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Utente: ArturBlord
Nome: Artur Blord
Lady Tristezza ti prego, non ti voltare e non cercare di ingannarmi, con lo sguardo, perché non accetterò giudizi, stavolta, se non quello del cuore. Rilassati, Lady Tristezza, di me ti puoi fidare: io sono colui che ti consacrò la notte. Davvero non ti ricordi di me? Conosco la vita, che celi nell'anima, perché ne sono stato il testimone principe. Non mi sottovalutare: io fui complice dei tuoi segreti. Non ti puoi nascondere a me. Né farmi credere che tutto sia andato perduto... Scrollati, Lady Tristezza, è dentro di te la battaglia più importante. Quella che, da troppo tempo, cerchi di evitare. Ma a cui, comunque, non potrai sfuggire. Oppure, davvero, perderai tutto il tesoro che custodisci con mortificante ermetismo nelle riservatissime tue profondità, inarrivabili, dei sentimenti e che non vuoi più condividere. Convinta, in questo modo, di ripararti dalle ferite della vita... Non vedi che t'inganni? Non vedi quanta gente, esausta, ignara dei segreti, tuoi e meravigliosi, finirà per rinunciare, proprio sulla soglia di una porta, quella del tuo cuore, chiusa da troppo tempo e invano? Forse vaneggio, ubriaco dei ricordi e delle speranze di una ragazza che non c'è più. Forse davvero non sei più tu, Lady Tristezza, la ragazza alla quale, una notte che fu, offrii la stessa mia vita e forse anch'io, come te, mi dovrò rassegnare prima o poi... Scusami Lady Tristezza forse t'ho disturbata per niente. Ma valeva la pena di tentare un'ultima volta, prima di arrendermi, sconfitto da un nemico, senza volto né identità, ma abbastanza potente da soffocarmi, inesorabile, un pezzo di cuore: quello con i tuoi sorrisi, così luminosi, un tempo, che mai, avrei detto, sarebbero affogati nell'ombra. Quell'ombra scura che da troppo tempo, ormai, ti vela gli occhi Lady Tristezza... Anche adesso.

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Il Pozzo degli Dei - secondo capitolo -




Buio, occhi spalancati, "non ci vedo" -pensa- "sono cieco" - Taylor, disteso supino, si porta le mani vicino al volto ma è inutile, non vede niente.
A tentoni, si trascina in avanti, incapace di sollevarsi da quel pavimento che sente formato da blocchi di pietra, squadrati, leggermente sconnessi.
Finalmente tocca una parete, identica al pavimento.
Poggiandosi ad essa, lentamente si solleva fino a reggersi in piedi.
Sempre con le braccia in avanti esplora lo spazio a sua disposizione.
In breve tempo scopre di essere in un vano di circa tre metri per cinque, ma la sua sorpresa piu' grande è che, esplorando le pareti non ha trovato alcuna porta.
Ora la sua preoccupazione primaria è sapere le sue condizioni visive.
Niente, con gli occhi spalancati, non vede nulla.
Eppure non sente alcun dolore, i riflessi sono normali, ma gli occhi, sembrano non funzionare.
Arrivato ad un angolo della stanza si avventura, tastando con i piedi davanti a se, al centro della sua prigione.
L'attraversa in diagonale, poi, forte della sua esperienza di archeologo, in breve tempo, riesce a farsi, almeno, una visione mentale di come è fatta la sua cella.
E' leggermente a forma trapezoidale, con la parete piu' piccola alle sue spalle.
Esplora nuovamente il muro dietro di se, partendo dal basso e andando verso l'alto.
Non riesce a stabilirne l'altezza perchè anche saltando non tocca alcun soffitto.
Si accorge, pero', che vi è, ad un certo punto, una cornice all'altezza, approssimativa, di due metri e trenta.
Si accanisce vicino alla parte delimitata da questa cornice superiore e scopre due fessure verticali, ma, per quanto faccia, può solo supporre che possa esserci un entrata sbarrata da una lastra di pietra, massiccia, impossibile da spostare.

"Ci deve essere un meccanismo di apertura" - pensa - "Sicuramente però sarà posizionato all'esterno".

Lentamente, sente il suo corpo rispondere, con sempre più prontezza, ai suoi stimoli, segno che non ha alcun danno fisico,
Solo questa cecità che potrebbe essere causata non da un danno fisico ma dalla mancanza di luce, dato che non sente alcun dolore.
In verità un acuto stimolo di fame e sete inizia a permeare i suoi pensieri.
Lo ricaccia con forza in fondo alla sua mente, non ha tempo per queste cose, ora, ci sono molte cose da capire, da scoprire e vi è la domanda principale da porsi.

"Come sono capitato in questo luogo e chi mi ha chiuso in questo buco?"

E, poi, il mistero di quello che ha visto o gli è sembrato di vedere nel Tempio.
Un brivido gli percorre la schiena al ricordo dell'improvvisa animazione della statua, l'espressione di quel viso, così estranea da sembrare inumana.
A dire il vero la cattiveria che gli sembrava di aver visto su quel viso poteva anche essere una qualsiasi espressione, visto che l'aveva catalogato, ormai, come un qualcosa di completamente estraneo alla specie umana.

La lunga esperienza di catalogatore e di detective delle antiche civiltà gli permetteva di arricchire continuamente il suo bagaglio di indizi, di comparazioni, di fatti.
Certo non c'era un solo dato concreto.
Anzi l'unica cosa concreta era la prigione in cui stava e la fame che ora si era fatta davvero pressante.
Calcolò che dovevano essere passate almeno 72 ore dall'ultimo pasto decente che aveva fatto e, inoltre, anche la sete iniziava a tormentarlo.

Indossava ancora i suoi abiti, e, "accidenti" - pensò - "in una tasca devo ancora avere una tavoletta di cioccolato che ho portato con me nel tempio".

Si fruga nelle tasche e, sorpresa!!, trova la tavoletta e, ancora di più una scatola di fiammiferi.
Febbrilmente, tremando, con le mani, afferra uno di quest'ultimi e lo sfrega sulla parete di pietra.
La luce che ne scaturisce sembra una fotoelettrica ai suoi poveri occhi.
Un rantolo di sollievo gli esce dalla bocca mentre la tensione accumulata in quelle ore in parte si dissolve.
Accostato alla parete, alla fioca luce residua, Taylor si rende conto che tutto quello che aveva già osservato al buio è veritiero.
Poi, accantonata l'esplorazione, apre l'involucro della cioccolata e, con volutta', lentamente , se la gusta, cercando di assaporarla al meglio e più a lungo.
Purtroppo, il piacere non dura a lungo, ma la sensazione psicologica di aver messo qualcosa sotto i denti, lo rende più aggressivo e attento nel cercare di scoprire il modo di poter uscire dalla stanza.
Ricorda, con rammarico, lo zainetto, pieno di cose, normali, ma ora preziosissime, precipitato con lui ma non recuperato.
Allora l'aveva del tutto dimenticato.
Arrotola, con cura, la cartina della tavoletta, si toglie la camicia e ne strappa un lembo, cercando di farne una rudimentale torcia.
Un prezioso fiammifero viene sacrificato e, di nuovo, compare una luce a violare le tenebre che regnano assolute in quel luogo.
Concentra la sua attenzione sulla lastra che dovrebbe celare l'ingresso, si rende conto che le scalanature verticali sono proprio delle fessure di scorrimento.

"Ma come aprire questa tomba?"

Il pensiero, agghiacciante, di essere stato sepolto vivo si affaccia alla sua mente ma, alla luce delle sue conoscenze, nessuna civiltà aveva questa abitudine senza prima sottoporre a un processo l'eventuale vittima.
Confortato, se così si puo' dire, da questi pensieri, si accoccola in un angolo.
Vorrebbe star sveglio, ma il tempo, difficilmente misurabile in quelle condizioni, deve essere passato in abbondanza perchè la stanchezza si fà sempre più forte.
Cerca di lottare contro Morfeo
Ormai in dormiveglia, i pensieri e i ragionamenti si fanno sempre più lenti e ingarbugliati.
Senza accorgersene cade, all'improvviso, in un sonno che si preannuncia denso di sogni e di incubi..........

Una luce irreale satura l'ambiente.

Taylor sente sulle palpebre la pressione fastidiosa di quest'ultima, ed è riluttante ad aprire gli occhi perchè non sa se ha paura della luce o di che cosa, essa, potrebbe rivelare.
Il sogno, lentamente, si trasforma in realtà, apre gli occhi.
E' disteso sulla schiena, vede una luce fredda, uniforme che sembra scaturire dalle pietre del soffitto.
Attraverso la coltre luminosa, vede, infatti, le pietre squadrate di una volta a botte.
Spalanca gli occhi, meravigliato da un particolare architettonico, banale, ma che, ai suoi occhi, sembra una incongruenza per il luogo dove dovrebbe essere.
Mai e poi mai si sarebbe aspettato in quella Regione un sistema di costruzione simile a quello.
Un leggero movimento lo distrae dai suoi pensieri.
Volge la sua attenzione verso la porta che adesso, nota, è aperta, ma quello che lo fa, letteralmente, sobbalzare, è la ragazza che, al lato della porta lo osserva in silenzio.

Vestita di bianco con degli ornamenti che sembrano d'oro e pietre preziose, sembra essergli leggermente familiare.
John l'osserva con circospezione, ma non puo' fare a meno di notare i lunghi capelli neri, gli occhi color viola, i lineamenti perfetti a completamento di uno straordinario portamento, messo in risalto, anche, dall'abito che indossa.
Ne ammira la composta severità con cui lo osserva, la totale mancanza di paura nello stare al cospetto di uno sconosciuto.
Neanche il sussulto e il suo, improvviso, risveglio la fanno trasalire.
Taylor si alza in piedi e, mantenendosi a rispettosa distanza, farfuglia: " chi sei?.... dove mi trovo?... che posto è questo?.... Come sono capitato qui?.

Resosi, poi, conto che così facendo non avrà alcuna risposta, continua: "Io mi chiamo John, e, tu come ti chiami?.
Una espressione perplessa vela, per un attimo, l'enigmatico volto della fanciulla, ma solo per un attimo, poi una voce argentina risuona, improvvisa, rimbombando dentro e fuori dalla sua testa: "Il mio nome è Deianira, Johntaylor".

John fà un balzo, portandosi le mani alle orecchie.

"Ma cos.....?" - esclama - "Tu non hai aperto bocca" - realizzando, finalmente, cosa sia accaduto.

"Scusami Johntaylor, non credevo che non potessi sopportare il mio Kerioch, ora ho capito come fare, mi comprendi bene?"

John con gli occhi fuori dalle orbite vede formarsi le parole nella sua mente non più disturbato dall'intromissione di suoni che, ora comprende, è il suo stesso cervello a generare per giustificare quello che riceve tramite sensi, fino ad ora, sconosciuti.

Mille domande, mille curiosità, si scatenano d'improvviso ma, con un gesto perentorio sono bloccate sul nascere da Deianira che continua: "ora no, Johntaylor, Ut-napiscti ti attende" - , una sensazione d'amore accompagna questo termine oscuro, "solo lui puo' spiegarti quello che vuoi sapere e solo a lui tu puoi rivelare il messaggio che gli Dei ti hanno affidato"..

"Il messaggio?, quale messaggio" - pensa John, e, poi, folgorato: "ma io non le ho mai detto di chiamarmi Taylor".

"Allora è vero legge nella mia mente" - continua a riflettere - "del resto che importa, non ho nulla da nascondere...."

Arrossisce, ricordando le frasi di ammirazione, inespresse, ma ancora vivide che gli sono venute in mente alla vista della ragazza.
Ma quest'ultima non dando alcun segno di aver capito cosa abbia pensato si è avviata fuori della cella invitandolo con un gesto a seguirla.
John si avvia con questa, singolare, guida in un corridoio lungo ed illuminato allo stesso modo della cella.
Sembra che la luce scaturisca dalle pietre, osserva ,mentre arranca dietro il veloce passo di Deianira.
L'immobilità cui è stato costretto e la prolungata mancanza di cibo non l'aiutano certo in questa passeggiata.
Inizia una lunga scalinata che li porta verso i piani superiori in una costruzione, che, a quanto sembra, deve essere molto grande.
Sbucano in un groviglio di corridoi e sale che, all'improvviso, si aprono per poi restringersi in nuovi cunicoli.

Tutto è sfarzoso, le pareti ricoperte da affreschi, o da mosaici in pietre multicolori, le scene raffigurate talvolta rappresentano paesaggi, a suo parere fantastici, vi sono raffigurati animali, conosciuti e sconosciuti.
In uno dei più belli riconosce o gli sembra di riconoscere l'essere che ha visto nel Tempio.
Fà per chiedere spiegazioni a Deianira, ma proprio in quel momento giungono di fronte ad una porta maestosa, che sembra fatta con una sola, massiccia, lastra d'oro, sapientemente incisa a sbalzo.
Vi sono raffigurati 8 esseri, diversi, ed eppure simili fra loro, che sembrano attendere coloro che si preparano a presentarsi al loro cospetto, con una tale espressione di superiorità ma anche di infinito amore che chiunque si sentirebbe in dovere di provare un sentimento di gratitudine nei loro confronti.

John si dà dello stupido, ma non può fare a meno di sentire quella stessa sensazione aleggiare nel suo animo.
Si chiede se quest' ultima non sia indotta da meccanismi uguali a quelli che permettono a Deianira di parlargli nella mente, ma un suono melodioso, risuona all'improvviso e vede la porta, lentamente, aprirsi.
In che modo non riesce a capirlo, ma la porta si spalanca senza alcun rumore.

Il suono proviene da una sala che incomincia ad intravedere e che suscita in lui l'ennesimo senso di stupore che, ormai, è diventato una consuetudine.
La sala che si rivela al suo sguardo è qualcosa di inconcepibile.

In primo luogo è immensa.

Dovunque volge lo sguardo non ne vede la fine.
Il lucore diffuso ne annebbia i contorni così come l'orizzonte, ad un certo punto si confonde con il cielo, specialmente quando si osserva un mare o un deserto.
Solo alti pilastri che si perdono nella luminosità di un soffitto invisibile, ma che deve essere molto in alto, dimostrano che si trova, ancora, in una costruzione e non in uno spazio aperto.

Sulla destra un vero e proprio giardino, da quando è dato constatare, mentre davanti a se c'è una distesa d'acqua, un vero e proprio lago, che continua fino a dove può arrivare il suo sguardo.
Con una espressione attonita si volge verso la ragazza chiedendole con lo sguardo spiegazioni, ma lei, di tutta risposta, fà un cenno e lui vede avvicinarsi uno strano battello dalla sua sinistra.
Man mano che si avvicina, scivolando su quelle acque madreperlacee, lo sguardo di John si fa sempre più perplesso.
Alla vista è un normale battello, ma non c'è nessuno alla sua guida, inoltre, la cosa più sconvolgente è la mancanza di una qualsiasi scia, di una qualsiasi increspatura che sconvolga lo specchio d'acqua.
Ormai vicino, il battello inizia a rivelare altre caratteristiche impossibili.
In primo luogo non ondeggia.
Resta fisso ed inamovibile qualsiasi sia il movimento che John cerca di dargli.
Poi si accorge che, all'interno, la sua profondità è maggiore rispetto alla superficie dello specchio d'acqua, anche se comincia a dubitare anche della realtà di quest'ultimo.
Deianira, immobile e in silenzio lo lascia fare per un pò, infine sale con un movimento fluido e regale sul presunto battello invitando John a fare altrettanto.
Lui, restio, ma soggiogato, salta a bordo.
Il battello conferma di essere simile ad una roccia, nessun rollio lo scuote.
Si accomodano in quella che sembra la poppa su un comodo divano e il battello parte a velocità sostenuta.
Solo che non si sente alcuna forza d'accelerazione, sembra di stare fermi ma la velocità aumenta di secondo in secondo, in pochi attimi, stima quest'ultima è già di almeno sessanta - settanta miglia all'ora e aumenta costantemente.
Il paesaggio, se così si può definirlo, sfreccia ai due lati dell'imbarcazione e le molte domande accumulate restano inespresse, perchè John è preso dall'irrealtà di questa situazione.

Deianira, d'altro canto, non sembra rivolgere soverchia attenzione al suo compagno di viaggio, ma guarda in avanti con una espressione attenta.

"Sembra che stia guidando" osserva John perplesso, ma non osa distrarla.

