Era un normale albero dotato di radici, tronco, rami, foglie e fiori (quand’era tempo), oltretutto era anche un po’ psicolabile perché si spogliava quando faceva freddo e si vestiva quando faceva caldo.
Per questo motivo era stato in cura presso un grande specialista in malattie linfali per piante depresse che, dopo lunghi e complicati esami, tentativi d'ipnotismo, sedute di psicanalisi per scoprire eventuali episodi traumatici pre seminali, era giunto alla conclusione che vi era uno scompenso ormonale dovuto alla perdita di personalità relativa al fatto che non era mai stato chiamato col suo vero nome, peraltro sconosciuto, ma solo col nome di Albero di Natale, per via che era nato in un terreno di proprietà di un certo Natale Gennaro che, oltretutto, non desiderandolo, aveva più volte cercato di estirparlo.
Meno male che, poco prima che questo Natale si munisse di accetta, passò da quelle parti la Fata Provolina che, intuendo il pericolo che correva il piccolo Albero, lo trasformò in “Arbre Magique” consentendo così che potesse scappare a bordo di una panda blu, diffondendo un sanificante odore di Pino Silvestre, lungo i monti e le valli percorse rincorrendo avventure e più luminosi destini.
Arrivò, alfine, al sacro Convento di Santa Cunegonda che la teneva bionda, dove trovò sette fraticelli nani che scavavano una miniera di diamanti, lavorando come negri per la Banca Vaticana.
Chiese di poter usufruire del terreno dell’orticello per poter fare uno spuntino ma non si accorse che era terreno di risulta della miniera e assorbì milioni di particelle minuscole di diamante che resero sbriluccicanti le punte dei suoi rami.
Si mise di nuovo in viaggio fino a giungere al Parco Lambro dove la pattuglia di giardinieri lo trovò e lo portò alla Clinica Vegetale per malattie mentali delle piante “Villa Arborina”.
Qui fu curato per eliminare l’odore di Pino e venne anche sottoposto alle cure psicoanalitiche per poterlo riabilitare.
Iniezioni su iniezioni di stabilizzatori clorofilliani lo resero sempreverde.
Clisteri di resine sintetiche al nandrolone lo resero robusto e lucido aguzzando le sue foglie e dandogli una forma allungata e muscolosa.
Restava, però, sempre la mancanza di fiducia in se stesso che lo rendeva schivo, curvo e sfiduciato.
Una sera, mentre stava seduto in un angolo, fra un salice piangente che aveva più volte tentato il suicidio e un albero di noci abbacchiato, passò una giovane quercia sessantottina, che con uno spinello fra i rami e agitando gli stessi al ritmo della musica del mitico gruppo dei “Sequoia”, lo guardò, passò avanti, ritornò indietro, lo riguardò, lo prese per un ramo e lo trascinò nella sua serra personale.
Decisa a risollevargli il morale lo stuzzicò con le radici, gli agitò le foglie con fare leggero e civettuolo, sfoderò tutta la sua sensualità mostrandogli le ghiande ad una ad una.
L’Albero di Natale, sconcertato ed intimidito, restava inerte alle avances della quercetta scostandosi leggermente ogni volta che quest’ultima si strusciava contro di lui.
Intendiamoci non che la donzella non lo sconfinferasse anzi il suo desiderio lo sentiva montare dentro di se anche se non comprendeva bene le ragioni del suo montante interesse.
Ma la timidezza vinceva il desiderio e di questo la quercetta si stava stufando.
Ad un certo punto sbottò: Ma, insomma, ti vuoi decidere a cacciare le palle che qui il tempo passa e la cera si consuma!
A queste parole l’Albero si sentì in dovere di mostrare la sua vera natura che sentiva reclamare dall’interno e con un urlo liberatorio cacciò davvero le palle!
Per via, però, della polvere di diamante cacciò fuori una serie di palle fantasia multicolori, lucide, dorate, argentate, luminose tali da lasciare senza fiato la quercetta.
Quello che successe nella serra fu epocale.
Dovettero ad un certo punto intervenire i giardinieri, le guardie forestali, perfino un canadair di passaggio.
