde delle vele e si scagliò nel bel mezzo dei pirati mazzolando i calli a tutti quelli che stavano intorno ai suoi amici.
Cio permise a questi di fuggire e rifugiarsi sui pennoni della nave.

Fra i pirati che saltavano massaggiandosi i piedi e la confusione che si era estesa a tutto il ponte Uncino era diventato di un bel rosso paonazzo e sembrava che dalle orecchie e dalle narici uscisse del fumo.

Furioso si scagliò con la sua spada verso Peter urlando che l’avrebbe infilzato come un tordo e menando fendenti a destra e a sinistra, rischiando di affettare anche qualche membro del suo equipaggio, ingaggiò un duello con Peter armato della mazzuola, certamente inadeguata rispetto alla sciabola del pirata.
Nonostante ciò, sopperendo alla disparità delle armi con la possibilità di volare, il duello continuò mentre il resto dei pirati cercava in vari modi di intrappolare i due fuggitivi che svolazzavano fra le sartie e le vele cercando di aiutare in vari modi il loro amico.

Spugna si arrabattava con un archibugio cercando di colpire Campanellino ma i suoi tentativi avevano solo forato un paio di vele e colpito un paio di Pirati nelle parti molli facendoli precipitare in mare.
Campanellino gli fece cadere una sartia in testa con tutto il verricello per evitare il quale il pirata si spostò bruscamente sparando l’ultimo colpo verso la zona dove Uncino e Peter combattevano.

Il colpo sfiorò Uncino rasandogli uno dei baffi e spezzando in due la spada.
Il Capitano si volse stupito verso il suo secondo e gettando fiamme dagli occhi iniziò a percuoterlo in testa con l’elsa della spada.
Ciò consentì a Peter di poter dare una mano a Wendy che era, ormai, circondata dai Pirati.
Con un volo radente, picchiando sulle nocche dei Pirati, li fece precipitare chi in mare, chi sulla tolda della nave, qualcuno anche nella stiva centrando giusto il boccaporto aperto, poi picchiando sulla spalla ad Uncino intento ancora a punire il suo secondo lo colpì mentre questo si voltava giusto in fronte con la mazzuola creandogli un bellissimo bernoccolo.

Cio lo fece inferocire ancora di più e cercò di scagliarsi a testa bassa su Peter riuscendo ad afferrarlo per una spalla.
Quest'ultimo, però, si divincolò facendo perdere l’equilibrio al Pirata che, agitando le braccia, cadde a testa in giù dalla tolda finendo in mare ignominiosamente.

Intanto Rosagialla e Fortevento erano sulle tracce di Liberodivolare & Company guidate dalle scimmie.
Queste ultime con in testa Qui, Quo e Qua saltavano di palo in frasca, (letteralmente), e in breve tempo giunsero nelle vicinanze del luogo dove le tre scimmie si erano separate da Libero e dagli altri perché istintivamente avevano fiutato il pericolo dei fiori allucinogeni.

Ma questo Rosagialla e Fortevento non lo sapevano e nonostante le grida di avvertimento delle scimmie si inoltrarono anch’esse fra i cespugli ricoperti di fiori.
Fortevento aveva preso proprio il sentiero seguito prima da Libero, Vitty ed Adriano, mentre Rosagialla che stava più in alto e, attardata, da Qui, Quo e Qua che la trattenevano, era sopravvento all’effluvio dei fiori e non subiva la loro influenza.

Vide, dunque, distintamente Fortevento rallentare i suoi movimenti e scoordinarsi, precipitando al suolo sotto l’azione del profumo ipnotico.
Ma, in un primo momento, non capì perché cio accadesse, poi, però, si rese conto della situazione e cercò di trovare una soluzione che potesse metterla in grado di soccorrere gli amici senza subire la loro stessa sorte.

Intanto Fortevento si sentiva molto strana.
Gli sembrava di avere nella testa un ticchettio continuo mentre intorno a lei tutto sembrava ondeggiare con dei contorni incerti che diventavano indistinti con la distanza.
Ad un certo punto si accorse di avere intorno a lei delle creature che sembravano volare e si rese conto con stupore che erano pesci ed altre creature marine che erano sotto, intorno e sopra di lei come era sopra di lei un baluginio continuo che illuminava e colorava il mondo subacqueo.

Pensò allora, con stupore, che fosse annegata e il suo spirito aleggiasse ancora negli abissi marini, poi i suoi pensieri lentamente svanirono perdendosi nel nulla e una nuova consapevolezza sostituì la precedente.

Una coscienza fatta di istinti primordiali in cui capeggiava quello della sopravvivenza, una consapevolezza dell’ambiente circostante analizzato in maniera differente e con sensi che ora soltanto capiva di avere, consapevolezza di un corpo adattatosi da milioni di anni fino a farlo diventare uno dei re degli abissi.

Consapevole di essere una perfetta macchina per uccidere, Fortevento, lo Squalo, si lanciò con sicurezza alla caccia delle prede che sentiva essere alla sua mercé nelle vicinanze.

Colui il Quale il Comandante era ancora frastornato dall’esperienza mistica avuta ma era anche consapevole di aver avuto ragione nel sospettare che c’era una minaccia all’apparente onnipotenza dell’Albero.
L’aveva sentita nella mente del primo Pharg, era stata alimentata nel vedere il pozzo e cio che i Phargs facevano con metodicità e con una certa fretta dettata da una nascosta preoccupazione ed ora c’era la conferma dallo stesso albero.
Qualcosa di pericoloso attentava le radici dell’Albero, unico punto debole di quell’organismo quasi perfetto.

I Phargs avevano la loro validità proprio per lottare contro tale minaccia ma, incapaci di creare in loro stessi i germi della distruzione, la loro azione si limitava a cercare di dissuadere tale minaccia alimentandola di cibo alternativo attraverso il pozzo.

Strategia questa, finora, vincente ma che permetteva alla "Minaccia" di crescere e man mano che la "Minaccia" cresceva i loro sforzi erano sempre più vani ed ora la misura era quasi colma, la grandezza della "Minaccia" era tale che non era più possibile alimentarla con frutta e verdure.

La fame era tale che le radici iniziavano ad essere intaccate e cio avrebbe causato la morte dell’Albero e dei Pharg, poi sarebbe toccato all’Isola tutta e poi la "Minaccia" sarebbe dilagata in tutto il Mondo.

Bisognava fare qualcosa perché ormai si capiva che tutti erano coinvolti e forse l’imperfezione umana che aveva ancora in se i germi della morte e dell’aggressività avrebbe, almeno in questo caso, avuto la giustificazione che mai era stata trovata.

Certamente Colui il Quale il Comandante avrebbe preferito soluzioni meno traumatiche ma, allo stesso tempo, capiva che se fosse stato necessario bisognava battersi come in una versione di Armageddon in quanto occorreva che la "Minaccia" sparisse definitivamente perché si era capito che il Tempo non serviva ad altro che a farla diventare sempre più pericolosa e distruttiva.

Però occorreva anche capire in cosa consistesse questa "Minaccia" perché il simbolismo del linguaggio dell’Albero era fuori della portata della comprensione umana e i Phargs potevano solo trasmettere la sensazione ma non l’immagine, forse perché questa "Minaccia" non l’avevano mai, effettivamente, vista davvero.

Due erano le soluzioni:

L’una prevedeva calarsi nel pozzo ma questo comportava finire direttamente nelle fauci di questa Bestia perché se si mangiava frutta e verdura a maggior ragione si sarebbe pappati Uomini e Phargs.
La seconda era, forse, di entrare nel sottosuolo attraverso l’enorme caverna vista vicino alla scogliera, in questo caso al limite avrebbero avuto sempre una via di fuga alle loro spalle.

Il Dottore Rifleman, Lumachina e Oti avevano trovato i vestiti di Elena sugli scogli, Frag e i delfini iniziarono appena ad esplorare il settore di mare prospiciente gli stessi quando, all’improvviso, Apesara arrivò, mandata da Colui il Quale il Comandante per riferire il problema al Dottore e agli altri componenti della squadra.

Stupiti ascoltarono la relazione di Apesara e i commenti e le proposte si sprecarono in gran numero poi si decise che occorreva anche avvertire degli sviluppi Colui il Quale il Comandante che non sapeva dei dispersi e delle vicende accadute dopo la sua partenza.

Apesara avrebbe riferito cio che era successo e tutti si sarebbero dati appuntamento al limite della scogliera dove c’era la caverna appena risolti i problemi contingenti.

In quel frangente Frag tornò riferendo la scoperta della grotta semisommersa e tutti si recarono da quella parte decisi a recuperare Elena.

Quest’ultima si era appena svegliata dopo la lunghissima caduta e l’ambiente in cui si trovava aveva perso quelle caratteristiche di sogno che l’avevano accompagnata fino ad allora.
Non si rendeva conto che era tornata alla normalità non piu influenzata dai funghi e la caverna in cui si trovava era situata proprio sotto il sentiero su cui Rosagialla sostava pensando su come dovesse intervenire per salvare Libero & Company.

Le scimmie ancora inquiete non disdegnavano però di continuare ad ingozzarsi di tutto ciò che riuscivano a trovare e la loro curiosità era tale da andarsi ad infilare in ogni pertugio o salire su qualsiasi albero esistente sul pianoro.

Elena, invece, a tastoni, aveva trovato il proseguimento della grotta che sembrava formato da gradini che salivano verso l’alto.
Il fatto che quei gradini sembrassero opera di qualcuno e non fossero naturali la stimolarono a proseguire, nonostante il timore di altre esperienze traumatiche, e così continuò a salire.

Gli scalini cessarono bruscamente lasciandola su una specie di ballatoio delimitato da una parte dalla caverna e dall’altra da un muro in blocchi di pietra squadrati in cui uno spazioso corridoio si allungava nel buio più profondo verso inimmaginabili scorci di una civiltà sconosciuta.

Elena era indecisa sul da farsi, muoversi al buio comportava situazioni eccessivamente pericolose oltre al rischio di fare una brutta fine perdendosi nei meandri di quelle segrete e finendo miseramente per fame o sfinimento.
A proposito di fame, mormorò, è parecchio tempo che non mangio e la situazione
è già critica.

In quel momento calpestò qualcosa.
Sembrava una torcia ma non aveva con se nulla per accenderla poi si rese conto che non era una torcia ma una specie di cilindro su cui sembravano incisi dei segni.
Il cilindro sembrava di metallo e ne fuoriusciva un certo calore che lei sentiva distintamente per via dell’aria fredda che aleggiava nella costruzione.
Seguendo i contorni sul cilindro non riusciva a capacitarsi a cosa servisse e all’improvviso sentì sotto le dita una specie di rilievo che le richiamò alla mente un pulsante.

Premette su di esso ma non accadde nulla e allora premette con più forza e all’improvviso il corridoio si illuminò totalmente e per tutta la sua lunghezza.

Elena per lo stupore lasciò cadere il cilindro che rotolò sul bordo del ballatoio e prima che potesse afferrarlo cadde nell’oscurità della grotta sottostante ma il corridoio rimase illuminato e a lei non restò che inoltrarsi in esso continuando l’esplorazione di quel luogo tanto misterioso.

La prima cosa che notò fu il brusco cambiamento del materiale che formava il corridoio.
Infatti dopo alcuni metri e in maniera netta i blocchi di pietra cessavano e il corridoio sembrava formato da un materiale traslucido come se fosse un metallo o una materia plastica particolare.

Alla fine dl corridoio una porta chiudeva l’accesso e in un primo momento Elena pensò che fosse simile alla porta dei sogni trovata in precedenza e iniziò a smoccolare pensando a come potesse aprirla, ma con suo grande stupore, bastò arrivare alla porta che subito questa si aprì senza alcuna resistenza e non facendo alcun rumore.
L’ambiente in cui si trovò era una specie di disimpegno nelle pareti del quale si trovavano altre porte simili a quella appena oltrepassata.
La prima si aprì facilmente e si trovò in una specie di spogliatoio le cui pareti erano formati da armadi colmi di tute simili ad uniformi con tutti gli accessori.
Adiacente a questa stanza vi era un locale dove alle pareti dei loculi che sembravano docce invitavano a usarli per ripulirsi nel migliore dei modi.

Con un po’ di timore, pronta a ritrarsi al minimo pericolo, Elena ne approfittò subito.
Il suo corpo fu avvolto da una miriade di getti d’acqua con intensità e calore tali da farle provare una sensazione di benessere particolarmente piacevole.
Frammisto ai getti uscì dalle pareti anche una specie di sapone che formò naturalmente una schiuma lievemente profumata, poi ulteriori getti d’acqua dissolsero la schiuma lasciandola perfettamente pulita e getti di aria calda le massaggiarono ed asciugarono il corpo in pochissimi istanti.

Vestita di tutto punto con una tuta autoregolante ,che l’aveva meravigliata sia per i materiali quanto per la vestibilità e la piacevolezza del tessuto, uscì dallo spogliatoio e si accinse a visitare quel luogo pieno di cose meravigliose.

Un'altra porta la introdusse in quella che sembrava una mensa piccola ma tecnologicamente perfetta dove al tavolo centrale circondato da sedie fisse sui loro supporti di metallo bianco simile all’argento.
Alle pareti vi erano macchinari complessi e di difficile identificazione.

Elena si avvicinò ad uno che sembrava un forno a microonde poi ad una serie di sportelli dove alcuni segni che sembravano istruzioni per l’uso certamente non la illuminavano piu di tanto.
Finalmente giunse ad uno sportello aprendo il quale trovò della roba in pacchetti chiusi che sembrava una bambagia dolce.
Le ricordò in parte lo zucchero filato e istintivamente si fidò dei suoi sensi pensando che non fosse roba nociva al suo organismo, confortata anche dal fatto che tutto fino a quel momento presupponeva che i veri fruitori di tutto ciò fossero di razza umana.

Dopo essersi cibata di quella manna trovò anche un rubinetto da cui scaturiva acqua appena ci si avvicinava.
Rifocillatasi, si accinse a continuare l’esplorazione ma allo stesso tempo finalmente capì che la sua prolungata assenza avrebbe certamente causato scompiglio fra i suoi amici.
Ma non sapendo come avvertirli l’unica era cercare qualcosa che potesse farle capire dove si trovasse oppure una uscita che, come in una novella Divina Commedia, le facesse di nuovo rivedere le stelle.

Intanto Rosagialla aveva deciso: si sarebbe costruita una maschera di fortuna e avrebbe cercato di trascinare lontano dai fiori Fortevento e gli altri.
Le scimmie avrebbero tenuto l’altro capo di una corda che si sarebbe legata alla vita e se fosse successo qualcosa l’avrebbero salvata trascinandola lontano dal pericolo............