Ormai la velocità è al di fuori di ogni logica reale, non osserva quello che scorre ai lati perché il solo guardare gli dà una sensazione di nausea, ma, in pochi minuti, si accorge che stanno rallentando.
Di fronte a se osserva l'avvicinarsi della fine del viaggio.
Infatti il lago, o quello che è, finisce lasciando il posto ad una specie di giardino pieno di piante e fiori mai visti.
Attraccano, o meglio si fermano dolcemente su di una sponda simile a quella iniziale e si inoltrano in quella specie di Eden che si apre di fronte a loro.

John osserva stupito la bellezza del luogo, ma inizia anche a percepire qualcosa di alieno in quello spettacolo.

Gli manca qualcosa, non riesce a capire bene la sensazione di privazione che sente, poi, all'improvviso l'illuminazione: "non vi sono uccelli", esclama fra se, "e neppure animali o insetti".

Si sente nuovamente demoralizzato di fronte alla palese dimostrazione che sta vivendo un'avventura ai limiti della pazzia.
Gli tornano in mente tutti i dubbi che l'hanno tormentato dal momento della caduta e, si chiede, se tutto questo non sia generato dalla sua mente e se, in quel momento il suo corpo giaccia storpiato in fondo al pozzo mentre i suoi amici stanno tentando di recuperarlo.

Chissà, forse l'intera montagna è crollata, pensa, siamo tutti morti e questa è l'anticamera del Paradiso?, o dell'Inferno?

Viene distratto da questi pensieri perché si stanno avvicinando ad una specie di ampia scalinata che immette su una piattaforma che sovrasta il giardino.
In cima lui vede una figura seduta su un alto scranno che li osserva mentre si avvicinano.
E' un uomo alto, con un fisico muscoloso, drappeggiato da una veste dai colori cangianti che gli ricordano sete orientali, sembra essere in piena forma, nonostante i suoi capelli e la sua folta barba completamente bianca.
Indossa un pesante collare sacerdotale in un metallo argenteo e ha sul capo un piccolo elmo composto dello stesso materiale.
Vicino allo scranno vi è una strano meccanismo, il primo che vede da quando è giunto in quel luogo, che dimostra, però, l'avanzato stadio scientifico raggiunto dalla scienza da questa strana civiltà.

La luce diffusa, lo strano battello, lo stesso luogo dove si trovano, hanno, ora, una possibile spiegazione, a lui ignota, ma che, forse, quell'uomo su in cima potrebbe svelare.
Già, l'uomo, pensa John, rivolgendo di nuovo l'attenzione su colui che li stà attendendo.
Ora che è quasi al suo cospetto, lo osserva con crescente interesse.
L'uomo stà armeggiando vicino al dispositivo, occupato a fare, evidentemente, delle regolazioni su dei quadranti che quest'ultimo mostra sulla parte superiore.
Volge quasi le spalle agli ospiti.
John ha una strana sensazione, osservandolo.

Nella sua mente sgorga, improvvisa, la "voce" di Deianira "Ecco, Johntaylor, siamo al cospetto di Ut-napiscti"

L'uomo, lentamente si volge verso di loro, John osserva a bocca aperta.

"Finalmente sei giunto, fratello" - mormora, sorridendo, un John Taylor, invecchiato, ma quasi uguale al suo doppio.
John osserva se stesso avvicinarsi.

Non ha nemmeno la forza di sottrarsi al suo abbraccio, sente a malapena le parole che questi gli mormora: "Non svenire proprio ora John, tutto ha una spiegazione, ma è necessario, per la salvezza di tutti, che tu mi dia le informazioni che Assur ti ha trasmesso, e ne ho bisogno ora.....".

postato da: ArturBlord alle ore 07:37 | link | commenti (16)
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Il Pozzo degli Dei



Nel 1974, durante uno scavo archeologico in Iraq, a circa 40 chilometri a sud-est di Baghdad, viene scoperta una stele scolpita con strani simboli che sembrano essere la conferma dell'esistenza di un antico alfabeto babilonese usato nel 2200 a.C. prima della fondazione della dinastia arronita (200 a.C.).
Dopo tre anni di studi l'archeologo inglese John Taylor riesce a tradurre parzialmente le iscrizioni della stele con l'aiuto del suo assistente Alan Deep e grazie a successivi ritrovamenti di altri reperti.
Il luogo degli scavi si rivelò presto una sorta di archivio di un ricco mercante: vennero ritrovate numerose tavolette di argilla recanti incise notizie sui bilanci mensili e annuali dei suoi affari.
La stele invece sembra essere un'opera commissionata dal sovrano ad un famoso artista scalpellino il quale l'aveva affidata al mercante per il trasporto.
Le iscrizioni sulla stele riguardano un luogo mitologico: il "Pozzo degli Dei".

La completa decifrazione delle scritture portò all'apertura di nuovi scavi nei pressi dell'antica Lagash alla ricerca del tempio in onore del dio Assur che custodisce il Pozzo.
La leggenda vuole che è proprio attraverso quel pozzo che Assur, Marduck, Shamash, Ishtar, Enlil, Ea, Anu e Sin arrivarono sulla terra all'origine dei tempi e da lì diedero origine al mondo come oggi lo vediamo: Anu creò il cielo, Enlil l'aria, Ea l'acqua, Shamash il sole, Sin la luna, Ishtar le stelle, Marduck diede fertilità alla terra.
Ogni Dio dopo aver dato al mondo una parte del suo essere è ritornato nella Terra degli Dei attraverso il Pozzo, mentre Assur è rimasto sulla terra a guardia del Pozzo.

Le iscrizioni sulla stele erano molto precise e il tempio fu ritrovato e completamente portato alla luce in due soli anni.
Durante i pazienti scavi per liberare l'ingresso del tempio vengono scoperte altre iscrizioni che raccontano con molti particolari l'operato degli dei nei loro atti creativi come se chi raccontava quelle vicende le avesse vissute veramente.
Liberato l'ingresso cinque studiosi entrarono nel tempio per esplorare il suo interno, erano Taylor, Deep, Brown, McEwan e Al Shavez.
L'interno è molto grande, le pareti decorate, un altare di pietra al centro della grande sala, due corridoi entrano nella montagna e conducono in una sala interna con un grande buco nel terreno recintato con un muro alto poco più di un metro e tante panche ti pietra disposte su tre file tutto intorno al Pozzo.
Mentre Taylor sta esplorando il Pozzo una scossa di terremoto scuote l'intera montagna e questi cade nel vuoto lasciando di sé solo l'eco di un urlo agghiacciante mentre sulle facce degli altri si alternano espressioni di stupore e di paura.
Quando il giorno seguente ripresero i lavori e l'esame degli studiosi fu con totale sbigottimento che si accorsero che al posto del Pozzo ora c'era una statua raffigurante proprio Taylor con abiti primitivi in atteggiamento sofferente stringendo in mano un anfora decorata con simboli indecifrabili.

Cosa era successo ?

Vorticare di idee, lampi, schianti improvvisi, irrompono nella mente che si ribella a queste dolorose intrusioni e vorrebbe tornare indietro.

Indietro? Dove?  Indietro!

Squarci si aprono nelle tenebre che circondano i ricordi che pian piano iniziano a fluire.
"Ma cos'è accaduto", mormora il Dott. Taylor, mentre, pian piano riacquista il controllo del proprio corpo.
Il dolore si impadronisce di lui, ed è insopportabile, ma è solo un attimo, poi, lentamente si affievolisce, lasciandolo spossato.
Cautamente si muove, il dolore non aumenta, la prima sensazione di sollievo è, pero', subito spenta dall'angoscia che sgorga, improvvisa, quando si rende conto dell'estranieta' della situazione in cui si trova.
"Cos'è accaduto", mormora fra se nuovamente, poi il ricordo diviene piu' forte, si concretizza, gli avvenimenti precedenti, gli anni spesi per decifrare la stele, la spedizione, gli scavi, il tempio, il pozzo.........

Si si il pozzo
.

Ecco, la memoria è tornata, il Pozzo degli Dei, ora ricorda come si trovasse sporto sul basso muretto del pozzo ritrovato, cercando di scrutare nelle tenebre sottostanti, il buio interrotto da quel lieve baluginio, scorto e non scorto, che lo portarono a sporgersi di piu'.
Poi la scossa, l'avvertimento, tardivo degli amici, la mano in fallo, la caduta, il folle tentativo di aggrapparsi a qualcosa che non c'è, e l'urlo.

Si l'urlo che gli risuona ancora nelle orecchie, estraneo, come se provenisse dall'alto e anche dal basso, l'urlo, che ora, si rende conto, proveniva dalla sua bocca mentre precipitava.

Precipitava!!......

Istintivamente solleva gli occhi in alto, dove dovrebbe essere l'imboccatura del pozzo, ma quello che vede gleli fa' strabuzzare.
Volte ricoperte d'oro, luccicano nella penombra rischiarata da fievoli torce allineate alle mura del tempio.

Il Tempio spoglio, polveroso, ingombro di macerie, ora è uno splendido luogo ricoperto di marmi e metalli preziosi, i sedili sono davanti a lui, splendidi scranni in attesa di chissà quali Sacerdoti,
Si rende conto solo ora di essere poggiato al muretto del pozzo che ora è alle sue spalle, una grata d'oro ne ricopre la cavità.
La sua mente, attonita, sembra scoppiare, tutto gli gira intorno, mentre cerca di capire, di accettare una situazione tanto irreale.
"Sono morto o stò delirando per le ferite riportate nella caduta", pensa, e cerca, nel frattempo di attenuare il tremito che lo percorre.
"Ma tutto questo sembra così reale", esclama, mentre cerca di rimettersi in piedi, poggiandosi al muretto.
Poi, accettando tutto come in un sogno, cerca di focalizzare l'ambiente che lo circonda, si stropiccia gli occhi come per esorcizzare e cancellare la visione che si mostra, superba ed inquietante, in tutta la sua, barbara ed eppur raffinata, bellezza.

La sua mentalità di studioso prende il sopravvento sull'irrealta' della situazione ed accantonando i dubbi, inizia ad esplorare dapprima visivamente, poi spostandosi, questa sala così immensa.
Ancora perplesso ed impaurito gira intorno al pozzo, cercando di scrutarne le profondità celate, pero', dalla grata che gli impedisce qualsiasi visione.
Affannosamente, cerca di sollevarne il bordo, ma si rende quasi subito che è un'impresa impossibile.
Scorge qualcosa dall'altra parte del Tempio, sembra un simulacro, una statua antropomorfa posta vicino al bordo, anzi quasi ne facesse parte e lo completasse.
La curiosità prende il sopravvento sulla paura, ma, avvicinandosi, si rende conto, anche, che di fronte alla statua vi è un vano riccamente decorato, esso circonda una porta in metallo scuro con grandi borchie e pannelli scolpiti con gli stessi segni della stele e degli altri reperti.

Ora è piu' vicino e si rende conto che da sotto la porta scaturisce una lama di luce.
Dapprima pensa ad altre torce.
Poi si rende conto che è quella del sole.
Dunque siamo di giorno, pensa, catalogando l'informazione nella sua testa.
Ora è vicino alla statua.

Un arcana bellezza emana da essa, e nel contempo si rende conto di non riuscire a capire il materiale che la compone.
Stà per sfiorarla, quando, all'improvviso, vi sono rumori presso la porta, si sentono voci, canti.
Il panico l'assale di nuovo, la porta si apre di schianto, riversando all'interno del Tempio un fiotto di luce diurna.
Sagome si stagliano nel vano illuminato, lui cerca, istintivamente, di nascondersi.
Fà per girarsi e, all'improvviso, si rende conto che la statua ora lo sta' fissando con un ghigno malefico stampato su quel viso, dapprima celestiale.

L'urlo sale alto mentre, ancora una volta, sembra non rendersi conto che è lui stesso ad emetterlo, la mente inizia nuovamente a vorticare, il sangue romba nelle sue orecchie, gli sembra di morire, poi d'improvviso, in un ultimo gesto di autodifesa, si copre il volto con le mani e cade svenuto.


postato da: ArturBlord alle ore 07:07 | link | commenti (1)
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16:22


Ultimo assalto




Asserragliato in questa trincea

combatto col sorriso sulle labbra
rispondendo colpo su colpo
al nemico dal cuore nero.

Lo sparagioie si è inceppato
ma ho tante granate serene
che rompono le grige nebbie
con i loro lampi di luce accecanti.

Al mio fianco il mio fedele sparamore
colpisce gli incubi possenti
che avanzano nella butterata pianura
dove ancora poco verde si nota.

Scorgo i generali dell'Apocalisse
dare ordini alle armate del terrore
ma, impavido, resisto al loro attacco,
fiducioso nella vicina vittoria.

Ho tolto la sicura al cuore
fra poco io, Arturo, matricola settezeroquattro,
soldato semplice nell'esercito d'Amore,
mi lancerò all'attacco del Nemico.


postato da: ArturBlord alle ore 16:22 | link | commenti (2)
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07:42


Travestimento




Aspetto il mio dono in silenzio
senza far nulla per meritarlo.
Illuso che il Destino sia servitore
pronto a soddisfare il desiderio.
Ma dietro la maschera del sorriso
si nasconde il ghigno della Parca di turno.

postato da: ArturBlord alle ore 07:42 | link | commenti
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18:13

CAPODANNO SULLA "LEDA"



Mi sono appena svegliato sulla coffa della LEDA.
Non so come ci sono arrivato, ma, dato che sono in compagnia di un secchiello con tre belle bottiglie di champagne e un Egr. Sig. Dott. Panettone, professore di economia politica, che mi sta illustrando le strategie del prode Prodi per la finanziaria 2007, per ora non mi muovo.
Poi deciderò se continuare ad ascoltare il Professore Panettone o mangiarmelo, innaffiando il tutto con il “Dolce di Cremè”, anonimamente fornitomi, ben ghiacciato, che occhieggia dal secchiello.
Lasciatemi, invece, raccontarvi cosa è accaduto nelle ultime ore dell’anno vecchio e le prime dell’anno nuovo.
Stavo tranquillamente stravaccato in poltrona, dopo aver piluccato spaghetti alle vongole, pesce al forno, calamari alla brace e frittura mista quando, ad un certo punto, con la coda dell’occhio, ho intravisto uno strano movimento nell’angolo della stanza.
Mi sono ripreso dal dolce torpore in cui ero caduto, ho spalancato gli occhi (per vedere meglio), li ho strabuzzati (per vedere ancora meglio), ho aperto la bocca (per lo stupore) ed ho visto un ornitorinco che si infilava nella porta dell’armadio.
MI è sembrato davvero strano che accadesse una cosa così inusuale, specialmente poi in un contesto familiare in cui c’è l’assoluta certezza dell’inesistenza di ornitorinchi.
Infatti, tranne i 5 gatti, oltre me, di animali in casa non ce ne sono.
“Sarà stato l’effetto della frittura?” - Mi sono chiesto – “oppure le seppie erano indigeste?.

Per il mio innato senso della realtà, mi sono, comunque, alzato dalla poltrona e sono andato verso l’armadio da cui si sentiva provenire uno strano rumore simile al fruscio del vento nella chioma di un albero.
Giunto vicino alla porta summenzionata mi ero, quasi, convinto che avevo scambiato gatti per ornitorinchi ed ho, violentemente spalancato l’anta con l’intenzione di far fuggire l’intruso prima che potesse riempirmi di peli l’armadio.
Per un attimo una luce accecante mi ha abbagliato poi la mia mascella inferiore è rimbalzata a terra per poi tornare a posto e mi sono trovato sulla riva di un torrentello fra arbusti mai visti, sabbia cedevole sotto i piedi, orecchie invase da insoliti rumori, certamente avulsi dalla realtà di una stanza da letto, e un bel sole, caldo, grande e impietoso, sulla testa.
Istintivamente mi son voltato indietro ma solo una assolata prateria brulla si stendeva fino all’orizzonte.
Ogni tanto un albero rompeva la monotonia del paesaggio e, all’orizzonte, una catena di alte colline tondeggianti di un colore tendente al rosso racchiudeva quel mondo per me alieno.
In quel momento ho intravisto l’ornitorinco che mi guardava sottecchi sulla riva del fiumicello e, visto che era l’unico essere vivente presente in quel momento mi sono, cautamente, avvicinato ad esso sperando di poter scoprire così cosa fosse successo.
Quando mi sono avvicinato mi sono accorto che sul dorso aveva legata una sorta di piccola borsa in pelle e ho notato altresì che ammiccando con gli occhi mi invitava ad aprirla.
Dentro c’era un biglietto.
“INVITO AL VEGLIONE SULLA LEDA”, c’era scritto.

