COMPRENSIONE
Io comprendo ma è più forte di me.
Per me in qualsiasi avvenimento, in qualsiasi storia devo trovare un colpevole e per quest'ultimo non ho pietà.
Certamente capisco che un colpevole mi porterà un altro colpevole e poi un altro e poi un altro.
Una serie infinita di colpevoli che mi faranno andare a ritroso nel tempo per anni, per secoli, per millenni.
Questo mi inquieta perchè mi mette davanti alla mia impossibilità di giudicare e di fare giustizia.
Allora faccio il percorso all'inverso e cerco di trovare chi con il suo inanismo ha permesso la reiterazione del reato e mi stupisco nel trovare anche me stesso fra coloro che cercavo.
Questo fa sorgere in me un dubbio atroce.
Perchè, mi dico, io devo essere messo sullo stesso piano di chi sbaglia se mio scopo ultimo è proprio di trovare chi ha sbagliato?
Cosa, dunque, mi resta da fare?
Punire me stesso, ammettere di aver sbagliato o trovare una giustificazione ai miei voltafaccia alle mie assenze, al mio menefreghismo?
Poi mi dico che riuscire a capire in cosa ho sbagliato e trasmettere agli altri la conoscenza del mio errore potrebbe essere considerata una mezza vittoria e allora vado vagando nel deserto urlando al cielo e sperando che Colui il Quale Può, possa davvero punire il primo colpevole e riuscire ad annullare il corso della storia riportando tutti nella condizione di non essere colpevoli.
Però mi giunge una risposta, non so da dove, ma esce dalla mia anima o viene trasmessa alla mia anima chissà da dove.
Qualcuno mi dice "Vedi che io ho provveduto, ho dato a voi il libero arbitrio, vi ho mostrato la punizione, vi ho aperto gli occhi e vi ho reso responsabili delle vostre azioni e sono qui a sorreggervi se avete bisogno ma occorre che voi udiate queste parole che voi comprendiate che l'amore non significa protezione l'amore, a volte, può essere dolore, può essere sensazione di essere abbandonati, ma è una vostra sensazione, è un vostro percorso, è il solo modo per crescere".
Ecco che, inaspettatamente, mi trovo al punto di partenza, però ho capito che il mio ruolo non è quello del giudice ma è quello del testimone, il colpevole sarà giudicato da altri, io devo solo smascherarlo e porlo di fronte a se stesso, devo togliergli l'alibi della circostanzialità, devo fargli capire che nessuno lo ha costretto a fare una determinata scelta ma è stata la sua sensibilità, la sua debolezza, la sua incoscienza a portarlo a commettere l'errore e poi è stato il suo orgoglio, la sua superbia, la sua superficialità a non fargli ammettere di aver sbagliato e farlo perseverare nell'errore.
La mia comprensione rimane intatta, la mia disponibilità rimane intatta, il mio giudizio è sospeso perchè non mi compete giudicare ed io arresto il fragore che minacciava la mia anima, lentamente la tempesta si acquieta, e come dopo ogni tempesta esce un pallido sole che man mano si fortifica e diventa luminoso e caldo così cessa in me l'animosità e le sensazioni di vendetta e comprendo il valore del Patto e comprendo la grandezza di DIO.
METAMORFOSI
Stavo li, abbarbicato alla cattedra, quale edera frondosa o liana da foresta tropicale, sudando copiosamente per l'innaturale calore che aveva saturato l'aula.
Eppure, pensavo, stiamo quasi a Natale e fa così caldo?
Volsi in giro lo sguardo, scrutando le suppellettili sparse in giro e la lunga serie di tavoli e seggiole vuote che mi circondavano quale rappresentazione onirica di un assedio di omerica memoria.
I miei pensieri, troppo pigri per volare, asfittici per mancanza di idee, caliginosi per consistenza, plumbei per colore, stavano acquattati sotto la coltre di ceneri che mi permeava il cervello dopo l'eruzione di tante contraddizioni e di tante perplessità che avevano covato a lungo nei meandri della mia nascosta indole così contorta e depressa da non aver mai voluto che si mostrasse al pubblico.
Eppure il sottile ragionamento che, quale piccolo piccone dotato di una ben acuta punta, aveva incrinato il muro che avevo costruito intorno a me, risuonava ancora come eco muto nel profondo e vuoto antro che prima ospitava il mio cervello ormai dissipatosi in circonvoluzioni di fumo e in grumi di gelatinosa incoscienza primordiale.
Mi chiedevo come avessi fatto, per tutti questi anni, a nascondermi così bene, pur esercitando un mestiere, una professione, una missione, che richiedeva una capacità estrema di esternazione e di confronto affinché potessi trasmettere a menti ben più malleabili della mia,non solo concetti, nozioni, ma anche sensazioni, sentimenti, sensibilità ed originalità di pensieri e di ragionamenti.
Avevo forse, nella mia paranoia, coartato tali menti?
Avevo, per caso o con perversa, seppur incosciente, soddisfazione, influenzato negativamente le persone che avrei dovuto difendere e che mi erano state affidate in piena fiducia da chi, sicuramente, aveva sottovalutato il mio malessere?
Eppure, sostenevo a me stesso, non mi sembrava di aver fatto nulla per creare in me tale situazione di dubbi e di esagitazioni così traumatizzanti da farmi implodere in maniera così evidente.
Cercai di far luce in me stesso solleticando, stuzzicando, i pensieri nascosti affinché affiorassero ed illuminassero le mie perplessità.
Con un bastone virtuale composto dalla mia autostima e dal mio spirito critico iniziai a menar fendenti a destra e a manca sollevando polveri e schizzi di fango mentre inzaccherati pensieri saltavano fuori da ogni dove mentre con una pompa da cui scaturiva un getto di comprensione cercavo, alla bella e meglio, di pulirli e dare loro i colori originari facendo in modo che risultassero comprensibili e si aggregassero secondo schemi razionali come accadeva in tempi che sembravano lontani.
Mi resi conto che tutto era accaduto pian piano, senza che potessi rendermene partecipe razionalmente, quando, all'improvviso, mi ero convinto di non poter più contare sulla fiducia degli altri.
Mi ero sentito solo, abbandonato, riempito dall'indifferenza degli altri di sacro furore ma non avevo avuto la decenza di alimentare il mio amor proprio per affermare i miei punti di vista e le mie visioni dei rapporti con gli altri e mi ero adagiato nella misantropia e nella esagerata commiserazione dei presunti torti subiti.
Avevo chiare, ora, le cause che mi avevano spinto sulla scarpata della disillusione per poi farmi cadere nel baratro dell'ipocondria.
Era chiaro, anche, che avevo disatteso il mio compito di educatore.
Forse non ero giunto al grave errore di cui mi ero accusato ma avevo, comunque, ripagato il desiderio di apprendere degli altri con la mia indifferenza.
Avevo meccanicamente svolto i programmi ricevuti ma non avevo condito gli stessi con la comprensione, con i sentimenti,.... con l'amore necessario a far germinare negli animi degli alunni il desiderio del sapere, il desiderio di confrontarsi nel gioco della vita con fiducia ed ottimismo, nella soddisfazione che riempie di gioia il cuore nel momento in cui si comprende di avere allargato i propri limiti nell'infinito cammino volto all'elevazione culturale e morale di ciascuno di noi.
Sentii su di me l'oppressione del fallimento.
Ma questa volta, mi dissi, non sarà causa di una ritirata.
Ho perso una battaglia con me stesso ma non voglio perdere la guerra.
Mi scossi dal mio torpore e spinsi le mie percezioni al fine di dare ordine e consistenza al mondo che mi circondava.
Emersi alla realtà come una pupa esce dal bozzolo trasformata in farfalla.
Attesi un attimo per dare vigore alla mia mente e al mio cuore.
Poi spiccai il volo, verso la luce che entrava a fiotti ora dalla finestra spalancata, verso quel cielo azzurro e senza nuvole che si apriva dinanzi a me, riempiendomi delle sensazioni calde ed estremamente piacevoli che provenivano dalla natura circostante mentre udivo il pulsare di tanti cuori intorno e il piacevole chiacchiericcio di tante menti.
Mi volsi intorno per individuare la direzione esatta e mi diressi sorridendo, dopo tanto tempo, verso la fonte di quelle piacevoli sensazioni di apertura e di appartenenza che da molto avevo
negato a me stesso e al mio cuore.
Una mia cara amica del web mi ha lasciato questo pensiero:
"E’ un battito di ciglia la distanza tra la vita e la morte.
Pochi istanti, un solo istante, ed il volo finale sopraggiunge e passa…
Ma qualcosa mi lega a questo mondo, è la paura del nulla,
della mancanza del calore del sole sulla pelle e l’azzurro accecante del cielo.
La mancanza di Te, amico e nemico da sempre,
che con i tuoi rossi petali culli i miei sogni e con le tue spine graffi il mio cuore:
Amore!"
Cosa aggiungere?
Il telegramma arrivò alle sei e ventidue del mattino del 20 gennaio.
Il laconico messaggio si riduceva a poche parole ma queste piombarono sulla testa della Diavonzola come il mattone che un giorno di maggio di molti anni prima le era caduto fra capo e collo passando sotto l'alto muro del manicomio di Aversa.
Lei era stata ricoverata per due mesi al San Leonardo mentre il "Mattone" (pesava 134 kg) era ancora a piede libero e segnalato ultimamente in Tailandia dove, travestito da Monaco Buddista, faceva il barbiere, antico suo mestiere, nel monastero Cik thu Cik anche se, ogni tanto, ci scappava un giovane monaco raccorciato un po' troppo dal rasoio del "Maestro" cosa non troppo disdicevole perché i giovani monaci si dovevano abituare ai dolori della vita e ai dolori del cranio esposto dall'asportazione di brani di cuoio capelluto.
Ma torniamo a quel fatidico mattino.
Il telegramma recitava: "Sei stata nominata STOP presentati oggi alle Dieci e trenta all'Ufficio Infernale per gli Affari Interni STOP"
L'ufficio era situato al Centro Direzionale Infernale, Seicento ventiduesimo piano.
Come era prassi infernale si saliva a piedi e, spesso, si scendeva dalla finestra e, proprio per questo. intorno al Centro erano posizionate pattuglie di impiegati del Ministero della sanità dotate di teloni rinforzati con lamine di uranio arricchito, ossa e corna di ricambio, kit di pronto soccorso per la cucitura di ali membranose e teste infortunate, vanghe e forni crematori portatili per eliminare i resti dei poveri diavoli che avevano la sfortuna di non ricevere pronti soccorsi.
Vampiri volontari dotati di Vampirelle industriali erano solertemente frustati dai capo diavoli affinché pulissero in pochi minuti le macchie di sangue che costellavano il selciato cosa che in effetti veniva compiuta con solerzia anche se, data l'estrema tossicità del sangue di diavolo, i Vampiri dovevano essere sostituiti in continuazione e si iniziava a pensare di adottare Vampirelle telecomandate che avessero la possibilità di funzionare tramite operatore remoto perché i Vampiri ormai scarseggiavano.
La Diavonzola sapeva che anche un secondo di ritardo non era tollerato e veniva punito con la defenestrazione perciò, preoccupata anche per le infinite scale da affrontare, si mise subito all'opera per giungere in tempo alla convocazione.
Maritonzolo e lattonzoli vennero impacchettati ed affidati alla famigli De Diavolis che stavano sullo stesso pianerottolo di casa diavolare n° 12.896 al rione Malasanità.
Indossato il migliore vestito posseduto (comprato all'ultima campagna di saldi dopo aver smembrato altre otto diavolesse concorrenti), un poco abbondante anche perchè sotto il vestito niente faceva presupporre che c'erano tre paracadute precauzionali, chiuse cani, gatti, canarini, pipistrelli, serpenti boa e il cercopiteco danzatore di Tip Tap chiamato Assalonne nella stanza buia e presa la macchina, una vecchia Isotta Fraschini funzionante ad olio di lampade votive furtivamente svuotate nelle notti di luna nuova, solertemente intraprese il viaggio verso il centro direzionale.
Poichè il traffico era intenso, ad un certo punto. per disperazione, percorse gli ultimi Km con la macchina sulla testa correndo lungo i marciapiedi scansando per miracolo le corna di parecchi passanti che fuggivano alla sola vista del micidiale sguardo disperato di Diavonzola preoccupata.
Giunta al parcheggio non perse tempo a prendere il posto preferendo abbandonare la macchina nel cassonetto dei rifiuti speciali e si incamminò verso il posto di blocco sventolando il telegramma quasi fosse il distintivo dell'ispettore Callagan.
Subito un solerte portiere l'affiancò, anch'esso di corsa, e le timbrò sul dorso della mano il Passy in inchiostro indelebile che poteva essere cancellato solo sottoponendo la mano alle cure della smerigliatrice posta presso l'uscita.
Scansati tre o quattro diavoli cadenti, giunse all'atrio dove c'erano gli scaloni per la Grande Salita.
Ormai erano le nove e tredici minuti e solo la prospettiva di diventare una frittatina sull'asfalto le diede la forza di non cedere allo sconforto.
Meno male che ogni venticinque piani c'era un posto di ristoro e un diavolo infermiere con la bombola di ossigeno arricchiti di sani miasmi di fogna e scarichi gassosi industriali ricchi di diossina che rivitalizzavano le facoltà respiratorie degli scalatori.
Giunta al 235° piano arrivò la prima crisi.
Forse erano stati i panzerotti dell'ultimo posto di ristoro, oppure la Diavolcoca gelata ingurgitata a metà rampa sottostante ma un deciso dolore addominale le comandò di trovare subito un bagno per espletare immantinenti funzioni fisiologiche.
Lunghissimi corridoi si dipartivano dal complesso di scale ma di indicazioni segnaletiche nemmeno l'ombra.
Volgendo un concitato sguardo intorno volto ad individuare qualcuno vide con la coda dell'occhio una scrivania posta all'incrocio più lontano e si avviò in quella direzione.
Giunta a destinazione trovò un familiare di terzo grado sotto forma di antropomorfo dagli occhi storti che leggeva (di sbieco) un giornale sportivo.
Mi scusi, chiese con voce concitata, mi potrebbe indicare la toilette?
Senza sollevare lo sguardo (storto) dal giornale l'antropomorfo mormorò: vada al complesso scale e apra la prima porta a destra.
Bestemmiando come una Diavonzola tornò arrancando alle scale ben sapendo che di li a poco sarebbe accaduta le terza guerra mondiale data la pressione interna che montava ad ogni secondo ma anche questa volta la sorte le fu minimamente benigna.
Giunse appena in tempo al luogo adatto e un secondo dopo aver frettolosamente chiusa la porta si udì un boato che rimbombò per corridoi e scale facendo tremare l'immenso edificio.
Perfino il lontano antropomorfo perse la trebisonda stracciando nervosamente il giornale e mettendosi a correre per i corridoi aggrappandosi ai tubi del sistema antincendio.
Una frotta di diavoli si autoespulse dalle finestre dell'edificio causando la più fitta pioggia di diavoli cadenti della storia infernale, mentre i diavoli che salivano la scale si trovarono, d'improvviso, dieci piani più sotto.
Con un paracadute in meno e un bagno ridotto in condizioni pietose la Diavonzola riprese la sua salita infinita.
Questa crisi le aveva fatto perdere molti minuti ed ormai con altri duecentoottantasette piani da affrontare erano le nove e cinquantadue minuti.
Si aggrappò alle corna dei compagni di viaggio, iniziò a saltare da un piano all'altro arrampicandosi lungo i tubi dell'aerazione , richiamò alla memoria le esperienze darwiniane di una precedente vita da quadrumane saltatore del borneo sud occidentale, arrivò fin quasi a chiedere la grazia di avere vere ali funzionali angiolesche al posto delle piccole e inadatte al volo ali membranose in dotazione e tutto cio diede i suoi frutti.
La sua disperata scalata divenne oggetto di applausi e incitazioni da parte di tutti i diavoli affacciati agli infiniti parapetti.
Le grida di incitazione richiamarono frotte infinite di impiegati dagli uffici circostanti mente i piani scorrevano vorticosamente e perfino la tromba delle scale iniziò a squillare la carica dei cento e uno.
500° piano!! Con in mano un salsicciotto ristoratore e con l'altra aggrappata al tubo del gas si riposò sei secondi e venticinque centesimi, 548° piano e fra le grida generali si esibì in un triplo salto mortale con aggrappamento finale alle corna di due diavoli affacciati al parapetto 551.
Ormai era una vera e propria ovazione e le televisioni si erano impadronite dell'evento.
Al 600° piano il noto presentatore Maurizio Incostante cercò di intervistarla ma per la troppa panza cadde e si fratturò l'alluce sinistro oltre a tutte le ossa del fronte occidentale perdendo anche il corno sinistro subito sostituito da una protesi in osso di fungo porcino.
Al 618° piano ebbe l'incidente che fece urlare di apprensione l'Inferno intero incollato davanti al canale unico infernale.
Cercando di superare il suo record per raggiungere il 622° con un unico balzo sbagliò a calcolare la distanza mancando la presa per due centimetri e sette metri.
Andò a sbattere sul parapetto del piano sottostante ma non riuscì ad aggrapparsi alla mano del noto presentatore sportivo Aldo Triscardi perché quest'ultimo si ricordò che era meglio vedere la moviola istantanea che dare una mano.
Meno male che c'erano al piano sottostante molti diavoli col naso per aria.
La Diavonzola precipitò con i piedi sulle facce degli spettatori sottostanti, ruppe quindici o sedici nasi ma rimbalzò verso l'alto e con un doppio avvitamento a destra con scappellamento a sinistra atterrò finalmente al 622° piano.
Una ovazione interplanetaria sconvolse la tranquillità anche del Paradiso sovrastante dove parecchi santi e beati iniziarono a chiedersi se non fosse scoppiato il Giudizio Universale a loro insaputa.
Dio, che sapeva tutto, non fece una piega e continuò a stirare i camici della Madonna mentre quest'ultima continuava a mandare messaggi a Lourdes e a Fatima.
Meno male che la tariffa Teleparadis era privilegiata e il conto non superava il budget familiare.
Ma torniamo alla diavonzola che fra due ali di folla inneggiante percorreva il corridoio n° 489 per giungere all'Ufficio affari Interni.
Erano ormai le dieci e ventinove minuti e la porta non si vedeva.
Il timore di non poter rispettare l'appuntamento aumentò a dismisura la tensione nervosa che alimentava con le ultime energie rimaste l'eccessivo sforzo fatto fino ad allora ma tutto finì all'istante quando la targa sulla porta le mostrò che era, finalmente, giunta all'ufficio giusto.
Con mano tremante afferrò la maniglia, sospirò in maniera davvero risucchiante creando un vuoto pneumatico in tutto il corridoi ed aprì la fatidica porta salutando con un sonoro buongiorno chi era all'interno dell'ufficio.
Ore dieci e trenta segnalava l'enorme orologio sulla parete di fronte mentre un solerte ma piccolo piccolo impiegato ingobbito era seduto ad una scrivania sulla destra intento a compilare su un enorme registro con calligrafia a zampe di gallina una lista infinita di parole incomprensibili.
La Diavonzola si posizionò davanti alla scrivania sventolando il telegramma quasi fosse la bandiera della vittoria.