Continua

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06:46


Spedizione della LEDA - Settima puntata




I Phargs accolsero Colui il Quale il Comandante e i suoi due compagni offrendo loro della frutta avvolta in larghe foglie che venne accettata, senza tante cerimonie, per via di un naturale bisogno di mangiare qualcosa dopo tante emozioni.
Poi in fila indiana si diressero lungo il grande ramo facendo loro cenno di seguirli e scomparvero in una fessura dell’albero che si apriva alla biforcazione del tronco.
Iniziò un lungo viaggio all’interno dell’albero, confermando la tesi iniziale che quel popolo singolare vivesse in simbiosi con quei colossi della Natura, i cunicoli che attraversavano sembravano naturali e non scavati e mettevano in comunicazione fra loro ampie stanze dove ferveva la vita quotidiana, vedevano spazi dedicati al riposo, spazi destinati alla vita in comune e dove i piccoli Phargs iniziavano la loro vita sociale, videro alcuni Phargs in avanzato stato di partenogenesi, e contemporaneamente, continuavano ad inoltrarsi nelle profondità dell’albero.

Colui il Quale il Comandante sentiva in lontananza un rumore sordo come un pulsare di un enorme cuore e si interrogava sulla provenienza di quel rumore, cercò di sfiorare il tentacolo del Pharg che lo precedeva ma ricevette solo sensazioni di pace e serenità anche si sul fondo si sentivano tensione e un senso di preoccupazione.
Cercò di chiederlo direttamente ma ebbe solo un segnale di pazienza e di attesa.
Continuò così questo viaggio e il pulsare era sempre più forte e possente.
Si accorsero di essere nei pressi della zona centrale dell’albero e iniziarono a capire cosa fosse quel pulsare.

Occorrevano enormi quantità di energia per poter pompare verso l’alto l’enorme quantità di acqua e di sostanze nutritive necessarie alla vita di quel gigante, le pressioni osmotiche messe in atto erano altissime e complicate e scorrevano nella parte centrale del tronco e dei rami fino ad arrivare alle foglie e ai frutti.

Il tronco, trasformando, anno dopo anno, una parte di quel centro in supporto ligneo conservava traccia dell’intricato sistema di canali dove scorreva la linfa ed era proprio in quelle gallerie dove scorreva una volta la linfa ora trasformate in passaggi e sfruttate come abitazioni che, ora, procedevano.
Giunsero infine in una enorme sala dalle pareti semitrasparenti dove in semicerchio erano accucciati dei Phargs che sembravano in trance.
Con un gesto imperioso, ma pieno di grazia, fu fatto loro cenno di accomodarsi per completare il cerchio, poi tutti i Phargs unirono i tentacoli e invitarono gli umani a fare lo stesso.

Subito nelle loro teste si sentì una presenza nuova che presupponeva l’esistenza di una terza entità vivente in quella sala.

Una Entità che mostrava tutta la sua forza, da cui traspariva una saggezza accumulata in secoli e secoli di consapevolezza, che lasciava trasparire benevolenza e Amore verso qualsiasi forma di vita.
In un solo istante la storia dell’Entità, dei Phargs, della reciproca convivenza fino a diventare una unica Creatura fu chiara e vennero resi partecipi dell’enorme e lunga evoluzione di una coscienza speculativa che in se mostrava di avere risposte alle quali tutta la razza umana tendeva ma che per una difficoltà di comunicazione i nostri Amici non riuscivano a capirne le spiegazioni con un conseguente stato di prostrazione e sconforto.

Lo stato di disagio per quella conversazione aumentava vertiginosamente finché all’improvviso si ruppe il cerchio e la comunicazione si interruppe.
Sconvolti i naviganti della LEDA caddero in uno stato comatoso perdendo subitaneamente conoscenza.

Sulla Nave Pirata libero e soci stavano passando un brutto quarto d’ora.
Legati come cotechini erano stati buttati nella stiva della Nave e ascoltavano le grida della ciurma di pirati che sicuramente era impegnata a festeggiare la cattura.
Adriano-Campanellino smoccolava come un turco a cui avevano pestato i calli con un martello.
Vitty-Wendy sembrava in trance osservando un enorme topo norvegese che cercava di attaccare discorso con lei facendole avances in una lingua squittesca e pavoneggiandosi ritto sulle zampe di dietro.
Liberodivolare-Peter invece tentava di convincere il topo a rosicchiare le corde che lo tenevano legato non disdegnando di offrire al topo i suoi servigi per convincere la Vitty-Wendy a considerarlo interessante.

Mentre questa conversazione surreale continuava si aprì all’improvviso un boccaporto e due facce veramente da pirati si affacciarono mentre una terza figura scesa la scale portando delle scodelle dove in un liquido semidenso color verde grigio con sfumature marroni galleggiavano pezzi di materia di difficile individuazione o classificazione.

Senza curarsi di slegarli posò le tre scodelle e dopo essere scoppiato in una grande risata e aver palpeggiato la Vitty-Wendy e Adriano-Campanellino risalì dicendo che fra poco sarebbe ritornato a prenderli perché il palchetto delle esecuzioni era quasi pronto.

Liberodivolare-Peter si scagliò verso le scodelle suscitando i commenti di Adriano-Campanellino che si lamentò di come potesse in quel momento pensare a mangiare e per giunta mangiare quel cibo disgustoso.

Ma Liberodivolare-Peter voleva solo dissuadere il topo da un eventuale interessamento al cibo e non alle sue corde.
Anzi bagnò le corde nella scodella anche se sentì qualcosa nella scodella che viscidamente gli leccò la mano.

Incurante dei pericoli lanciò un ultimatum al topo prendendolo a male parole nella sua stessa lingua e cercando di prenderlo a calci ma quello perdutamente innamorato di Vitty-Wendy non gli diede retta.

Allora Liberodivolare-Peter invitò Adriano-Campanellino a cercare di rosicchiargli le corde ma quest’ultimo dopo averlo guardato schifato disse che gia le corde gli facevano ribrezzo ma dopo che aveva visto con cosa le aveva bagnate preferiva morire per mano dei Pirati e non per colpa del suo stomaco che sicuramente si sarebbe strappato nel tentativo di sfuggire al contatto di siffatta schifezza.

Infatti un compare del topo che si era avventurato a leccare un po’ del contenuto della scodella scoppiò in quel momento con un rumore fra il fragoroso e lo squaccheracchioso.

Liberodivolare-Peter iniziò a credere di aver fatto una cazzata e a preoccuparsi per le sue mani quando si avvide che le corde si erano sciolte in una poltiglia fangosa.
Subito in piedi con un calcione spedì all’altro mondo il topone innamorato vendicandosi del suo tradimento poi liberò solo toccando le corde i due amici.

I tre subito iniziarono una rapida esplorazione della stiva per trovare una via di fuga ma tutto era chiuso e sbarrato, l’unica via di fuga era il boccaporto che conduceva alla tolda dove i pirati gozzovigliavano.

Liberodivolare-Peter disse ad Adriano-Campanellino di cacciare fuori un po’ di polvere per volare ma questi disse che la polvere era sua e se la sniffava solo lui ma dopo che Peter minacciò di mettergli un dito in bocca subito si scrollò di dosso un paio di chili di polvere anche se sicuramente era frammista ad un po’ di forfora.

Irrorata Vitty-Wendy e se stesso cercarono di far sembrare che fossero ancora legati e aspettarono l’inevitabile scontro con Uncino & Soci.

Elena intanto, ormai completamente presa da visioni e da estasi dovute forse ai funghi luminosi, dopo aver incontrato in rapida successione il Capitan Nemo, i pesci- Edison, la fata Turchina e il gigante Polifemo, era giunta ad una caverna davvero spettacolare.

Sembrava l’emiciclo della camera dei deputati e si stava svolgendo una interrogazione parlamentare presieduta da un Casino di presidenti che si prendevano a martellate con i rispettivi martelli moderatori.
Tre Monti di deputati erano accumulati a destra, al centro e a sinistra dell’emiciclo.
Da destra si udiva uno squillo di Telekom Serbia da sinistra rispondeva una squillo che sembrava avere la faccia dell’Onorevole Fassino, al centro poi, si passavano un Buttiglione sottratto a destra e cantavano in coro Andreotti è meglio e’ Pelè.

Sullo scranno dell’interrogato, in camicia di forza con una bandiera italiana coi colori rossoneri, un Omino simile a quello della Bialetti con a destra un Fede incrollabile e alla seconda destra (si due destre perché non sopporta le sinistre) un Biscione con la faccia di Galliani diceva MI CONSENTANO.

E tutti ad urlare, ad incazzarsi, con una persona dagli occhi di pazzo che gridava ce l’ho duro e un altro proveniente da Benevento che rispondeva PORTALO A’ SSORETA.

La povera Elena passò in quella bolgia infernale con serafica calma, per lei era una cosa normale e non si scandalizzò piu di tanto avendo visto tali scene più di una volta in televisione.
Dopo questa visione che rasentava la realtà si inoltrò in un lungo corridoio verde pisello che procedeva con una curva continua e sicuramente in discesa, alla fine della quale si trovò di fronte ad una porta enorme dove c’era scritto: ISTRUZIONI D’USO PER APRIRE LA PORTA.

Poi a caratteri piccolissimi, meno male che c’era un ottico aperto proprio li vicino, c’era scritto:

Per aprire la porta infilare il dito indice nel foro di destra, poggiare la mano sinistra sul pomolo cha sta a destra sopra il foro e girare 22 volte a destra, 41 volte a sinistra, 1 volta a destra, 1 volta a sinistra, a questo punto calciare ritmicamente la porta col piede destro dove c’è il riquadro blu cercando di andare a tempo con il ritornello della canzone: "44 gatti", mentre il piede sinistro deve stare nel cerchio giallo che sta ad un metro avanti alla porta.
Infine dare la testa nella porta proprio sul pulsante che vedrete al centro e vi sarà aperto.

Dopo 349 tentativi arrivò un tizio che in un secondo eseguì l’operazione e disse guardando la bocca aperta della Elena “Volete entrare? Vi lascio la porta socchiusa” e scomparve.

Dopo un’ora Elena finalmente varcò la porta non senza aver pensato di richiuderla e provare ancora.
Appena entrata precipitò precipitevolissimevolmente.
All’urlo seguì la persona.

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Spedizione della LEDA - Sesta puntata




Liberodivolare alias Peter Pan si scrollò l’uncino di dosso e disse: “Uncino se pensi di avermi catturato ti sbagli" e, con un balzo, estrasse il pugnale e si lanciò sull’avversario ingaggiando un furioso combattimento all’arma bianca.

Intorno a lui vedeva muoversi sagome, dapprima indistinte, che però, in breve tempo, assumevano sempre più consistenza reale.
Brutti ceffi di pirati contornavano il luogo dello scontro che, sebbene sembrasse avere un epilogo favorevole, richiedeva tutta la sua concentrazione e la sua combattività.
Il Pirata dai lunghi baffi veniva sbatacchiato e pungolato da un Peter che sembrava, coi suoi svolazzi e con quella sua particolarità di fermarsi in volo all’improvviso e cambiare direzione, ridicolizzare il suo avversario.

Uncino sbuffava, minacciava, cercava di colpire l’avversario usando qualsiasi trucco, ma inesorabilmente arretrava e diventava sempre più rosso in viso, mentre il suo cappello gia volava nel vicino burrone e quasi stava facendo la stessa fine, una voce intervenne: “Peter arrenditi, abbiamo i tuoi amici e li passeremo per le armi se non cessi di combattere”.

Libero-Peter vide con disappunto Vitty-Wendy e Adriano-Campanellino legati e minacciati dagli spadoni e dalle pistole dei Pirati e, a malincuore, si arrese.
Uncino, lisciandosi i baffi gli tolse il pugnale mentre un pirata gli rendeva il cappello e disse: “Spugna lega come salami i prigionieri e torniamo alla nave, lì faremo festa e faremo la festa a questi scocciatori, prima però dovranno dirci dove sono i loro compari”.

La lunga fila si snodò aggirando il monte e scendendo verso la parte opposta dell’Isola dove si vedeva una Nave Nera alla fonda, sul pennone spiccava la bandiera dei pirati, e un colpo di cannone a salve salutò il ritorno di quella mala assortita compagnia.

Mentre succedevano questi avvenimenti Colui il Quale il Comandante entrava nel villaggio dei Phargs.
Ovviamente tutti sapevano del loro arrivo e nessuna curiosità sembrava trasparire dai visi di questi ultimi che continuavano nelle loro faccende giornaliere come se niente fosse venuto a turbare la loro vita.
Il villaggio sembrava tutto fuorché un insediamento umano si riduceva ad alcuni grossi alberi che spiccavano per la loro età e per il rigoglio delle loro chiome folte ed estese, i Phargs salivano e scendevano con estrema facilità da quei giganti della foresta e sembravano vivere sugli stessi.
Un ruscello irrigava l’area intorno agli alberi seguendo dei canali sicuramente artificiali mentre dappertutto crescevano fiori e frutti che però non dovevano entrare nella dieta degli indigeni visto che si nutrivano in maniera molto particolare.

Quando era il periodo della nutrizione si accucciavano sui tentacoli portando quella che sembrava la testa quasi a livello del suolo, poi dalla base di questa testa fuoriuscivano come delle radichette che entravano nel terreno proprio come le ife dei funghi e sembravano succhiare sostanze nutritive fino a che, sazi, le radichette sembravano dissolversi e i Phargs ritornavano alle occupazioni precedenti.

Colui il Quale il Comandante vide che i fiori e la frutta venivano raccolti e accumulati vicino ad una specie di pozzo che sorgeva al centro della radura e ad intervalli precisi veniva buttato tutto in esso.
Perplesso cercò di andare verso il pozzo ma con modi gentili venne dissuaso ed invece venne accompagnato insieme a Meri e ad Apesara verso l’albero più straordinario che avesse mai visto.

Elena, intanto, si godeva beata la frescura della grotta scoperta per caso.
Il sole, riflesso dal fondo, entrava a fiotti dall’entrata creando colori cangianti sulle pareti interamente ricoperte da secrezioni calcaree.
Le stalattiti e le stalagmiti formavano figure misteriose e bastava un semplice movimento per cambiare prospettiva e le figure sembravano prendere vita.
Il mare, nel tempo, aveva formato anche dei fori sul soffitto da cui la luce entrava direttamente ad illuminare alcuni punti della grotta.
In quei punti i colori prendevano vivacità e mostravano l’incomparabile bellezza del posto dove al traslucido biancore del calcio si contrapponevano i colori vividi delle alghe rosse ed ocra, l’azzurro dei licheni, il miracolo della scomposizione della luce attraverso sottilissimi veli di cloruri e fluoruri che drappeggiavano la base e le pareti di quel luogo incantato.

Elena si addentrava sempre più e la luce, man mani si affievoliva allungando e allargando le ombre, dando un senso di mistero e di mistico all’intero complesso sotterraneo.
All’improvviso Elena si accorse che la luce diurna veniva sostituita da una luce proveniente dalle pareti come se queste ultime fossero fluorescenti, capiva che doveva essere un fenomeno naturale dovuto a microrganismi o funghi che crescevano in quell’ambiente ma ciò non faceva che sottolineare la meraviglia per ciò che la natura potesse fare e la fantasya che quello spettacolo suscitava.