La cosa, nonostante fosse paradossale, mi fece davvero piacere ma allo stesso tempo pensai che non sapevo dove la LEDA fosse e, inoltre, non avevo abiti adatti per partecipare ad una festa.
Guardai interrogativamente l’ornitorinco e lui, sempre sottecchi, mi guardò dal basso e con la coda a spatola mi indicò una direzione, poi con una sveltezza impensabile, si tuffò nel fiume e scomparve.
Visto che non sapevo cosa fare decisi di avviarmi nella direzione indicata, misi l’invito in tasca e iniziai a camminare lungo la riva, seguendo il corso del fiume, certo che sarei, senz’altro, giunto a destinazione.
Camminavo da un paio d’ore quando notai due uccelli che mi roteavano sul capo.
Il sole mi impediva di individuarli con precisione ma questo mi rendeva un po’ nervoso.
Nonostante ciò continuai il cammino ma iniziavo davvero a preoccuparmi perché non vedevo anima viva.
Poi, all’improvviso, notai un cartello: STAZIONE TAXI.
Quasi corsi incontro a tale visione ma, dopo aver aggirato una macchia folta di alberi mi trovai di fronte ad un assembramento di canguri alti almeno due metri e mezzo.
In un primo momento ebbi davvero paura per la mia incolumità, poi notai un capanno all’ombra degli alberi e mi avvicinai ad esso.
BIGLIETTERIA c’era scritto e dentro c’era un omino tutto raggrinzito che sembrava avesse passato la sua vita a fare una dieta dimagrante a punti.
“Scusi” – dissi – “quando arriva il taxi?”
L’omino mi guardò sconcertato, poi disse: “saranno sei mesi che non ne affitto uno, stanno tutti qui”.
Mi guardai intorno e poi risposi; “Qui dove?”
"Qui, qui… ma non li vedete?”
Guardai di nuovo, più attentamente, poi pensai che l’omino fosse pazzo.
C’erano solo quei canguroni in giro.
Poi un illuminazione subito però allontanata dalla ragione.
Ma non sarà per caso…. Ma no non è possibile…. Non sarà che voi vi riferiate ai canguroni?”
E a cosa mi dovevo riferire? – mi rispose adirato – dove volete andare?"
Ma non penserete che mi metta a cavalcare un canguro? - Gli dissi.
E continuai – “In primo luogo non saprei come fare e poi io volevo un taxi per potermi recare in un luogo che non conosco”.
Ma non li dovete cavalcare e, poi, essi sanno sempre dove andare, la corsa costa settantacinque uova di ornitorinco, pagate in contanti o a mezzo carta di credito?”
Ormai fuso completamente – “ma vi sembra logico che vada girando con una borsa piena di uova di ornitorinco sotto questo sole?
A quest’ora sarebbero tutte sode.
Ma, un momento, io non ho nemmeno la carta di credito
”.
Allora niente taxi” – mi rispose e cercò di chiudere lo sportello.
Mannaggia ma io avevo ricevuto l’invito!”.
Quale invito?” – mi chiese – “Forse l’invito al veglione sulla LEDA?”.
Si” – dissi, mentre stavo per voltargli le spalle ed allontanarmi.
Allora tutto è a posto.
La corsa è gia pagata.”
– e rivolgendosi ai canguroni – Il numero 1 pronto a partire”,
Subito un cangurone che aveva un 1 dipinto sulla coda si avvicinò mostrando, da vicino, come fosse imponente.
Perplesso e scettico mi rivolsi all’omino che era uscito dalla capanna: “E ora che devo fare? Devo attaccarmi al collo del cangurone?
Ma no, ma no, ecco, entrate nel marsupio, accomodatevi che ci state una meraviglia e il cangurone vi porterà a destinazione
Guardai con timore, e anche un po’ con un certo senso di disagio il marsupio ma, poi, mi accomodai e mi accorsi che ci stavo a meraviglia.
Sentii l’omino borbottare all’orecchio del cangurone e poi mi chiese di firmargli una ricevuta, poi sentii un fischietto intonare una sorta di segnale di partenza e il cangurone si mise a saltellare.
Dapprima salti brevi e continui poi, pian piano salti sempre più lunghi ed alti.
La velocità aumentò notevolmente ed io tutto scombussolato chiusi gli occhi e mi lasciai trasportare anche se il terrore mi attanagliava le membra mentre, spasmodicamente mi reggevo sul bordo del marsupio.
Poi mi ritrassi all’interno e il dondolio mi invitò ad una rilassante pennichella.
Mi svegliai all’improvviso e due domande senza risposta lampeggiavano nella mia mente.
La prima era cosa indossare e la seconda era dove trovare cosa indossare.
La corsa continuava e io azzardai cacciar fuori la testa per rendermi conto dove stessimo andando.
Con stupore vidi passare velocemente una sorta di autobus pieno di struzzi che andava nella direzione opposta.
Una serie di strane costruzioni interrompeva, ogni tanto, la monotonia del paesaggio mentre, all’orizzonte, si intravedeva una striscia azzurra che presupponevo fosse il mare, ancora lontano, dove, certamente, c’era la LEDA ad aspettarci.
All’improvviso vidi balenare le luci di un Centro Commerciale con annesso punto di rifornimento e stavo cercando di intuire come riferire al cangurone la mia intenzione di fermarmi quando quest’ultimo si accinse proprio a fermarsi.
Mi resi conto dal suo famelico precipitarsi al centro di rifornimento che anche i canguroni hanno fame e, poiché un certo languorino si era insinuato anche in me stesso decisi di profittarne per cercare qualcosa da mangiare nel Centro stesso.
Andai alla porta principale e vidi che il centro di ristoro era situato proprio a destra del reparto abbigliamento.
Ricordai le mie domande senza risposta ed entrai per trovare abiti adatti.
Ricordai anche, però, che se volevano anche qui uova di ornitorinchi sarei stato imprigionato come ladro o cacciato fuori come straccione patentato.
Comunque alla fine decisi di tentare di procurarmi gli abiti anche a costo di rubarli.
Il reparto, data l’ora tarda, era deserto e io mi aggirai un po’ per i vari banchi procurandomi calzini, scarpe, biancheria intima, una camicia di seta, una serie di vestiti completi di accessori vari quali cinture, orologi, fino ad un bel soprabito di pura lana vergine invecchiata dieci anni tagliato abilmente da un sarto che, ad occhio , era un maestro del settore.
Poi con una cospicua circospezione, quatto quatto mi appropinquai ad una porta dov’era scritto “Personale”, mi accertai che non vi fosse nessuno in vista e mi infilai nell’ambiente che si rivelò uno spogliatoio con annessi mobiletti personali ed adiacenti locali per docce.
Subito decisi di farmi una bella doccia veloce, poi mi asciugai prendendo una serie di asciugamani puliti riposti all’interno di un mobiletto li accanto, mi vestiti accuratamente, nascosi gli abiti indossati in precedenza oltre al surplus che avevo portato con me in un ripostiglio per le scope e, com’ero entrato, così, quatto quatto uscii fuori col soprabito sotto al braccio.
Riguadagnai la porta e trovai il cangurone fermo davanti all’ingresso.
Subito mi infilai nel marsupio e il viaggio continuò.
Pensavo che, prima o poi, avrei ripagato il furto perpetrato e, libero da scrupoli o pentimenti, mi appisolai confortato dal dondolio e dal calore che mi circondava.
Fui, bruscamente, risvegliato da una serie di schiamazzi.
Cacciai fuori la testa e mi trovai al centro di una bolgia infernale.
Canguroni incolonnati strepitavano senza poter percorrere un metro.
Struzzi impazziti sfrecciavano a destra e a manca.
Omini, parenti di quello dei taxi, cercavano di dare il massimo contributo alla confusione.
Ornitorinchi pestavano i piedi a tutti contribuendo con la loro lentezza al caos generale.
Incongrui alberi di natale addobbati a festa occhieggiavano da ogni parte e i Buon Natale e felice Anno nuovo si sprecavano dalle vetrine di negozi, ormai chiusi, dai balconi illuminati, dall’alto di pali piantati ad ogni angolo di strade che ripetevano fino all’orizzonte gli stessi messaggi.
Vidi, nella corsia opposta, passare tre cammelli con tre personaggi che intui essere i Re Magi.
Gesticolai chiamandoli per nome “Gaspareeeeeeee!!, Melchiorreeeeeeeee!!!, Baldassarreeeeeeeeeeeeee!! Ma dove andate?”
Loro risposero al saluto dicendo che erano in viaggio seguendo la stella, mi lanciarono una caterva di torroncini Condorelli che riempirono il marsupio e continuarono il cammino.
Alzai gli occhi e vidi la stella brillare indicando la via ma io andavo nella direzione opposta, anche se in quel momento non andavo perché non si passava.
Trangugiando torroncini scrutavo la bolgia infernale mentre avanzavamo a velocità ornitorinco.
Ad un certo punto su una piazzola vidi ferma una slitta con tanto di renne e vicino ad essa era seduto Babbo natale che bevevo una birra.
Cercai di fermare il cangurone urlando “Ferma!! Ferma!!” ma non riuscii nel mio intento fino a che non mi venne l’idea di afferrare l’orecchio destro del cangurone e tirarlo con forza.
Il cangurone svoltò verso destra e si parcheggiò vicino alla piazzola.
Smontai dal marsupio e salutando Babbo Natale gli chiesi cosa facesse li fermo.
Mi disse che era in vacanza e si era fermato un attimo per un bisognino.
Poi, colpito dal casino che c’era li intorno, si era attardato a godersi lo spettacolo.
Gli chiesi se sapeva dove fosse ancorata la LEDA e lui rispose positivamente perché l’aveva sorvolata poco prima.
Allora lo pregai di darmi un passaggio perché ero atteso e temevo di non poter giungere in tempo per la partenza a causa dell’ingorgo.
Lui acconsentì e io, dopo aver cercato di congedare il cangurone che, intanto, continuava a masticare torroncini, salii sulla slitta accanto a Babbo Natale e, tra l’invidia generale, prendemmo il volo salendo subito ad una altezza tale da farmi apprezzare il paesaggio.
Un immenso arazzo di luci colorate si dipanava sul terreno sottostante.
Mi accorsi subito che l’ingorgo era una cosa seria perché si estendeva per interi isolati, poi scorsi la striscia scura del mare e, in lontananza, finalmente intravidi la LEDA.
Era ancora distante, ma gia da quella distanza splendeva come un diamante in mezzo al mare.
Ci avvicinavamo velocemente e i particolari diventavano sempre più nitidi e contribuivano ad aumentare il mio stupore e la felicità di finalmente incontrare di nuovo i miei compagni d’avventura.
Luci colorate delineavano vele e pennoni.
Giochi di luce ed addobbi rendevano la nave simile all’astronave di “Incontri ravvicinati del terzo tipo”.
I boccaporti aperti sembravano succursali del sole e gli oblò illuminavano come fari il mare circostante.
Iniziavo ad intravedere una folla multicolore sulla tolda che ballava sulle note di una splendida orchestra piazzata sul cassero.
Anche le renne, udendo la musica, si misero a ballare rischiando di farci cadere in mare ma la voce stentorea di Babbo Natale col suo OH OH OH OH …. le riportò sulla giusta rotta.
Ormai sorvolavamo la LEDA e facemmo una serie di giri sempre più vicini mentre le persone sulla tolda si erano accorti della nostra presenza a si riversavano da un lato all’altro della nave facendola allegramente ballare.
La manovra di avvicinamento si concluse felicemente con uno splendido atterraggio che suscitò l’applauso degli astanti.
Poi tutti si riversarono urlando e salutando nella nostra direzione.
Io mi alzai per salutare ringraziando tutti per quella manifestazione d’amicizia ma fui travolto mentre la folla, preso Babbo Natale sulle spalle, si allontanò lasciandomi pesto sul fondo della slitta.
Ferito nell’orgoglio mi rialzai togliendo la polvere dal paltò che sembrava quello di Napoleone, scesi dalla slitta e mi trovai davanti Colui il Quale il Comandante che mi apostrofò dicendomi: “Finalmente a bordo, Libero, sei sempre l’ultimo ad arrivare, ora possiamo salpare!!
Io avrei voluto giustificarmi dicendo che dal momento dell’invito fattomi in quella maniera stranissima e dopo quel viaggio strano ed avventuroso e dopo l’ingorgo in cui mi ero trovato non avevo nulla da rimproverarmi ma decisi di non guastare la festa iniziando a polemizzare a mi avviai dietro al Comandante per tuffarmi dentro i festeggiamenti sperando anche, se mi fossi trovato accanto a Babbo Natale portato in trionfo, di dargli una spinta, del tutto involontaria, e spedirlo a dare doni anche ai pesci dell’oceano.
Passando davanti ad un boccaporto scorsi il dott. Rifleman che brindava in compagnia di Qui, Quo e Qua.
Si erano impadroniti di una enorme zuppiera piena di “Oceano blu” e con dei capienti mestoli pescavano razioni abbondanti dell’alcolico nettare sorbendole con estremo piacere.
Il Dottore aveva intonato ad alta voce l’Inno della LEDA e le tre scimmie con i loro squittii facevano da coro di voci bianche.
Appena mi videro, le tre scimmiette mi salutarono con un improvvisato balletto e, subito mi portarono una abbondante dose del liquore.
Dopo aver salutato il Dottore che, imperterrito, continuava il suo canto entrai nella grande sala mensa adiacente alle cucine.
Li fui investito da un enorme calderone semovente pieno di lenticchie che stavano trasportando sulla tolda.
Per un pelo non ci finii dentro, rischiando così di fare la figura dello Zampone ma mi salvò, afferrandomi per le falde del paltò di Napoleone, la conduttrice del pentolone sobbollente.
Wendy-Vitty mi abbracciò con calore, felice di rivedermi, poi mi mise in mano un contenitore di cucchiai e piattini e mi impose di aiutarla nella distribuzione delle lenticchie.
Ritornammo sulla tolda dove continuavano i festeggiamenti a Babbo Natale.
Appena videro il pentolone, però, tutti si precipitarono verso di noi lasciando cadere sulla tolda il Babbo mostrando così che di fronte a qualcosa da mangiare tutto il mondo è paese.
Bastarono dieci minuti per svuotare il pentolone, io e la Wendy mostrammo la nostra maestria nella distribuzione dei piatti che, ad un certo punto, venne fatta a volo, cucchiai compresi con solo un piccolo numero trascurabile di incidenti causati più da interferenze di mani alzate che per imperizia dei distributori.
Lasciai alla Wendy l’incarico di andare a preparare altri manicaretti e mi recai verso il ponte di comando tenendo in equilibrio sette piatti di lenticchie per Colui il Quale il Comandante e gli altri ufficiali.
Ovviamente, entrando sul ponte comando fui investito da un manipolo di ballerine di samba e i piatti volarono in tutte le direzioni.
Fu bello vedere i piatti volare ed essere afferrati a volo dagli ufficiali senza che una sola lenticchia cadesse sulla testa di questi ultimi.
Solo un piatto, dopo un triplo salto mortale, atterrò sulla testa di Alioscia Carmazzo intento a declamare una poesia ma la prontezza del poeta fu pari a quella di un sublime giocoliere.
Infatti fra un endecasillabo ed un altro ingurgitò le singole lenticchie che volavano in tutte le direzioni senza farne cadere a terra nemmeno una, poi con un gesto degno del migliore Cirano de Bergerac si cavò dal capo il piatto vuoto facendo un perfetto inchino agli astanti che applaudivano freneticamente.
Intanto le Ballerine di samba mi trascinarono con loro al centro del bailamme che aumentava di minuto in minuto.
Dopo essermi esibito in una serie di passi che suscitò l’ilare commento di chi assisteva alla mia performance guadagnai a fatica l’ingresso della stiva dove mi accorsi che era stata istallata una tavola rotonda.
In un primo momento pensai che Artù e i cavalieri fossero stati invitati, poi, guardando meglio, scorsi la Ghismunda, Mirisole, la Mert_onzola e la Fragmenta che giocavano a rubamazzo intanto che discorrevano di scuole di vita, di scuole di nuoto, di scuole guida, di scuole con la c e di squole con la q.
In un angolo c’erano tre file di blog_osservatori che ad ogni commento davano il punteggio con le palette.
Su una enorme lavagna i punteggi erano segnati da Marcabru che traeva da ogni somma fatta il raccontino appropriato.
Proprio in quel momento da una somma di 666 stava improvvisando un racconto sulle sette nere torinesi che combattevano contro le sette rossonere milanesi, su tutti imperava l’angosciante presenza di un disadattato di Arcore che, non sapendo le risposte fondamentali della vita, e cioè chi era, da dove veniva, e dove andava, si era inventato un mondo onirico in cui era ricco, bello e signore e inoltre presidente del consiglio oltre che cavaliere della tavola rotonda di Legnano.
Lasciando quell’angolo polemico, seppur costruttivo, mi recai all’altro lato dell’enorme stiva dove si stava svolgendo una strip_tombola.
Li, ognuno indossava cinque capi di biancheria, ciascuno contrassegnato da un numero, e quando si estraeva il numero corrispondente ci si doveva sbarazzare del capo di vestiario omologo.
Vinceva chi riusciva a fare cinquina prima degli altri ma il gioco si chiamava Tombola perché il vincitore trovava senz’altro qualcuna/o con cui tombolare da qualche parte.
Feci il tifo affinché uscisse il 29 che era il numero che contrassegnava l’ultimo indumento che indossava una bionda da urlo ma uscì il 33 che premiò un tizio che, poi, per la gioia della vittoria, si esibì in una danza liberatoria che mi ammosciò al punto di fuggire legandomi ad una corda che vedevo salire verso l’alto.
La corda era stata legata ad una batteria di razzi che stavano issando sull’albero maestro.
Domandandomi perché quest’ultimo non partecipasse al dibattito sottostante mi sciolsi dal nodo prima di intraprendere il viaggio verso l’alto e mi recai con sollecitudine a prendermi un’altra dose di “Oceano Blu”.
Bottiglie di liquore erano sparse dappertutto e un gruppo di Bloggers alticci stavano giocando al rito della tavola.
Si metteva una tavola fuori bordo e a turno si doveva arrivare sull’orlo per riuscire a prendere una bottiglia appesa ad una corda.
Cosa facile, se si è sobri, ma, quando si è alticci, diventa un esercizio difficilissimo tant’è vero che i Carabinieri lo vorrebbero per sostituire il test del palloncino.
Hanno gia preparato tutta l’attrezzatura che consiste in una piscina trainabile dalle macchine del corpo e una lunga asta dove è appeso un biglietto da cento euri da far balenare davanti agli occhi dei controllati, ma il Ministero non ha ancora dato l’approvazione.
Stavolta sulla tavola c’era Lorenzo che annaspava per non cadere.
Mi lanciai per salvarlo ma, quando misi il piede sulla tavola essa oscillò scagliando Lorenzo verso l’alto, io avanzai di un passo.
Poi Lorenzo ricadde sulla tavola e io fui scagliato all’indietro andando a finire addosso ad un folto gruppo di persone intente a mangiarsi una enorme cassata alla siciliana.
Finirono tutti con il viso nella cassata mentre io continuando a rimbalzare mi infilai diritto in un salvagente appeso sulla scala che portava al cassero.
Rimasi incastrato nel salvagente e iniziai a rotolare per la tolda, urlando “fate strada” e “fermatemi!!!”.
Travolsi quasi un centinaio di persone di cui almeno una trentina finì in mare e dovette essere recuperate con dei lunghi ramponi, poi, finalmente mi fermai e, inseguito dai malcapitati mi rifugiai in una cabina chiudendomi all’interno.
Nella cabina, attendendo che gli scalmanati si dimenticassero di me, regnava una oscurità tale da poterla affettare con un coltello.
Non potendo accendere la luce per ovvii motivi di ordine pubblico mi rilassai un poco e inizia a bermi la bottiglia di “Oceano Blu”.
Mi liberai anche del paltò di Napoleone e l’adagiai sul letto, poi mi accomodai in poltrona continuando a bere ascoltando le note dell’orchestra che era situata proprio sulla mia testa li sul cassero.
Stavo rilassandomi così bene che, in un primo momento, non avvertii un fruscio proveniente dalla profondità dell’ambiente.
Poi sentii una sorta di tentacolo avvolgersi intorno alla mia caviglia destra.
Saltai dalla poltrona, cercando di liberare la caviglia, con fatica mi lanciai verso la porta e sotto le mani mi trovai l’interruttore della luce.
Accesi la luce e mi misi ad urlare perché un paio di tentacoli giganteschi spuntavano dal finestrone che dava sul mare e cercavano di afferrare l’origine degli urli e cioè me.
Un bastone da passeggio trovato accanto alla porta mi servì per assestare alcuni colpi al tentacolo più intraprendente ma mi accorsi subito che l’impari lotta volgeva a mio sfavore
Aprii allora la porta e fuggii nel corridoio inseguito dal tentacolo mazzoliato.
Uscii all’aperto e salii sul cassero e mi trovai di fronte ad una scena agghiacciante.
Alcuni tentacoli, parenti stretti dell’inseguitore, sferzavano i poveri orchestrali che si difendevano strenuamente con trombe, violini e tamburi.
Al di là del cassero si scorgeva una tonda testa gigantesca dove spiccavano due occhi tondi e neri ed immensi che guardavano corrucciati nella mia direzione e che sembravano dire “mo vi concio a tutti per le feste”.
Intanto altra gente accorreva mentre molta altra gente fuggiva da tutte le parti.
Alcuni armati di asce cercavano di colpire i tentacoli ma questi sfuggivano ai colpi e menavano fendenti che atterravano o scagliavano lontano grappoli di combattenti.
Colui il Quale il Secondo si lanciò all’attacco ma venne scagliato via.
Meno male che andò a finire in una vela che attutì il colpo.
Sembrava che la battaglia fosse persa, anche perché l’enorme polipone si stava issando sulla LEDA rischiando di farla affondare quando, alzando gli occhi al cielo, mi avvidi della batteria di razzi issata sull’albero.
Urlando agli altri di tenere duro e non cedere, corsi, inseguito dalle maledizioni di parecchi, verso la slitta di Babbo Natale.
Solo che non riuscivo a vedere dove fosse quest'ultimo.
Decisi allora, avendo visto come doveva essere guidata ,di agire da solo.
Salii sulla slitta invitando le renne a partire ma non accadde nulla.
Urlai, pregai, implorai ma le renne ruminavano e non partivano.
Allora scesi e le presi a calci in culo e questo mio seppur incivile gesto ebbe l’effetto desiderato.
Risalii in piena corsa e mi alzai in volo girando intorno all’albero maestro.
Con una lunga canna picchiai sulla testa della renna di testa, quella di destra, e subito la slitta deviò a destra, poi le feci quasi fermare e recuperai sulla slitta la batteria di razzi.
La posizionai in modo da poterli sparare dal retro del mezzo di locomozione.
Poi subito ripartii verso il luogo della battaglia.
Mi accorsi subito che ormai stavamo alla resa generale.
Il Polipone era padrone del campo e si era impadronito del palco dell’orchestra.
Tutti si erano rifugiati a prua anche per controbilanciare il peso che gravava sulla nave.
Qui, Quo e Qua scagliavano bottiglie e panettoni verso il mostro marino che afferrava a volo tutto e se lo pappava immantinente.
Feci fare un giro completo alla slitta e lanciai due razzi.
Uno fece la scriminatura al polipone che si avvide del pericolo e si mise in posizione difensiva, l’altro invece si infilò in un boccaporto e fuoriuscì da un altro prima di perdersi in mare non prima però di aver stanato molti che si erano rifugiati sottocoperta.
Cercai di prendere meglio la mira e al secondo passaggio scagliai altri due razzi.
Il polipone ne afferrò uno a volo e subito me lo scagliò contro l’altro, però, lo colpì fra i due occhi causandogli certamente un feroce mal di capo.
Evitai a fatica il razzo di ritorno ma le renne, spaventate ebbero un sussulto che quasi fece capovolgere la slitta.
Certo che quella sarebbe stata la mia ultima occasione decisi di accendere tutti i razzi e in picchiata mi lanciai verso il polipone.
Con una giravolta quasi impossibile mi posizionai a circa cinque metri dal polipone i cui tentacoli subito cercarono di afferrarmi.
I razzi partirono ed io schizzai in avanti spinto anche dal rinculo di questi ultimi evitando così di essere imprigionato dai tentacoli
Lo spettacolo pirotecnico che ne seguì fu qualcosa da ricordare per sempre.
Il polipone tutto illuminato da scintille multicolori fra fuoco e fiamme sembrò dilatarsi per poi precipitare con gran fragore in mare.
In pochi minuti scomparve nella acque scure e di lui non se vide più traccia.
Io, intanto, dopo aver evitato per miracolo alberi, pennoni, velacci e controvelacci riuscii, dopo molti tentativi, che seminarono nuovo panico fra i malcapitati, ad atterrare.
Subito una folla di persone si precipitò verso la slitta ed io, a scanso di equivoci, cercai di eclissarmi in fretta, ma la folla era ad aspettarmi anche dall’altra parte.
Fui preso e festeggiato a dovere sebbene sarebbe stato meglio ricevere una sonora bastonatura.
In quel momento sbucò Wendy-Vitty, ignara di tutto, che, con un campanello, invitava a degustare copiose razioni di tortellini in brodo dal suo fantastico pentolone semovente.
L’orchestra, recuperati gli strumenti si era riappropriata del suo spazio e suonava a più non posso.
Tornata la normalità, accertatosi che non c’erano feriti e dispersi, l’episodio polipone fu istantaneamente dimenticato anche se Colui il Quale il Comandante istallò alcuni uomini dell’equipaggio sui pennoni per avvertire nel caso di altri eventuali ospiti indesiderati.
Dalla stiva provenivano urla e sonori rumori di schiaffi in quanto erano sorti problemi di aggiudicazione della tombola per sovrapposizione di cinquine ma questo era una cosa normale che accadeva ogni anno e faceva parte del divertimento.
Iniziò proprio in quel momento la gara di Karaoke.
Rosagialla fu la prima a cimentarsi cantando con voce soave la canzone “Le rose sono al mondo milioni di milioni ma quella gialla è una ed è bella più che mai
Le palette scattarono in alto 9, 10, 10, 10, 9, 9, 9, 10.
Poi fu il turno di Tamara che cantò “Li nella tundra fredda e sconfinata sotto un abete tutto illuminato fra fiori e funghi sorti per magia la fata dei sogni ho incontrato e mi ha detto che sarà per sempre mia”.
Identico punteggio della performance precedente.
Infine fu la volta del trio Los Canos, formato da Ienapiangens, GiBi ed Adriano, che cantò “noi siamo tre ma sembriamo trentatre, quando ci muoviamo solo guai causiamo, se alla tua porta bussiamo, certamente inciamperai, e qualche arto ti lusserai, non ci nominare, potresti pentirti del tuo ardire, pensa che quando appariamo, un fuggi fuggi causiamo
Fra una pioggia di mele morsicate, piatti di tortellini, forchette acuminate e qualche scimmia terrorizzata il trio dovette guadagnare l’uscita a tuffo non senza aver causato lo sfondamento di un tamburo, la rottura della bacchetta del maestro e la messa a massa dell’impianto stereo che causò la fine dell’improvvisata manifestazione.
Le due vincitrici ex-equo dovettero dividersi il premio che consisteva in una fornitura annua di scatolette di tonno.
A Rosagialla toccò il tonno e a Tamara le scatolette e l’olio di oliva.
Inutile dire che la giuria fu contestata dalle vincitrici e ne uscì con le ossa rotte.
Intanto si avvicinava la mezzanotte e ci fu la corsa generale per accendere candele e candeline con cui festeggiare l’arrivo del nuovo anno.
Per precauzione ognuno ricevette, oltre alla candela, anche un piccolo estintore e iniziò a spargersi per tutta la nave il coro della LEDA cui, man mano, tutti si univano.
Il canto divenne, di secondo in secondo, più forte, spargendosi per il mare fino a raggiungere la vicina costa e anche isole e penisole lontane.
Si udì una folla aggiungersi al coro e, sebbene lontani, tutti si unirono al coro che sembrò collegare ed unire tutti nel mondo.
Anche chi era andato a dormire si svegliò e si unì al canto.
Ormai l’aria stessa sembrava permeata dalla dolce melodia che accomunava ognuno sulla Terra e che, come gigantesco carillon dell’universo, deliziò, per un istante indefinito, anche gli abitanti dello spazio profondo, poi, lentamente il canto calò di intensità fino a diventare un sottofondo che, comunque, sosteneva il cuore di chiunque, e si innalzò un applauso, vicino, lontano, proveniente da ogni dove, che salutò così il nuovo Anno e la rinnovate speranze che aiutano tutti a sopportare le prove cui la vita, continuamente, ci sottopone e che spesso cercano di annullare le speranze ed i sogni che possono sopravvivere solo se ci si sentirà membri effettivi di una comunità o meglio Umanità con la certezza di non essere mai lasciati soli su questo mondo così fantastico ma anche così duro.