Pallida in volto ma con gli occhi da fuori per lo sforzo avrebbe fatto paura anche allo squartatore di londra ma l'impiegatuccio non fece una piega.
Anzi dopo alcuni istanti di impasse ripiegò il registro richiudendolo afferrò il telegramma e facendo un cenno indicandole una sedia nell'angolo si avviò verso la porta interna dell'ufficio.
La Diavonzola stava per sedersi ma dopo aver pensato che se si sedeva non l'avrebbero risollevata se non con la gru tanto era stanca e indolenzita, inziò a percorrere la stanza nervosamente a piccoli passi prima in senso circolare poi per diagonali fino a sobbalzare una mattonella si e due no.
Dopo un tempo quasi infinito, almeno per sua percezione, la porta interna si aprì e l'impiegatuccio le fece cenno di entrare, poi si avviò dietro di lei trascinando a fatica un enorme e certamente ponderoso faldone di incartamenti la cui vista spaventò la diavonzola intuendo che dentro di quelle carte vi fossero segnalate chissà quante mancanze, sanzioni e multe a lei addebitate.
Entrò nell'ufficio di quello che sembrava il caposezione sempre seguita dal faldone semovente e vide in fondo all'enorme stanzone pieno di scaffali traboccanti di incartamenti, libri, pipistrelli impagliati, statue a mezzo busto del gran diav ill.mmo cavaliere infernale Silvio Lucifero, una scrivania larga come piazza del plebiscito e dietro di essa quasi in penombra per la lontananza si stagliava l'enorme figura di un imponente diavolo di prima categoria.
Sulla scrivania una enorme targa segnalava che si trattava del dirigente di primo grado Zaccaria Zacchete direttore dell'Ufficio Affari Interni.
Intanto l'impiegatucolo aveva posato il suo carico su un tavolinetto accanto alla scrivania ed aveva aperto l'incartamento mostrando l'interno del faldone stracarico di carteggi, carte, documenti, schede informative, moduli rosa, verdi, azzurrini, e di colore nerofumo.
Dopo aver rimestato nelle profondità infernali dell'incartamento ne trasse uno striminzito documento che porse con ineffabile affettazione al suo capo supremo ritirandosi poi a debita distanza di sicurezza dagli enormi zamponi artigliati che sembravano pronti e ghermire e defenestrare, dopo aver sbrindellato, i malcapitati presenti nel loro raggio d'azione.
Fece un cenno alla Diavonzola di avvicinarsi per poi avviarsi verso l'uscita camminando all'indietro e profondendosi in una serie infinita di inchini fino a giungere alla porta e chiuderla dopo un ultimo cenno di accanita reverenza.
La Diavonzola rimasta sola, in preda ad un assoluto terrore per quello che poteva accaderle, intontita ancora dagli sforzi precedenti rimase in piedi accanto alla scrivania mentre il Direttore leggeva il documento fra sbuffi di fumo dell'enorme sigaro le cui volute circondavano come nubi intorno all'Everest le corna imponenti del Burocrate supremo.
Dopo alcuni istanti il Direttore sollevò lo sguardo centrandola con una gelida, incongruente, dato il luogo e le prerogative infernali, occhiata e la invitò ad avvicinarsi accennando con l'artiglio indice un movimento rotatorio all'indietro e mostrando in piena luce la mostruosa fisionomia del suo volto bestiale ma, allo stesso tempo, enormemente rappresentativo del suo immenso potere sui Diavoli normali cittadini.
Poi, con voce altisonante che rimbombò alla stregua di tuono temporalesco per tutta l'enorme stanza l'apostrofò dicendo :"Lei è la Diavonzola?" E al cenno di assenso della stessa continuò: "Le è giunta la comunicazione che è stata nominata?".
Cadendo dalle nuvole e sperando di non cadere dalla finestra la Diavonzola mormorò di non sapere nulla di questa nomina ed accennò anche ad un timido ringraziamento per quella che supponeva essere una promozione.
Ma il suo timido sorriso venne raggelato dalle parole del Supremo Dirigente: "Le ho detto che è stata nominata non che ha avuto un avanzamento" poi con voce ancora più roca e rimbombante, mentre una enorme nuvola di fumo nel cui interno si scorgevano bagliori di fuochi infernali le usciva dalla bocca soffocando quasi la povera Diavonzola poco distante, disse: "Qui è giunta una lettera da parte di un mortale che la implica in una aperta violazione delle Norme Infernali sulla segretezza delle informazioni"
"Un certo Artur le ha detto, e noi abbiamo intercettato il messaggio, che lei doveva rispondere ad una serie di domande inerenti le sue prerogative infernali che toccano la sfera privata dei sentimenti che animano la sua dedizione alla visione totale del palinsesto infernale deciso dal nostro Grand'ufficiale, cavaliere supremo infernale Silvio Lucifero".
Sappiamo inoltre che lei ha risposto a tale missiva con ambigue frasi che i nostri studiosi di crittografia linguistica stanno ancora studiando non avendo capito un accidente di cio che voleva dire, e, quindi, per questo motivo lei è stata convocata per dare la sua versione su cio che intendeva dire.
La informo che lei è sul filo di un rasoio perché quest'ufficio deve decidere se scagionarla dal reato di scalata al mondo terreno e diffusione di notizie riservate oppure condannarla alla pena suprema dello schiattamento progressivo mediante carico di pietre infuocate messe ad una ad una sul vostro stomaco finché peso non vi schiacci.
Cosa avete da dire a vostra discolpa?
Avete portato il modulo n° 127/a/bis compilato in tredici copie?"
La Diavonzola, mandando mentalmente mille e una maledizioni all'Artur in questione aveva preso il colore del granito carraresco quando con stupore si sovvenne di non aver mai sentito parlare del modulo in questione.
Con suprema e delicata costernazione fece notare al suo supremo interlocutore tale mancanza di informazioni ma questa semplice spiegazione arrossò enormemente la gia rosso fuoco faccia del Direttore Supremo.
Fiamme uscirono dalle narici del Dirigente mentre mille sirene iniziarono a cantare ed attirarono istantaneamente l'impiegatucolo nella stanza dove, dopo aver sopportato lo sguardo infernale del proprio superiore, si sciolse come neve al sole confermando la sua colpa per non aver fatto presente alla malcapitata visitatrice l'importanza del modulo in questione e, colpa ancora più grave, di aver fatto perdere tempo al Supremo Capoufficio.
Il quale afferratolo con l'enorme mano artigliata lo scaraventò dalla finestra seguendo con espressione (impropria) "beata", il lunghissimo urlo del malcapitato con conseguente tonfo stradale.
La Diavonzola impietrita osservava la scena a dir poco Infernale e temendo di fare la stessa fine con le dita dei piedi si allontanò impercettibilmente dalla scrivania.
Il Supremo Burocrate volse lo sguardo corrucciato su di essa e le indicò la porta congedandola non dopo averle detto che doveva ringraziare il suo diavolo protettore perché a causa dell'errore dell'Ufficio non si poteva completare l'istruttoria della pratica in oggetto e poiché l'Ufficio per prassi non poteva fare errori l'incartamento sarebbe stato immediatamente distrutto.
La invitò a non commettere lo stesso errore in seguito e di stare attenta perché sarebbe stata sottoposta a estrema e capillare sorveglianza fino ad un suo eventuale e catastrofico passo falso.
Poi, mentre la Diavonzola recuperava l'uscita a tempi olimpionici, per la rabbia sbrindellò l'incartamento, il tavolinetto e l'intera scrivania cibandosene con furiosa foga infernale e scaraventando busti di pipistrelli impagliati, armature intere, busti in marmo e in granito, scaffali, sedie tappeti dalla finestra causando una enorme moria di vampiri ed altri utenti e portieri che stazionavano all'ingresso.
Anche il presentatore Aldo Triscardi si beccò una statua in testa con somma soddisfazione della Diavonzola giunta a pian terreno appena in tempo per vedere l'ambulanza portare via il malcapitato.
Lasciare il centro direzionale fu la cosa più positiva della giornata, recuperare dalla stanza buia la caterva di rinchiusi un po' meno, recuperare maritonzolo e lattonzoli dalla famiglia dei vicini lo fu ancora meno anche perché i De Diavolis erano intenzionati ad accettare la Diavonzola (non nella famiglia ma con l'accetta).
Un ultimo pensiero fu, la sera per Artur.
Si ripromise il giorno dopo di mandare una lettera anonima alla polizia del cavalier Silvio Berlusconi e nominarlo.
In questo modo sarebbe stato implicato nelle esternazioni dell'Unto dal Signore e sarebbe sicuramente stato invitato a soffrire nella trasmissione Porta a Porta, alla mercé del presentatore Bruno Vespa e forse accusato di aggiotaggio, di accattonaggio, di depistaggio, di caravaggio o altri orrendi crimini tipo il delitto di Cogne visto l'estrema labilità mentale degli utenti del programma.
Pregustando i guai promessi all'Artur la Diavonzola si rivoltolò nelle coperte e si addormentò svegliandosi dopo otto giorni pronta a sopportare in maniera molto meno traumatica il solito tran tran quotidiano della vita comuninfernale memore dei guai della fatidica giornata che passò alla storia come "Giornata della memoria" in ricordo del telegramma e della straordinaria impresa della "scalata dei seicentoventidue piani".
“Un tempo, se ben mi ricordo, la mia vita era un festino dove si aprivano tutti i cuori, dove tutti i vini scorrevano.
Una sera, ho fatto sedere la Bellezza sulle mie ginocchia.
- E l’ho trovata amara.
- E l’ho ingiuriata.
Mi sono armato contro la giustizia.
Sono fuggito.
O streghe, o miseria, o odio, è a voi che il mio tesoro è stato affidato!
Io giunsi a far svanire nel mio spirito tutta la speranza umana.
Su ogni gioia per strozzarla ho fatto il balzo sordo della bestia feroce.
Ho invocato i boia per mordere, morendo, il calcio dei loro fucili.
Ho invocato i flagelli, per soffocarmi con la sabbia, con il sangue.
La sventura è stata il mio dio.
Io mi sono disteso nel pantano.
Io mi sono asciugato all’aria del crimine.
Ed io ho giocato dei bei tiri alla follia.
E la primavera m’ha portato l’orrendo riso dell’idiota.
Ora, proprio da ultimo essendomi trovato sul punto di fare l’estrema stecca! ho sognato di ricercare la chiave dell’antico festino, dove io riprenderei forse appetito.
La carità è codesta chiave.
- Codesta ispirazione prova che io ho sognato!
“Tu resterai iena, ecc. ...,” si risente il demonio che m’incoronò di sì amabili papaveri.
“Giungi alla morte con tutti i tuoi appetiti, e il tuo egoismo e tutti i peccati capitali.”
Ah! me la son presa troppo:
- Ma, caro Satana, io te ne scongiuro, una pupilla meno irritata! e nell’attesa di qualche piccola vigliaccheria in ritardo, tu che ami nello scrittore l’assenza di facoltà descrittive o istruttive, io ti stacco questi pochi orribili foglietti dal mio quaderno di dannato.
Cattivo sangue
Ho dei miei antenati Galli l’occhio azzurro sbiancato, il cervello stretto, e la goffaggine nella lotta.
Io trovo il mio abbigliamento barbaro quanto il loro.
Ma non spalmo di burro la mia capigliatura.
I Galli erano gli scorticatori di bestie, i bruciatori d’erbe più inetti del loro tempo.
Di loro, io ho: l’idolatria e l’amore del sacrilegio; - oh! tutti i vizi, collera, lussuria, - magnifica, la lussuria; - soprattutto menzogna e pigrizia.
Io ho orrore di tutti i mestieri.
Padroni e operai, tutti buzzurri, ignobili.
La mano da penna vale la mano da aratro.
- Che secolo di mani! - Io non avrò mai la mia mano.
Dopo, la domesticità porta troppo lontano.
L’onestà della mendicità mi strazia.
I criminali sono disgustosi come i castrati: io, io sono intatto, e non me ne importa niente.
Ma! chi ha fatto la mia lingua talmente perfida, che lei ha guidato e protetto fin qui la mia pigrizia?
Senza servirmi per vivere nemmeno del mio corpo, e più ozioso del rospo, io ho vissuto dappertutto.
Non una famiglia d’Europa che io non conosca.
- Intendo famiglie come la mia, che devono tutto alla Dichiarazione dei Diritti dell’uomo. - Io ho conosciuto ogni figlio di famiglia!
Lontano dagli uccelli, dalle mandrie, dalle zotiche,
Che bevevo, inginocchiato in quella brughiera
Attorniata da teneri boschi di nocciuoli,
In una bruma d’un meriggio tiepido e verde?
Che potevo bere in quella giovine Oise,
- Olmi senza voce, prati senza fiori, cielo coperto! -
Bere a quelle borracce gialle, lontano dalla mia capanna
Amata? Qualche liquore d’oro che fa sudare.
Io facevo una losca insegna d’albergo.
- Un temporale scacciò il cielo. A sera
L’acqua dei boschi si perdeva nelle sabbie vergini,
Il vento di Dio gettava ghiaccioli nelle pozze;
Piangendo, io vedevo l’oro - e non potei bere.
Il vecchiume poetico aveva una parte di rilievo nella mia alchimia del verbo.
Io mi abituai all’allucinazione semplice: vedevo nettissimamente una moschea al posto di un’officina, una scuola di tamburini tenuta da angeli, dei calessi sulle strade del cielo, un salotto in fondo a un lago; i mostri, i misteri; un titolo di vaudeville eccitava spaventi davanti a me.
Poi spiegai i miei sofismi magici con l’allucinazione delle parole!
Finii per trovare sacro il disordine del mio spirito. Ero ozioso, in preda a una febbre pesante: invidiavo la felicità delle bestie, - i bruchi, che rappresentano l’innocenza dei limbi, le talpe, il sonno della verginità!
Il mio carattere s’inacidiva. Io dicevo addio al mondo con delle specie di romanze:
Che venga, che venga
Il tempo in cui ci si innamora.
Ho avuto tanta pazienza
Che dimentico per sempre.
Timori e sofferenze
Al cielo son partiti.
E la sete malsana
Oscura le mie vene.
Che venga, che venga
Il tempo in cui ci si innamora.
Come la pianura
In preda all’oblio,
Ingrandita e fiorita
D’incenso e di loglio,
Al ronzio selvatico
Delle sporche mosche.
Che venga, che venga,
Il tempo in cui ci si innamora.
Io amai il deserto, i frutteti bruciati, le botteghe smorte, le bevande tiepide.
Mi trascinavo nelle viuzze fetide e, a occhi chiusi, io mi offrivo al sole, dio di fuoco.
“Generale, se resta un vecchio cannone sui tuoi baluardi in rovina, bombardaci con blocchi di terra secca.
Negli specchi dei magazzini splendidi!
Nei salotti!
Fa mangiare la sua polvere alla città.
Ossida le gronde.
Empi i salottini di polvere di rubino ardente...”
Oh! il moscerino ubriaco nel pisciatoio della locanda, innamorato della borrana, e che un raggio dissolve!
FAME
Quando ne ho voglia non è
che per la terra e le pietre.
Io mi cibo sempre d’aria,
Di roccia, di carboni, di ferro.
Mie fami, svoltate. Pascolate, fami,
Al prato dei suoni.
Attirate il gaio veleno
Dei vilucchi.
Mangiate i ciottoli spezzati,
Le vecchie pietre di chiesa;
I sassi dei vecchi diluvi,
Pani sparsi nelle valli grigie.
Infine, o felicità, o ragione, scartai dal cielo l’azzurro, che è nero, ed io vissi, scintilla d’oro della luce natura. Di gioia, io prendevo una espressione il più possibile buffonesca e sconvolta:
Lei è ritrovata!
Che? l’eternità.
È il mare mischiato
Al sole.
La mia anima eterna,
Osserva il tuo voto
Malgrado la notte sola
E il giorno in fuoco.
Dunque tu ti sgombri
Degli umani suffragi,
Dei comuni slanci!
Tu voli secondo...
- Giammai la speranza.
Niente orietur.
Scienza e pazienza,
Il supplizio è sicuro.
Niente più domani,
Braci di raso,
Vostro ardore
È il dovere.
Lei è ritrovata!
- Che? - L’Eternità.
È il mare mischiato
Al sole.
Io divenni un’opera favolosa: vidi che tutti gli esseri hanno una fatalità di felicità: l’azione non è la vita, ma un modo di sciupare qualche forza, uno snervamento.
La morale è il deliquio del cervello.
A ciascun essere, parecchie altre vite mi sembravano dovute.
Quel signore non sa quel che fa: è un angelo.
Questa famiglia è una nidiata di cani.
Davanti a molti uomini, io parlai ad alta voce con un momento di una delle loro altre vite.
- Così, io ho amato un porco.
Nessuno dei sofismi della follia, - la follia che viene rinchiusa, - non è stato dimenticato da me: io potrei ridirli tutti, detengo il sistema.
La mia salute fu minacciata.
Il terrore veniva.
Io cadevo in sonni di parecchi giorni e, alzatomi, io continuavo i sogni più tristi.
Ero maturo per il trapasso, e per una via di pericoli la mia fiacchezza mi menava ai confini del mondo e della Cimmeria, patria dell’ombra e dei turbini.
Io dovetti viaggiare, distrarre gli incantamenti adunati sul mio cervello.
Sul mare, che amavo come se lei avesse dovuto lavarmi da una sozzura, io vedevo levarsi la croce consolatrice.
Io ero stato dannato dall’arcobaleno.
La Felicità era la mia fatalità, il mio rimorso, il mio tarlo: la mia vita sarebbe sempre troppo immensa per essere devoluta alla forza e alla bellezza.
La Felicità! Il suo dente, dolce a morte, mi avvertiva al canto del gallo, - ad matutinum, al Christus venit, - nelle più tetre città.
Ciò è trascorso.
Io so oggi salutare la bellezza.
Le donne scrivono.
Riflettono.
Talvolta, giocano ad essere divertenti, brillanti e quasi mai ci riescono: perlomeno non come gli uomini che sembrano più naturali e lo sanno fare meglio.
Le donne abbandonano i loro pensieri in stereotipi fissi, secolari.
Es: La luna per amica; quell’astro avrebbe già fin troppi motivi di rimanere gelido, così bombardato da parole esauste e retoriche.
" L'intimità tra uomo e natura ha da sempre impregnato di se la vita spirituale ed estetica dell'uomo.
Dunque, nulla di sorprendente che le sue prime espressioni artistiche siano un riflesso di ciò.
I ritmi della natura, poi, costituendo i suoi aspetti più immediatamente evidenti, hanno da sempre colpito l'immaginazione, oltre che l'attenzione, dell'uomo, fin dai primordi.
Ogni essere vivente soggiace ai ritmi della natura, nascita, sviluppo, morte.
Appena l'uomo solleva gli occhi al cielo, nelle buie notti, è la luna, ciclicamente cangiante, ma sempre riapparente, ad apparirgli, e così pure sulla terra, riflessa dalle acque limpide che essa stessa illumina.
Quando i nostri più antichi progenitori conquistarono la stazione eretta, e più agevolmente poterono volgere lo sguardo al cielo, quale dovette essere il loro stupore misto a timore nel veder galleggiare nel liquido purissimo blu cobalto dell'atmosfera incontaminata che allora avvolgeva la terra il disco argenteo della luna, fra miriadi di piccole luci scintillanti ed ammiccanti.