Il livello dell’acqua decresceva man mano che il fondo si innalzava e in pochi istanti Elena si trovò su una spiaggetta che contornava il lato più profondo della grotta.

Li il buio era più denso ma ciò non bastò a non farle notare che vi era una fessura nella parete e quando si avvicinò ad essa si accorse che si era abituata a quel lucore emanato dalle pareti e vide distintamente un lungo budello estendersi nella montagna, poi si accorse che in fondo baluginava qualcosa e il senso di avventura sopraffece l’atavica paura degli spazi chiusi che ognuno si porta nel suo subconscio.
Facendo spallucce Elena si inoltrò nel budello.

Il dott. Rifleman era sempre piu sulle spine.
Preoccupato oltre qualsiasi limite smaniava smoccolando per l’indecisione che l’attanagliava non sapendo il da farsi.
Era strattonato dalla preoccupazione per Elena, dal dovere di osservare gli ordini di Colui il Quale il Capitano, dall’esigenza di contattare la LEDA senza peraltro abbandonare il campo.

Decise di scrivere un messaggio qualora qualcuno fosse ritornato e si incamminò verso la riva: avrebbe avvertito la LEDA e nel contempo avrebbe cercato Elena.

Giunto alla spiaggia sparò un razzo per richiamare l’attenzione dell’Equipaggio poi si mise a guardare in giro per cercare tracce di Elena.
Dopo alcuni minuti giunse Frag col delfino Bambaren, il dottore le esternò le sue preoccupazioni e Frag si allontanò subito.
Passarono diversi minuti ed arrivarono nuovamente Frag e i delfini che subito iniziarono le ricerche di Elena qualora si fosse allontanata nuotando, poi arrivò la scialuppa dove c’erano Lumachina, Oti master, le scimmie al completo, Rosagialla e Fortevento.

Oti si incaricò con parte delle scimmie di portare sulla LEDA le provviste accumulate da Elena e di farne altre, il resto delle scimmie con Rosagialla e Lumachina iniziarono a setacciare la spiaggia per cercare Elena, Fortevento col Dottore tornarono verso la base per approntare tutta l’attrezzatura medica nel caso vi fossero stati sviluppi poco piacevoli alla situazione.

Sulla spiaggia, legati come salami, Libero-Peter, Vitty-Wendy e Adriano-Campanellino, attendevano sconsolati la scialuppa che li avrebbe condotti al loro fosco destino sulla nave pirata.
Non sembravano depressi perché in loro, indomito, ardeva il fuoco della vendetta ma, ora come ora, erano inermi e di questo erano coscienti i Pirati che ridevano a crepapelle sorseggiando rhum. Uncino, con Spugna che gli spolverava le scarpe sorrideva soddisfatto e non vedeva l’ora di vendicarsi degli anni di frustrazione che l’ometto volante gli aveva regalato.

Le scialuppe arrivarono e presi i prigionieri e buttati in una di esse tutti presero posto nelle stesse e iniziò il viaggio verso la nave.

L’albero era indescrivibile.
L’enorme tronco saliva dritto fino al cielo e solo la sua circonferenza delimitava la grandiosità della chioma che si stendeva sulle loro teste.
Era talmente enorme che sui fianchi, nella corteccia, era stato scavato un sentiero che in modo elicoidale si perdeva nella chioma impenetrabile.
Dagli enormi rami oltre alle foglie gigantesche, pendevano delle enormi fruttescenze di colore giallo chiaro con dei puntini verdi alla sommità.

I tre vennero invitati a prendere il sentiero e iniziò una incredibile scalata.
Ovviamente il sentiero girando intorno all’albero dava una completa visuale di quella parte dell’isola e man mano che si saliva in alto la visuale si allargava fino a comprendere il lato dove c’era la LEDA inquadrato dal monte che Liberodivolare doveva scalare e l’altro monte che componeva il lato ovest dell’isola e che iniziava con la costa rocciosa che avevano attraversato e dove si apriva l’enorme caverna intravista all’andata.

Il lato nord era un susseguirsi di radure e macchie di alberi fino ad una macchia d’azzurro in fondo che determinava la fine della terraferma e la continuazione del viaggio.
Oltre al panorama i tre dovevano anche fare i conti con l’altezza.
La radura e gli altri alberi sembravano sempre piu piccoli e il fatto che il sentiero non avesse parapetto e che non fosse estremamente ampio acuiva il timore di cascare di sotto da un momento all’altro.

Giunsero infine al livello inferiore della chioma, il sentiero piegò a destra e poi a sinistra seguendo l’andamento dei rami poi deviò verso un ramo principale che portava ad una biforcazione al centro della quale li attendeva un gruppo di Phargs.

Elena percorse il budello quasi correndo, ormai inconsapevole dell’agitazione che aveva suscitato, e sbucò in un'altra grotta che si estendeva, enorme, sotto la montagna.
Lo spettacolo continuava ad essere meraviglioso, l’acqua che gocciolava dalle migliaia di stalattiti formava pozze luminescenti sul terreno, il silenzio interrotto solo dall’acqua che scorreva rimandava echi e sembrava diffondersi dappertutto allontanandosi e avvicinandosi senza che si riuscisse ad individuarne l’origine.
Stalagmiti come colonne acuivano il senso mistico che emanava quel luogo e su tutto aleggiava quella luce che faceva dimenticare la paura e sembrava ipnotizzare chi vi si addentrasse.

Colui il Quale il Secondo era preoccupato, aveva contravvenuto agli ordini di Colui il Quale il Comandante, ma le emergenze erano tali da giustificare il suo comportamento, era preoccupato principalmente per la missione della LEDA.
Il tempo passato all’Isola avrebbe costretto la Nave a impegnarsi in mari ostili durante la stagione cattiva e si sarebbero trovati in acque pericolose dove la Natura sapeva come scatenarsi al meglio per ridurre a nulla il senso di superiorità e di sfida sempre presente nell’animo umano.
Era in ansia per la sorte delle persone a terra e sperò che il nuovo giorno portasse notizie positive che rincuorassero l’Equipaggio e lui stesso.

Oti lavorò come una scimmia e le scimmie lavorarono come Oti per rifornire la LEDA ma , ringraziando Dio tutto era stato sistemato.
Ora era giunto il momento di dedicarsi alla ricerca degli scomparsi.

Vicino al fuoco, mentre il sole calava all’orizzonte, si facevano programmi per il giorno dopo e tutti discutevano animatamente.
Ad un certo punto si udirono rumori dalla boscaglia, tutti speranzosi si voltarono a guardare chi fosse e all’improvviso alla luce del fuoco apparvero Qui Quo e Qua che urlando e a gesti portarono lo scompiglio nel campo e trasmisero l’agitazione a tutte le altre scimmie causando una cagnara degna del bar Mario quando è pieno di gente.

Il dottore cercò di portare un po’ d’ordine e cercò di interrogare gli ultimi arrivati ma non riusciva a capire un tubo.
Rosagialla e Fortevento invece capirono subito che qualcosa di grave era successo e decisero di partire subito.
Chiamarono le scimmie e le sguinzagliarono sulle tracce di Libero & C.


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AUGURI DI UN BUON NATALE E UN FELICE ANNO NUOVO


  

Frantumi d'arcobaleno
giocano nelle pozzanghere
evocano bagliori di cattedrali gotiche
luminarie di paesi lontani.
Oggi è Natale!
anche qui tra le favelas
di Salvador Bahìa
dove il sole brucia le pelle dei bimbi
che cercano pane tra i rifiuti
e gli aghi di grandi fichi d'India
ricordano l'eterno Venerdì Santo
dei poveri
Campane e cornamuse sono assenti
ma un vecchio tra i nipoti
ritaglia da un'anguria
l'immagine della Sacra Famiglia
con amore infinito.
E forse
Cristo è nato proprio qui
a Salvador Bahìa.
dove l'unico dono lo porta la notte:
un mantello di stelle
con grida di gloria
mentre mille e mille lucciole
accendono tra le baracche
fiaccole di speranza




Era inverno
e soffiava il vento della steppa.
Freddo aveva il neonato nella grotta
sul pendio del colle.
L'alito del bue lo riscaldava.

Animali domestici stavano nella grotta.
Sulla culla vagava un tiepido vapore.
Dalle rupi guardavano
assonnati i pastori
gli spazi della mezzanotte.

E li accanto, sconosciuta prima d'allora,
più modesta di un lucignolo
alla finestrella di un capanno,
tremava una stella
sulla strada di Betlemme

 

Boris Pasternak



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23:35


Spedizione della LEDA - quinta puntata



La LEDA rollava piano, alla fonda di fronte all’Isola misteriosa, il caldo invitava a restare sottocoperta all’ombra ma alcuni dell’equipaggio avevano calato una zattera di salvataggio strettamente legata al vascello e prendevano il sole li mentre lo specchio d’acqua circostante, sorvegliato dai delfini, trasmetteva solo sensazioni di frescura e serenità, ogni tanto qualcuno si tuffava difendendosi così dalla calura.

Rosagialla e Colui il Quale il Secondo discutevano sull’opportunità di spostare la LEDA e continuare la rilevazione della coste.
Colui il Quale il Secondo si riservò di interpellare Colui il Quale il Comandante su questa eventualità.

Intanto Fortevento, a poppa, dipingeva l’ennesimo quadro da appendere nel quadrato ufficiali rappresentante la LEDA in navigazione, accompagnata dai delfini mentre in primo piano sulla destra si vedeva la Frag, a cavallo del delfino Bambaren, rappresentata come una Ondina dei mari o come una Polena che dalla prua della nave avesse all’improvviso preso vita e guidasse il vascello attraverso i mari per portarlo alla sua meta.

Oti Master uscì da sottocoperta stiracchiandosi giusto in tempo per ricevere in testa il saluto di uno dei gabbiani della LEDA e, smoccolando, rientrò sottocoperta fra le risate generali e le urla di scherno delle scimmie, abbarbicate all’albero maestro, che fino ad allora avevano tormentato il povero Pescespada sulla coffa, triste per la mancanza di Liberodivolare.
Il Pescespada, inoltre, non scendeva dall’albero anche perché aveva notato negli occhi di Rosagialla un certo luccichio che non denotava nulla di buono se non per la tavola dell’Equipaggio.

A terra, invece, ci era molta più Tensione e Phatos.

La spedizione di Liberodivolare proseguiva circospetta dopo aver notato la sparizione di ogni presenza animale intorno a loro, il dott. Rifleman iniziava a preoccuparsi per il prolungarsi dell’assenza di Elena allontanatasi verso la spiaggia dopo aver accumulato un carico di frutta e verdura degno di poter rifornire i mercati generali di Pollenatrocchia, Meri invece stava passando uno dei momenti più brutti della sua vita.

La creatura aveva una grossa testa rugosa, a chiazze dove spiccavano occhi profondi di un viola cangiante e molto grandi, bocca inesistente, e il corpo era formato da una serie di tentacoli in qualche modo uniti sotto la testa che davano alla creatura stessa un solido appoggio e una manualità notevole anche perché ce n’erano alcuni che avevano alla fine dei tentacoli più piccoli che servivano da dita e davano a questa specie di polpo verde terrestre la facoltà di afferrare e manipolare oggetti molto piccoli.

Meri era rimasta impietrita di fronte a tale alienazione ma in un certo modo rassicurata dagli occhi della creatura profondi pozzi di serenità senza alcuna parvenza di odio rimase ad osservarli con attenzione calmandosi lentamente.
La creatura era immobile, evidentemente pagava lo sforzo della corsa con Meri sulle spalle e il colpo subito nella caduta.
Inoltre l’episodio del razzo, certamente inusuale per lui, doveva averlo spaventato molto e, forse convinto che Meri avesse poteri straordinari, non aveva alcun interesse a ripetere l’esperienza.
Intanto Colui il Quale il Comandante e Apesara giungevano trafelati e preoccupati per la sorte della loro compagna.
Alla loro vista la creatura cercò di alzarsi e fuggire ma Meri ebbe il coraggio di allungare la mano e toccare uno dei tentacoli per trattenerla.
A questo contatto la sua mente si riempì di paura e lasciò la presa.
Come era venuta così la sensazione di paura scomparì all’istante.
Meri capì che doveva essere una sensazione della creatura e toccò di nuovo il tentacolo tentando di trasmettere calma e fiducia, pian piano la sensazione di paura si attenuò e pur restando sul fondo, subentrò un senso di curiosità e di calma.
Meri sentiva le sensazioni e la creatura sentiva le sue, si iniziò fra i due un muto colloquio scevro da ogni differenza linguistica.

Era una conversazione fatta di sensazioni e stimoli dei sensi, tutto era coinvolto, Meri udiva suoni, vedeva immagini, sentiva odori e sensazioni tattili e gustative, dentro la sua mente vedeva la creatura vivere la sua vita nella natura dell’isola, scoprì che era un misto fra un animale e un vegetale, si nutriva infatti come una pianta e quello stava facendo nella radura quando Meri le era venuta addosso, la sua vita e le sue occupazioni al villaggio, ebbe la conferma dell'esistenza di un villaggio più avanti nella boscaglia, la tenerezza dell’allevamento dei piccoli la cui nascita avveniva per partenogenesi infatti le creature erano, come parecchie piante, dotate sia di organi maschili che femminili.

Sul fondo, però rimaneva una profonda paura per "qualcosa" che non era definita se non dalla sensazione collegata.
Lì sull’isola c’era un nemico, una presenza malefica che i Phargs, così si chiamavano le creature, rifuggivano essendo inermi di fronte ad essa.

I compagni di Meri assistevano alla scena perplessi, avrebbero voluto intervenire ma un gesto perentorio di Meri li aveva fermati, vedevano questo muto colloquio e non capivano un tubo ma dopo un po’ Meri lasciò il tentacolo e riferì cio che era accaduto.
Colui il Quale il Comandante fece la stessa esperienza condividendola con Apesara e si accorse che la creatura era anche un’ottima interfaccia fra due terze persone, poteva cioè fare da tramite in una conversazione fra due persone di lingue diverse come se fosse una specie di traduttore istantaneo vivente.

Dopo questa scoperta e preoccupato da quelle visioni di vero terrore che aveva intravisto diede l’ordine di recarsi tutti al villaggio per ottenere ulteriori informazioni poi sarebbero tornati indietro per riferire ai compagni questo strano incontro e decidere se allontanarsi dall’isola o continuare l’esplorazione.

Liberodivolare, Adriano e Vitty, intanto, procedevano insieme a Qui Quo e Qua sulla cresta del monte che avevano avuto il compito di scalare.
Avevano appena lasciato il ruscello che piegava ad est e si erano incamminati su per un sentiero in leggera salita che costantemente apriva loro degli scorci magnifici di paesaggio man mano che procedevano.
Il percorso li portava sempre più a picco sulla costa e potevano vedere la LEDA all’ancora sotto di loro, vedevano i compagni prendere il sole e bagnarsi in quel mare splendido che si stendeva sotto di loro e una certa invidia li pervadeva visto che il sentiero man mano diventava sempre più erto e faticoso.