postato da: ArturBlord alle ore 18:13 | link | commenti
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Spedizione della LEDA - Undicesima e ultima puntata



Sulla LEDA, informati della incombente minaccia, gli umori erano davvero tetri.
Colui il Quale il Secondo passeggiava nervosamente avanti e indietro nella Sala Mensa che fungeva anche da Sala di Riunioni, mentre dietro di lui un gruppo di scimmie ripeteva ossessivamente lo stesso percorso tenendo le mani sulla testa come a lamentarsi anch’esse della situazione.
La sensazione di non poter far niente acuiva la rabbia che sembrava potersi affettare tanto impregnava l’atmosfera del luogo.

Rosagialla stava montando della panna perché aveva intenzione di preparare una bella torta con la segreta speranza di allentare la tensione generale, ma agitava così forte la frusta nel recipiente che la panna era impazzita e stava smontandosi da se con una chiave inglese.
Oti Master la guardava con interesse e il massimo si raggiunse quando iniziò a dare consigli alla panna su come potesse smontarsi nella migliore maniera.

Rosagialla a quel punto guardò perplessa l’Oti, poi guardò la panna e rovesciò il recipiente sulla testa dell’improvvisato consigliere che accusò il colpo specialmente per colpa della chiave inglese che era molto pesante.

Colui il Quale il Secondo a questo punto, perdendo per un attimo la sua perfetta e composta Trebisonda, afferrò quest’ultima e la sparse in giro costringendo tutti ad uscire subitaneamente per non essere colpiti dalla medesima.

In quel momento giunse Fragmenta col delfino Bambaren con le ultime notizie e tutti le si affollarono intorno sperando che ce ne fosse almeno una buona ma erano tutte di seconda mano, infatti di nuove e buone non ce n’era nemmeno una.

Sull’isola, nel frattempo, il Consiglio di Guerra procedeva, ma le proposte a volte buone, a volte strampalate, venivano scartate ad una ad una.
Nemmeno le informazioni supplementari avute dal Cervello Alieno sul processo di riformazione del Raugunan erano utili o riuscivano ad evidenziare un punto debole della Creatura.
Colui il Quale il Comandante decise di chiedere all’Albero se riuscisse, ora che avevano individuato il nemico, a scoprire qualcosa o ad elaborare linee di difesa inedite alla luce della sua infinita sapienza.
Subito si mise in viaggio con Elena e il dott. Rifleman perché sperava di mettere in contatto l’Albero con il cervello Alieno ritenendo che soltanto in quel modo si poteva risolvere il problema.

Poiché dalle esperienze fatte sapevano che la Creatura usciva dalla caverna solo quando doveva procurarsi energia, Liberodivolare con l’aiuto degli altri componenti la spedizione si incaricò di preparare una linea di difesa e di fuga per monitorare eventuali iniziative della bestia che minacciava il mondo.
Smoccolando come uno scaricatore di porto, mentre dava ordini a destra e a manca, se la prese in maniera particolare con gli alieni che avevano lasciata loro una bella gatta da pelare o meglio addirittura un esercito di Tigri a cui fare barba e capelli oltre le unghie e il massaggio rilassante.

Colui il Quale il Comandante non ci mise molto con i suoi compagni ad arrivare all’Albero, il tempo era tiranno e sentiva gia sulla loro testa la mannaia del boia temporale.
S’incamminò, quasi di corsa, su per il sentiero che portava all’ingresso del mondo dell’Albero, mentre i due suoi compagni che vedevano per la prima volta la gigantesca creatura vegetale lo seguivano trasognati e stupiti mentre gli stessi Phargs sembravano ammattiti correndo in tutte le direzioni come se non avessero nulla da fare oppure come se in quel momento l’Albero non potesse comunicare con essi.

Giunti nella sala sotterranea subito si rivolse all’Albero direttamente, esponendo la situazione e invitandolo a comunicare col Cervello della base aliena tramite Elena, riferendo al dott. Rifleman le conclusioni e le eventuali azioni da intraprendere.

Tutti sembrarono essere attraversati da una corrente ad alto voltaggio, inarcandosi sui sedili e accasciandosi poi su essi con gli occhi rovesciati, e il silenzio turbato solo dal profondo pulsare che proveniva dalla possente struttura dell’Albero, regnò sovrano.