Certo questa inaspettata, superba visione (non perché gli animali che li avevano preceduti non l'avessero mai vista, ma perché i loro occhi di esseri umani la guardavano per la prima volta con sensibilità, affettività e consapevolezza nuova, e con nascente capacità di pensare i pensieri), questo astro dalla luce purissima dovette riempirli di inquietudine, di un timore e forse di un'angoscia nuova, trovandosi improvvisamente al cospetto di qualcosa di assolutamente inaspettato, inspiegabile, incontrollabile, troppo grande per essere umano, quindi certo ricolmo di enorme potenza, ben superiore a quella di qualsiasi individuo sulla faccia della terra.
E nello stesso tempo, quel disco d'argento era rasserenante, forava le tenebre inquietanti della notte, consolava della improvvisa perdita della luce , fugava ombre che potevano celare insidie improvvise e terrorizzanti, quindi era qualcosa di buono, come la carezza di una donna, madre, sorella, compagna.
Ma, nello stesso tempo, era fredda, non calda come quella del disco rosso-arancio che era improvvisamente sparito, non calda come la carezza calda di una donna, ma fredda come lo sguardo di una donna che ci rifiuta, che si allontana, che si ritrae dal nostro contatto.
Ecco, la prima associazione donna-luna potrebbe essere sorta nella mente dell'uomo presso a poco così.
Si comprende allora come, nel tempo, la luna sia diventata nell'immaginario umano simbolo dei genitori, ricettacolo dello sperma e delle anime dei trapassati (nel suo aspetto di creatura che periodicamente scompare) , quindi simbolo di vita e di morte,come il serpente che spesso la raffigura (la Dea dei Serpenti minoica o, secondo certe interpretazioni, la stessa dea del Nilo): simbolo quindi dei ritmi biologici, in cui la morte è in realtà l'inizio di una nuova rinascita.
Quindi la luna è il tempo che passa (come mostrano le tacche nella luna-corno della Venere di Laussel), delle variazioni periodiche, già evidenti ed osservate dall'alba dei tempi.
Di lei l'uomo fin dalle origini ha colto soprattutto il cambiare forma, passando attraverso fasi diverse, proprio come la donna-madre, cominciando dalla ritmicità dei cicli mestruali, legati anch'essi alle fasi lunari: simbolo di tasformazione e di crescita, soprattutto ricettacolo dei semi della fecondità ciclica.
Le feste della luna non a caso sono feste delle coltivazioni, essendo la luna prototipo di fecondità: essa presiede il rinnovamento periodico nel mondo animale e vegetale e umano. fecondità fusa nel culto della Grande Madre.
Si capisce quindi come questo movimento ciclico possa essere stato pure messo in relazione col simbolismo lunare di Giano, dio bifronte per eccellenza: la luna è porta del cielo e porta dell'inferno.
La luna è anche simbolo del sogno e dell'inconscio, che fanno parte della vita notturna.
C'è una scultura paleolitica trovata in Liguria, Italia che rappresenta una testa di Homo Sapiens Sapiens, così descritta da Pietro Gaietto ( vedi per maggiori dettagli nel Museo delle Origini dell'Uomo, : "Scultura antropomorfa (Alt. cm. 46, Vara, San Pietro d'Olba, Savona Italia).
Raffigura una testa di Homo sapiens sapiens.
Ha una deformazione stilistica che accentua la faccia rientrante; e una simile raffigurazione è in un menhir antropomorfo di Carnac.
Essendo imberbe, potrebbe anche essere una testa femminile.
Per l'innalzamento della testa, sembra che abbia un copricapo.
La testa, a mio parere, ricorda molto da vicino successive raffigurazioni, che sono giunte fino ai giorni nostri, di una mezza luna antropomorfa, quale già nei secoli scorsi si poteva vedere nelle insegne di alcune botteghe.
Ancora oggi, vi sono molti locali e alberghi intitolati alla luna, che presentano un questo emblema quale loro simbolo.
La pre-scultura di Savona ha una leggera forma alquanto arcuata che segua la linea del profilo di una figura antropomorfa; è evidente, e si può osservare chiaramente, l'incisione dell'occhio, che conferisce alla scultura uno sguardo penetrante e la forma leggermente appuntita del naso, la rientranza delle labbra e il mento appuntito che costituisce l'altro corno della mezza luna .
Copricapo e capigliatura anche sono divise da una incisione, ma altre linee sono apprezzabili su quello che è stato interpretato da Gaietto come un cappuccio, per cui si potrebbe anche ipotizzare un calendario a tacche.
Il viso potrebbe appartenere ad una donna, conformemente all'associazione luna -donna che si perde nella notte dei tempi.
Si potrebbe quindi trattare della più antica rappresentazione conosciuta della luna, sotto forma di falce di luna umanizzata.
Proseguendo nella storia della raffigurazione , sempre in epoca paleolitica, datata a 12000 anni a.C:, troviamo la nota Venere di Laussel, incisione su pietra trovata all'entrata di una grotta .
La figura femminile tiene nella mano destra un corno di bisonte, che però potrebbe anche essere una mezza luna crescente, incisa con dei segni che si riferiscono al mese lunare.
Con la mano sinistra la Venere indica il proprio ventre, ma il suo sguardo è rivolto un verso la luna crescente, forse volendo indicare la possibilità di essere pregna,data la corrispondenza tra le fasi lunari e le mestruazioni della donna.
Senza contare che l'ocra rossa di cui era ricoperta la Venere allude probabilmente al sangue mestruale.
In ogni caso, il corno stesso è un un segno di pienezza, di ricchezza di vita , da cui probabilmente il simbolo della cornucopia (Dal latino cornu copiae , cioè corno dell’opulenza, corno della Capra Amantea, mitica nutrice di Giove , traboccante di frutti e ornato d'erbe e fiori, dono che Giove offrì alla sua nutrice dopo averle accidentalmente spezzato un corno nel giocare).
Le corna del toro sono associate alla luna, dato che le corna dei bovidi sono correlate alla Magna Mater, intesa come divinità suprema della fertilità.
Esse alludono pure alle vacche, da sempre correlate alla donna, come fonte di vita attraverso il latte.
Non deve stupire la possibilità di una simile connessione metaforica, dato che l'incisione stessa presenta un certo grado di astrazione, in quanto l'artista preistorico ha raffigurato con grande precisione realistica il corpo della donna, mentre il volto è raffigurato con uno stile astratto.
Corna e luna sono da tempi immemorabili associate anche per la forma a falce.
In epoca storica, presso Sumeri e Babilonesi, luna e vacca vennero poi associate nei riti di fecondità.
Il corno dunque simboleggia sia la luna crescente (indizio di questo sarebbe il modo di dire "i corni della luna", che certo rimanda all'associazione luna-corno, e che trova riscontro nel fatto che in molte culture il corno è considerato simbolo della luna nuova), che la vulva, sorgente di ogni vita.
Il corno della Venere di Laussel, come si è già ricordato, è inciso con 30 tacche, che corrispondono ai 13 mesi lunari dell'anno: infatti lune piene e lune nere sono 13 in un anno.
Dobbiamo ad Alexander Marschack la documentazione dei più antichi calendari del mondo, datati a 40 mila anni fa, con l'indicazione delle fasi lunari.
La Dea delle fiume Nilo (4000 a.C.), dea della rigenerazione, ha una testa a forma di uccello o di serpente e tiene le braccia sollevate ad arco intorno alla testa, formando una sorta di mezza luna. che potrebbe anche rappresentare un paio di corna.
Il gesto della dea potrebbe anche alludere al mistero dei riti femminili del "tirar giù la luna".
Questa dea appare tra le divinità egizie sotto vari nomi e appare soprattutto legata ai riti lunari attribuiti alla dea Hathor (o Nathor).
Abbiamo visto quanto sia antica l'associazione della falce di luna con i cicli mestruali; ne fa fede anche la denominazione di " corna dell'utero ", simboleggiate dalle sacre mucche
Sappiamo da studi antropologici che il gesto di sollevare le braccia ad arco sopra testa è riscontrabile tuttora in alcuni paesi africani presso i pastori che custodiscono le mandrie di bovidi, quasi ci fosse una sorta di identificazione con gli animali custoditi.
D'altronde, presso molte mitologie del nord Europa appare una potente divinità femminile con l'aspetto di mucca.
Presso le più antiche civiltà la luna, sia come mezza luna che come luna piena o serpente o onda, simboleggia il ciclo lunare che si ripete.
Quasi sempre l'immagine della luna è accostata a quella della donna, quale simbolo di fertilità, ma anche , come si è detto, quale simbolo di comportamento mutevole, come mutevole è l'aspetto della luna, talvolta rasserenante, talvolta inquietante (luna nera).
Presso le più importanti civiltà storiche, dei Greci e dei Romani, la luna fu venerata sotto molteplici aspetti e nomi:Cibele, Selene, Artemide, Ecate ( l'inquietante dea dell'oltre tomba) in Grecia; Lucina, Trivia e Diana presso i Romani.
Il dio Men della Frigia riceveva gli onori dovuti alla luna: dal suo nome deriva il mensis latino, e il vocabolo "moon" che in inglese significa luna ( nell'antico inglese, Mona), oltre al teutonico Mena e al Metra persiano:tutti evidentemente derivati da una stessa radice
Infine la minoica Dea dei serpenti (1600 a.C.),trovata nel palazzo reale di Cnosso, a Creta, dea madre della fertilità.
Figura centrale nella religione minoica, ha in mano due serpenti, simbolo di morte e di rinascita, ma che rappresentano pure, nella loro ondeggiante ritmicità, la periodicità della luna, sicchè anche questa figura ribadisce l'identificazione luna-donna nei suoi aspetti trasmutativi e generatori.
E' poi significativa la centralità del mito del minotauro a Creta: ancora una volta, un emblema della luna, sotto forma di corna.
Recentemente, il Dr. Michael A. Rappenglueck , ricercatore dell'Università di Monaco di Baviera, ha supposto che gli uomini del Paleolitico di 16.500 anni fa, gli autori delle più note pitture in grotta,quali quella di Lascaux, abbiano elaborato complesse mappe celesti per l'osservazione degli astri.
Egli ha descritto in particolare una famosa raffigurazione di Lascaux, in cui si vede la carica di un bisonte contro un uomo con testa di uccello; presumibilmente uno sciamano; si vede poi un'altra testa di uccello; infine, unendo gli occhi dei tre personaggi, si ha quello che è stato identificato come "il triangolo d'estate" formato da ben precise costellazioni, intorno alla stella polare.
Ancora, in un altro punto delle pareti dipinte di Lascaux, sarebbe raffigurata a mezzo di punti una mappa delle Pleiadi e di altre stelle che si trovano nella stessa regione celeste.
Secondo lo studioso tedesco, si tratta della rappresentazione del cielo paleolitico, pieno di animali e spiriti guida, che inoltre rappresenta le varie fasi lunari, e quanto era importante per l'uomo di Cro-Magnon, così direttamente dipendente dai ritmi della natura.
L'archeologo è anche autore del ritrovamento di un'altra mappa celeste in una grotta spagnola di 14000 anni fa, la Cueva di El Castillo , sempre sotto forma di raffigurazioni puntiformi.
Recentemente, archeologi della Università di Glasgow, Gran Bretagna, hanno scoperto che c'è un punto alla sommità della tomba preistorica di Orkney, Scozia, allineato con la luce del sole e della luna.
Altri complessi megalitici, in Irlanda, sarebbero allineati con la luce della luna."
E parlano, parlano, parlano d’amore.
No, mi correggo: parlano di un amore; il più bello, il più esaltante, il più romantico, il più roseo.
Quest’ uomo, poi, regolarmente non si ritrova immedesimato nel principe azzurro tanto decantato e sognato.
"...fermati...... e raccontami ancora la nostra favola preferita...
fallo dolcemente....senza fretta...voglio ascoltarti........dimmi di quei due cuori... ....dimmi dell'emozione.......dimmi delle lacrime ...... .dimmi della musica che ascoltavamo......dimmi dei brividi che ci scambiavamo...... dimmi di noi due.. ....giurami che ti ricordi di ogni istante......mentimi...ma dimmi che ce ne saranno altri... fammi sentire viva in questa notte pesante......sfiora la mia pelle...... cercami...non farmi perdere......baciami...se te ne vuoi andare......parlami ancora...non ti fermare...aspetta che io mi addormenti....... cattura la luce dei miei occhi per l'ultima volta... tienila con te ...almeno fino a domani.......vivi con me quest'ultimo sogno...domani ci sarà un nuovo sole... per te.......vivi con me quest'ultima notte...domani sorriderai... ad un altro cuore ......aspetta con me che la luna si sciolga....domani non ci sarà più vento...... domani sarà tutto passato...... domani il cavaliere sarà partito…e la principessa si confonderà tra le mille stelle della notte…"(Chiara de Felice)
Le donne sognano ma il frutto del loro sogno non è di questo mondo.
Invece, lo sono le loro lacrime, il proprio senso di colpa, la propria isteria.
E non è un caso che loro stesse, pronte a ricusare un modello di donna imposto e molto lontano dal proprio, si avvalgono di questi modelli per auto-rappresentarsi.
Qualsiasi attributo del corpo femminile viene dalle donne stesse, esaltato, amplificato e reso immaginifico nella migliore delle ipotesi; ma questi attributi finiscono con non appartenere a nessuna di esse.
"Ci sono donne che camminano controvento da una vita….
Ci sono donne che hanno occhi profondi e sconosciuti come oceani…
Ci sono donne che cambiano pelle per amore….
Ci sono donne che donano il loro cuore.. per poi ritrovarsi a raccattarne i cocci da sole…
Ci sono donne che in silenzio fanno ballare la propria anima su una spiaggia al tramonto…
….se ti fermi un istante le puoi sorprendere….mentre lottano contro il proprio istinto…mentre fanno passeggiare il proprio dolore a piedi nudi …affrontando onde che ad ogni mareggiata sono sempre più minacciose….
Ci sono donne che chiudono gli occhi…ascoltando una musica lenta… che rende ancora più salate le loro lacrime…..
Ci sono donne che con orgoglio ma con il nodo in gola….rinunciano alla felicità….
Ci sono donne che con i loro occhi fotografano quegli splendidi ma così fugaci attimi in cui si sentono abbracciate dall'amore…. … sperando di mantenerli vivi e colorati per sempre…..
…se apri gli occhi un istante le puoi osservare…mentre disseminano briciole di se stesse lungo il percorso verso quel treno che le porterà via….mentre urlano la loro rabbia contro vetri tremolanti di una casa diventata prigione…..mentre sorridono di disperazione a chi le vorrebbe far tornare alla vita di sempre…
Ci sono donne che non si fermano davanti a nulla….perché non troveranno mai la fine di quel filo…
Ci sono donne che hanno fatto un nodo per ogni loro lacrima…sperando che arrivi qualcuno a scioglierli….
…non fermare il cuore di una donna….niente vale di più …non far piangere una donna….ogni lacrima è un po' di lei stessa che se ne va…..non farla aspettare da sola ed impaurita seduta sul confine della pazzia….e se la vuoi amare…fallo davvero…con tutto te stesso….stringila e proteggila….lotta per lei….uccidi per lei ….piangi con lei… donale il più bel raggio di sole… .ogni giorno ….tieni sempre accesa quella luce nei suoi occhi….quella luce è speranza …è amore…è puro spirito…è vento…è la più bella stella di qualsiasi notte…"(Chiara de Felice)
L’uomo, usa questa debolezza per noia.
Anzi, è sicuramente annoiato.
Per una moltitudine di donne, nulla cambia se non la moda e, spesso, sono più attente a quella intima.
E così, gli uomini restano da soli a progettare il mondo, a far parte di quell’elite di cervelli funzionali ai cambiamenti.
Lo trovano semplicemente più eccitante.
E, degli uomini, le donne piangono la loro aggressività, la loro dipendenza dal potere.
E’ possibile che gli stessi uomini non abbiano altra scelta.
Anzi, nell’uomo vi è un accresciuto e stratificato senso di colpa.
"Voi che per li occhi mi passaste ’l core
e destaste la mente che dormia,
guardate a l’angosciosa vita mia,
che sospirando la distrugge Amore.
E’ vèn tagliando di sì gran valore,
che’ deboletti spiriti van via:
riman figura sol en segnoria
e voce alquanta, che parla dolore.
Questa vertù d’amor che m’ha disfatto
da’ vostr'occhi gentil’ presta si mosse:
un dardo mi gittò dentro dal fianco.
Sì giunse ritto ’l colpo al primo tratto
che l’anima tremando si riscosse
veggendo morto ’l cor nel lato manco.(Guido Cavalcanti)
Diverso da quello della donna.
A lui sono sempre state demandate ogni sorta di azione rese con l’innominabile e acquiescente silenzio della donna.
Uccidi i figli di altre donne, fai bottino, riempi di beni altrui la tua casa e solo allora alzerò i miei veli nel modo che mai hai conosciuto.
Già.
"Forse ci lasciamo fuorviare dalle sottili differenze che vi sono nel modo di ragionare fra uomo e donna che, però, non pregiudica la dipendenza di entrambi dal lato oscuro del nostro io.
Quell' "Id" bestiale che si annida in noi stessi e denuncia la nostra animalità e la nostra predisposizione a quello che chiamiamo male".
Quest'ossessione dell’uomo da dove viene?
In quale parte del suo cuore alberga?
Da quali innominati desideri è mosso?
"I Vizi, il Peccato nella sua molteplicità e nelle sue sottili forme che spesso cerchiamo di giustificare, non sono che istinti primordiali che, sotto forma di, oserei dire, tare ereditarie ci trasciniamo in quanto incapaci di far crescere i freni inibitori che la ragione dovrebbe possedere.
Solo coloro che riescono a metabolizzare il male e a comprendere che esso esiste nella concezione povera dell'individualismo , fine a se stesso e non foriero di originalità e nella estrinsecazione dei sentimenti negativi che albergano in noi e di cui la semplice consapevolezza è causa anche del loro ingabbiamento e della nostra vittoria sugli stessi potranno giustamente essere chiamati "Esseri Umani".
Augurare del male a qualcuno è sempre frutto della nostra incapacità di ottenere quel che si vuole.
E così, si è anche ricorsi alla donna strega che, per qualche forma di equilibrio, si trasforma talvolta in fata.
Ma è la doppia faccia di un’unica medaglia.
E le donne sono uscite allo scoperto, credendo di poter esercitare il loro potere apertamente.
"C'era una volta un orfanello che viveva con una sorella sposata.
Un giorno, nonostante fosse ancora poco più che adolescente, le disse di volersi sposare.
La sorella non era affatto d'accordo, perché, e suo dire, era troppo giovane e non abbastanza maturo per il matrimonio.
Il ragazzo insisteva e questa fu costretta a fornirgli un esempio molto istruttivo per mostrargli quanto le donne possono essere potenti e spietate.
Gli ordinò di andare al mercato e di comperare un pesce.
Quando il ragazzo ritornò con il pesce, lei lo nascose sotto le vesti e insieme si recarono nei campi dove il marito stava arando per portargli il pranzo di mezzogiorno.