Ai loro lati c’era una vera e propria esplosione di arbusti in fiore che emettevano un profumo inebriante che penetrava nella mente suscitando sensazioni di benessere e di subitanea spossatezza e voglia di fermarsi e di riposare in mezzo ad essi.
Le tre scimmie, invece camminavano su una cresta superiore sopravento diffidando dei fiori e disturbate da quei profumi intensi.
Ad un certo punto Adriano strabuzzò gli occhi e, rivolgendosi a Liberodivolare, disse “ho visto Campanellino che andava da fiore in fiore”.
Liberodivolare lo guardò con una faccia come se volesse dire “questo si è fumato il cervello” ma nello stesso tempo vedeva Vitty che si era messa a ballare la danza dei sette veli e si disse “qui sta succedendo qualcosa di strano” furono le ultime parole famose perché Capitan Uncino gli mise l’uncino su una spalla e disse “Finalmente ho catturato Peter Pan,…. Spugna avverti gli altri, la caccia è finita”.

Intanto Elena si stava godendo un meritato bagno nelle acque limpidissime dell’Isola, lasciati i vestiti su una scoglio, nuotava lentamente assaporando con beatitudine quegli attimi meravigliosi.
Il caldo del sole sulla pelle, la frescura dell’acqua, la Natura che sembrava esploderle intorno, richiamavano alla sua mente ricordi atavici di epoche precedenti dove i popoli del pianeta Terra dovevano confrontarsi con la Natura e non con loro stessi, dove la Natura come una Madre li circondava di amore e coccole, ma sapeva anche mostrarsi severa maestra per abituarli e per spronarli a vivere.

Così, persa fra oziosi pensieri sulla mitologia e rinnovato desiderio di fusione con l’ambiente circostante, si immerse nelle profondità della scogliera prospiciente alla ricerca dei tesori che il Mare aveva sempre in serbo per gli audaci che osassero sfidarlo.
Vide a pelo d’acqua l’ingresso di una caverna e si diresse verso di essa per spirito d’avventura, ne scrutò le profondità nascoste, rimase estasiata dai giochi di luce che il sole creava all’interno ed entrò senza alcuna paura in quel regno meraviglioso……..

postato da: ArturBlord alle ore 23:35 | link | commenti
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Spedizione della LEDA - quarta puntata



Avere sotto i piedi la terraferma, dopo tanti giorni di navigazione, è una sensazione strana.
Il marinaio generalmente si muove sempre su una superficie ondeggiante, il rollio della nave dopo un po’ non lo si nota piu ma il corpo automaticamente compensa tali movimenti anomali, il senso dell’equilibrio fa il resto e si assumono andature e circospezione nei movimenti che sulla terraferma non occorrono.
Ci vuole poco però a perdere tale abitudine ma resta un’agilità, un modo sicuro di poggiare i piedi e reagire ai minimi cambiamenti della superficie che rendono il marinaio depositario di una specializzazione che i terricoli non possiedono.
Comunque era il terzo turno di guardia e il dott. Rifleman sonnecchiava mentre Qui e Quo guardavano da vicino il suo volto cercando di introdurre uno stelo d’erba nella sua bocca semiaperta.
Il dottore sentendo qualcosa di estraneo nella sua bocca si svegliò sputacchiando e tossendo, le scimmie emisero un urlo e scapparono via non senza essere inseguite da una grossa noce di cocco che il dottore aveva scagliato verso di loro.
La noce andò a colpire la tenda dove dormivano Liberodivolare ed Adriano si sentì un CLOCK e una serie inesauribile di bestemmie, dopo pochi secondi Adriano uscì dalla tenda tenendosi la testa mentre Liberodivolare rideva rumorosamente.
Il dottore, sinceramente dispiaciuto, si giustificò raccontando delle scimmie e Adriano iniziò a prendersela con loro mentre queste ultime rispondevano facendo un chiasso terribile.
Colui il Quale il Comandante uscì dalla tenda e il chiasso cessò all’istante, fecero capolino anche Elena, Vitty ed Apesara, e il campo prese subito vita.
La prima cosa fu comunicare con la LEDA, Adriano prese le bandierine e la pistola lanciarazzi e si recò alla spiaggia.
Prima lanciò un razzo ricevendo subito risposta dalla nave poi con le bandierine comunicò a Colui il Quale il Secondo gli ordini di Colui il Quale il Comandante.
Fragmenta a cavallo del delfino Bambaren si incaricò di portare la colazione sfornata calda calda da Rosagialla, cosa molto gradita perché si era gia capito che la squadra avrebbe fatto la fame, considerati i componenti della stessa, sul dorso del delfino arrivò anche Meri per aggregarsi alla spedizione.
Liberodivolare, sapendo che quella sarebbe stata l’ultima colazione decente si ingozzò peggio delle scimmie e poi si buttò con le stesse su una roccia a digerire.
Colui il Quale il Comandante, frugale come sempre, con Adriano e Vitty, risalì il ruscello fino a dove lo stesso spariva nella giungla e decise che risalire lo stesso sarebbe stata la cosa migliore.
Chiamò gli altri componenti e disse: “Liberodivolare, Vitty, Adriano con Qui Quo e Qua risaliranno il ruscello cercando di giungere su quella cima a destra per vedere dall’alto dove siamo capitati.
Poi continuò:
Io con Meri e Apesara costeggeremo la giungla cercando di fare una rilevazione delle coste e per trovare segni di vita mentre il Dottore ed Elena rimarranno al campo mettendo a punto il laboratorio e facendo scorte di frutta per la LEDA
Dopo essersi dati appuntamento al tramonto al campo per riferire le eventuali scoperte la squadra di esplorazione iniziò a risalire il ruscello, si vedevano in giro dei granchi rosa e subito Adriano esclamò: “I granchi rosa sono rari ho letto che un granchio rosa può costare fino a centomila euro
Liberodivolare pensò “Azz io ieri mattina me ne sono mangiati sette o otto, mannaggia mi son mangiato una fortuna” e rivolgendosi ad Adriano “Adrià ma si sicuro?”.
“Si si” disse Adriano continuando la marcia e riempiendo un sacchetto con i granchi mentre Libero lo guardava sconsolato non avendo sacchetti per prendere i granchi.
Vitty li guardava perplessa mentre alle scimmie i granchi non interessavano per niente se non per cercare attaccarli per le tenaglie alle loro code.
Ad un certo punto un rumore nella boscaglia li fece trasalire, tutti si fermarono di botto guardando a destra e a sinistra, ma non si scorgeva nulla.
Dopo alcuni minuti, rinfrancati, si misero di nuovo in cammino ma a Liberodivolare mancava qualcosa, una sensazione penetrava lentamente nel suo cervello, sentiva un vuoto e non capiva cos’era poi Vitty esclamò “ma gli uccelli dove sono?” “ecco cosa mancava” si disse Liberodivolare “gli uccelli dove sono andati a finire?”.
Si guardarono in giro e sugli alberi ma non si vedeva nulla,
Perplessi ed con i nervi tesi continuarono però ad avanzare finché il ruscello uscendo dalle rocce li portò verso un Canyon dalle pareti scoscese, in lontananza si vedeva l’inizio del monte che dovevano scalare.
Erano tre ore che camminavano. Liberodivolare decise di fare una piccola sosta e discutere il da farsi.
Intanto la squadra di Colui il Quale il Capitano era giunta alla fine della spiaggia.
Davanti a loro la costa si elevava rapidamente creando una scogliera a picco sul mare.
Una miriade di uccelli nidificava la parete rocciosa protetta anche alle spalle dalla rigogliosa e impenetrabile vegetazione.
Alla base del dirupo si apriva una enorme grotta che sembrava estendersi in profondità sotto la roccia mentre alberi secolari contornavano l’ingresso della grotta stessa.
La stessa giungla si diradava bruscamente, lasciando il posto ad una radura dove si notavano strane conformazioni rocciose sparse qua e la e qualcosa che sembrava un vero e proprio sentiero si dipanava dalla radura verso le zone interne dell’Isola, facendo supporre che qualcosa di vivente avesse l’abitudine di percorrerlo per raggiungere la spiaggia.
Di fronte all’eventualità di incontri spiacevoli ma spinti dal desiderio di esplorare quel mondo sconosciuto i tre si addentrarono nella radura risoluti ad andare avanti.
Colui il Quale il Comandante procedeva all’avanguardia, Apesara lo seguiva e Meri completava la fila.
Nel percorrere la radura passarono vicino ad una di quelle strane conformazioni rocciose e Meri avendo messo il piede in un groviglio di radici, per non perdere l’equilibrio, si poggiò con tutto il suo peso sulla stessa e, con suo grande stupore si accorse che era cedevole al tatto.
Si volse verso i compagni per comunicare questa impressione ma si sentì afferrare e sollevare in alto.
Gridando per il terrore vide che chi l’aveva afferrata correva veloce nella radura, allontanandosi proprio verso il sentiero che volevano raggiungere.
Le facce stupefatte dei suoi amici la seguirono mentre spariva nella giungla ma dalla posizione in cui stava non poteva vedere chi l’avesse assalita solo l’andamento un po’ strano e la velocità con cui scorreva la giungla ai lati del sentiero faceva capire che non poteva essere qualcosa di umano e questo suo pensiero acuì ancora di piu la sua paura al punto tale che, dopo tanto divincolarsi, perse i sensi abbandonandosi così alla volontà del suo assalitore.
Colui il Quale il Comandante non credeva ai suoi occhi, in pochi attimi aveva visto Meri sparire nella giungla rapita da qualcosa che non aveva mai visto, una specie di animale dotato di un guscio che sembrava cartilaginoso ma che non gli impediva di correre come un treno.
Aveva visto solo di sfuggita quella creatura e ne aveva avuto un’impressione strana, aveva avuto come una sensazione di pensieri estranei quando era stato sfiorato da essa ma la sensazione era durata un attimo e poi era cessata.
Poi si rese conto di aver chiaramente percepito i pensieri di Meri, la sua paura, frammista alle urla che la poverina emetteva, chiese conferma ad Apesara di queste sensazioni ma ricevette una risposta negativa.
Ovviamente i due non avevano perso tempo a correre alle calcagna di Meri e del suo rapitore ed ora percorrevano anch’essi il sentiero cercando di fare piu in fretta possibile, preoccupati com’erano, per la sorte della loro compagna.
Colui il Quale il Comandante imprecò dentro di se perché di fronte a queste circostanze non avrebbe dovuto dividere la squadra ma continuò a correre sperando di raggiungere la creatura e che Meri stesse ancora bene.
Meri intanto, pur ciondolando e sognando di essere ancora a bordo della LEDA ed affrontare la tempesta dei giorni passati, riprendeva lentamente i sensi e una sensazione di risolutezza la percorse da capo a piedi.
Vedeva in lontananza i suoi compagni all’inseguimento e cercò di liberare la sua mente dalla paura per ragionare sulla sua situazione.
Aveva per fortuna le mani libere, essendo stata afferrata alla vita e portata come un pacco celere sulla spalla? schiena? della creatura.
Cercò inutilmente di afferrarsi a qualche ramo o arbusto per fare resistenza ma non ci riuscì.
Poi si ricordò di avere nello zaino sulle spalle una di quelle bombe alla cipolla preparate sulla LEDA ma non riusciva a raggiungerla, toccò un oggetto ma al tatto non lo riconobbe e si industriò a cacciarlo fuori per vedere cosa aveva trovato.
Si trattava di un razzo di segnalazione, di quelli che bastava picchiare in terra perché si accendesse e partisse illuminando con la sua luce bianca l’oscurità.
Il problema era come usarlo ma un tentativo bisognava farlo, i compagni li vedeva sempre piu lontani e in difficoltà mentre questo animale sembrava essere un treno eurostar da come viaggiava e poi….. chi le diceva cosa poteva fare nei prossimi minuti?
Poteva succedere che gli venisse un attacco di fame, vista l’energia spesa per correre, e la dieta poteva essere pezzi di Meri tipo spezzatino…
La poverina pur chiudendo gli occhi e rabbrividendo per la paura afferrò il razzo con la mano destra, lo puntò al di sopra della spalla? schiena? dell’animale e cercò di accenderlo colpendolo con la sinistra.
Niente, al primo tentativo non si accese nulla, tentò nuovamente con tutta al sua forza e neanche successe niente, poi si ricordò che nello zaino doveva esserci una pietra raccolta sulla spiaggia e, afferrando il razzo con la bocca si industriò nel cercarla.
Appena la trovò per esultare stava perdendo il razzo ma si contenne, riafferrò nuovamente il razzo, lo puntò e stavolta lo percosse con la pietra.
Il razzo partì in avanti e scoppiò sul sentiero facendo un lampo accecante, la creatura emise un urlo silenzioso, percepito solo a livello di pensiero, abbandonò la preda per coprirsi gli occhi e finì con lo sbattere contro un albero restando quasi tramortito.
Meri sbalzata cadde rovinosamente sull’erba elastica del sentiero e rimase per pochi attimi intontita, poi, voltandosi verso la creatura si trovò faccia a faccia con la stessa potendola osservare per la prima volta……………..


postato da: ArturBlord alle ore 23:24 | link | commenti
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I GATTI - Charles Baudelaire



Gli innamorati ardenti e i sapienti austeri,
tutti, nella loro età matura, amano
i gatti forti e dolci, orgoglio della casa,
freddolosi come i primi e sedentari come gli altri.

Amici della scienza e della voluttà,
cercano il silenzio e l'orrore delle tenebre;
l'Erebo li avrebbe presi come corrieri funebri
se potessero piegare l'orgoglio alla schiavitù.

Pensando, assumono nobili pose
da grandi sfingi accosciate in fondo a solitudini
e sembrano addormentati in un sogno senza fine

quei fecondi reni sono pieni di magiche scintille,
e atomi d'oro, come sabbia fine,
costellano vaghi quelle mistiche pupille.



IL GATTO - Charles Baudelaire



ah! Vieni sul mio cuore innamorato, mio bel gatto:
trattieni gli artigli della zampa,
e lasciami sprofondare nei tuoi occhi belli
misti d’agata e metallo.

Come s’inebria di piacere la mia mano
palpando il tuo elettrico corpo
con le dita che tranquille ti accarezzano
la testa e il dorso elastico!

E penso alla mia donna, a quel suo sguardo
come il tuo, amabile bestia,
freddo e profondo che taglia e fende come freccia,

e a quell’aria, a quel profumo
che pericoloso fluttua sul suo corpo
dai piedi su fino alla testa

postato da: ArturBlord alle ore 09:11 | link | commenti
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22:14






I gatti rossi
hanno occhi come giardini
ombreggiati da ventagli
di vecchie dame,
sospiro dell'autunno a Boboli
che non smuove
trine di pietra.
E muschio su bordo di fontane
sono quegli occhi
- gli occhi dei gatti rossi -
verdi come l'invidia di Lucifero.
Spie, fuochi fatui, lucciole
suicide a luglio
in picchiata tra il grano
sono quegli occhi
- gli occhi dei gatti rossi -
acerbe mele al fosforo.