Intanto Libero con Qui, Quo, Qua, Meri, Vitty, Adriano e Apesara stavano facendo i boscaioli.
Libero aveva deciso che per stare più tranquilli dovevano disboscare la parete e la zona limitrofa alla grande caverna che era adiacente alla loro postazione.
Inoltre tutto il materiale tagliato doveva essere accumulato nella valletta ormai spoglia perché voleva scoprire se con la presenza della Creatura, dando fuoco all’enorme pira che stavano preparando potesse succedere qualcosa di positivo.

Semmai la Creatura poteva prendere fuoco, anche se a questa ipotesi anche lui non ci credeva, poteva anche darsi, però, che semmai si potesse scottare un pochettino dato che la speranza era ultima a morire.

Fece anche stendere corde nel precipizio che portava al mare per eventuali ritirate, mentre alcune lampade e delle corde con campanelli vennero stese sul buco superiore della caverna in maniera di evitare eventuali attacchi alle spalle.
Altre corde con campanelli vennero stese davanti all’entrata della caverna per segnalare l’arrivo del Raugunan.

Tutti si diedero da fare senza lamentarsi e questo era segno della preoccupazione generale.
Anche le scimmie erano di aiuto e non si perdevano nei loro consueto cori di scherno e sfottò continui, nessuno fiatava e tutti sudavano.
Mettendo le corde davanti alla caverna Libero si accorse di grosse quantità di salnitro presenti.
Scartabellando nei ricordi giovanili si ricordò della composizione della polvere da sparo e si diede da fare per trovare l’altro ingrediente principale che era lo zolfo e la polvere di carbone. Quest'ultima poteva procurarsela triturando le carbonelle dei fuochi accesi nei giorni scorsi.

Fu fortunato vedendo una striscia giallastra segnare la montagna quasi al livello del mare e subito mandò le tre scimmie insieme a Vitty a scavarne un bel quantitativo.
Lui con Adriano e Meri con circospezione entrò nella caverna e iniziò la raccolta del salnitro mentre Apesara si incaricava di triturare la carbonella.

Il colloquio dell’Albero e del Cervello si prolungava mentre una enorme mole di informazioni passava da una parte all’altra.
La sintesi di sostanze organiche, facoltà in cui l’Albero era maestro, veniva mediata dal Cervello che forniva informazioni sulla complessa bioingegneria aliena e si incaricava di fare sperimentazioni ed analisi matematiche prospettando nuove soluzioni e nuove strane sostanze di sintesi all’Albero.
Gli umani erano solo consapevoli di quel che accadeva ma anche le esperienze del dott. Rifleman e le sue informazioni scientifiche venivano valutate e usate.
Elena fungeva da collettore principale di quell’enorme scambio di informazioni e sembrava quasi vedere il cervello della poverina fumare per lo sforzo, Colui il Quale il Comandante partecipava anch’esso a quella discussione silenziosa facendo funzione di coordinatore generale in modo che eventuali soluzioni potessero essere condivise in tempo reale fra tutti senza bisogno di ulteriori spiegazioni.

Sulla LEDA, pronta alla partenza, tutti scrutavano la costa.
Perfino il Pescespada, sceso dalla coffa, incurante del pericolo Rosagialla, molava la spada deciso a scendere a terra e fare una strage.
Oti Master con la panna in testa che cantava “sono una matta!! Sono una panna e non ricotta!!!!” agitava la chiave inglese a mo’ di spada anch’esso deciso a sbarcare ma Colui il Quale il Secondo ricordò loro gli ordini di Colui il Quale il Comandante, anche se si notava, sul suo imperscrutabile viso, balenare, a tratti, la furia del non poter far nulla di concreto per risolvere la situazione.

Liberodivolare osservò con soddisfazione l’enorme mina approntata ed espose ai compagni il piano da lui ideato.
Appena la Creatura sarebbe uscita dalla caverna loro, dal foro superiore, avrebbero calato la mina e avrebbero fatto saltare la Caverna così da impedire al Raugunan di attaccare le radici dell’Albero.
Almeno, così facendo, avrebbero sottoposto la Creatura ai raggi solari che sembrava che la stessa evitasse.
Forse così facendo avrebbero scoperto il perché il Raugunan si comportava in quel modo.
Ora si doveva solo attendere che tornassero, con una eventuale soluzione, i compagni che si erano recati dall’Albero.

Tutto quello che era possibile fare era stato fatto, una frugale colazione silenziosa completò quella nottata frenetica, e, sapendo che di giorno non correvano pericolo, Libero invitò tutti a riposare perché la notte sarebbe stata insonne e tutti avrebbero dovuto combattere con le unghie e con i denti.

Poi si guardò le unghie e osservò che se l’era mangiate tutte per la rabbia, restavano i denti ma per evitare cure dentistiche prese un grosso martello e disse che lui avrebbe lottato col martello e forse con le noci di cocco così da evitare ulteriori danni al suo apparato masticatorio cui teneva molto.

L’Albero tremava tutto per lo sforzo in quanto doveva anche lottare con il nemico sotterraneo ma lo sforzo più grosso era la sintesi di un complessissimo aminoacido suggerito dal Cervello.
Forse era davvero la più complicata sostanza che si potesse immaginare ma era anche l’unica cosa che poteva dare una speranza di vittoria.
Il Cervello aveva suggerito tutto ciò ma aveva anche detto che questo sarebbe bastato solo se il Raugunan non avesse superato una soglia di ricostruzione che nessuno era capace di misurare.
Superata quella soglia niente e nessuno avrebbe potuto più far niente.

L’Albero sintetizzava lentamente la sostanza facendo crescere sulla parete interna del suo enorme tronco delle bacche ripiene di quel veleno vegetale di enorme potenza.
Il Cervello aveva anche detto che la sua efficacia era determinata anche dall’esposizione ai raggi solari che effettuavano una sorta di reazione finale rendendolo pernicioso per il Raugunan, bisognava, quindi, attirare la Creatura all’aperto e anche di giorno.

A questo punto ogni dubbio cadde e Colui il Quale il Comandante disse che quel giorno, proprio verso le 13 ci sarebbe stata una eclisse totale di sole.

Era l’unica occasione per poter mettere fine alla creatura e bisognava approfittarne.
Tutti concordarono con lui e si congratularono per quella intuizione preziosa ed unica.

I Phargs si incaricavano di raccogliere le bacche e metterle in contenitori fatti di una specie di liana intrecciata anch’essa prodotta dal gigante vegetale.
Colui il Quale il Comandante col dott. Rifleman che sorreggeva un’Elena stremata decise subito di ritornare alla base perché aveva pensato di far approntare una grossa quantità di “Oceano Blu” per poter individuare la creatura, altrimenti invisibile.
La carovana si mise in marcia senza perdere tempo mentre il dott. Rifleman con Elena, dopo aver proposto di far produrre "l’Oceano blu” all’Albero, restarono indietro per predisporre tale incombenza.

Libero, intanto sonnecchiava, e nel suo sonno agitato iniziò a combattere una sua ideale battaglia contro la bestia primigenia che nel suo sogno assumeva la forma di un enorme babau viola a pallini verdi e gialli.
Armato del martello correva intorno all’enorme creatura che sputava fuoco misto anche a sputazzi veri e propri, cercando di colpirlo sui calli che erano grossi come conigli e spuntavano e sparivano in continuazione sulle enormi dita uncinate degli enormi piedi che cercavano di ridurlo a marmellata di marroni.
Ogni tanto Qui o Quo oppure era Qua, per la miseria, in sogno erano ancora meno riconoscibili, gli passava noci di cocco piene di marmellata di mirtilli che lui lanciava in bocca al babau che ad ogni centro esclamava burp!!!! Mentre il grosso pancione si ingrossava.
Inoltre, ogni volta che colpiva un callo, si sentiva un ding!!! e il babau barcollava alzando il piede colpito e aprendo la bocca.
Dalla bocca uscivano fiamme e sputazzi corrosivi ma era il solo modo per fargli ingerire un’altra noce di cocco e questo andazzo proseguiva da diverso tempo.

Libero grondava sudore, correva continuamente agitando il martello, evitava fiamme e sputazzi, lanciava noci, ansimava, ogni tanto si dava una martellata su un dito, colpiva calli e intanto il pancione del babau si ingrossava, si ingrossava, diventando qualcosa di osceno.
Ad un certo punto il babau riuscì ad afferrare Libero sollevandolo dal suolo mentre quest’ultimo con una noce di cocco in mano cercava di andare a bersaglio.
Lo sollevò come fosse una piuma e fece l’atto di premerlo come un limone prima di farselo alla fiamma come un wurstel e papparselo.
Libero vistosi perduto lasciò cadere il martello che, guarda caso, andò a finire su un callo appena appena spuntato.
Il babau emise il burp di avvertimento ed aprì la bocca.
Libero con le ultime forze rimastegli lanciò la noce nella fauci del babau.
Il babau cambiò colore, dapprima scolorì vistosamente, poi divenne di un bel rosso cardinale mentre del fumo gli usciva da tutti gli orifizi noti ed ignoti, poi con un rumore davvero disgustoso scoppiò come un melone marcio emettendo la quintessenza della puzza e inondando di una marmellata di mirtilli semidigerita il povero Libero che si sentì morire anche perché stava cadendo da una altezza considerevole.
Si afferrò con tutte le sue forze ai brandelli di babau che vedeva cadere intorno a lui cercando di frenare, inutilmente, la sua caduta.
A questo punto due sonori schiaffi lo fecero aprire gli occhi che aveva chiuso per la paura.
E si svegliò con le mani spasmodicamente strette intorno ai meloni della Vitty che lo voleva avvertire del ritorno di Colui il Quale il Comandante.

Sotto lo sguardo corrucciato della Vitty violata, rosso come un peperone, Libero allentò la presa a si alzò quasi di corsa allontanandosi precipitosamente prima di soccombere alla furia che andava addensandosi nell’aria.

Colui il Quale il Comandante riferì tutto quello che era stato fatto per sconfiggere il Raugunan, avvertì che avevano a disposizione fino alle 13, disse loro dell’eclisse, dell’unica possibilità che avevano e accolse con piacere le iniziative fatte da Libero & company.
Poi fece scaricare tutte le bacche e rimandò i Phargs a prenderne altre insieme all’”oceano blu” sintetizzato.
Spiegò che si doveva resistere fino alla fine dell’eclisse, prima di poter usare il veleno e raccomandò alle scimmie di non iniziare a tentare di mangiarsi qualche bacca perché avrebbero fatto la fine del verme nella coca cola.

Poi anch’esso si riposò un poco mentre Libero con la scusa di verificare il tutto girava alla larga da Vitty perché ancora vedeva nell’aria un certo risentimento per l’atto inconsulto di poco prima.

Intanto Adriano e Meri avevano legato una grossa corda all’enorme mina approntata ma avevano anche notato che non avevano corda e forza sufficiente per calarla nella grotta.
Allora pensarono di farsi aiutare dalle scimmie e trasportarla nella grotta stessa attraverso l’entrata principale.
Senza disturbare i dormienti iniziarono l’impresa e in poco tempo furono in vista dell’antro.
Senza pensarci due volte entrarono subito in azione portandosi dietro l’esplosivo.
Dopo aver percorso l’enorme entrata videro stagliarsi in fondo l’oscura apertura di un gigantesco cunicolo, non senza un brivido freddo al fondoschiena si inoltrarono in esso percorrendolo per un lungo tratto ma si avvidero che non avanzavano in direzione della spaccatura soprastante e iniziarono a dubitare che la stessa comunicasse con l’abitazione della Creatura.
Preoccupati della scoperta stavano per ritornare sui loro passi quando si avvidero di una piccola e nascosta deviazione alla loro sinistra.
Dal cunicolo principale si dipanava una piccola spaccatura che conduceva nella giusta direzione.
Infatti dopo un poco si ritrovarono al di sotto del pozzo che conduceva sulla scogliera ma questo faceva sorgere un problema molto serio.

Si avvidero infatti che molti altri cunicoli, antichi sversatoi d’acqua oppure letti asciutti di un antico fiume sotterraneo partivano da questo abisso naturale e questo impediva, di fatto di poter prevedere con una esplosione che non vi fossero via di fuga alternative alla Creatura cui davano la caccia.
Adriano propose di tornare indietro e riferire quanto scoperto ma Meri troncò la discussione dicendo che il tempo stringeva e correvano il rischio di non fare in tempo a trovare una soluzione al problema.

Disse anche che se la Creatura usciva non avrebbero potuto più piazzare la bomba nel punto più opportuno e invitò tutti ad esplorare meglio il cunicolo centrale e la caverna d’ingresso.
Dopo poco tempo riuscirono a sapere con assoluta certezza che sia la caverna d’ingresso che la parte di cunicolo fino alla biforcazione non presentavano altre spaccature o crepacci.

L’esplosivo, dunque doveva essere piazzato in modo da far crollare il cunicolo iniziale e la stessa caverna d’ingresso in maniera tale da intrappolare la creatura all’esterno.
Questo significava che il piano iniziale doveva essere cambiato.
Si doveva attendere l’uscita della creatura, poi si doveva entrare nel cunicolo approfittando del pozzo, piazzare l’esplosivo alle spalle del Raugunan e far saltare la bomba battendo in ritirata dallo stesso pozzo.

Occorreva, dunque, fare due cose.

Tenere l’esplosivo a mezz’aria fino a che la Creatura sarebbe passata in modo da non farle rilevare la presenza dello stesso, calarsi poi nel pozzo e fuggire poi dalla stessa strada d’ingresso.
Adriano si offrì volontario, Meri si sarebbe incaricata di portare il messaggio ai compagni, le tre scimmie avrebbero posto dei segnali di allarme, le solite funi coi campanelli, all’ingresso della spaccatura secondaria.

Detto fatto tutti si dedicarono ai compiti prestabiliti.

Libero, avvisato, provvide ad allungare la miccia della bomba calcolando il tempo di combustione della stessa ma non poté che calcolarne il tempo con un margine del 20% in più o in meno.
Inoltre avvertì Adriano che l’onda d’urto avrebbe potuto facilmente colpirlo mentre risaliva il pozzo e questo sarebbe stato molto rischioso.
Adriano rispose che il rischio era il suo mestiere e Libero se ne andò presumendo che Adriano possedesse un (rischiorante) e facesse il (rischioratore) però per maggior sicurezza iniziò a pensare ad una sorta di avvolgitore artigianale di corde in modo da far salire Adriano velocemente.

Dopo aver scartato molte idee pensò ad un tronco su cui avvolgere la corda che se fosse stato messo sotto tensione avrebbe azionato una specie di argano su cui era tesa un’altra corda a cui era appesa una pietra o molte pietre il cui peso totale era superiore al peso di Adriano.
Questo peso sganciato al momento opportuno doveva scaricarsi da qualche parte e, non potendosi scaricare nello stesso pozzo per via della solita onda d’urto, non poteva che scaricarsi nel precipizio sul mare.

Subito con l’aiuto degli altri concretizzò la sua idea a in breve anche questo fu a posto.

Ormai l’oscurità incombeva, il sole era completamente oscurato dalla luna e le ombre si stendevano cupe nelle vicinanze della grotta, l’eclissi rendeva cupo il giorno  gia cupo di oscuri presagi e solo le stelle, apparse per magia nel cielo, sembravano alimentare la speranza che tutto potesse risolversi per il meglio.

Colui il Quale il Comandante volse lo sguardo verso il mare dove il lucore del sole baluginava all’orizzonte, forse al di fuori della portata dell’eclisse totale e si soffermò sulle allegre luci della LEDA che sembravano trasmettere a tutti loro un messaggio di augurio e di vittoria.
In quell’istante i campanelli suonarono, tutti si mossero all’unisono verso le postazioni concordate e, muti, ascoltarono i vari segnali che annunciavano l’avanzare della creatura.

Esattamente come Libero aveva previsto, la loro operazione di disboscamento diede i suoi frutti indirizzando la Creatura verso la valletta della sera precedente.

Nello stesso momento Adriano si calò nel pozzo iniziando il trasporto della bomba verso l’ingresso alle spalle della Creatura.
Libero, notando il tremolio nell’enorme mucchio di legname accumulato, diede inizio alla festa incendiando il tutto, intanto le scimmie e i suoi compagni fecero cadere rocce a macigni all’inizio della valletta per evitare che la Creatura potesse facilmente riguadagnare la grotta.

Il buio regnava sovrano ed era squarciato dall’enorme incendio, Colui il Quale il Comandante guardava ipnotizzato l’orologio scandire i secondi aspettando la fine dell’impressionante e bellissimo spettacolo della natura.