Mentre il marito mangiava la moglie disse: "Stanotte ho fatto un sogno, sognavo che avremmo fatto una bella festa", poi di nascosto mise il pesce in un solco.
Finito il pranzo, l'uomo riprese il suo lavoro mentre lei e il fratello si incamminavano verso casa.
"Venite qui" gridò, "guardate che cosa ho trovato, Dio ci aiuti, ho trovato un pesce nel solco".
Vai a casa prepara tutto, invita i vicini, faremo una bella festa".
"D'accordo " disse la moglie.
Andò a casa, cucinò il pesce, se lo mangiò con il fratello e nascose le lische.
Quando il marito tornò a casa con gli invitati, chiamò la moglie e le chiese se aveva preparato tutto.
La moglie si finse stupita e disse: " Hai forse comprato cibo e bevande?
Con che cosa volevi festeggiare?".
Ma non, ti avevo dato quel pesce che ho trovato nel solco mentre stavo arando?", gridò il marito.
La donna si rivolse ai vicini: "Vi prego aiutatemi quest'uomo è impazzito, avete mai sentito che si trovino pesci nei campi?".
I vicini le diedero ragione e legarono il marito.
"Gettatelo in cantina " disse la donna "in modo che non mi possa far del male".
I vicini eseguirono e se andarono.
Quella sera la donna prese la macina di pietra e si sedette sopra la botola della cantina a macinare fagioli.
Il rumore che faceva sembrava il rombo di un tuono.
Con la fiaccola passava di tanto in tanto davanti alle fessure, di modo che il marito credesse che fossero i lampi.
Infine versò molta acqua sopra l'apertura ed egli dovette rifugiarsi in un angolo per non bagnarsi.
La mattina ritornano i vicini per chiedere all'uomo come stava "Grazie a Dio", disse, " Sto bene, anche se cercano di farmi passare per matto.
Ma, ditemi come sono ridotti i campi con tutta quella pioggia?
Deve aver rovinato tutto!"
Allora quelli gli dissero: "Che Dio possa rinsavirti, pover'uomo!".
Ormai tutti credevano che fosse davvero pazzo e lo fecero uscire dalla cantina solo dopo due settimane.
Il giovane rifletté a lungo su quello che aveva fatto la sorella e decise che non si sarebbe mai sposato.
Se solo imparassimo a capire cosa veramente vogliamo ed accettare la verità sulla propria natura, sulla propria diversità e ruolo, non faremmo le cose terribili che realmente facciamo dietro i lunghi ed odorosi veli; ed ora, anche apertamente svelate, dando uno spettacolo pubblico di noi stesse veramente indecente.
Gli uomini hanno sempre escogitato sistemi per eccitarsi, per caricarsi di aggressività perché c’è una domanda interna che corre come un filo rosso nella lunga storia umana; la domanda ha una sua base economica, forte, incipiente.
Le donne hanno sempre utilizzato l’arma della sessualità e caricata, spesso silenziosamente, quest’arma micidiale: l’aggressività dell’uomo.
Sessualità e aggressività hanno molto in comune.
"È innegabile che oggi i rapporti tra i generi siano più conflittuali di un tempo e che ciò costituisce una sfida al matrimonio.
Il lavoro e l'istruzione della donna hanno rivoluzionato i modelli della convivenza comportando non pochi sconvolgimenti: con l'aumento del livello di cultura e la partecipazione sociale della donna, aumentano anche le crisi familiari, dal momento che le donne non accettano più di vivere la relazione di coppia secondo i canoni della disuguaglianza ereditati dalla tradizione e fanno difficoltà ad orientarsi tra il vecchio che rifiutano e il nuovo che non ancora riescono a costruire.
Più spesso, mentre cambiano velocemente i modelli della vita sociale (entrambi possono lavorare, studiare, partecipare ai momenti di vita associativa e politica, godere momenti di riposo), sono lenti a cambiare i riferimenti simbolici che governano mentalmente le relazioni uomo donna.
Sia le conquiste che i costi umani e sociali della pari dignità e delle pari opportunità sono evidenti.
In linea generale, mentre la ragazza si prepara al matrimonio sin dalla più tenera infanzia, per una serie di input che le vengono dall'ambiente, il ragazzo viene orientato maggiormente al lavoro e a "tenere" famiglia, espressione che suona più come un provvedere economicamente ai propri cari più che dell'impegno e della cura.
La gran parte degli uomini è in realtà cresciuta — lo sappiamo — socialmente, culturalmente, politicamente, grazie alla rinuncia e alla dedizione delle donne che li hanno amati.
Alcuni hanno conquistato fama e carriera inglobando nel loro pensare, ricercare, scoprire, le intuizioni di donne che offrivano il loro apporto senza pretenderne la titolarità, molti lo hanno fatto grazie alle loro donne che stavano a casa e curavano i figli.
Atti gentili di cavalleria hanno troppo spesso preso il posto della giustizia, offrendo la gratificazione dell'omaggio a compensazione della esclusione sociale e della dimenticanza storica.
Oggi, di fronte ad un tu femminile che sembra ergersi contro, l'identità maschile è messa in crisi.
L'uomo si sente spiazzato, giudicato e frustrato dalla sua inadeguatezza a far fronte al mutamento.
Se la donna si avvia con entusiasmo a rendere visibile la sua presenza nella società, l'uomo è impreparato a farle spazio e condividere i ruoli pubblici e privati, il che richiede un arretramento che è di per sé più arduo di una conquista.
A nessuno dei due generi è facile costruire livelli di cooperazione soddisfacenti.
Il conflitto, l'invidia, il senso di frustrazione, talvolta la violenza, sono frutto dell'incapacità di mantenere livelli di reciprocità soddisfacenti, anche per effetto di una inadeguata educazione al valore delle risorse della maschilità e della femminilità.
Gli ottimi contributi della psicologia per una migliore comprensione delle dinamiche dei rapporti tra donne e uomini non sono privi di trappole.
Né si può pensare di risolvere i problemi di coppia semplicemente ripercorrendo la storia dell'infanzia secondo i dettati della psicanalisi: i migliori psicanalisti non hanno potuto evitare di declinare la differenza al maschile, come le psicanaliste donne hanno denunciato.
In ogni caso, le de-costruzioni e ri-costruzioni analitiche dell'io non possono diventare un assillo, finendo col soffocare la comunicazione di coppia sotto il cumulo delle memorie delle piaghe ancora brucianti che si trascinano dall'infanzia. Le differenze di genere, se non rispettate, valorizzate e armonizzate, possono contribuire significativamente al fallimento dei rapporti tra i coniugi.
Il sentimento di inadeguatezza può generare frustrazione, sublimazione, compensazione, processi che spesso per l'uomo si traducono nella fuga dalla donna o nella sua idealizzazione ("Donna eterna") o infine nella sua strumentalizzazione a fini servili, e nella donna nell'annichilimento della dignità, nella paura, nella delega, nel rifiuto più o meno mascherato della sessualità connessa con la violenza, nella soggezione pura e semplice, talvolta meschina, alla sua presunta superiorità, in barba alla dignità personale.
Non è facile poi costruire l'unità quando lui e lei si sono fatti del male, anche senza volerlo ed hanno trascinato stancamente il matrimonio, interiormente marchiati dai torti subiti, veri o presunti.
Il tempo fa emergere, spesso inaspettatamente, iceberg contro cui anche un matrimonio duraturo e lungo può infrangersi.
Nel mondo cattolico, nel prendere atto della conflittualità tra i generi, accade spesso purtroppo che si rinverdisca la nostalgia del passato, quasi che il ritorno al patriarcalismo possa essere il rimedio alla stabilità della famiglia, il cui ordine sarebbe garantito dalla fissità dei ruoli, dalla attività domestica della donna e dalla gerarchia interna al rapporto tra i due.
L'interpretazione letterale dei testi della tradizione cristiana ha contribuito non poco ad avallare interpretazioni conservatrici, in cui il dominio del maschio è stato presentato come naturale e non come la corruzione dell'originario, fecondo e reciproco dialogo tra i due: "una rottura e una costante minaccia proprio nei riguardi di questa "unità dei due", che corrisponde alla dignità dell'immagine e della somiglianza di Dio in ambedue"((Giovanni Paolo II, Mulieris Dignitatem, n.10).
Dobbiamo riconoscere alla Mulieris Dignitatem il merito di aver messo in guardia dalla tendenza ad adagiarsi su vecchie interpretazioni asimmetriche del rapporto tra i coniugi, basate su una lettura androcentrica dei testi e in particolare della lettera Ef 5, 22-23: "Le mogli siano sottomesse ai loro mariti come al Signore; il marito infatti è capo della moglie".
Giovanni Paolo II, infatti, interpreta il passo alla luce di Ef 5, 21: "sottomissione reciproca nel timore di Cristo".
"La consapevolezza che nel matrimonio c'è la reciproca "sottomissione dei coniugi nel timore di Cristo", "e non soltanto quella della moglie al marito, deve farsi strada nei cuori, nelle coscienze, nel comportamento, nei costumi"(Giovanni Paolo II, Mulieris Dignitatem, n.24).
La relazione uomo donna non è più presentata come donazione unilaterale che la donna fa di sé all'uomo (la donna che ama soffrendo e servendo), senza uguale ritorno.
Vi si chiarisce che il turbamento della reciprocità uomo-donna, con la sottomissione della donna e la divisione rigida dei compiti (donna-madre e uomo-lavoratore), è frutto del peccato e non corrisponde al piano originario di Dio.
Perciò oggi si mira a mettere in comunicazione le due voci, maschile e femminile, esaltando i rispettivi "talenti" destinati a co-operare, secondo il dettato teologico e antropologico.
Infatti: "A questa "unità dei due" è affidata da Dio non soltanto l'opera della procreazione e la vita della famiglia, ma la costruzione stessa della storia"(Giovanni Paolo II, Lettera alle donne, n. 8.).
È possibile stabilire rapporti di giustizia in una sorta di Kenosi del patriarcato e del matriarcato, evitando i toni aspri di una conflittualità permanente e senza sbocco?
Possono l'uomo e la donna riprendere fiducia nella possibilità di ricostruire tra loro quell'armonia originaria abbozzata nel versetto biblico: "Maschio e femmina li creò. A immagine di Dio li creò"(Gn 1, 27.)
I pregiudizi, le idee approssimative legate alla tradizione culturale o alle nozioni scolastiche possono contribuire negativamente alla formazione di un'immagine del genere maschile e femminile stereotipata e controproducente.
Perciò, pur accettando come riferimenti ermeneutici gli archetipi di un'originaria maschilità/femminilità e di un'altrettanto originaria unidualità, l'uomo e la donna di oggi sono consapevoli di dover sgomberare il cammino dal peso del passato, con tutto il male di cui è portatore, per poter fare un'opera di ricostruzione, che tragga dal passato "cose vecchie e cose nuove"(Mt 13, 51), tenendo conto delle sollecitazioni della realtà sociale e del magistero.
Un matrimonio che voglia essere vissuto nella comunione assume apertamente l'ethos della reciprocità come modello delle relazioni tra coniugi.
Non una reciprocità come utopia irraggiungibile e astratta, una ricetta pronta per cancellare i conflitti, e tanto meno una imitazione superficiale e
pedissequa dell'immagine mass mediale della coppia libera e soddisfatta.
È piuttosto la molla che fa continuamente rinascere e spinge più avanti la
qualità dei rapporti tra un uomo e una donna, oltre le inevitabili cadute, le usure, le manchevolezze legate ai limiti di ciascuno.
Si tratta di ri-costruire il rapporto tra identità e alterità secondo modelli di integrazione, che riconoscano l'uguaglianza e in essa siano in grado di magnificare le differenze, accettando anche inevitabili momenti di conflitto, tenuti sotto controllo e ri-orientati all'intesa.
Se le differenze non rispettate conducono alla lotta distruttiva del rapporto, le differenze valorizzate (non tollerate) costituiscono la risorsa preziosa della vita di unità, perché contengono promesse di unità più profonda.
Di questi grandi e buoni orizzonti abbiamo bisogno per risorgere dal passato maschilista e da certe scomposte reazioni femministe.
Così scrive il Siracide: "Quanto sono amabili tutte le Sue opere!
E appena una scintilla se ne può osservare.
Tutte queste cose vivono e resteranno per sempre in tutte le circostanze e tutte gli obbediscono.
Tutte sono a coppia, una di fronte all'altra, egli non ha fatto nulla di incompleto.
L'una conferma i meriti dell'altra, chi si sazierà nel contemplare la Sua gloria?" (Siracide 42, 22-25).
Il conflitto su cui dover riflettere è proprio tra sentimenti liberi, spontanei e ordine; quest’ultimo anche quando si trasforma in anarchia è sempre la figura di un certo ordine, o perlomeno di una sua variante.
In questo ci sarebbe un ampio spazio per riflettere e lavorare insieme, per comprendersi senza esaurire lo spazio immenso che ognuno possiede del proprio divenire.
Devo dirti, figlia,
e non vorrei,
quel che nel mio abbraccio svanisce,
quel che nel mio canto s'abbuia,
quel che i miei ulivi stupefatti tacciono.
Devo dirti, vita mia,
dello stridere letale di carrucole nei pozzi avvelenati,
delle madri in lutto pietrificato dai seni gonfi di latte amaro,
devo dirti delle avide lordure degli affamatori con facce da avvoltoi,
devo dirti la miseria di una briciola di pianeta perso nell'universo
inconsapevole e con occhi bucati,
che s'ostina a bramare, a uccidere,
a forgiare pesanti anelli per catene di morte.
Io t'ho solo portato nel ventre come una scintilla di luce,
t'hanno nutrita di sole le mie viscere,
t'ha riscaldato il futuro il balzo rosso del mio cuore.
T'ho forgiata per essere divinamente umana,
per avere passi di cerbiatta innamorata
e melodie notturne sotto lune eburnee.
Perciò io dichiaro la pietà,
pietà per le madri, anfore sacre di vita,
pietà per i figli, casti frutti dell'amore,
pietà per i padri, stritolati tra le ruote dentate d'ingranaggi infernali,
e per te, frutto della mia anima carnale.
Io non t'ho fatta sorgere per il ferro e la clava:
sia la tua carne impastata di Dio,
siano le tue mani templi di meraviglie,
sia il tuo cuore selvaggio airone in volo
sopra lontane pianure piene di lacustre bellezza,
dove non s'oda il pianto,
né vinca il nero abissale della bestia umana.
E taccio dunque oggi, figlia:
la lampada s'è spenta,
ed io ti sto scrivendo
nell'oscurità.
11/9/2001 A. Crabbia
SOGNO O SON DESTO?
Eppure a volte scorgo nelle nebbie dell'attimo fuggente nere mani che cercano di afferrarmi per condurmi su piani di realtà parallele.
Maschere iridescenti sorgono dietro le porte che racchiudono i miei ricordi catalogati e punzonati in scatole di cartone per irridere la mia voglia di ordine e sento nitrire puledri in fondo alle notti che si alternano a veglie alienanti da dimenticare.
Allora penso a mattoni di scuro catrame rappreso e costruisco muri tiepidi e appiccicosi che mi separano dalle alienazioni.
Poi un urlo terrificante proveniente dai confini del mondo sotterraneo che mi circonda crea crepacci sempre più rilevanti sotto i miei piedi e rosse fiamme miste a fumo grigio piombo sembrano colmare il ristretto spazio che mi sono riservato.
In preda al più bieco terrore cerco di arrampicarmi sui muri costruiti ma il catrame si fonde e mi trascina in basso.
Allora mi slancio con tutte le mie forze verso il lembo di cielo terso che scorgo di la del pozzo e con la forza del pensiero cerco di annullare il mio peso per volteggiare verso la salvezza.
Ma ogni sforzo è inutile e il calore gia mi sommerge e mi infiamma.
Ecco però che in un ultimo anelito di speranza vedo una catena scendere dall'alto e mi aggrappo ad essa con la forza della disperazione.
Sale la catena portandomi via dal mio incubo e il quadratino di cielo si fa sempre più vicino.
Ecco sono sull'orlo del pozzo, sono salvo finalmente, la fresca aria che mi circonda rilassa il mo corpo esacerbato e dissipa il mio terrore ma quando penso di essere al sicuro sento un artiglio afferrarmi per poi buttarmi a terra brutalmente.
Osservo un enorme demone nero come l'inferno più nero, dagli occhi di bragia che mi fissa con cupidigia.
Sbianco a tale vista ed un tremito irrefrenabile mi percorre le membra, somiglio ad un pesce che si dibatte soffocando dopo essere stato preso all'amo e tale forse sembro agli occhi dell'orrendo pescatore.
Ma ancora una volta il destino mi è benigno perchè un grande uccello simile a quello delle mille e una notte, un RoK dalle potenti ali e dal becco smisurato piomba su di me a mi trascina con se nell'aree più alto mai visto irridendo il demone privato della sua preda.
Mi aggrappo alle sue penne con tutta la mia forza e percorro leghe e leghe su lande desolate, mari neri e profondi, fino ad un nero scoglio simile ad una montagna lanciata da un leviatano immenso agli albori del mondo.
Lì il RoK si ferma a riposare ed io ho la fortuna di potermi allontanare inosservato prima che si accorga della mia scomparsa.
Vago fra le nere rocce per giorni bevendo acqua piovana e nutrendomi di licheni e pallidi vermi succulenti fino a che una Nave appare all'orizzonte.
Io sulla spiaggia urlo e faccio segni alla nave di avvicinarsi e, quando mi accorgo che sta venendo in mio soccorso mi butto in acqua incurante dei pericoli che possono celarsi negli abissi.
Nuoto ed urlo fino a quando non sto al sicuro sulla tolda con i marinai stupiti di avermi trovato in quel luogo disabitato dove sono capitati per via di una tempesta.
Il Capitano mi dice di ringraziare Dio per avermi salvato e si offre di condurmi al porto dell'isola di Arturo.
Io ringrazio e proprio in quel momento mi sveglio con la mano a mezz'aria come se stessi salutando chi non esiste.
Stupefatto che tutto sia stato solo un sogno sto seduto in mezzo al letto come imbambolato.
Poi mi sdraio di nuovo e chiudo gli occhi ma proprio in quel momento sento l'urlo del RoK che si avvicina........
“CONTRASTI TRA IL VECCHIO E IL NUOVO MONDO”
CHAOS E KOSMOS NELLA LETTERATURA INGLESE ATTRAVERSO GLI OCCHI DEGLI OPPRESSI E DEGLI OPPRESSORI DAL CINQUECENTO AI GIORNI NOSTRI
Immaginiamo solo per un momento di poter fuggire dalla realtà; di essere catapultati in mondi immaginari; di poter dimenticare gli affanni che la dimensione quotidiana, seppure estremamente rassicurante dal punto di vista emozionale, provoca in noi.
Dov’è che la nostra immaginazione ci porterebbe?
In una terra lontana dalla vegetazione rigogliosa i cui abitanti sono totalmente diversi da noi e in cui possiamo liberarci dalle costrizioni imposteci dalla moderna società, per trovare finalmente l’equilibrio interiore attraverso la libertà d’espressione?