I gatti rossi
zampettano furtivi, soffici
accenni d'intrusione,
come il ricordo freddo
di lapidi di marmo
nel solleone.
Hanno sulla punta della coda
radar vibranti in sintonia
con ratte fughe di topo.
E' impronta di tepore
subito fugata,
quel passo
- il passo dei gatti rossi -
come bacio di Valentino.
Spettro, fata morgana, ombra intuita
d'un volo innanzi al sole,
caduta d'una piuma
è quel passo
- il passo dei gatti rossi -
fiocco di neve che si scoglie.

I gatti rossi
vivono al tuo fianco
tutti silenzi d'occhi
e giada di movenze,
sentinelle all'erta sugli spalti
dei tuoi sogni.
E' notte, notte fonda;
è notte, notte di stelle
per romantici e felini;
e tutto va bene, se ci credi.
 
E quando Bastet
li richiama a corte
dai cortili e dai tetti,
Sfingi-servitori,
i gatti rossi tu li vedi
svanire come polvere
che mulina ai confini dell'estate.
"Alice! Alice!" Andando
lasciano testimoni al fosforo
- silenzi d'occhi -
i gatti rossi.

postato da: ArturBlord alle ore 22:14 | link | commenti
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La Guerra dei gatti



Io ho 5 gatti e altri cinque abitano stabilmente nel cortile sotto casa.
Poi vi sono gli occasionali visitatori del quartiere che, secondo l'ultimo censimento, saranno circa altri dieci.
Totale venti gatti che tengono lontano qualsiasi topastro malintenzionato, cani di passaggio pronti a fare i loro bisogni davanti al cancello di ingresso, qualsiasi animale più grande di una pulce viene immediatamente allontanato o eliminato.
Non esiste mastino che tenga, alani, rotwailer e simili.
Tutti sono stroncati sul nascere da manovre degne di grandi strateghi della guerra e della guerriglia.
I condomini stessi si sono convertiti alla gattofilia in quanto qualsiasi cinofilo verrebbe tacciato di collaborazionismo e subitaneamente messo all'indice dal comitato gattesco.
Nel palazzo di fronte vi sono alcuni cani che non escono nemmeno più sul balcone ad abbaiare e quando vengono portati fuori dai loro padroni prendono subitaneamente la strada opposta a quella che porta ai nostri cancelli perchè hanno capito di correre seri rischi se invadono il territorio di gattolandia.
Da qualche giorno, hanno innalzato una impalcatura a quel palazzo e sono preoccupato.
Infatti temo che, prima o poi, questa banda di gatti guerrafondai facciano una azione di forza, una sorta di guerra lampo, e approfittando dell'impalcatura assaltino i balconi dei poveri cani reclusi.
Meno male che, negli utlimi giorni, il maltempo ha contrastato, certamente, questi raids ma temo fortemente che con l'avvento del caldo, quando i balconi resteranno socchiusi per godere della frescura notturna, qualcosa di grave possa succedere.
Speriamo che i miei tentativi di fuorviare l'aggressività gattesca con blandi riferimenti al vivere tranquillo facciano effetto.
In caso contrario attenzione ai telegiornali, prima o poi la guerra fra Gattolandia e il Condominio Canino scoppierà e saranno necessarie le truppe cammellate per riportare l'ordine in questa piccola parte del mondo.

postato da: ArturBlord alle ore 22:07 | link | commenti
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16:03


Spedizione della LEDA - terza puntata




La navigazione continua: mare e cielo, cielo e mare, l’immensità intorno a noi.
Di notte un cielo pieno di stelle invita alla meditazione, di giorno ogni tanto ci capitano compagni di viaggio insoliti e affascinanti.
Solitamente intorno alla LEDA nuotano, scortandola, almeno una ventina di Delfini che con la loro gioia di vivere trasmettono fiducia all’equipaggio.
Questo fatto ha stimolato l’acume di Fragmenta che fra le altre doti ha anche quella di conoscere i primi rudimenti della lingua delfinesca.
Ha iniziato, col permesso di Colui il Quale il Comandante, un intenso programma per definire una serie di parole comuni fra la lingua dei delfini e la nostra in modo da parlare con loro e farsi dare informazioni utili su cosa accade in mare.
Prima con una serie di aggeggi, poi mettendo la testa nell’acqua, sta facendo molti progressi ed è carino vedere i delfini come se stessero nei banchi di scuola invece che sui banchi di pesce.

Inoltre ogni tanto a cavallo del delfino capo chiamato Bambaren se ne va a fare passeggiate seguita da un codazzo di delfini che sembra quasi una sirena se non fosse che porta quei capelli corti e l’elmetto da soldato jones che fa tanto pendant in questo momento.

Colui il Quale il Comandante ha pensato che l’aiuto dei delfini, che sono amici naturali delle balene, potrebbe essere l’arma decisiva in questa campagna.
Intanto la LEDA ha imboccato la corrente del golfo e ne percorre il ramo che va verso le coste dell’Islanda.
Quando fu dato l’annuncio Oti pensò che qualcuno ci chiedesse il pagamento della tariffa ENEL ma fu rassicurato che in primis eravamo in acque internazionali e in secundis l’ENEL fornisce corrente alternata e non del golfo.
Oti rassicurato ma non troppo da allora sorveglia cicogne ed altri uccelli che non portino posta aerea o raccomandate e borbotta fra se e se “ Non si sa mai”.

All’improvviso un grido: Terra!!!!! Terra!!!! A Babordo!!!!

Tutti andarono a guardare dall’altra parte e si alzò una salva di fischi, poi Colui il Quale il Comandante con un secco: “Guardate dall’altra parte marinai di acque dolci e senza sodio” ristabilì la verità.

Colui il Quale il Secondo però non riusciva a nascondere il suo stupore a quella vista, i suoi occhi incrociarono quelli di Colui il Quale il Comandante ed esclamò: “Ma li non dovrebbe esserci alcuna terra, se è un isola l’unica spiegazione è che è L’ISOLACHENONC’E’.

Colui il Quale il Comandante scrutò nuovamente la striscia di terra, rifece due volte il punto che sembravano due punti, consultò le carte nautiche che gli dissero di non sapere niente, si tolse l’ancora dai pantaloni ed esclamò: Calate le vele, l’ancora e la scialuppa, l’esplorazione abbia inizio.

Fu fatta una scelta del gruppo che doveva scendere a terra.
Ne facevano parte Colui il Quale il Comandante, Il dott. Rifleman, Elena, Vitty, Liberodivolare, Apesara, Adriano come addetto alla sicurezza, e tre scimmie come esploratori: Qui, Quo e Qua.

Colui il Quale il Secondo assunse le mansioni di comando ed ebbe l’ordine di approntare le appropriate difese per la LEDA.
Il delfino Bambaren e Fragmenta avrebbero fatto da collegamento con la squadra da sbarco.
Renata e Fortevento avrebbero rilevato e cartografato le coste dell’isola mentre il GenBonaparte si sarebbe preso cura con il resto delle scimmie di organizzare i turni di guardia ed approntare le difese sulla LEDA.
Il resto dei delfini avrebbe pattugliato il mare intorno allo scafo.

Colui il Quale il Comandante, assicuratosi che tutto era stato fatto fece calare la scialuppa e Liberodivolare iniziò: Qui mettiti qua, Quo spostati qui, Qua tu va la, no Qui ho detto che devi andare qua e non la, Quo non sederti addosso a Qui ma vieni qua, Qua!!!!!! Mado’ ma dove vai? Ti ho detto di metterti qui.

Colui il Quale il Comandante cacciò fuori l’ancora dai pantaloni e gliela diede con forza in testa.
Subito tutti trovarono posto nella scialuppa che si diresse di buon passo verso la riva.
La spiaggia dalla fine sabbia bianca si stendeva deserta e splendida e man mano che si avvicinavano alla riva si udiva provenire dalla fitta vegetazione che la delimitava il canto di mille specie di uccelli, un ruscello usciva da alcune rocce e tagliando la spiaggia si riversava in mare, l’acqua cristallina lasciava intravedere il fondo roccioso percorso ogni tanto da strisce di sabbia dove una miriade di pesci ed altre creature della scogliera si muovevano in un incessante balletto scandito dal sottofondo della risacca.

Giunti a riva, in prossimità del ruscello, la squadra sbarcò e approntò un rudimentale campo base vicino alle rocce dove vennero scaricate tutte le attrezzature portate dalla LEDA.
Liberodivolare inviò in esplorazione Qui e Quo, mentre con Qua si diresse verso il ruscello per fare rifornimento di acqua potabile.
Colui il Quale il Comandante chiamò Adriano a rapporto e gli disse di creare una linea di difesa verso la giungla mentre il dott. Rifleman si assicurava che non vi fossero animali pericolosi in giro.

Elena e Vitty subito si allontanarono con Apesara raccogliendo fiori e frutta in giro e Colui il Quale il Comandante si arrabbiò non poco facendole richiamare da Adriano ma la frutta lo addolcì un po’ e tutti iniziarono a sentirsi più euforici e rilassati dopo le preoccupazioni delle ultime ore.
Il campo base sembrava ora in perfetto ordine con le quattro tende montate, le difese approntate e i rifornimenti al sicuro.
La tenda di comando avrebbe ospitato Colui il Quale il Comandante, una tenda era per, Elena, Vitty e Apesara, l’altra tenda venne occupata da Adriano e il dott. Rifleman con tutto il suo laboratorio viaggiante, l’ultima venne assegnata a Liberodivolare e a Qui, Quo e Qua.

Liberodivolare subito si inalberò e disse: “Azz ma come devo dormire con le scimmie?” - Subito venne tacciato di razzismo – “ma non è razzismo il fatto è che con la loro dieta sono abituate a fare molta “aria” e io non la sopporto mica” – tutti ridevano – “poi c’è Qui che parla durante il sonno”.

Liberodivolare allora decise che avrebbe fatto la guardia lui, poi sarebbe stato Adriano a fare il secondo turno e lui avrebbe dormito nella branda di Adriano infine il turno sarebbe stato fatto dal dott. Rifleman e Adriano sarebbe andato a dormire nella branda del dottore.

Questa volta Colui il Quale il Comandante lasciò perdere l’ancora e disse di si.

Si accese il fuoco e tutti si accomodarono per la cena, poi stabiliti i turni di guardia, tutti a dormire.
L’indomani sarebbe stato un giorno speciale, sarebbe iniziata l’esplorazione dell’isola, un’isola speciale perché era L’ISOLACHENONC’E’.

postato da: ArturBlord alle ore 16:03 | link | commenti
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Spedizione della  LEDA - seconda puntata




cliccando sull'immagine si va al sito di Wendy-Vitty

La prima puntata la leggi qui

Il mattino seguente molti si svegliarono con la testa pesante per le troppe libagioni mentre Colui il Quale il Capitano, che portava sempre un ancora nei pantaloni, era gia al suo posto in plancia e scrutava l’orizzonte che da bianco si stava facendo plumbeo.

Un lucore strano aleggiava sulle acque che sembravano quasi piatte, il vento era quasi assente, i gabbiani volavano bassi e ogni tanto si rifugiavano fra i pennoni della LEDA, qualcuno anzi si era posato sul ponte e passeggiava imperterrito.
Meri, uscita appena allora dalla cabina, aveva fatto tardi per osservare Marte ed assonnata com’era non si accorse di un gabbiano passeggiatore inciampò e perse l’equilibrio urtando la balaustra, fece un salto mortale su di essa e volò fuori bordo.
Il tuffo in mare fu un capolavoro, subito uscirono le palette: 9,9,8,9,10,8,9,9,10,10 – Un applauso scrosciò improvviso e Colui il Quale il Giudice approntò la Coppa e lo Champagne.
Meri intanto, pur esultando, si vedeva da come agitava le mani e gridava al cielo la sua gioia, si allontanava dalla nave e nessuno pensava a calare una scialuppa.
All’improvviso tutti la videro volare a pelo d’acqua come un siluro, superare quasi la nave in meno di dieci secondi, tanto che molti pensarono “vuoi vedere che si vuol presentare ai prossimi mondiali di nuoto?” .
Ma erano solo due delfini che dopo averla scortata la presero a codate e la ributtarono sulla nave.
Passato il momento di imbarazzo e carezzandosi il didietro provato dalle codate Meri sorrise attorniata da tutto l’equipaggio che se la caricò sulle spalle e fece sei volte il giro della nave rischiando di ripetere nuovamente la performance precedente.

Intanto tutto questo trambusto non aveva minimamente scalfito la professionalità di Colui il Quale il Comandante che chiamò Colui il Quale il Secondo e fece suonare la campana di pericolo.
Infatti l’orizzonte si era fatto, da plumbeo, nero, il mare si ingrossava sempre piu mentre un vento teso schiaffeggiava le onde sollevando merletti di schiuma fin sul ponte.

Alleggerite le vele!!!,
 prua al vento!!!,
chiudete i boccaporti e gli oblò!!!,
indossate gli impermeabili!!!
Tutto l’equipaggio non indispensabile alle manovre vada sottocoperta e fissi bene tutto il carico!!!
Indossate i giubbotti di salvataggio!!!
Non mangiate se no poi dobbiamo pulire!!!!!
Mettete al sicuro le cipolle!!!!!
Acchiappate a Renata se no se la porta l’onda!!!!!

Gli ordini si susseguivano frenetici e l’equipaggio obbediva in una confusione di dimensioni bibliche.
Adriano si incaricò di stendere le funi di salvataggio e girava per la nave con almeno sette salvagenti sotto le ascelle.
Il dottore Rifleman con un bottiglione di anti-emetico da cinque litri correva di qua e di la buttando cucchiaiate della pozione in bocca a chi si trovava davanti.
Solo le scimmie lo ributtarono fuori a furia di calci negli stinchi.

La tempesta investì la LEDA con una furia incredibile (manco l’avessero mandata i giapponesi).

Il mare sembrava ribollire talmente che molti pesci per paura si suicidarono buttandosi sul ponte della nave.
Onde gigantesche coprivano la LEDA lasciando fuori solo la sommità dell’Albero Maestro da dove Liberodivolare legatosi a doppia mandata declamava l’Ulysses di Joyce aspettando le Sirene.
Ad un certo punto fu visto combattere a mani nude con un pesce spada che era stato sbalzato fin sulla coffa.
Colui il Quale il Timoniere legatosi al timone imperterrito guidava la nave fra i flutti così bene che gli vennero restituiti tutti i punti sulla patente nautica, poi gli vennero accreditati anche in rapida successione gli interessi di dieci anni, poi scattò il bonus e fu proposto per il Cavalierato del Presidente della Repubblica.

Colui il Quale il Capitano era vicino a lui ed osservava con cipiglio l’Apocalisse in atto, stava attento al suo equipaggio e sembrava trattenere sulla tolda tutti coloro che erano sommersi dalle onde che continuamente spazzavano il ponte.
Saette percorrevano le sartie della LEDA che sembrava brillare nell’oscurità.

Colui il Quale il Secondo cercò di sdrammatizzare dicendo che dopo questa tempesta la nave ne sarebbe uscita tirata a lucido ma fu fulminato dall’occhiataccia di Colui il Quale il Capitano.