In quel preciso istante l’enorme rogo sembrò esplodere, alberi, rami infuocati, fiamme e giganteschi cumuli di scintille saltarono in aria scagliati da una furia immane in ogni direzione.
Alcuni alberi infuocati raggiunsero perfino la LEDA e tutto l’equipaggio ebbe il suo daffare per spegnere i numerosi incendi che però non pregiudicarono la struttura della nave.

Subito Colui il Quale il Secondo diede inizio alle operazioni di riparazione anche se lo spettacolo dell’isola era incredibile stupefacente.

Le fiamme e i bagliori stagliavano una figura enorme che si agitava, enorme massa pulsante che ancora scagliava al cielo la sua rabbia e premeva, mentre attaccava come un’onda vivente, il costone della scogliera.
Intanto sullo stesso costone tutti cercavano riparo dalla furia della Creatura, Libero, bestemmiando come un matto per la bella idea che aveva avuto si era riparato dietro un costone roccioso che proteggeva anche le bacche velenose e smoccolando cercava di individuare dove fossero gli altri.

Vedeva le rocce del costone sbriciolarsi come se fossero triturate da una enorme macchina per fare la ghiaia.
I macigni che erano stati rovesciati in precedenza ripresero vita e sembrarono risalire ai posti originari tutto sembrava prendere vita sotto l’enorme potenza di quella macchina organica cui era stato sottratto il nutrimento.

Intanto Adriano, freneticamente, all’oscuro del pandemonio che si era scatenato all’esterno, aveva completato l’innesco della bomba, correva come un matto verso il pozzo sperando di non vedersi saltare la montagna intorno da un momento all’altro.
Arrivato al pozzo guardò esterrefatto il mare di frammenti infuocati che costellava il fondo dello stesso e la prima cosa che gli passò per la mente fu che la corda stessa aveva preso fuoco.
Ma con sollievo si avvide che tutto sembrava in ordine.

Si aggrappò alla fune dando il segnale ma non accadde nulla.
Nello stesso momento senti tremare la montagna mentre un rumore sordo e senza fine lo colpiva salendo di tono attimo per attimo.
Qui, Quo e Qua non capivano più nulla.

In quella bailamme di fuoco, fiamme, pietre, urla, scoppi, bagliori che la festa di Piedigrotta sembrava una veglia funebre, correvano come pazze da una parte e dall’altra dimenticandosi anche della loro condizione di scimmie.

Volendo salvarsi a tutti i costi dapprima si immedesimarono in salamandre ed arabe fenici, poi in topolini per trovare un buco dove nascondersi, infine decisero di credersi pipistrelli e fuggire nel profondo degli abissi all’inferno che si era scatenato.
Il Raugunan sembrava impazzito ma era solo furioso, se la furia potesse esprimersi in quella cosa aliena, perché gli era stato sottratto del cibo.

Ma stava accadendo dell’altro.

Si avvide che il sole era diventato nuovamente presente in cielo mentre attimi prima non c’era.

Non avendo esperienze del fenomeno perché fino a poco tempo prima era vissuto solo sotto terra, il mostro cercò nei banchi di memoria non ancora del tutto riorganizzati la spiegazione di questa anomalia.

Nello stesso tempo, però, poiché i raggi solari gli davano ancora un certo fastidio cercò di riguadagnare l’oscurità della caverna.
Travolgendo ogni cosa si diresse verso l’imboccatura ma proprio in quell’istante la caverna crollò con un enorme fragore.

Una coltre di polvere densa e pesante si alzò attenuando il fastidio dei raggi solari e diede per pochi istante consistenza all’enorme massa del suo corpo.

La sua reazione fu spropositata anche perché per la prima volta accadevano cose contrarie alla fredda logica che aveva governato la sua mente ancora in embrione ma gia molto complessa e organizzata.

Si lanciò con tutta la sua massa contro il mare di pietre che aveva seppellito la caverna crollata spostando letteralmente l’intera superficie rocciosa.
L’intera isola tremò sotto la sua furia ma qualcosa di peggio doveva ancora accadere.

I pochi minuti di tregua avevano riorganizzato il gruppo di intrepidi della LEDA.
Sotto la guida di Colui il Quale il Comandante il bombardamento con le bacche iniziò.

Le scimmie pipistrello si erano avvicinate al pozzo e stavano quasi buttandosi di sotto quando Qui in uno sprazzo di lucidità vide la fune tesa e si ricordò del segnale che avevano concordato.
Udendo il campanello suonare tirò la fune con tutte le sue forze e liberò il carico di pietre.

Adriano vide la morte guardarlo con occhio sorpreso e maligno simile alla oscura signora di Samarcanda, fece spallucce per dire che cazz’vuo’? e in quell’istante schizzò verso l’alto a velocità supersonica.

Di sotto vide avanzare verso di lui la Signora che indossava un abito simile a Superwoman e che lo stava quasi raggiungendo.
Rifece spallucce continuando a dire mentalmente “ma che cazz vai truvanne?” e schizzò fuori dal pozzo compiendo un lunghissimo arco in cielo come se fosse un arco-baleno.
Al limitare superiore della parabola vide di nuovo la nera signora che con una manovra acrobatica del suo parapendio incrociò la sua rotta aerea ma non riuscì a fare spallucce perché con un prolungamento di urlo che proveniva fin dalla sua partenza precipitò verso la lontana superficie del mare dall’alto del precipizio.

L’urlo si spense in mare dove sprofondò per decine di metri e solo la sua condizione di arco-baleno lo salvò.

Ovviamente anche li sotto la nera signora lo seguì ma lui facendo il gesto dell’ombrello nuotò verso la superficie e spuntò giusto in tempo per scontrarsi col delfino Bambaren e Frag che costeggiavano in attesa di ordini e di notizie.

Fu subito portato sulla LEDA dove Rosagialla e Oti Master lo fasciarono con un chilometro e mezzo di bende per poi ingessarlo completamente per precauzione in attesa del ritorno del dott. Rifleman, poi lo appesero all’albero di maestra dove gli fece compagnia il pescespada che iniziò subito a disquisire sull’opportunità o meno di avere la sciabola affilata a destra o a sinistra secondo se si fosse destrorsi o mancini.

Le tre scimmie furono scagliate dall’esplosione giusto dietro il costone dove stava Libero, ancora intontite vennero prese a schiaffi da quest’ultimo per cercare di svegliarle e anche per provare a se stesso che quello non era un sogno se sentiva male alle mani.
Appena riprese furono incaricate di portare le bacche, senza romperle, sul costone.

La guerra era iniziata.
La prima bacca si spiaccicò sul dorso (chiamiamolo dorso ma non era un dorso semmai un avvallamento, no era un picco!!, no una protuberanza? Ma chiamatela come volete) e subito iniziò a sollevarsi una leggera nebbiolina.

Il Raugunan per la prima volta ebbe la sensazione che gli accadesse qualcosa di spiacevole.
Era una cosa del tutto nuova e alla quale non riusciva a dare un senso ma capiva che era molto più spiacevole dei raggi solari.
Anzi quella sensazione gli ricordava qualcosa di antico, talmente antico da essere sepolto sotto eoni di sensazioni.
Altre bacche piovvero su di lui mentre analizzava quella sensazione strana, le bacche divennero una pioggia e una consapevolezza iniziò a penetrare in lui.
Quella sensazione l’aveva provata un’altra volta, era una sensazione allo stesso tempo di rinuncia e di dissoluzione.
Certo ora ricordava era la stessa sensazione che aveva provato quando era stato destrutturato anzi questa era una sensazione più cruda perché non seguiva un ordine operativo, era una sensazione di morte!!!! ….

Ma fra la morte e la sua furia c’era ancora tempo.
Subito iniziò con delle procedure di difesa che consistevano con l’isolare le parti colpite con uno speciale tessuto osseo di difficile penetrazione, poi si accinse ad espellere questi frammenti come se fossero proiettili e, poiché aveva la facoltà di dirigerli dove voleva iniziò con i luoghi di provenienza delle bacche.
Questo gli permise di prendere tempo perché subito la gragnuola di bacche si attenuò di molto.

Infatti questo attacco improvviso costrinse i poveri malcapitati a ripararsi per non essere colpiti e questo impediva un massiccio lancio di bacche.

Intanto la Creatura lavorava anche per farsi un varco nel fianco della montagna per raggiungere il suo rifugio agognato.
Colui il Quale il Comandante incitò i suoi all’attacco e anche se con difficoltà il lancio riprese.

Libero con le scimmie, seguito da Meri riuscì a guadagnare proprio la verticale sopra l’ingresso della grotta e scatenò da quella posizione un vero infern di fuoco lanciando quantità industriali di bacche che iniziarono seriamente ad intaccare la struttura della Bestia.
Infatti se il Raugunan non avesse in tempo reale incapsulato le bacche la luce solare avrebbe fatto penetrare in profondità il veleno allargando a dismisura le zone infette.
Solo che le facoltà prodigiose della Creatura erano lungi dall’essere sconfitte.
La Creatura iniziò a cambiare densità alla materia, se materia era, di cui era composta.
Questo le permise di aumentare a dismisura la massa superficiale in modo da limitare al minimo i danni.
Anche così il Raugunan si rendeva conto che non poteva contrastare a lungo gli effetti del continuo avvelenamento.
Allora decise di trasportare nel profondo della sua struttura la matrici di formazione rendendo amorfa la struttura circostante.
Il suo scopo era di sfruttare gli stessi raggi solari creandosi una corazza impenetrabile che avrebbe permesso la sua sopravvivenza in eterno a discapito della sua mobilità.

Poi sulla superficie a contatto col terreno dove non poteva esser raggiunto avrebbe sviluppato delle radici mobili che avrebbe fatto penetrare nel terreno fino ad incontrare cavità naturali tali da contenere la sua struttura di comando.
A quel punto sarebbe defluito lasciando il guscio vuoto che avrebbe potuto funzionare anche come specchietto per le allodole mentre lui elaborava le giuste tattiche per eliminare i pericoli di quella sostanza che lo stava uccidendo.

Ovviamente di tutto questo i nostri eroi erano all’oscuro ma una certa preoccupazione nel vedere quasi cessare le reazioni della creatura li spinse a riprendere con zelo il bombardamento.
Libero, poiché non riusciva a scorgere con certezza il suo avversario, si ricordò dell’effetto dell’”Oceano blu” e andò a procurarsi le ultime bottiglie del tonico corroborante.
Le lanciò in parte sulla bestia e in parte se lo bevve perché sentiva il bisogno di conforto.
L’Oceano blu cadde sulla Bestia con effetti sconvolgenti.
La zona interessata dal liquido divenne di un rosso porpora e per un istante Libero si riparò aspettandosi un’altra inzuppata di marmellata di mirtilli semidigerita e puzzolente, ma questa volta l’effetto fu diverso.

La zona rosso porpora divenne simile ad un puntaspilli mentre schizzava in tutte le direzioni la materia ameboide della Creatura, poi in quella zona si creò una specie di avvallamento nerastro e spumeggiante indice che l’effetto corrosivo del veleno era quanto meno decuplicato rispetto a prima.
La Creatura sobbalzò come se fosse stata colpita da un missile nucleare.
Questa volta provò la sensazione inimmaginabile del dolore vero.
A questo punto persa anche la speranza di continuare nella sua impresa attese la sua fine che però non venne.
L’”Oceano Blu” era finito e questo era un evento inaspettatamente favorevole alla Creatura.

Colui il Quale il Comandante per la prima volta storse la bocca in una imprecazione inaspettata che fece restare con la bocca aperta tutti i suoi compagni.
Persino le scimmie si cosparsero il capo di cenere ricordando quanto liquore si erano scolate senza pensare che fosse l’arma finale.
Ma tutto questo non poteva accadere, pensò Libero, dopo tanta fatica dopo che si erano battuti fino all’estremo con l’invincibile Creatura aliena.
Accasciato, con le bacche in mano, preso quasi dal desiderio di mangiarsele a morsi, vedeva la Bestia che, ringalluzzita, ricostruiva lentamente la corazza infranta decisa a portare a compimento quanto deciso.
In quel momento di sconforto, però, accadde l’inimmaginabile.
Dal folto della foresta iniziarono ad uscire decine, centinaia di Phargs che presero a lanciare bacche e frutti sulla Bestia traslucida e imbozzolata.
I frutti, che non erano altro che “Oceano Blu” concentrato scatenarono una reazione a catena nella creatura che divenne davvero tutta rosso porpora.
Sembrò che la terra si aprisse quando la creatura sobbalzò mentre la corazza si dissolveva lasciandola indifesa in balia del veleno.
Neanche la sua reazione di inclusione dei proiettili che riceveva e il conseguente lancio degli stessi contro i suoi assalitori le dava il vantaggio iniziale.

I Phargs accusavano i colpi senza profferire verbo e andavano avanti col bombardamento senza fermarsi un attimo.
La Creatura si lanciò in mezzo a loro assorbendo, schiacciando, ma nello stesso tempo assorbiva bacche di veleno, frutti di “oceano Blu”, contribuendo così alla propria distruzione.
Ogni Phargs che cadeva era sostituito da altri dieci, per ogni bacca persa dieci cento arrivavano al bersaglio.

L’ultima difesa della creatura fu il tentativo di suddividersi in milioni di frammenti per potersi ricostituire un giorno, ma anche questo venne neutralizzato dai Phargs che circondarono la zona con una serie di strutture vegetali tali da drenare ogni singola particella della Creatura e sottoporla alla cura necessaria alla sua distruzione definitiva.

La battaglia era vinta, dal costone si udivano urla di gioia mentre il dott. Rifleman ed Elena uscivano dalla foresta salutando i Compagni.
Dalla LEDA intanto si alzavano fuochi artificiali, canti e razzi a festeggiare la vittoria che Colui il Quale il Secondo avevano seguito dalla coffa col cannocchiale tremando e trepidando all’unisono con i suoi compagni sull’isola.

Perfino il pescespada si era zittito con il sollievo di Adriano mentre la lotta arrivava all’apice ma ora che la tensione si era allentata iniziava nuovamente a guardare sottecchi Rosagialla sperando di non diventare il piatto forte dei festeggiamenti.

Per maggior misura salì di nuovo sulla coffa dove felice ma da solo, in attesa di Libero, restò ad osservare la festa sottostante.
Intanto sull’isola la festa era iniziata.

Tutti si abbracciavano e cantavano per la vittoria conseguita ma, all’improvviso Meri chiese dove fosse Adriano.
Tutti si fermarono all’improvviso perché nella foga dell’azione nessuno l’aveva più visto.
Poi Libero si chiese chi avesse fatto uscire Adriano dalla grotta ma nessuno rispose.
In verità Qui rispose ma nell’occasione contingente la sua risposta non venne intesa anche perché lo scimmiesco non era compreso bene.
Un profondo silenzio cadde sul gruppo raccolto intorno a Colui il Quale il Comandante che recatosi sull’orlo del pozzo seguito da tutto il gruppo accertato che il pozzo era crollato definitivamente iniziò a imbastire un discorso di cordoglio per commemorare il primo Eroe della LEDA.
Tutti piangevano mentre Elena e Meri avevano raccolto e confezionato una corona di fiori da mettere sulla monumentale tomba formata dall’enorme ammasso di pietre che aveva seppellito il loro compagno.

Libero, mordendosi le mani perché era stato lui a costruire il meccanismo che avrebbe dovuto salvare il malcapitato, iniziò col suo martello a scolpire la lapide commemorativa, mentre tutti leggendo davano consigli e suggerivano pensieri.

Ogni volta, però, questi continui consigli avevano l’unico risultato di far sbagliare lo scalpellino che doveva rompere la pietra e ricominciare daccapo.
Alla trentaduesima lapide Libero iniziò a perdere la pazienza, alla quarantatreesima colpì la testa di Meri col martello facendo fuggire tutti.

Poi scrisse sulla pietra “Qui giace Adriano, possessore di un rischiorante, che condusse vita rischiosa facendo il rischioratore, e morì per il bene dei compagni, pace all’anima sua, meglio a lui che a me, con affetto ed amicizia Liberodivolare e tutta la LEDA”.

Poi, mestamente, dopo aver concordato con i Phargs che l’indomani sarebbero stati dall’Albero per il commiato, tornarono alla LEDA per dare la triste notizia ai loro compagni d’equipaggio.
Avvicinandosi alla nave pensavano a come dare la notizia a tutti visto che stavano festeggiando come matti.
Certamente il loro mesto arrivo avrebbe raffreddato l’atmosfera festosa della nave ma la vita è fatta di belle e cattive notizie e nessuno può dire in che momento ti cadranno addosso le prime o le seconde.