Non è facile rispondere a tale quesito, ma è probabile che nell’immaginario dell’uomo moderno le terre esotiche – che sono, di conseguenza, anche lontane dal punto di vista geografico se si adotta una prospettiva eurocentrica – corrispondano ad un ideale di libertà assoluta, ma anche alla riappropriazione degli istinti primari dell’uomo soppressi, com’è stato accennato in precedenza, dall’avvento della modernità e, quindi, da uno stile di vita frenetico in cui l’unica legge valida è quella dell’arrivismo.
Che cosa accadrebbe però, se gli uomini, anziché essere alla ricerca di terre sconosciute per liberare i propri istinti e ritrovare l’originario equilibrio con la natura, volessero estendere la brutalità insita ad alcuni comportamenti tipici della società occidentale anche a quelle regioni del mondo rimaste per secoli incontaminate, legittimando un simile atteggiamento nella convinzione che la cultura occidentale sia da ritenersi di gran lunga superiore a tutte le altre espressioni culturali esistenti?
Come la natura reagirebbe ad un affronto tale?
Ma soprattutto, cosa potrebbero pensare gli abitanti di queste terre in cui nessuna legge esiste e in cui ciò che interessa veramente non è la sopravvivenza della stirpe, ma la preservazione della memoria comune?
Anche se ciò può sembrare paradossale, questo quesito venne posto per la prima volta circa cinque secoli fa: ha, di conseguenza, una storia molto lunga.
I primi a porselo furono gli inglesi in un momento cruciale della storia dell’umanità: la scoperta delle Americhe, che diede inizio alla costituzione degli imperi coloniali di molte monarchie europee, prime fra tutte la Spagna di Isabella di Castiglia e Ferdinando d’Aragona e l’Inghilterra di Elisabetta I Tudor.
Allora, il fatto che gli inglesi per primi s’interrogarono su quale dovesse essere il destino degli abitanti delle terre da loro conquistate non è affatto casuale.
L’Inghilterra elisabettiana era ricca dal punto di vista economico e attraversava anche un periodo favorevole alla fioritura delle arti.
I contatti di alcuni studiosi inglesi dell’epoca con i letterati italiani avevano contribuito alla diffusione degli ideali umanistici e rinascimentali, dando nuovo vigore alla produzione letteraria britannica, fino ad allora fortemente dipendente dai moduli stilistici italiani .
La vera e propria “rivoluzione letteraria” si ebbe con l’avvento, nello scenario letterario nazionale, di William Shakespeare, che si contrappose decisamente alla precedente tradizione poetica britannica.
Shakespeare non era uno studioso nell’accezione letterale del termine: non aveva ricevuto una preparazione universitaria – come gran parte dei letterati dell’epoca –, conosceva poco il latino e ancor meno il greco.
Cos’è dunque, che lo rende così eccezionale ai nostri occhi sotto ogni punto di vista? Perché parliamo di lui in un contesto del genere? Quale è il legame tra le sue opere e il rapporto tra popoli oppressi e popoli oppressori?
William Shakespeare è il “prodotto meglio riuscito” del suo tempo: è stato l’unico poeta dell’epoca in grado di esprimere concetti così moderni che ancora oggi sono soggetti a infinite interpretazioni.
Riuscì, infatti, a cogliere il significato di tutti gli avvenimenti storici che in quegli anni si susseguivano, senza però sminuirli o forzarli.
La precarietà, la paura, l’angoscia; ma anche la passione, la gioia e la comicità, trovano un’eco nelle sue opere.
Il corpus shakespeariano è vastissimo e altrettanto vario.
Non ci occuperemo, quindi, di fornire una classificazione delle sue opere: cercheremo, invece, di capire perché il poeta è tanto importante in relazione al periodo storico nel quale maturò la sua riflessione.
Le grandi scoperte geografiche cambiarono la vita economica di molte monarchie europee. L’Inghilterra, come abbiamo visto, fu una delle principali beneficiarie del commercio con le colonie, attraverso lo sfruttamento delle risorse naturali di queste terre.
La monarchia inglese cercò di propagandare l’emigrazione nelle colonie, perché vi si stabilissero degli insediamenti fissi che evidentemente rendevano più agevole la gestione dei territori in questione.
A scopo propagandistico proliferò, dunque, un filone letterario volto alla descrizione – spesso infondata e fantasiosa – delle terre da colonizzare.
Molti geografi dell’epoca si prodigarono – su ordine della regina – nella realizzazione di queste opere che dovevano avere come unico scopo quello di favorire l’emigrazione.
Di fatto, si era diffusa l’idea che il paese fosse sovrappopolato.
Il passaggio dalla coltivazione dei cereali alla produzione della lana causò nuovi problemi di impiego rurale.
Incitare la popolazione a lasciare la madrepatria era, quindi, un modo per evitare che la sovrappopolazione creasse impedimenti di carattere organizzativo nella gestione economica del paese.
Ebbe inizio così la colonizzazione delle Americhe da parte del governo e di una larga fetta della popolazione inglese.
È evidente che la risonanza esercitata da questo fenomeno fu di portata vastissima.
Ben presto le entrate della corona inglese cominciarono a farsi sempre più cospicue: allora, ci si rese conto che la colonizzazione poteva rappresentare un’alternativa validissima alla maniera tradizionale di arricchirsi.
D’altra arte, però, fiorirono anche altro tipo di attività. L’intensificarsi del commercio con le colonie coincise con un incremento notevole dell’attività manifatturiera nazionale: i coloni, infatti, avevano bisogno di una grandissima quantità di prodotti che non era possibile reperire in terre incontaminate.
Venne così ad ispessirsi quel filo che legava la madrepatria alle colonie.
William Shakespeare fu partecipe del grande fermento che l’Inghilterra stava vivendo.
Sebbene in tutte le sue opere vi siano riferimenti palesi ai fatti storici dell’epoca, solo una delle sue tragedie affronta la tematica della colonizzazione.
La tragedia in questione è The Tempest.
L’opera appartiene all’ultima fase creativa del poeta che per molti è quella più riflessiva in cui compare una profonda rassegnazione nei confronti della vita.
The Tempest è forse una delle tragedie shakepeariane più complesse e moderne.
È esemplificativo che sia stata scritta da uno Shakespeare già maturo e consapevole della brutalità di cui gli uomini sono capaci.
Il paragone con una sinfonia non è affatto fuori luogo: la componente musicale è fortissima.
Si potrebbe anche affermare che la tragedia è “corale”.
Noi, tuttavia, ci occuperemo non della struttura dell’opera – che d’altronde è interessantissima –, ma del suo contenuto: straordinariamente attuale.
The Tempest non è la tragedia di Prospero, ma quella di Caliban. Prospero viene privato del ducato di Milano da suo fratello, Antonio, ed è anche vittima di un naufragio.
Insieme alla sua unica figlia, Miranda, Prospero continuerà ad esercitare il suo potere – derivatogli dalla padronanza di pratiche magiche – su un isola sconosciuta i cui abitanti sono solo spiriti e il cui sovrano, prima dell’arrivo di Prospero, era una creatura deforme di nome Caliban.
Prospero insegnerà a Caliban ad esprimersi nella sua lingua, perché questo possa obbedire ai suoi ordini.
Ben presto, però, Caliban sente lo spettro dell’oppressione calare su di lui.
È qui che ha inizio la tragedia.
Prospero è depositario del sapere.
Egli rappresenta la cultura occidentale e le sue pretese di superiorità, ma è anche simbolo dell’oppressione esercitata dai coloni sulle popolazioni indigene e dell’ambizione degli uomini, che degenera nella sete di potere. Nonostante ciò, non è un personaggio totalmente negativo.
Dopo aver realizzato i suoi piani, decide, infatti, di abbandonare la magia.
Prospero è responsabile del naufragio in cui suo fratello, il suo seguito, il re di Napoli e suo figlio, Ferdinand, giungeranno sulla sua isola.
Nelle sue intenzioni c’è il matrimonio tra Miranda e Ferdinand e il suo rientro in Italia.
Nella parte finale dell’opera giunge, molto sentito, il pentimento di Prospero: libera Ariel, uno spiritello che lo aveva servito, e capisce di aver trattato Caliban in maniera brutale.
Rinuncia, quindi, ad esercitare il potere ed è fiducioso nella freschezza e nell’innocenza dei due giovani innamorati.
A Ferdinand e a Miranda, cioè alle generazioni future, spetta il compito di riconciliare le tensioni createsi tra gli opposti.
Come, però, abbiamo visto in precedenza il vero eroe della tragedia è Caliban.
Egli, infatti, a differenza di Prospero, non può decidere autonomamente.
È Prospero che prende le decisioni al suo posto.
È Prospero che lo costringe ad eseguire i suoi ordini.
Ed è sempre Prospero che gli impone la sua lingua.
Caliban è un oppresso.
Egli è l’antesignano di tutte quelle popolazioni soggette alla colonizzazione che con l’avvento dei coloni europei si videro private di quanto gli apparteneva.
La lingua impostagli dai coloni è l’unico mezzo che costoro avevano per esprimere il loro risentimento.
Caliban è, dunque, emblema della sofferenza, dello sradicamento, ma anche del coraggio, derivato dall’accettazione di un codice comportamentale che viene imposto e al quale non si può sfuggire.
Ancora oggi The Tempest, scritta nel 1611, è una tragedia che riscuote grande successo: la modernità delle sue tematiche e il personaggio di Caliban sono più vicini a noi di quanto possiamo immaginare.
D’altra parte l’importanza di questa tragedia non risiede solo nell’essere estremamente attuale.
The Tempest ha, infatti, ispirato autori antichi e contemporanei: è sempre stata un punto di riferimento per tutti coloro che hanno voluto descrivere la realtà coloniale – realtà che oggigiorno corrisponde in molti casi ai paesi del terzo mondo –, sia in termini propagandistici, sia in termini di aperta denuncia.
Col passare del tempo l’opinione degli intellettuali sullo sfruttamento coloniale mutò decisamente.
Mentre Shakespeare non intravede grandi possibilità di guadagno, ma, soprattutto, ritiene il commercio con le colonie frutto dell’ambizione umana; la successiva generazione di intellettuali inglesi vede nelle colonie una risorsa indispensabile per il benessere del paese. Naturalmente, molto spesso l’opinione di costoro corrispondeva ai piani propagandistici del governo.
Per questo motivo, molti tra i letterati dell’epoca non lasciavano che eventuali commenti a favore o contro la colonizzazione trapelassero dalle loro opere. Questa scelta, apparentemente sterile e incoerente, era dovuta, altrimenti sarebbe stato difficile vivere a stretto contatto con il governo che, il più delle volte, era particolarmente generoso con loro, soprattutto con gli autori di opere di carattere propagandistico.
Tuttavia, quando Shakespeare scrisse The Tempest il fenomeno del colonialismo non si era ancora dispiegato in tutta la sua grandezza: fu, del resto, solo successivamente che l’Inghilterra conobbe un decisivo flusso migratorio verso le Indie Orientali e le Indie Occidentali.
Di fatto, la diffusione di compagnie commerciali a fondo azionario proliferava e ben presto la corona inglese dovette istituire un sistema per gestire i territori coloniali.
Tramite la presenza di funzionari regi, di amministratori e di un governatore la vita delle colonie cominciò a prendere forma.
Costoro dovevano garantire, innanzitutto, la regolarità degli scambi commerciali tra la madrepatria e le colonie.
Nonostante ciò, i loro compiti non erano così limitati: la loro costante presenza comportava, infatti, un’adeguata gestione del territorio e non permetteva quasi mai che le popolazioni autoctone insorgessero provocando scompiglio tra i coloni.
La macchina burocratica delle colonie si era, dunque, messa in moto.
C’era una grandissima necessità di persone colte e resistenti a climi non sempre miti che fossero disposte a recarsi nelle colonie per verificare il corretto funzionamento del neonato apparato governativo.
Spesso era proprio il re a scegliere chi dovesse recarsi nei nuovi mondi; altre volte, invece, i rappresentanti più in vista delle grandi casate aristocratiche, avendo scorto il potenziale economico dei commerci coloniali, delegavano dei fiduciari alla volta delle colonie perché garantissero, con la loro presenza, il corretto svolgimento di tutte le operazioni burocratiche.
Come visto poc’anzi, i coloni erano di frequente colti e ben disposti ad accettare condizioni climatiche avverse.
Molti intellettuali del XVII secolo si erano recati personalmente nelle colonie per documentare le loro opere ed avevano potuto costatare con i propri occhi di quante bellezze naturalistiche queste terre fossero ricche.
La storia di Aphra Behn ha inizio proprio in questo momento.
Aphra Behn nasce nel 1640 – anno che segna l’inizio della rivoluzione inglese – e muore nel 1689.
Questi quarantanove anni sono anni fondamentali per la storia inglese: la decapitazione di Carlo I Stuart (1649); il protettorato di Cromwell; la fuga della corte in Francia; la chiusura dei teatri e, infine, la Glorious revolution che, mettendo fine alle pretese della borghesia di esercitare il potere, porta al trono d’Inghilterra Guglielmo d’Orange (1689).
La vita di Behn copre, dunque, uno dei momenti più significativi della storia inglese.
Aphra Behn indubbiamente godette di una grandissima indipendenza come donna e questo era piuttosto singolare all’epoca.
Secondo Virginia Woolf, Behn è la prima vera scrittrice che la letteratura inglese abbia mai conosciuto: infatti, non scriveva solo per puro piacere, ma per guadagnarsi da vivere.
Sempre secondo Woolf, Aphra Behn è la madre del novel .
L’invenzione del novel è sempre stata attribuita a Daniel Defoe; ma, in realtà, Behn lo ha anticipato di trenta anni.
È importante che ciò venga ricordato, perché l’opera che ha reso Aphra Behn famosa non è solo un “primo abbozzo” di romanzo, ma è fortemente collegata a Robinson Crusoe, il romanzo più popolare di Defoe.
Oroonoko or The Royal Slave, come Robinson Crusoe e come The Tempest, affronta la problematica della colonizzazione e degli effetti che questa provoca su coloni e colonizzati.
Il fatto che Oroonoko sia stato scritto da una donna è singolare, perché il punto di vista della narrazione è femminile.
La presenza del narratore nell’opera è molto forte.
Behn non si limita a descrivere attentamente luoghi o situazioni; ma, sebbene in modo discreto, lascia che la sua opinione sui fatti narrati venga resa nota, mantenendo sempre una decisa obiettività.
La storia di Oroonoko è la storia di uno schiavo di sangue reale.
Behn nella dedica a Lord Maitland – nobile di origine scozzese, protettore e finanziatore della scrittrice –, che precede la narrazione vera e propria, precisa di avere ascoltato in prima persona parte della vicenda dello schiavo Oroonoko e di avere visto quanto era accaduto allo schiavo dal momento in cui venne deportato nei Caraibi fino a quando la morte lo avrebbe raggiunto.
Il romanzo – a questo punto possiamo classificarlo come tale – è molto commovente e, d’altra parte, non manca neppure di descrizioni molto realistiche dei luoghi e delle vicende dei personaggi.
Behn si era effettivamente recata nei Caraibi per conto del suo protettore insieme ad una folta delegazione di nobili e intellettuali ed è probabile che lì abbia conosciuto lo schiavo che ispirò la sua opera.
L’impatto che la scrittrice ebbe con il nuovo mondo fu decisamente positivo: la bellezza e la ricchezza di quelle terre la meravigliavano ogni giorno di più; il clima mite e il cibo prelibato la deliziavano.
Ciò contribuì a rendere sempre più positiva l’idea che Behn si era fatta dei Caraibi e, conseguentemente, delle colonie inglesi.
Questo è il motivo per cui in Oroonoko non compare alcun sentore di denuncia verso lo sfruttamento delle colonie.
Aphra Behn ha però, scritto un romanzo antischiavista: infatti, dimostra di essere legata al suo personaggio non solo tramite la scrittura, che gli ha dato la vita; ma sente di essere legata a lui da un affetto tenerissimo, paragonabile all’amore di una madre verso suo figlio.
La vicenda di Oroonoko è tragica e si risolve con l’affermazione di un codice d’onore che sopravvive all’usurpazione delle tradizioni e della cultura. Oroonoko, orgoglioso e tenace principe di un regno della Costa d’Avorio, viene deportato nei Caraibi e privato della sua autorità: ha inizio così la sua vita da schiavo.
La giovane Imoinda, sua compagna fedele, sta per dargli un figlio, ma la tragedia presto giungerà al suo esodo.
La frustrazione del principe, che non tollera l’oppressione esercitata sugli schiavi, trova sfogo nella ferocia degli aiutanti del governatore che non perderanno mai un’occasione per denigrarlo e per annientare il suo onore e quello della sua sposa.
In seguito ad una sommossa di schiavi capeggiata da Oroonoko, Imoinda subisce delle violenze da parte di costoro e, in fin di vita, viene soccorsa da Oroonoko, il quale, non sopportando la gravità dell’affronto subito, decide di sacrificare la vita di sua moglie e quella del nascituro.
La sua vendetta, tuttavia, non tarderà a giungere: dopo aver massacrato coloro che avevano abusato di Imoinda, decide che è arrivato il momento di togliersi la vita per ricongiungersi alla sua amata e al suo bambino, ma dei soldati inferociti non lo lasceranno compiere questo sacrificio e portandolo con sé, nonostante la sua reticenza, faranno a pezzi il suo corpo.
Oroonoko non si pente e non accetta di dover subire simili affronti.
Il suo orgoglio e il suo forte senso dell’onore non gli consentono di accettare la tristezza e la brutalità delle condizioni in cui erano tenuti a vivere gli schiavi.
Aphra Behn, a questo punto, riconosce che la vita degli schiavi non era certo facile, ma è consapevole della ricchezza che il commercio con le colonie poteva portare alla corona britannica e di quante persone potessero beneficiare di tale ricchezza.
Di conseguenza, non condanna apertamente il colonialismo, perché ne riconosce il potenziale economico; ma non accetta la precarietà delle condizioni di vita degli schiavi e lascia che sia il sagace lettore a giudicare.
Behn aveva compreso che l’incontro tra i due mondi era avvenuto, ma il prezzo da pagare era stato la perdita dell’innocenza da parte delle popolazioni autoctone.
La convivenza è possibile, secondo la scrittrice, solo se c’è tolleranza, solo se c’è dialogo, inteso come scambio d’opinioni pacifico e rispettoso della diversità.
Di fatto, la narratrice di Oroonoko si arricchisce in quanto testimone oculare dei fatti.
Conoscere un principe facoltoso e tollerante, costretto alla schiavitù, perché ritenuto inferiore culturalmente, è indubbiamente un modo per mettere allo scoperto la paura – del tutto infondata – degli uomini di fronte alla diversità.
Uno schiavo è pur sempre un uomo: un uomo prova sentimenti e i suoi occhi sono lo specchio della sua anima.
La paura dei coloni era di guardare fisso negli occhi di uno schiavo e vedere se stessi e le proprie debolezze in quegli stessi occhi.
Behn conosceva Shakespeare ed è probabile che avesse letto The Tempest.
Oroonoko, tuttavia, anziché descrivere un mondo desolato e fantasioso come l’isola di The Tempest, si ispira alla realtà.