Fragmenta dilettava sottocoperta gli impauriti membri dell’Equipaggio tenendo una tavola rotonda sul significato nel pensiero di Jung della sindrome da annegamento.

La LEDA gemeva impaurita ma Vitty per consolare tutti iniziò a cantare e dopo di lei si mise a cantare tutto l’equipaggio.
L’inno Della LEDA risuonò fino al cielo e disturbò certamente il Dio delle tempeste che voleva avere il monopolio della musica.

Infatti le onde si calmarono, il cielo si schiarì, il vento scemò e la tempesta finì.
I boccaporti si aprirono e tutto l’equipaggio uscì sul ponte, Renata e Rosagialla subito si misero a raccogliere i pesci suicidi per la cena, le scimmie stavano tutte vicino al dottore e chiedevano l’anti-emetico che avevano prima rifiutato, ma Rifleman si era scolato il bottiglione.
Colui il Quale il Comandante diede istruzioni a Colui il Quale il Secondo di riprendere la rotta originaria e si ritirò nei suoi alloggi in attesa della cena.
Tutti si diedero da fare a controllare i danni subiti mentre li sulla coffa Liberodivolare e il pesce spada rimasero fino a tardi a discutere di filosofia spicciola e di Sirene.

postato da: ArturBlord alle ore 15:33 | link | commenti
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Spedizione della LEDA - Prima Puntata


Andiamo a salvare le Balene!! Tutto l'equipaggio della LEDA si mise subito in azione.
Colui il Quale Il Capitano dopo aver controllato i rifornimenti, le attrezzature, e che qualche membro dell'equipaggio non fosse rimasto sul molo a dar da mangiare ai gabbiani, diede ordine di alzare l'ancora, di mollare i pappafichi (che si pavoneggiavano sul ponte), di togliere gli ormeggi.
La partenza, salutata da una folla strabocchevole venuta a festeggiare gli eroi, (si vedevano cartelli e bandiere inneggianti all'impresa, W le Balene, Giapponesi go home, etc.), avvenne senza incidenti.
Dal ponte della LEDA tutto l'equipaggio non indispensabile alla manovra rispondeva ai saluti.
Tutti si sbracciavano, sorridevano, cantavano.
Pian piano la costa si allontanò fino a sparire all'orizzonte e, messa la prua verso Gibilterra, iniziò il grande viaggio.
Colui il Quale Il Capitano aveva gia tracciato la rotta che ci avrebbe portati fra l'Islanda e la Groenlandia, fece distribuire gli indumenti pesanti che sarebbero serviti a quelle latitudini, e invitò la squadra speciale a fare esercitazioni in modo da trovarsi pronti quando avremmo incontrato le Balene e i loro carnefici.
La strategia studiata a tavolino consisteva in tre fasi: La prima era quella di convincere con le buone gli equipaggi delle baleniere a cambiare sistema e trasformarsi in navi turistiche per l'osservazione dei cetacei;
La seconda era quella di impedire, nel caso non avessero voluto ragionare sulla prima ipotesi, il contatto con le balene;
La terza, estrema ratio, consisteva nella conquista delle navi assassine e il conseguente affondamento delle stesse.

Rosagialla subito iniziò a preparare grossi quantitativi di "oceano blu" per allietare le menti dei balenieri qualora volessero discutere della prima ipotesi ( si deve anche dire che basta aggiungere a questo liquore un po’ di bicarbonato per farlo diventare un potente lassativo ad azione immediata) Vitty, Elena e Renata furono incaricate di ripassarsi il linguaggio delle balene al fine di avvertirle degli spostamenti delle baleniere, Adriano, forte della sua esperienza di lagunare di assalto e Liberodivolare, che poteva agire dall'alto, sarebbero stati quelli che dovevano eventualmente intervenire sui casi piu a rischio.
Per questo motivo diedero incarico al dottor Rifleman di preparare delle damigiane di gas esilarante, al Capitano chiesero cinque quintali di cipolle di Tropea per farne bombe lacrimogene.
Nelle teche di vetro erano disponibili duecento sciami di api dell’Amazzonia addestrate da Apesara pronte a scatenarsi perché incazzate nere.
Tutte le api erano state fornite di cappottini in pelo di calabrone creati da Fragmenta per sopportare le basse temperature.
C’erano, poi, tutti i parenti nati in tre anni dai criceti di Sarapiccina che all’ultimo censimento, contati uno ad uno da Fortevento ammontavano ad oltre settecento e che erano stati addestrati a rosicchiare tutti i maglioni, pantaloni, coperte di lana che trovassero sul loro cammino.
Intanto lasciata Gibilterra, dove era stato reclutato un branco di scimmie della Rocca da usare come guastatrici, percorrevamo le coste del Portogallo, tutto era stato approntato e la navigazione procedeva regolarmente, l’equipaggio si dilettava, rilassandosi, di varie attività ludiche.
C’era chi si faceva trascinare dalla nave facendo sci d’acqua, chi prendeva il sole, chi, salito sugli alberi della nave, come il GenBonaparte e Oti master si divertivano a lanciare buste piene d’acqua di mare in testa ai poveretti che attraversavano il ponte, etc.
Colui il Quale Il Capitano decise che era ora di fare il punto della situazione, chiamò Colui il quale il Secondo per impartirgli gli ultimi cambiamenti di rotta, la LEDA mise la prua a Nord-Ovest e si lanciò come una furia vendicativa verso la sua destinazione ultima.
Alla riunione che ne seguì non mancava nessuno tranne Colui il Quale il Timoniere e Colei la Quale la Vedetta.
Si perfezionarono gli ultimi piani, si fece festa mentre Rosagialla cantava L’Inno della LEDA, si bevvero litri di “Oceano blu” poi tutti andarono a dormire tranne coloro che a testa in su osservavano Marte vicino vicino e chiedevano alla divinità guerriera protezione e sicurezza di vittoria
.



postato da: ArturBlord alle ore 10:38 | link | commenti
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15:42




Porgimi le labbra


Porgimi le labbra, dolce fanciulla
fa che io tragga da te quella gioia di vivere
che il fato mi carpì tempo addietro.
Fu tanta la desolazione che si impadronì della mia anima
da quasi morirne o perder senno.
Col cuore chiuso ad ogni sentimento
mi trasformai in una statua di cemento.
Poi, d'improvviso, mi apparisti, dolce visione
e il cuore scricchiolò, spandendo polvere in giro.
Una dolce sensazione di calore colmò l'anima mia.
Un tremito mi avvolse mentre una voce sottile e lontana
mi chiamava a nuova vita dando stura a ricordi
ormai sopiti e, per sempre, seppelliti.
Parole come amore si rivestirono di luce
mentre una marea di sentimenti tumultuava selvaggia
dall'abisso in cui erano precipitati.
Un fulmine mi colpì lasciandomi in deliquio
giacqui per un istante come se fossi morto
ma nuovo corpo mi accorsi di possedere
mentre blocchi di cemento erano sparsi in giro.
Volsi lo sguardo verso il tuo splendore abbagliante
tesi le mani verso il tuo volto sorridente.
Un singhiozzo diede stura alle parole
abbandonate da tempo ...., troppo tempo.
Ora son qui, mia stupenda occasione.
Porgimi le labbra, dolce fanciulla.
Che io suggelli con esse il mio ritrovato amore.


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12:56


L'Onda



Vorrei essere un'onda

fresca, spumeggiante, prepotente.
Vanno sempre avanti e non tornano sui loro passi.
Se qualcosa prova a fermarle la sommergono,
e ridono di schiuma.

Può frangerle solo una fiera scogliera,
e loro, frangendosi, tuonano e cantano d'orgoglio.

La fiera scogliera non sa
che la loro morte è solo una breve illusione,
un sussurro di risacca e rinascono,
sempre,
più belle e spumeggianti di prima,
pronte per tornare a frangersi,
e il canto diventa un ruggito,
e il tuono si fa assordante.

La fiera scogliera non sa che, prima o poi,
al suo posto ci sarà una spiaggia,
e li,
le onde, dopo aver vinto,
sospirando, si adageranno per riposare.

postato da: ArturBlord alle ore 12:56 | link | commenti
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15:26

Fiaba o Realtà? - prima puntata




La fredda aria notturna sembrava aver cristallizzato il cespuglio di rose cresciuto all'angolo del giardino di Giada che dominava la valle dall'alto della collina.
Tutto era immobile, in quella gelida alba di gennaio, perfino il gocciolio della fontana si era rappreso imprigionato nello sfolgorio di cristalli che ornava il mascherone dalle sembianze di satiro impertinente da cui normalmente usciva l'acqua proveniente dalla fresca sorgente perduta un poco più in alto nel bosco di castagni che circondava il poggio su cui era arroccata la piccola casa dal tetto di ardesia e i muri in granito rosa dal cui camino un fil di fumo faceva capire che i suoi abitanti già avevano intrapreso il nuovo giorno appena accennato dal chiarore che da Est sembrava, a poco a poco, incendiare il cielo terso e le montagne all'orizzonte.
Un passerotto si posò sul portico che segnava l'ingresso della casa, zampettando giunse sotto la finestra ben chiusa e iniziò a cibarsi dei chicchi di grano che una mano pietosa aveva posto in piccolo vassoio di legno delicatamente inciso nelle lunghe sere invernali accanto al fuoco del camino allo scopo di alleviare la fame dei piccoli uccellini esposti alle intemperie di quel gelido inverno.
Altri fratellini del piccolo uccello si avvicinarono e il loro cinguettio finalmente ruppe il silenzio imperante.
Il sole fece capolino dietro la linea di montagne lontane che chiudeva la vallata da est e tutto sembrò, all'improvviso, aprirsi all'allegria che i caldi raggi portavano sempre con se.
Si udirono simultaneamente tutti i piccoli rumori casalinghi come si fosse spalancata una soglia che fino ad allora impediva allo stesso rumore di superare la gelida aria esterna, dalla valle un rumore lontano di campane chiamava a raccolta i valligiani ricordando loro che era giorno di festa e il rumore di un motore sbuffante indicò che la corriera era partita dalla piazza del paese sottostante ed iniziava la sua lente ascesa fino mal passo della ginestra per poi ridiscendere verso la pianura e la grande città che i monti nascondevano alla vista.
La porta della casa si aprì all'improvviso suscitando agitazione nel gruppo di passerotti che avevano saccheggiato ed esaurito il giornaliero pasto.
Tutti si involarono con un frullio d'ali e si sparsero giù nella macchia che digradava verso il paese rincorrendosi con i loro allegri versi di richiamo e scomparendo fra le ultime brume che sotto il calore dei primi raggi del sole lentamente svanivano mostrando con estrema chiarezza i contorni del panorama circostante.
Giada e la sua sorellina corsero in giardino rincorrendo gli ultimi passerotti ormai in volo e restando con i visi accesi dal freddo e dalla felicità a guardare le loro evoluzioni finchè non scomparvero dietro il muretto che delimitava il giardino.
Poi si avviarono verso il vicino cespuglio di rose dove erano sparsi, sul piccolo riquadro in pietra che si stendeva fra la casa e il cespuglio, i giocattoli lasciati lì la sera prima quando la mamma le aveva chiamate in casa per cenare e per poi andare a letto, non dopo che la stessa non avesse letto la consueta dose di fiabe necessaria affinché prendessero sonno.
La fiaba della sera prima le aveva trasportate nel regno delle fate e dei folletti dove si erano entusiasmate al racconto della principessa Maia imprigionata dalla perfida maga Melchionda e liberata dopo molte peripezie dal fidato folletto Kiomar segretamente innamorato della principessa.
Si erano svegliate ancora euforiche per le avventure condivise e fu con enorme stupore che accanto al cespuglio di rose videro qualcosa che la sera prima sicuramente non c'era.
Era una sorta di cappello verde pisello con delle decorazioni gialle in panno e somigliava moltissimo a quello indossato dal folletto nelle figure che ornavano il libro di favole consultato il giorno prima.
Gaia si chinò a raccoglierlo incredula e si guardò in giro per vedere se nelle vicinanze comparisse il padrone dello stesso ma niente si muoveva d'intorno.
La sorellina Ada glielo strappò dalle mani emettendo gridolini di incredulità dicendo con la sua vocina sottile che quello era il cappello di Kiomar ma Gaia cercò di zittirla dicendole che era impossibile ma non riuscì a farla star zitta.
Anzi Ada iniziò a chiamare a gran voce il folletto correndo tutt'intorno al giardino e cercando intorno alla casa e intorno ai cespugli e a gli alberi come si si stesse giocando a nascondino.
Gaia invece restò immobile cercando di pensare a cosa avesse potuto far apparire quell'oggetto estraneo e chi fosse stato il colpevole di tale incredibile coincidenza.
Ma anch'essa suggestionata dalla favola e dalla magica atmosfera di quel mattino sbirciava qua e la iniziando a farsi coinvolgere dalle emozioni della sorellina.
All'improvviso si sentì toccare il maglione da dietro e sobbalzò quasi urlando ma si calmò per un istante quando si accorse che era stata Ada a strattonarla.
Per un attimo ebbe l'impulso di prenderla a sberle ma si fermò notando la serietà con cui la guardava e le faceva cenno di stare zitta cercando di indicarle qualcosa al di la del cespuglio stesso.
Incuriosita si avvicinò allo stesso e ne percorse la circonferenza fino a raggiungere il lato posteriore dove, con un'espressione di enorme stupore, si trovò a fissare una sorta di pozza luminosa che appariva sul terreno e che aveva una strana aria di inconsistenza oltre anon avere alcuna plausibile spiegazione.
La superficie della pozza sembrava formata da una sorta di nebbiolina luminosa cangiante nei colori e nella consistenza e sembrava quasi vapore che sobbollisse sull'orlo di un pentolone magico ma nulla faceva presagire quanto e se fosse profonda . se fosse davvero una pozza o una sorta di fenomeno dovuto ai raggi del sole o quale altra diavoleria della Natura.
Fermando la sorellina che senza paura sembrava sul punto di gettarvisi dentro Giada saggiò col piede quella specie di nebbia d'energia ma non accadde nulla.
Allora prese una pietra e la gettò nella pozza dove sparì senza alcun rumore, poi, preso coraggio, saggiò di nuovo col piede affondando leggermente la scarpa nella nebbia e la ritrasse subito dopo notando che non era accaduto nulla di anormale alla sua calzatura.
Allora tentò di andare più a fondo ed istintivamente si appoggiò sulla spalla della sorellina ma quest'ultima scelse proprio quel momento per chinarsi in avanti facendo perdere l'equilibrio a Giada che precipitò a faccia in avanti nella pozza.
Giada cadde con un urlo trascinando con se sua sorella.
L'urlo cessò all'istante quando le due scomparvero nella pozza.
La pozza scomparve subito dopo.

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11:58

"Vali soltanto se qualcuno apprezza,
senza che mai venga meno il suo rispetto,
che siano oro colato, oppur mondezza,
perfino i chiacchiericci mattutini
frutto di assai ben poca assennatezza"
.