Con stupore tutto l’equipaggio li vide avvicinarsi mestamente alla fiancata e salire a bordo.
Tutti pensarono che ci fosse qualcosa che non andava, forse la bestia non era stata sconfitta, forse si doveva ancora combattere.
Domanda mute si scontravano con occhi pieni di lacrime.
Rosagialla fu la prima che si avvicinò al gruppetto mentre le scimmie facevano comunella con le altre li sui pennoni e il pescespada cercava di attirare l’attenzione di Libero agitando una pinna.
Vitty, Meri ed Elena si tuffarono fra le sue braccia piangendo mentre Libero scrollandosi le mille mani che cercavano di trattenerlo iniziò a salire la scaletta di corda che portava alla coffa dove poteva piangere in pace.

Ma non aveva messo il piede sul primo scalino che si trovò la faccia di Adriano contornata dal bianco delle bende e del gesso che stava li appeso a mezz’aria sull’albero di maestro.

Lo spavento che provò fu talmente forte che schizzò quasi fuori bordo.
Un urlo lancinante si alzò improvviso e spaventoso mentre Libero iniziò a correre lungo la tolda della nave andando a nascondersi dietro il ponte di comando.

Tutti si chiesero cosa fosse accaduto e per un mezzo minuto vi fu un parapiglia generale.
Intanto Libero chiedeva perdono all’Anima di Adriano perché era convinto che questa lo perseguitasse essendo stato lui l’inconsapevole autore della sua improvvisa dipartita.
Promise in rapida successione di dedicarsi alla sorveglianza perpetua del suo luogo di sepoltura, poi, pensandoci bene, gli promise mille messe, poi sembrando le messe costose gli promise una candela al giorno ricordandosi vagamente di un proverbio che faceva “ Una candela al giorno ti toglie il morto di torno”.
Infine gli dedicò tre paternoster e un’avemaria e scrutò se l’apparizione fosse sparita.

Ma si accorse con orrore che l’apparizione perdurava, anzi faceva anche strane facce come se stesse bestemmiando.

Intanto un coro di risa generale percorreva la LEDA.
Rosagialla aveva spiegato l’arcano e aveva dato la lieta notizia del recupero in mare di Adriano.
Tutti si recarono a festeggiare il povero e comunque Eroe che aveva corso un pericolo mortale, afferrarono il bianco salsicciotto e lo portarono a guisa di madonna in processione per tutta la nave.

Solo Libero, che nel frattempo si era rifugiato sulla coffa in compagnia del pescespada , continuò per un bel pezzo a pensare che Adriano fosse un fantasma e solo dopo che venne costretto a scendere dai morsi della fame che avevano preoccupato lo stesso pescespada e si fu assicurato come novello San Tommaso della consistenza dell’amico, si liberò di quella insana impressione.
Inutile soffermarsi sui festeggiamenti ultragalattici che vennero approntati sull’Isola.
Dopo dieci giorni di bagordi Colui il quale il Comandante decise che era giunto il momento di spiegare le vele e andare incontro ad altre avventure.
Dall’Albero avevano ricevuto particolari sostanze persuasive che potevano irrorare il cuore di bontà e comprensione, dal cervello alieno ebbero i mezzi per poter parlare con le balene e individuare con estrema precisione queste ultime oltre alle navi assassine.
Prima di partire Colui il Quale il Comandante ebbe un lungo colloquio con Elena che aveva espresso l’intenzione di restare sull’isola per fare da tramite fra l’Albero e il Cervello Alieno.
In tal modo in breve tempo avrebbero avuto a disposizione la possibilità di risanare il pianeta e le conoscenze tecnologiche per esplorare oltre la Terra anche l’Universo.

Colui il Quale il comandante non poté che darle ragione ma assicurò anche che sarebbero sempre passati di li perché l’Isola segreta da allora in poi sarebbe stata la base della LEDA.
Inoltre era anche curioso di visitare la base aliena e colloquiare a lungo con l’Albero che non dovendosi più preoccupare del Raugunan avrebbe potuto dedicare tutte le sue energie per il bene del Pianeta.

La partenza fu straziante perché dove si combatte per un ideale si lascia sempre un pezzettino del proprio cuore.
Uno sventolio di fazzoletti e fiumi di lacrime condì la partenza della LEDA.
Pian piano l’Isola rimpicciolì in lontananza, divenne piccina piccina, baluginò all’orizzonte avvolta in una luce irreale, ammiccò…… e scomparve.

FINE

postato da: ArturBlord alle ore 14:33 | link | commenti
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Spedizione della LEDA - Decima puntata




Finalmente ricompattato il gruppo Colui il Quale Il Comandante cercò di fare il punto della situazione preoccupato della minaccia incombente sull’isola che rischiava di estendersi a tutto il Mondo.

Questa preoccupazione, avvalorata da cio che aveva appreso dall’Albero, richiedeva che la minaccia venisse identificata e che si adottassero gli opportuni accorgimenti per la sua eliminazione.
Gli indizi, finora, erano pochi e questo era ulteriore fonte di preoccupazione.

Alcuni pensavano che una specie di enorme verme si cibasse delle radici dell’Albero e pensavano di usare gli agenti irritanti (la spremuta di cipolle) per stanarlo per poi ammazzarlo a furia di botte in testa.

Altri pensavano che la minaccia fosse una enorme colonia di formiconi giganti e pensavano che se si fosse riusciti a trovare ed uccidere la regina tutto si sarebbe risolto.

Liberodivolare propose di versare nel pozzo tutti i fiori allucinogeni così da neutralizzare il nemico e costringerlo a sognare fino a farlo morire di inedia.

L’idea solleticò la fantasia di parecchi ma il Dottor Rifleman disse che era molto difficile manipolare quei fiori, che non sapevano nulla di cosa si nascondesse li sotto, che forse i fiori erano per quella cosa uno stimolante e non avrebbero avuto effetto mentre avrebbero potuto essere deleteri per l’Albero.
Accantonata l’idea si decise di cercare di capire cosa fosse mai questa bestia, attirarla lontano dalle radici e, infine, studiare un mezzo per distruggerla, sperando che la cosa non riuscisse nel frattempo a distruggere LEDA e Ledisti.

Colui il Quale il Comandante propose di spostare il campo vicino all’enorme caverna che stava sulla via per raggiungere l’Albero e di costruirlo vicino alla spiaggia in modo da avere sempre la via del mare libera se avessero dovuto ritirarsi precipitosamente.
Detto fatto, tutti si misero al lavoro alacremente, spostando tende, masserizie varie, il laboratorio e tutto quello che avevano.

In breve tempo il nuovo accampamento fu operativo.

La giornata era passata velocemente, le prime stelle spuntavano mentre all’orizzonte gli ultimi barlumi del giorno sparivano velocemente.
A quella latitudine la notte calava come un sipario e il manto di stelle fittissimo in poco tempo magicamente brillò sul loro capo.
La Luna fece capolino dal promontorio e la sua diafana luce, illuminò la foresta circostante, le luci della LEDA erano un punto di riferimento mentre davanti al fuoco acceso tutti consumavano il pasto serale in religioso silenzio.

La preoccupazione per quello che poteva succedere il giorno dopo portava ad essere introspettivi e anche le scimmie sentivano la tensione nell’aria e non scherzavano come le altre volte.
Nonostante cio si erano rimpinzate di frutta ed ora si spulciavano, calme e silenziose, non senza alzare ogni tanto lo sguardo per scrutare la selva circostante e sussultare al minimo rumore proveniente dall’interno della giungla.

Liberodivolare si era arrampicato su un albero quasi sulla spiaggia e faceva segnali col fotometro alla LEDA per comunicare il programma del giorno seguente e trasmettendo l’ordine a Colui il Quale il Secondo di far trasportare a terra tutti gli armamentari vari accumulati sulla LEDA.

Elena sembrava in trance ma nella sua testa brillava vivido il ricordo degli ultimi avvenimenti e pur avendo consultato tutto lo scibile degli Atlantidei non aveva trovato traccia di cio che cercavano.

Il Cervello della base richiedeva informazioni suppletive che solo l’indomani avrebbero potuto essere date e a questo punto Elena decise che la miglior cosa sarebbe stata farsi un bel sonno ristoratore e rimandare tutto quando le idee sarebbero state più chiare.

Pian piano l’accampamento divenne sempre più silenzioso, tutti scivolarono in un sonno senza sogni tranne le scimmie che rimasero all’erta, Adriano che era di guardia al primo quarto, Liberodivolare che iniziò a cantare sulla cima dell’albero “Un elefante si dondolava sopra il filo di una ragnatela e trovando la cosa interessante andò a trovare un altro elefante; Due elefanti si dondolavano sopra il filo di una ragnatela e trovando la cosa interessante andarono a chiamare un altro elefante; e così via……..” finché arrivò una scarpata dal basso che lo colse dietro la nuca facendogli fare un salto mortale in avanti dal ramo ad un ramo più basso.

Risentito Libero si accoccolò sul ramo e si mise a dormire dopo però che ebbe lanciato una dozzina di noci di cocco a caso che sicuramente colpirono qualcuno dato che si udirono provenienti dal basso vari “ouck” “ahi” “mannaggia a chella zoccola e’ mammete” e così via.

Nel buio della foresta qualcosa di invisibile si mosse lentamente senza fare alcun rumore e dopo il suo passaggio un’altra striscia di terreno privo di vita segnò come una cicatrice il suolo dell’Isola.

Il mattino sorse radioso e sconfisse tutti i timori e tutte le paure della vigilia.
L’accampamento si animò appena arrivarono le scialuppe con i rifornimenti.
Tutti si davano da fare decisi a portare a termine l’impresa e a partire subito per i mari freddi del nord dove vi erano balene che soffrivano e andavano salvate.
Liberodivolare rimase prudentemente sull’albero finché non vide tutti indaffarati poi, sicuro che l’episodio notturno fosse accantonato chiamò Qui Quo e Qua e si diresse verso la caverna in esplorazione.
Il Dottor Rifleman si unì al gruppetto e di buon passo la piccola spedizione attraversò il breve tratto di foresta per raggiungere il promontorio dove si apriva la caverna.
Perplesso Libero avanzò su quella striscia brulla che segnava la giungla e rivolgendosi al Dottore gli chiese spiegazioni sul fenomeno.
Il Dottore prese un campione del terreno e lo sottopose ad alcune analisi col suo piccolo kit di laboratorio d’analisi.
Stupito fece vedere i risultati che indicavano un terreno assolutamente privo di qualsiasi sostanza nutritiva un vero e proprio terreno alieno impossibile da trovare sulla terra se non in qualche deserto dilavato da secoli di siccità e di esposizione a raggi ultravioletti molto intensi dovuti ad un buco dell’ozono enorme ed accentuato.

Libero ancora di più impressionato cacciò fuori la bottiglia di Oceano blu e se ne versò una buona dose.
Poi chiese se questo fenomeno potesse avere attinenze con quello che cercavano e il prolungato silenzio del Dottore, oltre all’espressione di cane bastonato, furono una conferma ai suoi piu tristi pensieri.

Il dottor Rifleman decise di ritornare indietro e fare più attente analisi al campione preso e, accompagnato da Qui, tornò al campo base per riferire il ritrovamento.

Libero con Quo e Qua decise di andare più avanti e scoprire qualche altro indizio.

Intanto Colui il Quale il Comandante fece prendere al gruppo una campionatura delle armi per saggiarne l’eventuale efficacia e stava per dare l’ordine di partenza quando venne informato del ritorno del Dottore.
Preoccupato gli andò incontro e dopo aver avuto le informazioni decise di aspettare un poco prima di partire per dare tempo al Dottore di fare ulteriori analisi ma allo stesso tempo mandò, sulle tracce di Libero, Elena, Rosagialla e Fortevento per rimpinguare il numero degli esploratori.
Libero, intanto, aveva trovato altre strisce sospette e si era accorto che tutte portavano alla grande caverna, questo lo preoccupò ulteriormente, e lo convinse che alberi e sottobosco non sarebbero stati un ostacolo per il fantomatico avversario.
Decise allora di inerpicarsi sul promontorio in modo da vedere dall’alto la zona circostante la grande caverna.

Con suo grande stupore si accorse che numerose strisce circondavano l’ingresso e la vegetazione dall’alto risultava molto compromessa.
Inoltre le strisce sembravano di varia misura come se fossero state fatte da una specie di acido emesso però in quantità diverse in momenti diversi.
Infine si accorse che se l’ipotesi che strisce più nette erano anche più recenti si vedeva che la grandezza della striscia aumentava in maniera esponenziale man mano che erano più recenti, indice questo che la cosa cresceva molto in fretta.
La più recente era anche quella che si era di più avvicinata al loro campo anche se la distanza non era così piccola e lo schema che vedeva sul terreno faceva pensare che la prossima striscia sarebbe passata in una valletta alla sua destra colma di vegetazione.
Ciò significava che la sua posizione sul costone era sicura a meno che la cosa non avesse organi che potessero rilevarlo.

Guardando, dietro di se, il precipizio che conduceva al mare si disse che nella peggiore delle ipotesi avrebbe sempre potuto saltare in mare e allontanarsi a nuoto, semmai con l’aiuto dei delfini.
Si prefisse, perciò, di condurre i compagni su quella specie di osservatorio non appena lo avrebbero raggiunto.
Salendo più in alto vide che vi era una specie di frattura nel terreno e guardando dentro quel crepaccio si accorse che stava guardando nella grotta o serie di grotte che stavano sotto di lui e che comunicavano con la grotta principale dove erano diretti.

Da lassù vide i compagni avvicinarsi e mandò Quo ad avvertirli e condurli sul posto.
Lasciato Qua vicino al crepaccio scese nuovamente al punto di osservazione ed attese l’arrivo della squadra.

Il Dottore stava nel laboratorio insieme a Colui il Quale il Comandante e non credeva ai dati che gli strumenti gli riferivano.
Il terreno era puramente minerale, qualsiasi scoria azotata, qualsiasi batterio, sembrava sparito.
L’humus che doveva essere presente in un terreno tropicale era completamente sparito e se non si fosse riformato, cosa quasi impossibile, se non in tempi lunghi, nulla sarebbe cresciuto.

Sembrava, inoltre, che agisse ancora un agente inibitore che impediva anche la contaminazione da parte dei batteri esistenti nell’aria.
Perfino le spore non sviluppavano minimamente anche se i gradienti di temperatura e di umidità erano più che favorevoli all’attecchimento.

Cosa avesse causato tale pasticcio non era nelle conoscenze del Dottore che supponeva solo l’esistenza di qualcosa che si nutrisse sciogliendo tutto quello che era vegetale ed animale e traendolo anche dal terreno lasciasse come sottoprodotto quello sterile ammasso di sali minerali ma il come accadesse cio era del tutto sconosciuto.

Inoltre la forma, la consistenza, l’aspetto di cosa causasse cio era anch’essa un mistero.

Colui il Quale il Comandante era perplesso ma dovendo prendere una decisione non poté che dare l’ordine di partenza.
Comunque per tutta sicurezza comunicò alla LEDA di partire se entro 48 ore non avesse avuto notizie della spedizione, poi anche se occorreva caricare come muli anche le scimmie decise di portare tutto cio che potevano compreso il laboratorio perché agire in tempo reale era una cosa ormai di importanza vitale.

Libero salutò le tre compagne e fece vedere loro il risultato delle sue elucubrazioni le accompagnò alla spaccatura superiore e frenò i bollenti spiriti di Elena che voleva per forza calarsi dentro in esplorazione.
Dopo aver dovuto anche usar le mani dandole tre quattro scappellotti la accompagnò giù a calcioni e la legò ad un albero per evitare di doverla abbattere con una ulteriore noce di cocco.

Il Sole era quasi al tramonto quando videro arrivare tutto il gruppo che avanzava lentamente sotto il peso dell’attrezzatura.
Scesero per dare una mano e finalmente tutto venne portato in alto fuori dall’eventuale pericolo incombente.

Il giorno lentamente volgeva al tramonto, il sole era ormai all’orizzonte e le lunghe ombre del promontorio intaccavano i colori della selva sottostante.
Sul crinale dello stesso, i nostri eroi, spalle al tramonto, sorvegliavano la caverna pronti ad intervenire ma nulla faceva presagire la presenza di cose strane e misteriose.
Gli uccelli volavano fra gli alberi chiamandosi l’un l’altro, il ronzio dei calabroni e il frinire dei grilli lentamente lasciava il posto al rumore del mare sottostante che diventava predominante man mano che i rumori del giorno si chetavano.