È evidente, allora, che rispetto a Shakespeare, Behn avesse oramai accettato lo stato dei fatti: l’impero era nato e si stava espandendo, non restava che renderlo sempre più stabile e servirsi delle ricchezze che il commercio con le colonie produceva.
Nonostante ciò, come Shakespeare anche Behn è fiduciosa nelle generazioni future. Solo i giovani possono, attraverso le testimoniane scritte, valutare obiettivamente e trovare una soluzione alla schiavitù.
Se in Shakespeare, tuttavia, viene reso manifesto un profondo disprezzo per la società coloniale radicato nei suoi ideali rinascimentali e in Behn la denuncia contro lo sfruttamento coloniale, seppure formulata in maniera velata, è un momento fondamentale per lo sviluppo delle tematiche dell’opera; in Defoe la consapevolezza di essere parte integrante di un vastissimo impero e la necessità di trarre vantaggi da questa situazione non viene avvertita come sintomo della degradazione dell’uomo, ma come la possibilità di portare la civiltà laddove nessuno mai aveva sentito parlare della cultura occidentale e laddove il cristianesimo non era ancora giunto.
Per Defoe, quindi, la colonizzazione non è un processo negativo, ma è fondamentale per affermare la supremazia dell’occidente e per rafforzare una situazione economica traballante in paesi come il Regno Unito.
Spesso si parla di Defoe come del primo teorico del capitalismo che la storia abbia mai conosciuto in campo letterario.
Non si tratta ovviamente di una affermazione priva di fondamento, perché nelle sue idee di uomo politico e di letterato sono sempre molto forti i riferimenti ad un efficiente sistema economico che, nella sua teorizzazione, si avvicina molto a quello capitalistico.
Robinson Crusoe è, infatti, il primo romanzo del passato in cui compaiano ideali di tipo capitalistico.
Ciò non è casuale se pensiamo alla classe di provenienza di Defoe e all’educazione che aveva ricevuto: era figlio di un commerciante e ricevette un’educazione di tipo puritano.
Il rispetto verso il suo ceto di appartenenza e verso le pratiche religiose puritane stanno alla base del suo romanzo più celebre: Robinson Crusoe.
Probabilmente Defoe non avrebbe mai scritto quest’opera se non fosse stato fortemente convinto del fatto che il commercio con le colonie rappresentasse la soluzione a gran parte dei problemi che il suo paese si trovava a fronteggiare in quegli anni.
Il lettore più attento, infatti, non può fare a meno di notare l’atteggiamento di estrema fiducia che caratterizza il romanzo. La fiducia cui Defoe si riferisce non è, comunque, solo quella che riguarda l’efficienza dell’apparato coloniale, fonte di grande ricchezza; ma soprattutto la fiducia che ogni uomo deve avere in se stesso. Credere in sé significa poter superare ogni ostacolo; anche quelli di natura insolita.
Robinson Crusoe è pervaso da questo sentimento positivo sin dalle prime pagine.
Il protagonista, il tenace Robinson Crusoe, in cerca di fortuna e di avventure rinuncia all’allettante proposta avanzatagli da suo padre – accontentarsi dell’agiatezza di uno stile di vita piccolo borghese – per tentar di sfidare la sorte imbarcandosi nelle vesti di marinaio verso il Brasile.
Dopo esservi giunto e dopo aver comprato un appezzamento terriero coltivato a tabacco, decide di tornare a casa, ma la sciagura è in agguato: il vascello affonda, nessun membro dell’equipaggio, tranne Robinson, riesce a salvarsi e il povero naufrago si ritrova in un’isola di cui non conosce assolutamente nulla, se non che è selvaggia ed incontaminata.
Ha inizio così la sua vita avventurosa di isolano inesperto e spaventato.
Inizialmente non riesce a adeguarsi ai ritmi della natura: le difficoltà che incontra per sopravvivere sono molte, ma non si lascia spaventare e dopo non molto tempo si costruisce un rifugio ed impara a proteggersi dalle insidie tesegli dalla natura e dagli attacchi sempre più frequenti degli abitanti delle isole circostanti.
Proprio durante uno di questi attacchi Robinson salva un giovane indigeno e da quel momento ne farà il suo servitore fedele e affezionato. La comparsa di Friday (Venerdì) segna un punto di svolta nel romanzo.
Fino ad ora il protagonista ha dovuto affrontare in prima persona e senza l’aiuto di nessuno ogni tipo di problema; a questo punto, invece, Robinson potrà sempre contare su un valido punto di riferimento.
Friday viene cristianizzato dal suo padrone che gli mostra quanto era riuscito a costruire con le proprie forze e quanto il progresso della società occidentale potesse essere utile anche a lui.
Inizialmente Friday teme Robinson: egli è, di fatto, depositario dei valori più alti dell’Illuminismo, della fede nel progresso, ma soprattutto della dottrina puritana.
Robinson Crusoe deve la sua sopravvivenza sull’isola e il suo successo alla sua fede che durante il suo cammino lo ha sempre guidato sulla giusta strada.
Il rapporto che Robinson ha con Dio è dei più sinceri: senza il suo appoggio impossibile sarebbe stato superare tutte le difficoltà incontrate. Per questo motivo egli non smette mai di confidare in Dio e di invocarlo quotidianamente come se stesse parlando con un amico: dunque non è mai solo.
Neppure quando Friday entra nella sua vita Robinson interromperà i suoi contatti con la sfera divina.
Defoe dimostra al lettore che non si può avere fiducia in se stessi se non si è precedentemente istaurato un legame indissolubile tra Dio e l’uomo. Alla luce di quanto detto, non ci si deve meravigliare del fatto che Robinson senta la necessità di introdurre Friday al cristianesimo.
Friday potrà essere il servitore di Robinson solo quando avrà pienamente compreso il messaggio cristiano.
La descrizione che Defoe ci dà dell’indigeno è importantissima per capire come l’autore intenda i rapporti con le colonie e con i loro abitanti.
Friday è spaventato dalla superiorità di Robinson e sente di dover obbedire a colui che gli ha insegnato ad esprimersi.
Il suo rispetto per Robinson è fortissimo: temendo un eventuale ritorsione del padrone contro di lui, egli non fa altro che sottomettersi. Scopre così che la sua sottomissione, della quale però non è pienamente consapevole, porta più frutti rispetto ad un vita selvaggia e sregolata. Robinson, infatti, fa di Friday un uomo civile in grado di comportarsi con garbo e di intervenire solo quando viene richiesta la sua opinione.
Al ritorno in patria del suo padrone Friday diviene quasi un’attrazione che Robinson con orgoglio mostra ai suoi amici, come per dimostrare che nulla è impossibile all’uomo che confida in Dio e in se stesso: neppure portare la civiltà laddove nessuno ne aveva mai sentito parlare.
Defoe è convinto della necessità di civilizzare gli abitanti delle colonie: non crede che questo possa essere fonte di problemi e che, quindi, possa comportare conseguenze negative.
Il progresso dell’Occidente è sinonimo di novità e di grandezza, di potenza e di cultura.
Perché negare tutto questo a chi non ha mai avuto modo di prendervi parte?
Per questo Friday non si sente oppresso come Caliban e Oroonoko. La sua scelta non è stata una scelta forzata, ha deciso liberamente di essere cristianizzato e di seguire Robinson: ha capito, cioè, quali vantaggi la sua sottomissione avrebbe potuto offrirgli.
Friday rinuncia, dunque, alla sua libertà e alla sua individualità per annullarsi, per alienarsi nei meandri della società occidentale.
Il suo è un compromesso gravoso al quale Caliban e Oroonoko hanno deciso di non scendere: affidare il proprio arbitrio e la propria libertà ad un padrone che promette di poter usufruire dei vantaggi che la cultura e la vita sociale dell’Occidente offrono.
Nell’ottica di Defoe la scelta di Friday è la migliore che un indigeno selvaggio e digiuno del sapere potesse fare.
Egli non considera affatto la possibilità che Friday potesse invece valutare tutti i lati negativi della condizione da lui accettata.
In sostanza, Defoe ritiene che la colonizzazione non sia che una fonte di arricchimento soprattutto per le popolazioni da colonizzare, non tanto per i colonizzatori.
Rispetto a Shakespeare, Defoe è decisamente favorevole alla colonizzazione ed è certo che questa sia un bene, perché consente la diffusione del sistema economico britannico, determina il suo rafforzamento ed è infine garante di valori tipicamente occidentali, come l’ambizione, i cui effetti negativi sono stati trascurati dall’autore settecentesco, ma non dai suo predecessori e dai suoi successori.
Prima che altri autori tornino a scrivere sulla colonizzazione dovranno passare molti anni; quasi due secoli per essere precisi.
Dopo Robinson Crusoe (1719) la letteratura inglese conobbe una fioritura eccezionale del romanzo, ma sarà solo agli albori del ventesimo secolo – proprio quando l’impero britannico stava cominciando lentamente a tramontare – che un marinaio ucraino di nome Józef Teodor Konrad Korzeniowski – in seguito ribattezzato Joseph Conrad – con un manoscritto del 1898, dato alle stampe nel 1902, riportò nuovamente l’attenzione su problematiche esistenti e fortemente aggravate dallo scorrere del tempo che, anziché portare grandi frutti, aveva incrementato la disperazione di popolazioni oppresse da secoli.
Prima di Heart of Darkness, nessun romanziere o poeta aveva parlato esplicitamente della vita nelle colonie.
Qualcuno, come Jane Austen, avena appena accennato alle problematiche esistenti; altri avevano preferito tacere o parlare d’altro.
Conrad, invece, non temeva l’opinione pubblica, non era inglese e non aveva nulla da perdere nel raccontare ciò che aveva visto con i propri occhi nei suoi numerosi viaggi.
Egli conosceva il mondo delle colonie, non solo le colonie dell’impero britannico, ma anche le colonie del regno belga e della Francia.
Heart of Darkness è un breve romanzo autobiografico che narra dell’esperienza diretta di Joseph Conrad nel Congo belga .
Dietro il nome e dietro i desideri del protagonista, l’avventuriero Marlow, si nasconde, quindi, l’autore.
Il più grande sogno di Marlow, sin dall’infanzia, è quello di esplorare il fiume Congo.
Dopo essere sfuggito da un zia premurosa i cui buoni consigli lo tenevano ancora legato all’Inghilterra, s’imbarca per il Congo belga come semplice marinaio per svolgere insieme agli altri membri dell’equipaggio alcuni compiti di carattere commerciale.
Sin dall’arrivo alla stazione commerciale congolese, i suoi compagni non fanno altro che parlare di un tale di nome Kurtz, che sembra essere il principale responsabile delle trattative con la madre patria. L’ombra di Kurtz continua ad aleggiare fino a che Marlow non avverte compiutamente la sua presenza inoltrandosi nella wilderness del Congo. L’equipaggio del Nellie risale le rapide del fiume nonostante l’estrema difficoltà incontrata a causa delle condizioni atmosferiche avverse alla navigazione.
Quando avviene l’atteso incontro tra Kurtz e Marlow, quest’ultimo è ormai sopravvissuto alle insidie tesegli dal fiume Congo, che è metafora della vita umana ed è, dunque, pronto a conoscere l’uomo facoltoso di cui aveva tanto sentito parlare.
Kurtz incarna la natura dell’Africa.
Il fatto di appartenere per nascita all’Europa, non compromette la sua profonda conoscenza dello spirito del Congo.
Marlow, standogli vicino, ha l’impressione di poter accedere ai segreti di una terra la cui forza e la cui energia vitale gli sono sconosciute. L’Africa è madre di tutti noi e del desiderio recondito di ogni uomo di abbandonarsi alla wilderness, al proprio istinto.
Kurtz ha una conoscenza troppo profonda dell’Africa da non poter accettare di tornare a comportarsi in maniera artificiosa.
La falsità delle relazioni umane lo rende folle: dopo aver liberato se stesso da ogni imposizione non riesce a pensare di doversi sottomettere alle regole della società europea, così rigide e così lontane dalla vera natura dell’uomo che si avvicina a quella delle bestie.
Kurtz è grande agli occhi di Marlow perché non teme di mostrarsi per quello che veramente è: l’idea di tornare ai suoi vecchi costumi lo spaventa a morte, per questo rinnega il suo passato e costruisce la sua nuova vita a partire dalla wilderness.
Marlow invidia Kurtz: di lui invidia il coraggio, la temerarietà, ma soprattutto la coerenza.
Infatti, dopo aver sperimentato e, successivamente, fatto proprio uno stile di vita anticonformista, perché ancora legato ai ritmi della natura, non sente di poter tornare a condurre la vita monotona di un qualsiasi cittadino europeo che per sfuggire al suo senso di vergogna si rifugia in un cinismo dissacrante.
Kurtz simboleggia la redenzione dell’uomo dal peccato nel peccato. Si libera dal dolore e dalle ansie dell’uomo moderno, per abbandonarsi ai piaceri della carne e per non sentire mai più quel pressante senso di colpa che lacera uomini come Marlow: sagaci, ma non sufficientemente coraggiosi per liberare il proprio istinto nella natura, ossia nel luogo da cui tutti noi proveniamo.
Conrad coglie, dunque, il dramma dell’umanità intera nel suo più concreto manifestarsi.
Il rapporto dell’uomo con la natura è contrastante, perché non c’è, da parte nostra, la piena accettazione dell’immensa bellezza e potenza dei luoghi ancora lontani dal nostro campo d’azione.
La straordinarietà del creato spaventa l’uomo che, anziché nutrire un profondo rispetto verso questo; ne modifica l’aspetto a suo piacimento e perde l’originario contatto con la natura che le popolazioni autoctone, invece, non hanno messo da parte.
Il recupero dell’identità da parte del protagonista si avverte soprattutto nel momento in cui Kurtz si abbandona tra le braccia di una bellissima donna nera: Marlow percepisce il magnetismo che questa esercita su Kurtz.
Lo sguardo di lei è penetrante e significativo è il modo in cui fissa Marlow che continua a non capire cosa era accaduto a Kurtz, uomo noto per la sua grande arguzia, quasi pietrificato in sua presenza.
Solo successivamente Marlow sente di essere fortemente attratto da quella donna: in lei l’istinto materno è più forte di qualsiasi altra cosa.
Kurtz si sente, allora, non soggiogato da un’amante avida, ma confortato tra le braccia di una madre: l’Africa.
L’amante di Kurtz, bella e forte, è emblema dell’incontro tra due culture diversissime: quella europea, fortemente legata alle tradizioni e quella africana in cui la tradizione non ha radici storiche profonde, ma nasce dall’esperienza che gli uomini fanno tutti i giorni.
Le descrizioni che Conrad ci fa del Congo ardono di passione per una terra lontana di cui non è difficile innamorarsi: l’estremo realismo può quasi spaventare il lettore, sconcertato di fronte a la bellezza di una natura così selvaggia.
Il fiume Congo è il terreno di battaglia su cui si scontrano la ragione e l’istinto; Marlow, marinaio europeo ignaro del fascino che l’Africa avrebbe esercitato su di lui e delle infinite risorse di questa terra, e i membri delle tribù africane, conoscitori dei trabocchetti che il fiume gli avrebbe teso.
Marlow lotta invano per affermare la sua superiorità su quegli indigeni senza cultura; ma, vedendo Kurtz, stregato dalla semplicità disarmante delle loro maniere, capisce che non si può resistere al richiamo della natura dopo aver provato a liberarsi dalle costrizioni imposteci ed avere scoperto che l’istinto può essere determinante per la vita di un uomo.
Conrad aveva maturato la consapevolezza che le pretese di superiorità che la società occidentale nutriva erano vane.
Per questo motivo è certo che l’incontro tra Africa ed Europa non poteva che generare conseguenze nefaste.
Questo incontro, temuto e decantato al tempo stesso, avviene nel nome della trasgressione; ossia, del mancato rispetto del codice comportamentale cui ogni uomo civilizzato si richiama.
Non a caso Conrad affida il ruolo del trasgressore proprio al personaggio che ricopre il ruolo più importante del romanzo: Kurtz, infatti, è un mediatore; egli si occupa di verificare che gli scambi commerciali tra indigeni e coloni avvengano in base alle norme stabilite.
Heart of Darkness è un romanzo estremamente complesso: la sua eccezionalità risiede nella capacità dell’autore di descrivere situazioni drammatiche con gli occhi di un marinaio ancora inesperto che può solo intuire i meccanismi sottili che regolano le relazioni umane. Marlow è ancora molto giovane quando Kurtz si intromette forzatamente nel suo cammino, determinandone gli stadi futuri; ma nel momento in cui narra la storia del suo incontro fatale è un vecchio stanco e saggio che vede nel suo passato l’ombra della vergogna.
Marlow si vergogna di se stesso e di quanti come lui hanno preferito rinnegare la propria natura per sentirsi parte di un insieme che determina solo frustrazione: la società falsa e ipocrita che l’Europa ha prodotto è il rifugio più sicuro che egli intravede all’orizzonte.
Conrad a differenza dei suoi predecessori non sembra nutrire grandi speranze: non ripone la sua fiducia nelle generazioni future.
Come possono gli uomini occidentali liberare dall’oppressione quelle popolazioni che per causa loro hanno perso la libertà?
Il conflitto tra il vecchio e il nuovo mondo si fa sempre più accentuato e Conrad è il primo autore della letteratura contemporanea che avverte l’impossibilità di sanare una piaga oramai putrefatta.
La sfiducia radicale di Conrad lascerà i suoi segni: dopo di lui in molti hanno affrontato nuovamente il problema del rapporto tra colonie e madrepatria, ma in un contesto totalmente differente.
Infatti, qualche anno dopo – nel 1924 – uno dei più grandi romanzieri del novecento britannico, Edward Morgan Forster, pubblica A Passage to India; mentre nel 1950 l’allora sconosciuta Doris Lessing dà alle stampe il suo primo romanzo – probabilmente anche il più profondo che abbia mai scritto – The grass is singing.
E. M. Forster è conosciuto soprattutto per i suoi saggi letterari: oltre ad essere uno scrittore di grande fama ricopriva anche la cattedra di letteratura inglese presso il King’s College di Cambridge.
Tra tutti i suoi romanzi – che non sono molti – il più interessante è senza dubbio A Passage to India.
La protagonista del romanzo è proprio l’India con tutti i suoi misteri e i suoi segreti.
Forster scrisse quest’opera ventitre anni prima della nascita dello Stato indiano indipendente e si possono intuire dal testo alcuni sintomi di questo provvidenziale avvenimento.
L’arrivo di Miss Quested a Chandrapore sconvolge l’esistenza del dottor Aziz e dell’intera comunità britannica residente nella città indiana.
L’ossessione di Adela Quested è quella di poter conoscere la vera India: non si accontenta dei regolari ricevimenti, tenuti presso il circolo degli ufficiali, in cui non fa altro che confrontarsi con donne dalle esigue capacità intellettuali, con esito del tutto insoddisfacente.
Adela desidera esplorare una terra che l’affascina profondamente.
Miss Moore, madre dell’uomo che Adela è venuta a conoscere per contrarre in seguito matrimonio, prova, come la giovane donna, la stessa attrazione verso l’India.
L’amicizia tra Miss Moore e il dottor Aziz diviene sempre più forte, così egli si offre di accompagnare Miss Moore e Miss Quested in uno dei luoghi più suggestivi dell’India: le grotte di Marabar.