Precarietà


Uscito senza ombrello stamattina.
Per un certo disordine mentale.

Forse dovuto alla notturna cucina
che ha allietato il lavoro interinale

Accettato giusto il giorno venti.
Per rimpinguare finanze ormai distrutte.

Da un mare di bollette e pagamenti
per cose regalate a tutti e a tutte

Giusto per appagare il desiderio.
Di essere accettato socialmente.

Sapendo bene di non esser serio
e di farlo ormai distrattamente

Perché è forte ormai l'alienazione
che trascina la mia anima calcata con la biro.

Simile a quei trenini in latta
che con fierezza il bimbo porta in giro.

Finché attratto d'altro non lo molla
perduto e fermo sul ciglio della strada.


postato da: ArturBlord alle ore 11:58 | link | commenti (1)
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06:01



Cinque Poesie



Fine di un'amore

Furono giorni lunghi e felici.
Insidiati dalla troppa gelosia.
Nati da uno scoppio del cuore
Resi importanti da una finta sensazione
d'eternità che è una dolce illusione
in ogni storia d'impetuosa passione.
Un sassolino s'insinuò nella scarpa.
Nodi vennero al pettine ad uno ad uno.
Amare calunnie fecero marcire frutti maturi,
mordendo i quali, si deliziavano gli amanti.
Ora tutto è nascosto dalla nebbia del dubbio.
Ridono i folletti che fanno contorno al rimpianto.
Erinni banchettano sul catafalco dell'amore.




Etica & Morale

Accanita ricerca semantica
lega la volontà del divenire.

Impari l'arte dei componimenti
versando leghe metalliche
entro i confini dell'io nascosto.

Nessuna concessione attenua
turbamenti che esaltano rime

occultate dietro mura di ottone.





Allo Stadio

Intonsi rotoli di carta vellutata
sobbalzano sull'erba del prato.

Orde di barbari in preda a malattia
lamentano il dissenso degli Dei.

Aria fumosa spande lacrime intorno.
Disperse grida sobbalzano dal fondo.
Ingiurie piovono dall'alto dei bastioni.

Arroganti eroi dai muscoli di cristallo
rincorrono l'oggetto del desiderio.

Torvi condottieri studiano strategie,
ululano ordini ai loro palafrenieri.

Ritmi tribali segnano le azioni.
Occhi ansiosi di scorgere la meta.




Viaggio metropolitano

 

Aggancio sinergico di vagoni dipinti
recanti scampoli di vite vissute.
Turbolenze si propagano in vortici
ululanti che trascinano cartacce,
rutilanti pezzi di riviste ormai scadute.

 
Blasfemo interloquire di messaggi,
lucide intersezioni di binari infiniti
oppressi dall'inconsistenza del divenire
recanti arrancanti viaggiatori delusi
dall'imponderabile leggerezza dell'essere.

Perdita d'identità

Fu, quando trovai chiuso il portone,
che compresi quanto mi fosse cara
la magione, in cui ebbi i natali.
Dov'era chiuso tutto il mio vissuto.

 Bussando invano con i pugni chiusi
Mi vennero alla mente sensazioni
Pensieri, sentimenti ed ore liete
Lacrime, nostalgie ed emozioni.

 Come un albero colpito dalla folgore,
ora sto qui, disteso, quasi morto.
Uccello appena nato e ancora implume
spinto dall'uragano fuor dal nido.

 Cerco la chiave che mi faccia entrare.
Ma nulla trovo e nessun che mi risponda.
Finestre chiuse e nessun lume acceso.
Neanche un fil di fumo dai camini.

 Eppure fino ad ieri c'era la vita.
Risuonavano canti ed anche risa,
acciottolio di piatti, grida di bimbi.
C'erano fiori alle finestre illuminate.

 Il Sole riscaldava mura e cuori.
Garrivano i panni nel vento ad asciugare.
Profumo di pane riempiva le narici.
Il cane abbaiava al pellegrino.

 Ora tutto somiglia ad un mausoleo
perso in un silenzio d'oltretomba.
S'ode il vento come fra cipressi.

Neanche una civetta fa il suo verso.


postato da: ArturBlord alle ore 06:01 | link | commenti
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17:07

SALTO D'IMMAGINE

Vecchi fuochi, sopiti, d'improvviso si ammantano
di nuove fiamme, calorose illusioni
di sacri riti di gioventù sovrani,
e il panorama, ingrigito,
che per anni ha circondato il mio essere,
ecco che si scopre colorato
e vivo e risplendente.

Io, preso in giravolte di venti dolci e peperini,
mi lascio trasportare nell'azzurro.
Nuvole fanno a gara a trastullarmi
mentre rosee visioni pungolano
il mio adamantino essere uomo.
E rido e piango mentre mi colora il blu
del cielo e sotto il mare mi ritrovo
circondato da sirene che mi ammaliano
con i loro canti cristallini.
E mi getto nel profondo di abissi
tetri ed allo stesso tempo fascinosi
lieto di scoprire prospettive nuove
che mi lasciano senza parole.

postato da: ArturBlord alle ore 17:07 | link | commenti
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FAVOLA

C'era una volta una piccola bambina nata sotto un broccolo di Natale.
I genitori non ci pensarono due volte ad emigrare al Polo Sud dopo che tutta la Regione si sollevò contro di loro per quello che avevano combinato.
Infatti, la puzza della bambina era tale da far nominare 7349 commissari straordinari per la gestione dei rifiuti tossici speciali con il compito di eliminare il problema.

Dopo circa 16 anni i Commissari non si erano nemmeno messi d’accordo essendo scoppiate fra di loro nelle 48943 riunioni almeno 3569 conflitti e male parole, 711 omicidi colposi nelle risse annesse, picconate, schiaffi, Maronne e quant'altro.

L'unica decisione fu quella di confinare la bambina in un bunker dell'ultima guerra mondiale con 9087 tonnellate di sapone, raccomandando alle 5648 guardie biologiche di non farla uscire, fino a che non ebbe consumato tutto il sapone.
La bambina crebbe in un lavatoio pieno di mille bolle blu profumate, giocò con le bambole intagliate nel sapone, faceva bolle di tutte le dimensioni e, poiché si mangiò anche un sacco di sapone le bolle le uscivano dappertutto.

Dopo 16 anni accadde un fatto nuovo.
La Puzza passò e tutti gli indicatori (puzzometri) caddero a zero.
Una guardia Kamikaze fu estratta a sorte per entrare nel bunker e ne uscì che sembrava lavata con Perlana.
Era talmente morbida da essere diventata una guardia di peluche.

Fu avvertito il Commissario dei Commissari che dispose dopo almeno sette sommosse e quattro colpi di pistola lo scioglimento (mediante acido solforico e nitrico) del Commissariamento.

La Bambina fu portata in un istituto per lavandaie (L'Olandesina) e fu affidata alle piccole lavanderine.
Il grosso guaio era che quando la poverina toccava qualcuno quest'ultimo si trasformava in un pupazzo di peluche morbido morbido morbido che più morbido non si può.
Inoltre diventava di un pulito così pulito che risplendeva da almeno sette chilometri di distanza.
Per ovviare a questo problema le furono messi dei guanti di gomma, le fu data una tuta di gomma e imposta una maschera di gomma.

Aveva, peraltro, anche delle buone qualità.

Bastava che si togliesse un guanto e toccasse una montagna di panni o di stoviglie e tutto brillava pulito e sterilizzato.
La congregazione delle lavanderie cercò di difendersi assoldando un esercito di mercenari per sopprimerla unitamente all'associazione dei detersivi ma tutto fu inutile.
Il solo risultato fu che per recuperare qualche soldo dovettero aprire un negozio di pupazzi di peluche che, del resto ebbero anche un bel successo di mercato.

Ci fu, a questo punto, l'interesse del Ministero della guerra che voleva assoldarla come Commando perché, oltre a ripulire le guerre sporche avrebbe anche reso ogni conflitto un buon investimento per una catena di negozi di pupazzi di peluche.

Tutte le organizzazioni di spie si mobilitarono.

Tutti i governi volevano la ragazza.

Questa, esasperata per la situazione, scappò dopo aver toccato le sbarre della cella dove era reclusa, formò una enorme bolla di sapone dove si richiuse e volò lì dove la portò il vento di tramontana che spirava in quel momento.
La bolla le fece traversare monti, valli, fiumi, mari, oceani, isole, finché non arrivò in una discarica di mondezza che era usata, rinvio alla chiusura dopo rinvio, da quasi trecento anni.

Era un’intera valle, profonda almeno 1000 metri e tutta ripiena di strati di rifiuti storicamente datati dal governo Crispi in poi.

Appena toccò la collina di rifiuti, la ragazza si tolse la tuta che le provocava anche delle irritazioni cutanee pruriginose e iniziò a grattarsi con forza e determinazione.

Iniziò un fenomeno sorprendente.

Tutta la valle scoppiò in aria con un boato immenso, i rifiuti iniziarono a riciclarsi, trasformandosi in materie prime che si depositavano in strati ben separati ed ordinati.
In poche decine d’ore tutto era stato bonificato e alcuni grossi industriali, fiutato l'affare che sapeva di buono, comprarono tutto a buon prezzo.

L'enorme mucchio di denaro che poi risultò pulito e completamente riciclato anch'esso rese la ragazza enormemente ricca.

Compresa l'importanza di quella maledizione che si era rivelata un dono inestimabile, la ragazza si diede agli affari fondando una multinazionale e riciclando tutti i rifiuti del mondo intero.

Modificò anche le sue attività cercando di coinvolgere, nella difesa dell'ambiente, tutti i governi che ormai dipendevano dai suoi soldi.

Chi cercava di contrastare il suo strapotere, tentando di attentare alla sua vita, non faceva altro che incrementare le collezioni di pupazzi di peluche e poco per volta tutti si adeguarono al nuovo corso degli eventi.
Tutti, inoltre, compresero che fosse vantaggioso comportarsi in quel modo e il comportamento divenne abitudine, poi l'abitudine divenne ragione di vita e tutti i conflitti e tutte le perfide forme di consumismo distruttivo furono eliminate.

Tutti impararono a godersi la vita, ad essere felici.

La ragazza che era, nel frattempo, divenuta donna, forse era l'unica persona infelice perché non poteva partecipare alla gioia generale ma, all'improvviso, anche quest’infelicità cessò.

Si accorse che, terminato il suo compito, il suo dono/disgrazia si era esaurito.

Se n’accorse una volta che, all'improvviso, per scansare una colomba che nel corso di una delle sue innumerevoli inaugurazioni di fabbriche ecologiche, d’asili, di case, di tutto ciò che contribuiva a creare per gli altri, si era posata sui suoi capelli, la sfiorò per cacciarla via e poi se ne pentì presagendo quello che sarebbe accaduto, ma non accadde nulla.

Allora, stupita ma felice, si girò verso il suo direttore generale che lei segretamente amava pur sapendo che non avrebbe mai potuto sfiorarlo e gli prese la mano, gliela strinse e poi in fretta e anche da inesperta lo baciò sulle labbra velocemente.

Lui, che nutriva lo stesso sentimento e che avrebbe voluto quel bacio anche a costo di diventare di peluche, fu deliziosamente stupito da quel gesto.

Non pensò nemmeno per un istante a quello che sarebbe potuto accadergli, ma guardandola negli occhi l'attirò a se dandole un bacio meno formale ed inesperto del primo.

Tutta la folla e tutto il mondo che era collegato in mondovisione assistette a quel fuori programma ed un applauso, dapprima sporadico, poi sempre più assordante, rilevò la gioia di quella bambina, ragazza, donna che aveva cambiato in meglio la loro vita e che finalmente poteva anch'essa godere appieno del nuovo mondo che aveva con tanti sacrifici contribuito a far nascere.

postato da: ArturBlord alle ore 09:51 | link | commenti (2)
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06:51



Pensavate che non ci saremmo riusciti?
Invece siamo tutti quiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiii


Io, Arturo, giornalista acchiappavip (per il culo), Tanino l'operatore (dal camice verde) e Lionardo, il tecnico delle luci (sorregge un faretto e acchiappa scamette, ma sempre tecnico è).
Ecco!!! qui è nata e qui è vissuta la Merit_fana.
Prima di entrare chiediamo a qualche vicino alcune anticipazioni, alcuni ricordi e qualche indiscrezione.

Senta!!!
Sentaaaaaaa!
Si!!!!, lei che cerca di nascondersi dietro il bidone della monnezza,

(Iamme uagliù!!,
Mannaggia!!!
Lionardo vire add'o' vaie cu stu faretto!!
).

Siete di qui?
Come vi chiamate?
Perchè vi nascondevate?
Siete timido?
Certo che tenete na faccia conosciuta, ma non mi ricordo dove vi ho visto, ma la conoscete la Merit_fana?.


"Noooo, non mi riprendete!!!,
Non vi conosco e non voglio essere intervistato!!!,
lasciatemi andare!!!!,
mannaggia!!, iatevenne!!!!,
la Merit_fana non la conosco e non voglio conoscerla, già tanti guai ho passato, meglio tornare al Polo....... ooooopss."


Ecco chi siete!!!!!!.
Ora vi riconosco!
Voi siete Babbo Natale il più ricercato in questo momento.


"Non ditelo a nessuno!!
abbassate la voce!!,
ssssst!!, zitto per carità che se mi acchiappano mi linciano!!!
e tutto colpa di quella maledetta!!"
- e cercava di nascondersi dietro una copia del giornale del mattino dove si leggeva in prima pagina:

BABBO NATALE RICERCATO!!! HA RUBATO TUTTI I REGALI E MILIONI DI BAMBINI PIANGONO - in seconda pagina i risvolti della situazione -.

Ma questo è ancora meglio dell'intervista alla Merit_fana!!!
Abbiamo l'occasione di fare uno scoop planetario!!,
Presto Presto caro Babbo Natale, datemi la vostra versione della vicenda.


"Ma no!! ma no!! qui è pericoloso. Voglio fuggire, lasciatemi!!!"

Ma noi vi lasceremo andare, anche se rubare i regali è stata una azione degna da farvi mettere, per sempre, in una prigione.
Ma, del resto, spero che possiate discolparvi!!
e poi noi vi paghiamo!!!
penso che un po' di soldi vi servano per la latitanza.


“Beh.... se mi pagate..... a me i soldi servono per tornare al Polo.... perfino il portafogli si è fregato quella disgraziata....!
Ma non stiamo qui, andiamo dietro quel portone e vi racconto quello che mi è successo”.

“Tutto è accaduto ieri!! Ma ora capisco che era stato tutto preparato da anni ed anni”


Cosa volete dire?