L’Albero riuscì a fuggire poco prima che lo sterrassero e lo chiudessero in un vaso gigante per immobilizzarlo, la quercetta, dopo tre mesi, partorì 49.743 alberini luminosi che negli annali della rivista dell’agricoltore se ne parla ancora adesso se sia stato un caso di colture geneticamente modificate oppure vi fosse stata una falla nella centrale atomica vicina.
Ad ogni modo la Clinica fu chiusa, i dipendenti tutti arrestati e la quercetta fu inviata con tutta la prole in un fantomatico istituto di ricerca del Governo per vedere se si potesse sfruttare l’accaduto nella guerra contro la gramigna oppure sostituire i semafori con gli alberelli luminosi dopo aver fatto loro, ovviamente, il lavaggio del cervello.
L’Albero, saputa la notizia da una civetta di passaggio, si addolorò molto e iniziò a cercare l’indirizzo dell’Istituto.
Si rifugiò, nel frattempo, nei meandri di una centrale elettrica fra un generatore e una pila di cavi di rame ed argento per la conduzione della corrente.
Passarono lunghi giorni disperati ma, finalmente, una volpe argentata e un passero solitario gli portarono le notizie tanto agognate.
Si mise in cammino all’alba dopo essersi portato un po’ di materiale da usare in caso di complicazioni e dopo tre giorni arrivò nei pressi dell’istituto.
Moderno Rambo vegetale si vestì di tutto punto indossando a tracolla il cavo elettrico, e portando con se borse di lampadine per creare diversivi facendole scoppiare.
Approfittando di un camion e delle sue naturali doti di passare inosservato riuscì ad entrare nella base, si avviò verso il reparto dove sapeva si trovavano prigionieri i suoi cari, ma risuonò l’allarme e accadde l’inevitabile.
Reparti scelti di guardie iniziarono a convergere verso il luogo dove era risuonato l’allarme.
Si accesero riflettori mentre risuonavano altoparlanti impartendo ordini a volte anche contraddittori.
In quel bailamme l’Albero innervosito, impaurito, agitato, iniziò una folle corsa verso il portone, ma inciampò in alcuni cavi che alimentavano i riflettori.
Cadde trascinando con se tutto l’armamentario che recava indosso e si ingarbugliò talmente da non poter quasi camminare.
Iniziò così a saltellare ma incocciò ancora nei cavi e li strappò.
Una scarica potentissima lo attraversò mentre i militari sopraggiungevano.
L’Albero si drizzò in tutta la sua imponente altezza, si illuminò tutto mentre scintille e veri piccoli fulmini illuminavano a giorno l’intera area, la furia che lo percorreva gli fece cacciare le palle, anche quelle supplementari, botti e scoppi assordavano tutti mentre rami si agitavano facendo sembrare l’Albero un alieno venuto a distruggere l’Umanità.
A quest'improvvisa visione gli animi dei soldati non ressero.
Tutti fuggirono urlando, anche i generali, e gli scopini.
L’Albero rimase solo, in tutto il suo terribile splendore, ma non per molto.
La quercetta apparve con tutta la prole e ci fu un momento di sincera commozione, su cui sorvoliamo, poi tutti fuggirono da quei tristi luoghi rifugiandosi sui monti.
Da allora la razza degli Alberi di Natale si è accresciuta enormemente, per undici mesi, vive sulle montagne e a dicembre discende bardata di tutto punto, fieramente piena di se e mostrando le palle a tutti, si colloca negli angoli delle case e collegandosi ad una presa elettrica ripete la scena dell’Albero Padre Salvatore.
Lui è là sulla cima di quella montagna, vicina la moglie Quercia circondata dagli ultimi nati, e protegge con le sue singolari doti da qualsiasi intemperie la sua famiglia.
Perfino i fulmini non gli fanno paura, anzi, ogni volta che c’è una tempesta ecco accendersi nel suo pieno splendore l’Albero di Natale con tutte le palle illuminate.
Si ripete ogni volta il miracolo di Natale e tutti, dalla pianura, osservano il fenomeno stupiti, ma ignari della vera natura di quello che vedono, ma sanno, nel profondo dei loro cuori, che è il segnale di qualcosa di buono e rasserenante e tutti sorridono e si sentono più buoni.