A loro si unisce Mr Fielding, professore, sognatore e amico carissimo di Aziz.
La gita alle grotte si rivelerà un disastro: Adela, per motivi ignoti ai membri della comunità britannica, ma altrettanto chiari ai suoi compagni presso le grotte di Marabar, cade in un sonno che sembra irreversibile a causa di uno shock subito.
Le accuse ricadono immediatamente su Aziz, l’unico ad essere entrato nelle grotte insieme a lei.
Il processo che vuole Aziz colpevole di violenze carnali contro Miss Quested ha luogo dopo che questa ha ripreso definitivamente conoscenza e ha riacquistato le forze.
La testimonianza di Adela è decisiva per l’esito del processo.
Dopo essere stata frastornata dal suo fidanzato, si rende conto di quanto era realmente accaduto nelle grotte: Aziz non aveva abusato di lei.
A Marabar Adela era stata invasa dallo spirito dell’India e dalla sua energia dirompente: lo sconvolgimento provocato nella giovane donna è, dunque, originato da una sorta di estasi mistica.
Aziz, contro ogni sua aspettativa, esce vittorioso dal processo; Adela, invece, scoperta la vera natura del suo promesso sposo, decide di tornare a Londra.
Con Adela rientra in patria anche Fielding.
Nonostante la lontananza, il legame che unisce Miss Quested al dottor Aziz non cessa mai di esistere.
Fielding, dopo non molto tempo, fa ritorno in India in compagnia della sua giovane sposa.
Aziz è profondamente amareggiato perché è convinto che il suo amico abbia sposato Miss Quested, nei confronti della quale nutre ancora un profondo risentimento.
In realtà, Fielding ha sposato la figlia dell’ormai defunta Miss Moore: Adela Quested li aveva fatti incontrare.
Aziz, allora, capisce di aver trovato in Miss Quested non una rivale, ma un’amica: per questo, la perdona.
Il motivo per cui Aziz perdona Adela non è subito chiaro al lettore.
In fondo, dopo essere stato ingiustamente coinvolto in un processo che ha contribuito ad incrementare l’immagine negativa degli indiani agli occhi dei coloni britannici, il suo risentimento potrebbe essere del tutto giustificato.
Tuttavia, egli, mettendosi nei panni di Miss Quested, avverte lo stesso smarrimento che la donna aveva provato nelle grotte: la paura di non poter reagire alla forza della natura, di essere tenuti in cattività da questa, ora gli è nota.
In A Passage to India Forster non ha voluto solo descrivere l’estrema complessità dell’animo umano di fronte al turbamento provocato da stimoli esterni; ma ha riportato l’attenzione del mondo letterario su tematiche dell’attualità.
In India il conflitto sociale tra gli indiani e i coloni britannici in quegli anni si era inasprito notevolmente.
Forster era stato in India ed aveva vissuto in prima persona lo sgomento di un popolo che, per sopportare l’oppressione, cercava di trovare conforto nelle antiche pratiche religiose dell’Induismo e nelle proprie tradizioni – elemento connotativo di ogni cultura –.
Sebbene la società occidentale all’epoca stesse attraversando un periodo di ripresa economica dopo la Prima Guerra Mondiale che aveva duramente messo alla prova molte potenze europee – tra cui la Gran Bretagna –; molti problemi rimanevano ancora irrisolti.
La questione coloniale era ancora un capitolo aperto della politica internazionale.
Forster, particolarmente interessato al destino che le colonie avrebbero avuto e sensibile alle pressioni continue dei popoli oppressi, scrisse questo romanzo in un momento delicatissimo della storia britannica. Il lungo regno di Vittoria era finito nel 1901, con la morte dell’amata sovrana: gli anni successivi furono per la Gran Bretagna anni di incertezza.
Il predominio economico dello Stato era tramontato con l’aumento della potenza industriale degli Stati Uniti, che avevano raggiunto il primato della produzione in tutti i settori.
Le colonie d’oltreoceano cominciavano a manifestare apertamente il loro dissenso: dopo non molti anni – nel 1947 – l’India si sarebbe proclamata indipendente e, come l’India, molti dei possedimenti coloniali della corona britannica avrebbero in seguito fatto la stessa cosa.
In poco tempo la Gran Bretagna perse tutte le sue colonie.
Forster con A Passage to India lascia una testimonianza vivida della vita nelle colonie.
In modo realistico descrive gli scontri ideologici tra coloni e colonizzati.
Fielding, Miss Moore e, solo successivamente, Miss Quested sono gli unici personaggi del romanzo che riescono a rispettare la diversità.
Ciò che è diverso spesso incute timore nell’uomo.
Aziz teme Adela, perché la sua curiosità, la sua brama di conoscenza non sono comuni; Adela, invece, teme Aziz per la sua forza morale, ma teme anche il suo futuro sposo che è profondamente cinico ed intollerante.
A Passage to India è, quindi, un romanzo tutto incentrato sullo studio della natura umana.
Nessun uomo può mantenere a lungo i suoi tormenti, neppure il più forte: Adela con il suo coraggio e la sua intraprendenza crolla di fronte alla novità, al mistero, alla diversità.
La riconciliazione finale tra Aziz e Adela Quested è uno dei momenti più illuminati dell’opera: per Forster è possibile la convivenza pacifica tra popoli con tradizioni diverse, purché non ci sia sopraffazione.
Egli confida nel common sense e, a differenza di Conrad la cui visione del futuro delle colonie è del tutto negativa, Forster intravede uno spiraglio di luce.
Doris Lessing, nata in Persia da genitori inglesi nel 1919, trascorse gran parte della sua giovinezza in Rodesia prima di trasferirsi definitivamente a Londra nel 1949.
Apparso nel 1950 The grass is singing , il suo primo romanzo, è frutto dell’esperienza maturata in Africa che per la scrittrice fu decisiva.
L’africa è una costante che torna imperterrita in tutti i suoi romanzi, anche laddove non viene apertamente menzionata.
Come Conrad, Doris Lessing percepisce la pulsione materna che scaturisce da questa terra vastissima.
La maestosità del veld – immensa distesa di terra arida tipica del Sud Africa –, di cui spesso si parla nel romanzo, descrive opportunamente lo smarrimento di fronte al quale gli indigeni e, in maniera più evidente, i coloni si trovano.
La scrittrice in The grass is singing con amarezza racconta la storia di Dick e Mary, entrambi soli e bisognosi di contatto umano.
Mary è cresciuta nel veld: suo padre era un alcolista del quale temeva l’ira e la violenza, manifestata contro sua madre e contro di lei in molte occasioni.
I suoi genitori, come i genitori di Lessing, si erano recati in Africa per arricchirsi grazie alle coltivazioni di tabacco in cui vigeva il sistema latifondistico.
I ricordi della sua infanzia sono legati alle giornate trascorse nell’emporio più vicino alla sua casa in cui poteva liberare la sua mente di bambina guardando l’infinita varietà di cose che venivano vendute. Quando Mary cresce, ormai lontana dalla sua famiglia, si trasferisce in città.
Le luci accecanti, i pomeriggi passati con le amiche e le serate al cinema le permettono di mettere da parte il suo passato almeno per un po’.
La tristezza e l’isolamento torneranno ad insidiarla nel momento in cui tutte le sue conoscenze, maschili e femminili, la lasciano in disparte: tutti si sposano.
Mary crede di essere diversa per non sentire l’esigenza di avere una famiglia tutta sua: la frustrazione, però, la sopraffa, così decide di unire le proprie sorti a quelle di Dick, giovanotto inglese dalle grandi speranze.
Dick desidera fortemente riempire la propria vita con una presenza femminile; ma Mary non riuscirà a portare avanti questo compito, spaventata dalla vita del latifondista e dalla solitudine che nel veld torna prepotentemente a tormentarla, tanto da farla cadere in uno stato depressivo irreversibile.
Il lavoro agricolo non dà i risultati sperati.
Dick, che ama profondamente la sua fattoria, non vuole comportarsi da latifondista ed è soggetto alle critiche del suo ricchissimo vicino: Charlie Slatter, proprietario terriero dai modi brutali.
Mary e Dick non riescono a adeguarsi, vanno contro le regole della società coloniale.
La loro vita, tuttavia, verrà completamente sconvolta dall’ingresso del nero Moses.
Mary aveva bisogno di un domestico e dopo essere entrata in disaccordo con la maggior parte dei domestici che Dick aveva scelto per lei, decide di occuparsi personalmente della questione.
La scelta cade su Moses, una sorta di “bonario gigante” del quale Mary subisce l’influenza, fino a scoprire e a riconoscere con se stessa di esserne attratta sessualmente.
Moses non è come gli altri neri: egli non ha paura di guardare Mary negli occhi.
A volte Mary ha quasi l’impressione che Moses possa capire le motivazioni che hanno causato il suo crollo interiore e che possa farle dimenticare l’ombra di un passato che l’aveva perseguitata troppo a lungo.
Mary ama Moses e disprezza suo marito, che ritiene colpevole di averla fatta prigioniera del veld.
Dick è ignaro di quanto stia accadendo tra sua moglie e il loro domestico, ma dopo non molto tempo un terribile avvenimento getterà luce sull’intera vicenda.
In una notte calda e lunghissima Moses compirà la sua vendetta uccidendo Mary che aveva finto, di fronte a suo marito, di non provare affetto per lui.
Mary aveva nascosto i suoi veri sentimenti per non andare incontro ad un drammatico confronto con Dick, il quale mai avrebbe potuto comprendere il profondo attaccamento che tra i due era nato.
Dick, scoperto il cadavere sfregiato di sua moglie, precipita nella disperazione, poiché non è in grado di spiegarsi l’accaduto fino a quando Moses spontaneamente rivela di essere l’uccisore di Mary.
Il primo pensiero di Dick è quello di non aver saputo comprendere la sua compagna e di non avere fatto nulla perché questo avvenisse; in un secondo tempo però, riflette sull’insofferenza e l’inerzia di Mary e trova incomprensibile il gesto di Moses che non avrebbe mai creduto capace di tanta violenza.
Dick ha perso la sua battaglia. Non solo non si è adeguato alla rigida legge del colonialismo, dimostrando umanità nei confronti dei braccianti neri; ma non ha saputo neppure penetrare nel più profondo dei desideri di Mary, al contrario di Moses che, invece, sapeva perfettamente come farla sentire appagata.
Ma allora, se Dick è un perdente, chi riesce ad affermare la propria volontà?
Certamente non ci riferiamo a Charlie Slatter, vittima di un perbenismo imperante; né a Mary, spaventata da tutte le manifestazioni dalla natura umana; ma a Moses che con una coerenza lacerante non sopporta di dover subire l’affronto teso da Mary e agisce secondo il proprio istinto.
Ancora una volta torna la “minaccia dell’istinto”.
Moses a differenza dei bianchi che lo circondano non ha paura di se stesso e non esita ad uccidere per non contraddirsi.
È ovvio che le conseguenze di un simile comportamento non possono che essere deleterie agli occhi della società coloniale.
Per Moses, tuttavia, non c’è nulla d’insolito nell’evitare di negare a se stessi gli effetti dell’istinto.
Questa, dunque, è la differenza principale tra i popoli: alcuni tendono a reprimersi, altri ad esprimersi.
Ed è questo, infine, il motivo per cui non è quasi mai possibile realizzare la comunione dei popoli: c’è sempre lo spettro della prepotenza che si aggira e che tende a sopraffare il più debole, ingiustamente ritenuto inferiore, non diverso.
Nell’ottica di Doris Lessing la diversità non è un motivo di vergogna; ma di vanto, perché determina il confronto tra entità distinte. Il confronto di cui si parla deve essere, ad ogni modo, paritetico, altrimenti si rischia il fraintendimento.
Quando Mary guarda Moses negli occhi vede in lui un uomo come tanti: un uomo che soffre e gioisce, un uomo non diverso da coloro che lo sottomettono.
Mary riconosce l’umanità che si nasconde in ogni creatura e ne teme gli effetti.
Comprende che Moses – diversamente da quanto asseriva Charlie Slatter, fortemente convinto dell’inferiorità dei neri – non è diverso né da lei, né da Dick, né da nessun altro uomo: Moses è un uomo.
L’unica differenza che intercorre tra lei e Moses risiede nel coraggio che questo dimostra nel momento in cui deve far valere se stesso, sebbene l’affermazione di sé possa avere esiti sconcertanti.
Doris Lessing, come i suoi predecessori, condanna l’atteggiamento di ostilità ingiustificata che i coloni nutrono nei confronti delle popolazioni indigene.
Tuttavia è pienamente consapevole che i rapporti umani tra gruppi etnici differenti possono essere fruttuosi se vi è apertura mentale e volontà di confronto da entrambe le parti; ma possono anche rivelarsi pericolosi laddove non c’è equilibrio, laddove l’oppressione e gli interessi personali prevaricano la reciproca comprensione.
La scrittrice è, inoltre, integrata – nonostante la sua volontà – in una società cruenta che negli anni successivi avrebbe dato vita a quel fenomeno ricordato tristemente col nome di Apartheid .
All’epoca di Doris Lessing si erano già delineati i tratti caratteristici del razzismo sudafricano: avvertiti dalla scrittrice come un modus vivendi da abbracciare senza chiedersi il perché.
Interrogarsi sulla questione poteva essere compromettente nella sua posizione.
In fondo anche i suoi genitori erano dei latifondisti e avevano accettato un compromesso: arricchirsi tramite lo sfruttamento di vite umane.
In questo senso la riflessione di Lessing in The grass is singing prende forma nel momento in cui scorgiamo nel testo una spassionata dichiarazione d’amore nei confronti dell’Africa e del popolo africano, depositario di valori altissimi come la spontaneità e la semplicità, rinnegati dalla società occidentale.
Il nostro viaggio dovrebbe concludersi qui.
Non possiamo, tuttavia, non riflettere sulle ripercussioni che queste opere hanno avuto negli ultimi anni.
Il punto di vista degli scrittori contemporanei è mutato, si è ribaltato. Infatti, non sono più i coloni a scrivere le loro impressioni sui colonizzati; ma i colonizzati a descrivere il loro rapporto, spesso contrastato, con i coloni.
La voce dei popoli oppressi rappresenta una minaccia per la società occidentale: lo stile di questi scrittori è graffiante, ironico, fortemente realistico e non risparmia critiche accese al sistema coloniale.
Un nigeriano, Chinua Achebe, laureato in medicina e in letteratura inglese, nel 1958 pubblica un bellissimo romanzo, Things fall apart, in cui racconta la storia di una tribù che perde la propria identità quando i suoi membri vengono cristianizzati.
Anche Bessie Head nel 1977 in The collector of treasures, una raccolta di toccanti racconti, affronta le conseguenze drammatiche dell’evangelizzazione in Botswana.
Lontano dall’Africa, in India, è ambientato, invece, il capolavoro di Salman Rushdie Midnight Children, che con grande maestria ricostruisce tutte le fasi del processo d’indipendenza dell’India attraverso gli occhi di un bambino dotato di poteri magici, in quanto nato allo scoccare della mezzanotte del 15 agosto 1947: giorno in cui si costituì la Repubblica Indiana.
Per concludere, Jamaica Kincaid, originaria di Antigua, nel 1983 dà alle stampe Annie John, romanzo in cui l’adolescente protagonista compie il suo cammino incontro alla vita attraverso il confronto tra le tradizioni della sua terra e quelle della Gran Bretagna, imposte ai suoi padri.
Il contrasto tra vecchio e nuovo mondo è, dunque, giunto ad un punto di svolta.
L’acuto distacco tra società organica e wilderness non si è mai sminuito; tuttavia, è il nuovo mondo che ora dà voce al suo tormento e al forte dissenso maturato nel corso dei secoli.
Per la prima volta l’essenza e le profonde contraddizioni della società occidentale vengono messe allo scoperto.
È estremamente difficile, allora, poter individuare le coordinate che permettono la classificazione del Chaos e del Kosmos letterario che abbiamo descritto: ogni possibile classificazione sarebbe, infatti, troppo riduttiva.
Per questo motivo ci rendiamo conto che la letteratura del nuovo mondo è depositaria di una tradizione lunghissima che parte dalla pacata, ma allo stesso tempo polemica, riflessione shakespeariana e giunge fino al tormento interiore espresso da Doris Lessing, passando attraverso autori, come Behn, Defoe, Conrad e Forster, le cui opere sono fondamentali per comprendere in che termini il rapporto tra popoli diversi prende forma.
È significativo, ad ogni modo, che l’elemento unificante di culture con radici differenti sia il testo letterario.
Attraverso le testimonianze letterarie, infatti, si può ricostruire la storia di intere popolazioni.
Il Colonialismo britannico e le gravose implicazioni storico - politiche ad esso connesse rivivono attraverso le crude e pungenti parole di questi scrittori che prima di tutto sono testimoni oculari dei fatti.
Ognuno di loro, con modalità stilistiche e attitudine diverse, ha espresso il malcontento, la perplessità, lo stupore, la paura e la gioia dovuti all’impatto fortissimo con un mondo di cui non si conosce nulla.
La straordinarietà di opere come The Tempest, Robinson Crusoe e Heart of Darkness – per nominarne solo alcune – non risiede solo nell’attualità che si riscontra nella materia narrata, ma anche nella propensione degli autori a considerare gli effetti che il fenomeno coloniale avrebbe potuto causare.
Shakespeare non poteva sapere della tratta degli schiavi, ma intuì che i rapporti tra coloni e colonizzati si sarebbero incrinati alla prima manifestazione di prepotenza da parte di coloro che per cultura si ritenevano superiori.
Allo stesso modo, Doris Lessing era ignara delle motivazioni irrilevanti che avrebbero dato vita all’Apartheid, ma sapeva che l’intolleranza dei bianchi sarebbe stata lacerante fino al punto di rifiutare l’integrazione.
Entrambi, tuttavia, sapevano che non c’era motivo di isolare una realtà per natura diversa da quella che si è soliti contemplare: sapevano, dunque, che il confronto con la diversità non può che generare un arricchimento e che non si deve precludere a nessuno la possibilità di apprendere attraverso l’esperienza. La repressione determina frustrazione, per questo l’incontro tra culture diverse deve avvenire all’insegna del rispetto.
Shakespeare questo lo sapeva già.
Nostalgia del ritorno
"Dirò di me stesso un canto vero, i viaggi narrerò.
Come in giorni duri spesso ho sofferto tempi di pena, ho sentito nel cuore amara la cura, nelle chiglie trovato dimore di dolore, sulle onde in tumulto dove spesso mi tenne veglia ansiosa di notte, alla prua della nave, che rollava alle rocce.
Eran dal gelo i piedi premuti, legati dal ghiaccio in fredde catene, mentre pene soffiavano calde dal cuore e fame strappava lo spirito dentro, stanco del mare.
Quell'uomo non sa, cui tocca su terra di vivere bene, come miserando sul gelido oceano, d'inverno ha percorso le vie dell'esilio, privato d'amici, pendevano attorno verghe di ghiaccio.
Turbinava la grandine".
The shiffer - racconto medievale
----------------
Nostalgia dell'ignoto
A notte l'ombre brunivano, nevicava dal nord, sulla terra ghiacciata cadeva la grandine, il più freddo dei grani.