“Voi sapete benissimo che la Merit_fana era molto famosa una volta.
Anche se andava in giro con le scarpe rotte, (era molto risparmiatrice), portava doni ai bambini di questo paese e, come sub_agente della premiata ditta “DONI & SOGNI spa” era sempre prima nella classifica dei vari Agenti come Santa Klaus, io stesso e tanti altri.
Io ero l’addetto all’america del nord e mentre la Merit_fana riceveva e distribuiva i doni il sei gennaio, io mi inventai la data di distribuzione anticipata.
Questo fatto mi permetteva di ricevere e distribuire i doni prima e anche di accaparrarmi le partite migliori e i dono speciali.
Poco per volta divenni io il super_agente della ditta, anche perchè non mi sporcavo nemmeno con la cenere e carbone, avevo il carro con le renne, mentre la Merit_fana si arrangiava con la scopa, ero ben vestito con gli orli di ermellino, e la mia risata OH OH OH OH era conosciuta e apprezzata da tutti.
Creai una filiale della “DONI & SOGNI” al Polo e avevo più di cinquemila elfi collaboratori che mi aiutavano nella pianificazione della fatidica giornata.
Iniziarono così ad arrivare milioni di lettere anche da questo paese perchè la malattia della fretta e del tutto e subito si era impadronita di questa gente.
Il benessere voleva anche queste soddisfazioni e io mi ritrovai a dover prendere una decisione.
Ma io sono buono e prima di fare un torto ci penso mille volte e non lo faccio.
Perciò chiamai la Merit_fana e gli dissi che alla “DONI & SOGNI” mi pressavano per portare i doni anche in questo paese.
Le dissi che sottobanco le avrei lasciato i diritti fissi, tolte, naturalmente, le spese.
Lei si arrabbiò ma mi fece intendere che avrebbe fatto buon viso per necessità e che avrebbe permesso questo cambiamento.
Felice di aver risolto bonariamente la faccenda assunsi altri mille elfi e mi preparai all’invasione italiana.
Passarono anni ed anni, e le cose andavano bene.
La Merit_fana aveva il suo spazio, anche se ridotto, io incrementavo i miei utili e tutto sembrava filare liscio.
Certo che con gli anni iniziavo a notare alcuni cambiamenti nella Merit_fana ma solo ora comprendo la natura di tutto cio.
Mi accorsi che, a guardarla bene, non era poi così brutta.
Ricordavo il suo naso adunco ma, ora, lo vedevo rimpicciolito, ben fatto.
Anche il poco viso che usciva da sotto lo scialle sembrava roseo, senza rughe, e due occhi brillanti, quando ci incontravamo mi osservavano ammiccando.
La mano che stringevo era occasione di meraviglia perchè ogni volta sentiva una strana e piacevole scossa percorrermi il braccio e tutto il corpo fino a che cadevo quasi in deliquio per una strana sensazione di piacere che mi scombussolava tutto.
Anche se il solito vestito sformato non le dava giustizia lo osservavo tendersi nei punti giusti quando si muoveva e iniziavo ad avere il desiderio di approfondire queste sensazioni perchè strani sogni attraversavano le mie notti e la lunga astinenza dovuta al lavoro stressante iniziava a pesarmi sempre più”.


EH EH EH..... qui si tratta di desiderio d’amore...... sai che scoop gigante la Merit_fana e Babbo Natale sposi!!!!!!
E poi la nascita di un Babbino o meglio di un Fanbabbo o Fanbabba sarebbe un evento epocale!!!!
Su su..... continuate il racconto...... diteci come tutto questo vi ha portato a rubere tutti i regali!!.
......

“Azz.... ma io non sono un ladro... ma non avete capito nulla!!!!.... insomma!! state a sentire la fine e poi vedrete”

A bocca aperta continuammo l’intervista.

“Passò del tempo ed io ero impaziente per l’incontro di quest’anno, che come sempre avevamo programmato di fare il 26 dicembre per la divisione dei dividendi.
Ma ebbi una telefonata che mi convocava a casa sua per il 24 alle ore 22.
Mi disse che non erano i dividendi ad interessarla ma erano cose personali, mi disse che era impaziente di incontrarmi e che doveva dirmi cose importanti.
Io risposi che dovevo distribuire i doni, ma lei mi disse che era una cosa troppo importante e che, semmai, mi avrebbe dato una mano nella distribuzione in modo da accelerarla e così tutto sarebbe andato a posto.
A questo punto non ebbi esitazioni mentre mi sentivo la testa divenire leggera leggera, diedi subito ordine agli elfi di caricare la slitta e di avvertirmi appena sarebbe stato tutto pronto.
Mi dedicai, poi alla mia cura personale, prima con un bel bagno profumato, poi con una puntata dal barbiere per un taglio innovativo di barba e capelli.
Il sarto mi preparò un abito snellente con guarnizioni nuove di ermellino super, consumai quasi un flacone di profumo OLD PASSION THE POLO, mi pavoneggiai a lungo davanti allo specchio mentre una corte di elfesse ammiccava dalla soglia della stanza.
MI esercitai anche nella declamazione di poesie, rinnovai il repertorio dei gesti seduttivi imparati secoli addietro, il cuore faceva TUM TUM, e nella testa mille campanelli suonavano.
(Per prudenza mi misi in tasca anche una confezione di VIAGRA, ma questo non mettetelo nell’intervista).
Poi tutto fu pronto e mi misi in viaggio.
Volai più veloce della luce con gli occhi brillanti e la voce stentorea che declamava canzoni, tanto che tutte le renne pretesero le cuffie insonorizzanti, e giunsi qui dietro giusto in tempo per l’appuntamento.
Trepidante mi avvicinai al portone e bussai.
Una dolce voce musicale e sognante mi invitò a salire e, finalmente, fui di fronte al mio oggetto misterioso che tanto desiderio mi ispirava.
Lei mi accolse con insolita impazienza e mi fece entrare nel salotto della sua casa accomodandosi nella poltrona di fronte alla mia.
Natalino – mi disse – (mi chiamò Natalino e questo mi scombussolò tutto), io non posso più fingere di essere immune al tuo fascino.
Per anni mi sono negata perchè mi vedevo racchia e brutta ma, ora, dopo che ho speso tutti i miei risparmi per poter sanare il mio corpo dalle ingiurie del tempo, ricevendo anche una garanzia speciale di durata eterna, posso rivelarti senza paura di essere sempre stata innammorata persa di te.
Ti amo al punto di rinunciare del tutto alle scarpe rotte, al sei gennaio, al mio lavoro.
Se vorrai potremmo fondare una nuova ditta allargando al mondo intero il nostro raggio d’azione, ma sono anche disposta, per amor tuo, a fare la casalinga e sfornare tanti Fanbabbi e tante Fanbabbe per la tua e mia gioia.
Io di venni rosso come un peperone a queste parole.
Con gli occhi imbambolati ero divenuto luminescente come i Babbi dei Grandi Magazzini.
Sentivo perfino la campanella suonare.
Mi sentii anche un po’ in colpa per non essere stato io ad aver profferito le sue identiche parole e caddi ai sui piedi come una pera secca.
Strinsi le sue mani fra le mie dicendo che le sue parole erano miele che colmava il mio cuore, la sua vista rallegrava gli occhi come il più stupendo sogno che uno potesse fare, che il suo manifesto amore scatenava in me le più dolci sensazioni tali da farmi volare e roteare per tutta la stanza.
Tenendole le mani, mi avvicinai sempre più al suo volto o forse fu lei a piegarsi verso di me, finchè le nostre bocche si unirono in un bacio infinito e precipitammo sul folto tappeto fra le due poltrone.
Quello che successe poi non sto qui a spiegarvelo, (a proposito non ci fu bisogno del VIAGRA ma anche questo non mettetelo nell’intervista).
Mi sono svegliato questa mattina, avevo messo la sveglia alle sei perchè dovevo assolutamente fare il mio giro, ho allungato la mano per sentire il calore del mio Amore e ho trovato il letto vuoto e questo biglietto:


CARO NATALINO, FINALMENTE POSSO DIRTI DAVVERO COSA MI HA PORTATO AD ORGANIZZARE TUTTA QUESTA COMMEDIA.
IN VERITA’ MI SEI COMPLETAMENTE INDIFFERENTE, ANCHE SE SONO STATA SINCERAMENTE STUPITA DALLA TUA PRESTAZIONE DI QUESTA NOTTE.

TI CREDEVO PIU’ RUDERE DI QUANTI TU FOSSI MA, IN FONDO, DECINE E DECINE DI ANNI DI BOCCONI AMARI, NON POSSONO ESSERE ANNULLATI DA UNA NOTTE D’AMORE.
CONSIDERALA COME PREMIO DI CONSOLAZIONE, ANCHE SE SARA’ IN FONDO UNA BEN MISERA CONSOLAZIONE PERCHE’ IN CAMBIO TI HO TOLTO IN SOLO COLPO TUTTO QUELLO CHE HAI E CHE RAPPRESENTI.

QUANDO ANNI ED ANNI FA MI PROPONESTI QUELLO CHE SAREBBE STATO IL DECLINO DELLA MIA FIGURA PROFESSIONALE DOVETTI ACCETTARE PER NON PERDERE TUTTO MA, ALLO STESSO TEMPO, GIA’ ALLORA INIZIAI NELLA MIA OPERA DI VENDETTA.

CON I MIEI RISPARMI DI UNA VITA HO INIZIATO, DA ALLORA, A RASTRELLARE TUTTE LE AZIONI DISPONIBILI DELLA “DONI & SOGNI”.

POI HO INIZIATO A SBARAZZARMI, OGNI VOLTA CHE TI INCONTRAVO, DEL TRUCCO CON CUI HO NASCOSTO IL MIO ASPETTO PER TUTTI QUESTI ANNI, DOVUTO ALLE LEGGENDE NATE SU DI ME.

IL TRUCCO MI FACEVA COMODO ANCHE PERCHE’ TOGLIENDOMELO POTEVO GIRARE IL MONDO NEL PERIODO DI VACANZE E SPASSARMELA ALLA GRANDE SENZA CHE POTESSERO RICONOSCERMI.

INVECE TU COL TUO ASPETTO NON PUOI ANDARE FACILMENTE IN GIRO ANCHE PERCHE’ HAI UN EGO TALMENTE GIGANTESCO DA FARE COPPIA COL TUO CORPULENTO ASPETTO ESTERIORE.

TI SAREBBE PIACIUTO AVERE VICINO UNA COME ME?

MA COME PENSI CHE POTEVO INNAMMORARMI DI UN SOGGETTO CHE VA IN GIRO CON LE RENNE ANCHE AD AGOSTO E INDOSSA QUEI RIDICOLI COSTUMI ANCHE SULLA SPIAGGIA DI PAGO PAGO?

INVECE HO APPROFITTATO DI TE PER POTERTI TOGLIERE LA DITTA E, QUELLO CHE E’ PIU’ IMPORTANTE, IL CONSENSO POPOLARE.
HO RUBATO RENNE, SLITTA, E DONI PER FARTI LINCIARE DA TUTTO IL MONDO.

IL 6 GENNAIO, SALVATRICE DEL MONDO, DISTRIBUIRO’ TUTTI I DONI E SARO’ IO ED IO SOLA LA PADRONA DI TUTTO IL BUSSINES.
D’ORA IN POI LA MERIT_FANA SARA’ L’INCONTRASTATA ED AMMIRATA PARTNER DELLA “DONI & SOGNI” DI CUI ORMAI HO ANCHE IL CONTROLLO AZIONARIO.

CARO BABBINO DATTI ALL’IPPICA E TOGLITI BARBA E CAPELLI COSI’ POTRAI SCIVOLARE LENTAMENTE NELL’OBLIO SENZA IL RISCHIO CHE QUALCUNA TI CHIUDA IN UN SACCO E TI BUTTI A MARE CON QUALCHE PIETRA DI TROPPO DENTRO.

CIAO CIAO E STAMMI BENE, MIO STALLONE PER UNA NOTTE.

“Avete capito cosa è successo!!!
Quella zoccola mi ha fregato tutto ed ora non so che fare, posso solo cercare di tornare al Polo, chiedere la cassa integrazione per gli Elfi anche se credo che troveranno lavoro nella nuova ditta e cambiare faccia per sempre godendomi i miei risparmi.
Forse cercherò un posto di lavoro ai Grandi Magazzini come salumiere oppure scriverò il libro delle mie memorie se troverò un editore che me lo pubblicherà”.


Impietriti restammo di fronte a quella celebrità distrutta, senza parole, mentre un intero periodo della nostra vita si sgretolava e diventava diafano ed inconsistente.
Ci rendemmo conto che in pochi istanti avremmo dimenticato che una volta era esistito Babbo Natale e che tutta l’intervista avrebbe perso di importanza perchè a nessuno sarebbe interessata.
Pagai lo stesso il compenso pattuito, poi, muti, lo vedemmo allontanare e scomparire dietro l’angolo.
Diedi una scametta a Lionardo perchè aveva abbassato il faretto abbagliandomi e ci incamminammo con la speranza di trovare qualche indizio su dove si fosse nascosta fino al 6 gennaio la Merit_fana, anche se sapevamo che non saremmo riusciti mai a trovarla.
Mi rimaneva nell’animo la voglia di vedere il suo vero aspetto che aveva distrutto il Babbo, sai che Scoop_ata sarebbe stat
a? ..........................................

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Bambino che non ho, figlio mai nato,
cercherò di spiegarti tutto ciò che ti ho evitato.
Il parto, innanzi tutto, e il dolore
di saperti espulso dall’amore. La paura
di venire abbandonato, quei vagiti lunghi
come i fischi dei treni notturni nelle stazioni secondarie
e il suono, il suono delle parole indecifrabili
che t’impongono la loro dizione. E i birignao intollerabili
con cui ti si rivolgono le persone.
La prima volta che la tua mamma uscirà la sera.
Il terrore che non tornerà più.
Ti ho evitato la vergogna di fartela sotto a scuola,
gli altri che ridono e ti mettono alla gogna.
La fatica di sollevare la prima matita come un macigno,
e il ghigno dei grandi quando deformi le parole.

Ti ho evitato il freddo quando piove
la paura dei tuoni dei fantasmi delle streghe,
e poi le prime beghe: quando un compagno ti dirà
“Tuo padre è un ubriaco” oppure
“Noi siamo molto più ricchi di voi”
e ti faranno vergognare della tua famiglia e del tuo nome.

Io ti ho evitato, piccolo, l’angoscia di un cognome
e delle ombre che comporta e poi,
diciottenne al primo amore ,
la sconfitta di attendere ore dietro una porta
lei che non ti vuole. E l’assillo del primo impiego,
l’offesa di tutte le file burocratiche,
i soprusi di chi ti comanda e l’arroganza dei potenti.
Io ti ho evitato tutte le litigate, le sgridate,
il dolore di quando moriranno tuo padre e tua madre,
la solitudine del deserto, quella provocata dall’invidia,
dal tradimento, quella solitudine
che ti farà percorrere tutte le periferie dell’anima.

E poi, da vecchio, lo sgomento
per aver tanto vissuto e sofferto e gridato e amato,
inutilmente, in cambio di niente, inascoltato.
L’elenco potrebbe continuare, ma è un’impresa inutile,
come catalogare le gocce del mare. Inutile,
perché il dolore più grande, tuo padre non te l’ha evitato.

Il dolore di non essere nato.

(Jack Folla)


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