I pensieri del cuore mi turbano, ora, che sui mari profondi debba lanciarmi, nei flutti salsi in tumulto.
Ogni volta però la voglia del cuore spinge lo spirito a viaggiare lontano, a cercare le terre straniere.
Pure al mondo non c'è chi, sì folle di cuore, sì largo di doni, in giovinezza sì forte, sì ardito in imprese, con signore sì amico, sempre non abbia, ansia del viaggio, per il fato che a lui riserva il Signore.
Non ha pensiero per l'arpa, per possesso d'anelli, né piacere di donna, né gioia mondana, né cosa alcuna fuorché l'onde rombanti, ma sempre si strugge chi si spinge sul mare, sempre si strugge chi si spinge sul mare
The shiffer - racconto medievale
-------------
"Eccovi dunque l'insulare città dei Mahanattesi, tutta cinta dalle banchine [...]: a destra o manca le strade portano verso l'acqua.
La punta estrema della città è la Battery: quella nobile mole è bagnata da onde e rinfrescata dalle brezze [...]
Guardate lì le folle dei contemplatori dell'acqua.
Camminate ai margini della città in un sognante pomeriggio domenicale [...] Che cosa vedete?
Piazzati come sentinelle silenziose tutt'intorno all'abitato, stanno migliaia e migliaia di mortali impietrati in sogni oceanici.
Alcuni appoggiati ai pali, altri seduti sulle testate de moli: questi spingono lo sguardo oltre le murate di navi che vengono dalla Cina, quelli aguzzano gli occhi verso l'alto, nelle attrezzature, come cercassero di spaziare ancora meglio sul mare.
Ma sono tutti gente di terra, uomini rinserrati nei giorni feriali tra cannicci e intonachi, legati ai banchi, inchiodati agli scanni, ribaditi alle scrivanie.
Che significa allora? [...] Che fa qui tutta questa gente?..."
"...ogni pensiero profondo e serio è uno sforzo coraggioso dell'anima per tenersi la libertà aperta del suo mare, mentre i venti dal cielo e dalla terra cospirano per gettarla sulla costa insidiosa e servile. Ma la verità più alta, indicibile come Dio, è soltanto nell'assenza di terra: e allora è meglio subissarsi in quell'infinito..."
Melville, Moby Dick
--------------------------
" Perché lo spettacolo del mare è così infinitamente ed eternamente gradevole? " (Baudelaire)
"Per il bimbo innamorato di carte e di stampe,
l'universo è in tutto uguale a un vasto appetito.
Com'è grande il mondo alla luce delle lampe
e agli occhi del ricordo com'è rattrappito!
n bel giorno si parte, le menti infiammate,
il cuore pieno di livori e struggimenti amari,
e si segue il ritmo dei marosi alle murate,
che culla il nostro infinito sul finito dei mari".
[...]
"Ma quando ci schiacceranno, a testa china,
potremo sperare e dire: 'Avanti fratelli!'
come si partiva un tempo per la Cina,
con gli occhi fissi al largo e il vento nei capelli.
Sul mare di Tenebre ci imbarcheremo
con l'animo d'un passeggero acerbo e ilare..."
[...]
"Morte, vecchio capitano, è tempo di andare!
Questo paese ci annoia, affrontiamo i marosi!
Se neri come l'inchiostro sono cielo e mare,
i nostri cuori che tu conosci son radiosi.
Morte, versaci il tuo veleno, ci conforta.
Vogliamo scender nell'abisso, giù nel covo,
fino a bruciarci il cranio: Inferno o Ciel, che importa?
Fino in fondo all'ignoto per trovare del nuovo".
tratti da Il viaggio, "le fleurs du mal" Baudelaire
---------------------------
In mare aperto
"Le peregrinazioni alla ricerca della verità e del bene appaiono vicine alle imprese dei naviganti.
Vi é il senso di precarietà, il non poter contare su nessun altro aiuto all'infuori del proprio discernimento e dell'intelligenza, la vastità dell'orizzonte. E tuttavia questa metafora può indicare due concezioni lontane del ruolo della conoscenza umana...
L'immagine della navigazione in mare aperto suggerisce dopo tutto un paragone con la terraferma, con il terreno solido sotto i piedi, e quindi con l'idea di casa e di patria.
Non a caso le immagini dell'appartenenza umana sono legate alla terra.
Quindi vi è, in questa visione della conoscenza, la nostalgia o l'aspirazione di qualcosa di più solido e certo del viaggio per mare, di una peripezia del sapere e dell'anima, che segua percorsi tracciati e sicuri.
Ma vi é anche un'altra immagine, secondo cui la condizione umana é caratterizzata proprio da questa instabilità e insicurezza, a cui non si oppone alcun territorio fermo, ma il naufragio, l'imperizia, che conduce al fallimento dell'impresa del sapere e della conoscenza "
Sergio Givone, Navigare necesse
------------------------
navigazione stimata
... Si chiama navigazione stimata, signor Defoe, quando si procede soltanto con l'aiuto del solcometro e della bussola.
Lo sapevate?
Ad ogni modo è cosi', il racconto della mia vita non è altro che una navigazione stimata.
Si sa dove si è, ma più ci si allontana dal punto di partenza, più la posizione diventa incerta.
Il cerchio entro il quale ci si dovrebbe trovare diventa sempre più grande. E cosa si fa in questi casi?
Si raddoppiano i turni di vedetta, nella speranza di avvistare terra prima che sia troppo tardi.
Si consulta il giornale di bordo, e si valutano i vari fattori, l'errore strumentale del solcometro, la deriva causata dal vento e dalla corrente, i timonieri che poggiano o orzano per una raffica improvvisa.
Ma si raggiunge mai una qualsiasi certezza?
No, al contrario.
Il navigatore esperto è quello che allarga sempre piu' il cerchio, che capisce che l'incertezza è l'unica certezza a disposizione.
Bjorn Larsson - La vera storia del pirata John Silver - Iperborea ed. 1998 -
------------------------
L' ULISSE di Tennyson
Re neghittoso alla vampa del mio focolare tranquillo
star, con antica consorte, tra sterili rocce, non giova:
e misurare e pesare le leggi ineguali a selvaggia
gente che ammucchia, che dorme, che mangia e che non mi conosce.
Starmi non posso dall'errar mio: vuo' bere la vita
sino alla feccia. Per tutto il tempo ho molto gioito,
molto sofferto, e con quelli che in cuor mi amarono e solo;
tanto sull'arida terra, che quando tra rapidi nembi
l'Iadi piovorne travagliano il mare velato di brume.
Nome acquistai, che sempre errando con avido cuore
molte città vidi io, molti uomini, e seppi la mente
loro, e la mia non il meno, ond'ero nel cuore di tutti:
e di lontane battaglie coi pari bevvi la gioia,
là nel piano sonoro di Troia battuta dal vento.
Ciò che incontrai nella mia strada, ora ne sono una parte.
Pur, ciò ch'io vidi è l'arcata che s'apre sul nuovo:
sempre ne fuggono i margini via, man mano che inoltro.
Stupida cosa il fermarsi, il conoscersi un fine, il restare
sotto la ruggine opachi nè splendere più nell'attrito.
Come se il vivere sia quest'alito! vita su vita
poco sarebbe, ed a me d'una, ora, un attimo resta.
Pure, è un attimo tolto all'eterno silenzio, ed ancora
porta con sè nuove opere, e indegno sarebbe, per qualche
due o tre anni, riporre me stesso con l'anima esperta
ch'arde e desìa di seguir conoscenza: la stella che cade
oltre il confine del cielo, al di là dell'umano pensiero.
Ecco mio figlio, Telemaco mio, cui ed isola e scettro
lascio; che molto io amo; che sa quest'opera, accorto,
compiere; mansuefare una gente selvatica, adagio,
dolce, e così via via sottometterla all'utile e al bene.
Irreprensibile egli è, ben fermo nel mezzo ai doveri,
pio, che non mai mancherà nelle tenere usanze, e nel dare
il convenevole culto agli dei della nostra famiglia,
quando non sia qui io: il suo compito e' compie; io, il mio.
Eccolo il porto, laggiù: nel vascello si gonfia la vela:
ampio nell'oscurità si rammarica il mare. Compagni,
cuori ch'avete con me tollerato, penato, pensato,
voi che accoglieste, ogni ora, con gaio ed uguale saluto
tanto la folgore quanto il sereno, che liberi cuori,
libere fronti opponeste: oh! noi siam vecchi compagni;
pur la vecchiezza anch'ella ha il pregio, ha il compito: tutto
chiude la Morte; ma può qualche opera compiersi prima
d'uomini degna che già combatterono a prova coi Numi!
Già da' tuguri sui picchi le luci balenano: il lungo
giorno dilegua, la luna insensibile monta; l'abisso
geme e sussurra all'intorno le sue mille voci. Venite:
tardi non è per coloro che cercano un mondo novello.
Uomini, al largo, e sedendovi in ordine, i solchi sonori
via percotete: ho fermo nel cuore passare il tramonto
ed il lavacro degli astri di là: fin ch'abbia la morte.
Forse è destino che i gorghi del mare ci affondino; forse,
nostro destino è toccare quelle isole della Fortuna,
dove vedremo l'a noi già noto, magnanimo Achille.
Molto perdemmo, ma molto ci resta: non siamo la forza
più che nei giorni lontani moveva la terra ed il cielo:
noi, s'è quello che s'è: una tempra d'eroici cuori,
sempre la stessa: affraliti dal tempo e dal fato, ma duri
sempre in lottare e cercare e trovare ne cedere mai.
Il "viaggio" é alimentato dal fuoco continuo delle esperienze, quella della nostalgia e quella, altrettanto bruciante, dell'attesa.
Il viaggio é viaggio, e ciò che vi accade dev'essere preso sul serio, non soltanto strumentalmente, come un modo per passare da un punto all'altro. D'altra parte ciò che v'accade si lascia illuminare, e quindi sperimentare, nella sua "verità" e nella sua "profondità" solo se messo in rapporto con il punto di partenza e quello di arrivo.
"Un viaggio che giovamento ha mai potuto dare?
Non modera i piaceri, non frena le passioni, non reprime l'ira, non fiacca gli indomabili impulsi dell'amore, insomma, non libera da nessun male.
Non rende assennati, non dissipa l'errore, ma ci attrae temporaneamente con qualche novità come un bambino che ammiri cose sconosciute.
Rende, invece, lo spirito già gravemente infermo, ancora più incostante, e questo agitarsi lo fa diventare più instabile e volubile.
E così gli uomini abbandonano con più smania quei posti che avevano tanto smaniosamente cercato e se ne vanno più velocemente di quanto erano venuti".
[...] Fino a quando ignorerai che cosa si deve fuggire, che cosa ricercare, che cosa è necessario o superfluo, giusto o ingiusto, questo non sarà viaggiare, ma vagabondare"
Seneca, "Epistulae morales ad Lucilium, 104" ( I secolo d.C )
"Tutti i guai dell'uomo derivano dal fatto che non sa stare un giorno intero dentro la sua stanza" ( Blaise Pascal ).
------------------------------
Andiamocene in viaggio, senza muoverci,
per vedere la sera di sempre
con altro sguardo,
per vedere lo sguardo di sempre
con diversa sera.
Andiamocene in viaggio, senza muoverci.
- Xavier Villaurrutia (Messico) 1903 - 1950
------------------------------
In un certo senso, i non-luoghi e le immagini sono saturi di umanità: prodotti da uomini, frequentati da uomini, ma da uomini esclusi dalle loro relazioni reciproche, dalla loro esistenza simbolica.
Sono spazi che non si coniugano né al passato, né al futuro, bensì al presente, senza nostalgia né speranza - sono spazi di "time out", come si dice nel basket.
Richiedono uno sguardo e una parola; uno sguardo per ricostituire una relazione minima che renda loro una dimensione simbolica, sociale; una parola che li integri in un racconto. (Marc Augé)
Viaggiare? per me basta esistere. Passo di giorno in giorno, come di stazione in stazione nel treno del mio corpo o del mio destino affacciato sulle strade e sulle piazze, sui gesti e sui volti, sempre uguali e sempre diversi come in fondo sono i paesaggi.
- Fernando Pessoa - diari
-------------
Dal mio quarto piano sull'infinito, nella plausibile intimità della sera che sopraggiunge, a una finestra che dà sull'inizio delle stelle, i miei sogni si muovono con l'accordo di un ritmo, con una distanza rivolta verso viaggi a paesi ignoti, o ipotetici, o semplicemente impossibili
- Fernando Pessoa - Il libro dell' inquietudine
-----------------
IL VIAGGIO
"...Ma i veri viaggiatori sono soltanto quelli
che partono
per partire; cuori leggeri, simili a
palloncini,
non si allontano mai dal proprio destino
e senza sapere perché, dicono ogni volta:
"Andiamo"!
Sono quelli i cui desideri hanno la forma di nuvole,
quelli che sognano, come fa la recluta con il cannone,
piaceri immensi, mutevoli, sconosciuti,
di cui l'animo umano non ha mai conosciuto il nome!"
Charles Baudelaire - le fleurs du mal
------------------
Per correr miglior acque alza le vele
omai la navicella del mio ingegno,
che lascia dietro a sé mar sì crudele
Dante, Purgatorio
Itaca
Quando ti metterai in viaggio per Itaca
devi augurarti che la strada sia lunga
fertile in avventure e in esperienze.
I Lestrigoni e i Ciclopi
o la furia di Nettuno non temere,
non sarà questo il genere d'incontri
se il pensiero resta alto e il sentimento
fermo guida il tuo spirito e il tuo corpo.
In Ciclopi e Lestrigoni, no certo
né nell'irato Nettuno incapperai
se non li porti dentro
se l'anima non te li mette contro.
Devi augurarti che la strada sia lunga
che i mattini d'estate siano tanti
quando nei porti - finalmente e con che gioia -
toccherai terra tu per la prima volta:
negli empori fenici indugia e acquista
madreperle coralli ebano e ambre
tutta merce fina, anche aromi
penetranti d'ogni sorta, più aromi
inebrianti che puoi,
va in molte città egizie
impara una quantità di cose dai dotti.
Sempre devi avere in mente Itaca
- raggiungerla sia il pensiero costante.
Soprattutto, non affrettare il viaggio;
fa che duri a lungo,per anni, e che da vecchio
metta piede sull'isola, tu, ricco
dei tesori accumulati per strada
senza aspettarti ricchezze da Itaca.
Itaca ti ha dato il bel viaggio,
senza di lei mai ti saresti messo
in viaggio: che cos'altro ti aspetti?
E se la trovi povera, non per questo Itaca ti avrà deluso.
Fatto ormai savio, con tutta la tua esperienza addosso
Già tu avrai capito ciò che Itaca vuole significare.
Costantinos Kavafis, Cinquantacinque poesie, Einaudi, Torino.
Avevano parlato a lungo, di passione e spiritualità.
E avevano toccato il fondo, della loro provvisorietà.
Lei disse "Sta arrivando il giorno,
chiudi la finestra, o il mattino ci scoprirà"
E lui sentì crollare il mondo,
sentì che il tempo gli remava contro.
Schiacciò la testa sul cuscino,
per non sentire il rumore di fondo della città.
Una tempesta d'estate lascia sabbia e calore.
E pezzi di conversazione nell'aria,
e ancora, voglia d'amore.
Lei chiese la parola d'ordine,
il codice d'ingresso al suo dolore.
Lui disse "Non adesso, ne abbiamo già discusso troppo spesso.
Aiutami piuttosto a far presto,
il mio volo, lo sai, partirà, fra poco più di due ore."
Sentì suonare il telefono, nella stanza gelata.
E si svegliò di colpo e capì,
di averla solo sognata.
Si domandò con chi fosse e pensò,
"E' acqua passata"
E smise di cercare risposte, sentì che arrivava la tosse,
si alzò per aprire le imposte,
ma fuori la notte sembrava, appena iniziata.
Due buoni compagni di viaggio,
non dovrebbero lasciarsi mai.
Potranno scegliere imbarchi diversi,
saranno sempre due marinai.
Lei disse misteriosamente
"Sarà sempre tardi per me, quando ritornerai"
E lui buttò un soldino nel mare,
lei lo guardò galleggiare.
Si dissero "ciao" per le scale,
e la luce dell'alba da fuori sembrò evaporare.
(DE GREGORI)
Quella, che tu credevi un piccolo punto della terra fu tutto.
E non sarà mai rubato quest'unico tesoro.
ai tuoi gelosi occhi dormienti.
Il tuo primo amore non sarà mai violato.
Virginea si è rinchiusa la notte
come una zingarella nel suo scialle nero.
Stella sospesa nel cielo boreale
eterna; non la tocca nessuna insidia.
Giovinetti amici, più belli di Alessandro e d'Eurialo,
per sempre belli, difendono il sonno del mio ragazzo.
L'insegna paurosa non varcherà mai la soglia
di quella isoletta felice.
E tu non saprai la legge
ch'io, come tanti, imparo,
- e a me ha spezzato il cuore:
fuori dal limbo non v'è eliso.
Elsa Morante - L'Isola di Arturo
"Certe sere, dopo cena, attirato dalla frescura di fuori, mi stendevo sullo scalino della soglia, o sul terreno dello spiazzo.
La notte, che un'ora prima, giù al piano, m'era apparsa così proterva, qua, ad un passo dalla porta-finestra illuminata, mi ridiventava familiare.
Adesso il firmamento, a guardarlo, mi diventava un grande oceano, sparso d'innumerevoli isole, e, fra le stelle, ricercavo aguzzando lo sguardo quelle di cui conoscevo i nomi: Arturo, prima di tutte le altre, e poi le Orse, Marte, le Pleiadi, Castore e Polluce, Cassiopea......
Avevo sempre rimpianto che, ai tempi moderni, non ci fosse più sulla Terra qualche limite vietato, come per gli antichi le Colonne d'Ercole, perchè mi sarebbe piaciuto di oltrepassarlo io per primo, sfidando il divieto con la mia audacia; e, allo stesso modo, adesso, guardando lo stellato, invidiavo i futuri pioneri che potranno arrivare fino agli astri.
Era umiliante guardare il cielo e pensare: là ci sono tanti altri paesaggi, altre iridi di colori, forse tanti altri mari di chi sa quali colori, altre foreste più grandi che ai Tropici, altre forme di animali ferocissime e allegre, più amorose ancora di queste che vediamo.... altri esseri femminili stupendi che dormono.... altri eroi bellissimi..... altri fedeli.... e io non posso arrivare la.
Allora, i miei occhi e i miei pensieri lasciavano il cielo con dispetto, riandando a posarsi sul mare, il quale, appena io lo riguardavo, palpitava verso di me, come un innamorato.
Lì disteso, nero e pieno di lusinghe, esso mi ripeteva che anche lui, non meno dello stellato, era grande e fantastico, e possedeva territori che non si potevano contare, diversi uno dall'altro, come centomila pianeti!
Presto, ormai, per me, sarebbe cominciata finalmente l'età desiderata in cui non sarei stato più un ragazzino, ma un uomo; e lui, il Mare, simile a un compagno che finora aveva sempre giocato assieme a me e s'era fatto grande assieme a me, mi avrebbe portato via con lui a conoscere gli oceani, e tutte le altre terre, e tutta la vita!"
Template by splinder.com