Vicini al fuoco, senza che nessuno chiacchierasse o scherzasse, tutti si interrogavano su cosa stesse per succedere.
Tutti avevano visto le striature sul terreno, le parti di foresta letteralmente evaporate.

Doveva essere un acido organico, pensava il dott. Rifleman, ma cio non giustifica l’impoverimento di minerali e sostanze azotate.
Liberodivolare pensava che una infinità di piccoli vermi mangiatutto poteva alla stregua delle formiche amazzoniche ridurre in poco tempo la foresta ai minimi termini ma perché uscivano, almeno finora, solo di notte?

Elena continuava ad interrogare il cervello della Base ma questi non avendo nulla su cui elaborare ipotesi restava ostinatamente in silenzio tranne che per il messaggio di attesa inviato già in precedenza.

Colui il Quale il Comandante osservava accigliato il panorama perso in chissà quali pensieri, mentre tutti gli altri restavano in attesa di suoi ordini.

Solo le Scimmie peregrinavano per ogni dove sfottendosi fra loro o cercando da mangiare e dando anche fastidio a volte a chi, preoccupato della situazione, non aveva eccessiva voglia di lasciarsi coinvolgere da scherzi o altre buffonate.

Ma, lentamente col progredire della sera, stranamente la tensione sembrò diminuire, dopo il tramonto l’atmosfera iniziò a rilassarsi, ognuno, affaccendato nelle consuete attività serali, sembrò staccare la spina che li aveva resi elettrici per tutto il giorno, e, accanto al fuoco, ci fu anche chi iniziò a canticchiare mentre preparava la cena.

Un profumino si sparse per l’accampamento e anch’esso contribuì a distrarre il gruppo da cupi pensieri, tutti lentamente, come nella famosa scena del pranzo in “Miseria e Nobiltà” con Totò, iniziarono ad avvicinarsi al desco ormai apparecchiato e con indifferenza iniziarono a vedere cosa era stato preparato.
Poi si vide qualche mano allungarsi furtiva al cibo, e, all’improvviso, tutti si misero a mangiare e discutere a gran voce riprendendo quello spirito di fratellanza e goliardia che sempre caratterizzava l’equipaggio della LEDA.

Dopo un po’ Libero, brandendo una cotoletta come vessillo, alzò gli occhi e notò con stupore che le scimmie non facevano parte del gruppo anzi non si vedevano in giro.
Un po’ preoccupato si alzò per andare a vedere dove si fossero cacciate e avanzò sul crinale fino a giungere sul pendio scosceso che portava alla grotta.
Le scimmie erano li aggrappate alle fronde di alcuni alberi e mute guardavano in basso indicando qualcosa.

Libero, preoccupato, si avvicinò ma non scorgeva nulla.
Per scrupolo, volendo avere una visione migliore, prese una fotoelettrica e illuminò la valletta sottostante.
Ma continuò a non vedere nulla, gli alberi erano li un po mossi dalla brezza,…… la brezza? Ma in quel momento brezza non ce n’era.

Neanche un alito di vento soffiava e lui vedeva gli alberi muoversi lentamente.

Le scimmie iniziarono a fare un chiasso tremendo indicando le foglie tremolanti, Libero aguzzò la vista ma non scorgeva nulla, poi, all’improvviso, una luminescenza avvolse la valle facendo divenire tutto inconsistente, la luce si affievolì, fino a sparire e Libero notò a bocca aperta che non c’era più nulla.
Alberi, cespugli, foglie sparse, nulla di organico era rimasto e la valletta sotto la luce elettrica era solo un terreno arido e giallo.
Solo un leggero tremolio nell’aria faceva supporre che ci fosse qualcos’altro.
Richiamati dal chiasso anche gli altri erano giunti ma nessuno aveva visto ciò che era successo.
Il Dottore guardava stupito il cambiamento avvenuto e si lanciò per il pendio desideroso di analizzare l’accaduto ma subito, però, venne placcato da Libero che gli indicò il tremolio che ancora perdurava sulla valle,
Poi, presa una pietra la lanciò verso il basso scrutandone la traiettoria.
Con stupore vide la pietra precipitare ma ad un certo punto rimbalzare a mezz’aria e cambiare direzione.

Il Dottore aveva visto anche lui il fenomeno e si precipitò a lanciarne un’altra che ebbe lo stesso comportamento.
Urlando disse agli altri di andare a prendere le cose portate dalla LEDA comprese le ampolle con vari agenti chimici approntati poi afferrato un ramo lo lanciò giu.
Il ramo si fermò a mezz’aria e li rimase come incollato, poi all’improvviso divenne luminescente, poi perse la luminescenza diventando traslucido e infine sparì all’improvviso come una bolla di sapone.

Tutti si ritrassero dal precipizio preoccupati dall’estrema pericolosità di cio che avevano visto e il Dottore raccomandò di lanciare piccole pietre per visionare eventuali spostamenti dell’invisibile cosa che riempiva la valletta.
Poi, afferrate una ad una le ampolle iniziò a buttarle di sotto con metodo annotando eventuali effetti causati.
Ma nulla accadeva, sembrava che la cosa fosse refrattaria a qualsiasi sostanza anzi se la fagocitava in fretta senza che ne rimanessero tracce.
Il Dottore suppose che la permanenza della creatura o cosa altro fosse era dovuta all’opera di assorbimento dei materiali nutritivi dal terreno per farlo diventare come gli altri esplorati e continuò a buttare giù le sue misture.
Qui, vedendo l’operato del Dottore, tornò al campo e si procurò anche lui alcune cose prendendole dalla tavola imbandita, poi tornò con i suoi compagni ed iniziò il suo personale lancio sperimentale.

Cotolette, cosce di pollo, cannelloni volarono verso il basso causando luminescenze rapide e fugaci.

Libero preoccupato che la cosa prendesse il lancio come occasione di reperire nuovi nutrimenti iniziò a disperdere il gruppo a schiaffi e calci cercando di impedire alle scimmie il dispendio di roba da mangiare anche perché aveva visto la sua cotoletta partire verso il basso.

Nel fare ciò però scivolò su una bottiglia di Oceano blu, anch’essa preda di Qui e rischiando di precipitare si afferrò ad un cespuglio sporgente restando per attimi infiniti appeso sull’abisso.
Ripreso l’equilibrio afferrò la bottiglia e arrabbiato per il pericolo corso la scagliò contro la scimmia che però la schivò facilmente.

La bottiglia fece una lunga parabola finendo in basso e rompendosi sulla cosa bagnandola con la bevanda.
Subito si videro dei lampi attraversare l’intera valletta mentre una macchia blu luminescente evidenziava parte della creatura.
Il Dottore esclamò a gran voce il suo stupore facendo partire una serie colorita di insulti frammisti a congratulazioni mentre Colui il Quale il Comandante subito ordinò di portare la scorta di bottiglie rimaste.

Ci fu un nutrito lancio di bottiglie negli istanti seguenti e velocemente furono in grado di valutare l’enormità di quella cosa che riempiva l’intera valletta.
Si notava anche che ora sussultava in maniera evidente muovendosi come una enorme ameba e che sembrava anche consapevole ed incazzata perché sempre piu pseudopodi sembravano volere raggiungerli o quanto meno far cessare il lancio del liquido irritante.

Ovviamente nessuno era in grado di dire che effetti facesse l'Oceano blu alla cosa ma era evidente che sebbene non fosse mortale almeno era di disturbo e rendeva la cosa visibile.

Elena intanto trasmetteva cio che vedeva al computer della Base che iniziò velocemente e finalmente a dare informazioni.
Disse che dalla descrizione della creatura sembrava che fosse proveniente dal pianeta degli Atlantidei dove era stata creata nella notte dei tempi per essere usata come macchina da costruzione.
Era, infatti, in grado di sintetizzare gli elementi e creare lastre ed altri componenti di metalli e strutture progettate dai suoi padroni e collocarle allo stesso tempo dove i padroni avevano comandato di metterle.
Con il loro apporto e quello di altre macchine organiche era stata costruita la base ma a detta del Computer tutto era stato destrutturato dopo il completamento della stessa.

Il Raugunan, così era chiamato il Costruttore, dopo l’uso veniva ridotto in elementi dato che non conveniva rimandarlo indietro e questi venivano sparsi nei terreni circostanti in modo da garantire l’impossibilità di ricostituzione.

Forse nei millenni passati il Raugunan aveva iniziato per un motivo sconosciuto la sua ricostituzione prelevando gli elementi dal terreno e provvedendo alla sua alimentazione in maniera diversa da quella progettata dai Padroni che usavano energia vitale pura.
Invece la creatura estraeva dagli altri organismi l’energia e intanto ricostruiva se stessa.

Secondo il Computer dopo una fase durata centinaia di migliaia di anni in cui il Raugunan aveva ricostruito ed organizzato solo alcune facoltà essenziali, da poco tempo aveva iniziato in maniera esponenziale la sua ricostruzione totale e perciò gli occorrevano enormi quantità di energia.

Ed il peggio doveva ancora venire perché le sue vere facoltà non erano quelle che si vedevano in quel momento, erano enormemente superiori e quando le avrebbe avute avrebbe anche avuto bisogno di tanta energia da spegnere il mondo intero se non si trovava il modo di fermarlo.

Elena rimase basita dalle rivelazioni e chiese come potevano eliminare la creatura e rimase ancora più basita dalla risposta e cioè che la mente della base non lo sapeva e non era in grado di elaborare la risposta.

Alle sue rimostranze la Mente disse che il Raugunan era cambiato così profondamente da non poter essere destrutturato, comunque alla luce dei fatti riferiti avrebbe cercato di elaborare altre strategie.

Poi disse che l'Oceano blu non poteva causare danni al Costruttore anche se lo aveva reso visibile come era all’inizio avendogli forse fornito alcuni elementi che lo stesso non aveva ancora trovato.

Le strane sensazioni di disagio mostrate, però, facevano presupporre che alcune cose, forse, erano, almeno in questa fase, deleterie e si doveva approfittare del momento favorevole perché in fasi successive il potere della cosa sarebbe enormemente aumentato.

Elena era costernata nel riferire agli altri queste notizie e anche il morale degli altri non è che ne fosse risollevato, anzi alcuni motivi di scoramento affioravano mentre la discussione proseguiva.
La cosa, intanto si era rintanata di nuovo nella caverna e alla luce di quanto appreso non sarebbe passato molto tempo perché il grande albero, sintesi ed emblema della Natura sarebbe stato vinto dalla forza della creatura aliena frutto di una scienza che mostrava, ancora una volta, la sua incompletezza di fronte alle forze dell'Universo.

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Spedizione della LEDA - Nona Puntata




Apesara percorreva il sentiero che portava all’albero-casa.
La notte era calata ma la luna piena e una miriade di stelle illuminavano il paesaggio dandogli un aspetto fiabesco.
Sulla sua sinistra si profilava la scogliera che delimitava la spiaggia e giusto più in la c’era la radura dove avevano incontrato i Phargs.
Una strana sensazione la distrasse ai suoi pensieri e si fermò in attesa che i suoi sensi le dessero conferma su ciò che l’aveva allarmata.
Ma nulla si muoveva, né si scorgevano ombre tranne quelle dei cespugli e degli alberi circostanti.
Si incamminò accelerando il passo e in poco tempo, sorpassata la radura, si avviò verso i compagni che l’attendevano all’accampamento degli uomini albero.

Non scorse dietro di lei l’enorme ombra che al suo passaggio scuoteva gli alberi abbattendoli, né si avvide che dove c’era un pezzo di giungla ora c’era una specie di sentiero nudo che portava dritto all’enorme caverna che si apriva sul fianco della montagna.

Fortevento lo squalo sentiva odore di preda nelle vicinanze.
Il suo perfetto corpo da macchina per uccidere solcò velocemente l’acqua pregustando il vicino pasto, per un attimo fu distratto da una grossa cernia che, disperatamente, cercava di guadagnare la sua tana che era nelle vicinanze.
Fortevento la seguì con i suoi occhi fissi ed assassini poi con un poderoso colpo di coda si allontanò sprezzando la misera preda per dirigersi verso l’effluvio di odori e vibrazioni che gli suscitavano lontani ricordi.

Uncino sguazzava nell’acqua gridando che calassero una scialuppa per recuperarlo ma i suoi accoliti avevano altro per la testa con Peter e i suoi amici che, svolazzando, li stavano ridicolizzando per tutta la nave.
Peter aiutato da Wendy aveva preso in una rete un gruppo di scagnozzi e li aveva legati all’albero maestro, Campanellino aveva rinchiuso nella stiva i malcapitati che c’erano caduti prima, soltanto Spugna con il residuo numero di pirati cercava di lanciare una cima al comandante e allo stesso tempo con la pistola cercava ancora di centrare Peter.

Finalmente il capitano riuscì ad afferrare la corda e cercò di risalire a bordo con la spada fra i denti ma l’uncino non è che fosse adatto alla bisogna.
Campanellino, intanto nella foga di chiudere nella stiva i pirati si intrufolò in un altro boccaporto per cercare il modo di chiudere le altre uscite della stiva.
C’era un buio pesto in quel locale e il saltapicchio volante accese una torcia per vedere dove fosse finito.
Con suo sommo terrore si avvide che era capitato fra palle di cannone e barili di polvere che stipavano il locale dal pavimento al soffitto si voltò per uscire e vide scritto sulla porta “Santabarbara”.

“e che diamine
” esclamò “ mo lo scrivono all’interno e non all’esterno?
Cercò di uscire ma si dimenticò che sapeva volare, infilò la scala e inciampò sull’ultimo gradino, la torcia cadde a terra e lui uscendo urlò che stava per scoppiare tutto.
Subito i pirati iniziarono a calare una scialuppa mentre alcuni di loro si buttarono a mare allontanandosi come se fossero finalisti dei cento metri stile libero.
Peter e Campanellino si alzarono in volo ma Wendy rimase impigliata con un piede in una sartia delle vele, Peter se ne accorse e tornò indietro cercando disperatamente di sciogliere il nodo.

Il Capitano stava per salire sulla scialuppa quando Fortevento attaccò uscendo dall’acqua e tranciando di netto un remo della scialuppa.

Uncino sbiancò emettendo un urlo prolungato e cercando disperatamente di salire sulla scialuppa che con un remo tranciato girava su se stessa vicino alla nave, Spugna con l’altro remo cercava di colpire il pescecane sul muso mentre quest’ultimo ignorando le remate non aveva in testa che il Capitano il quale, a sua volta, disperatamente, si difendeva dalle ganasce dando calci e nuotando a velocità supersonica.

Peter cercò con un coltello di tagliare la corda che tratteneva Wendy ma in quel momento tutto saltò in aria, la nave si ridusse in mille pezzi mentre una coltre di fumo nascondeva pietosamente la sorte dei nostri eroi.

Elena, intanto, percorreva i corridoi di quella meraviglia tecnologica ma l’assenza di uscite e di persone iniziava a minare la fiducia che l’aveva sorretta fino ad allora.
La ricchezza di quel palazzo la stupiva sempre di più, l’uso e la raffinatezza dei materiali usati per costruirlo erano inestimabili.
Pareti ricoperte di metallo simile all’oro avevano intarsi e decori in pietre dure dai mille colori che splendevano sotto le luci.

Aveva attraversato alloggi, magazzini pieni di ricambi ed altre parti di macchinari di difficile identificazione, giardini zeppi di piante e fiori.
Enormi ambienti con macchinari che sapeva funzionanti solo dal piccolo ronzio che emettevano mentre un pulsare profondo spandeva vibrazioni che dimostravano le enormi forze che tali macchinari generavano.
Alla fine di un corridoio si accorse che era arrivata in un ambiente grandissimo dove sfociavano tanti altri corridoi simili a quello da lei percorso.
C’era una serie di gradini che scendevano verso il centro mentre l’intera superficie circolare era dotata di scranni come una immensa arena.
Al centro di questa costruzione c’era una specie di podio sopraelevato mentre tutt’intorno c’erano dei seggi imponenti finemente decorati mentre proprio di fronte al podio si vedeva una statua che pur essendo distante era inequivocabilmente umana.
Elena percorse velocemente i gradini rendendosi conto che poteva anche rimanere ferma perché i gradini come una scala mobile viaggiavano verso il basso anche a velocità sostenuta.
In pochi attimi fu accanto alla statua e con stupore si accorse che era la sua copia perfetta.

Completamente flippata e non credendo ai suoi occhi toccò quell’oggetto che non poteva esistere che confermò la sua convinzione di stare sognando.
Si diede un pizzicotto ed urlò dal dolore.
Ancora incredula continuò la sua esplorazione tattile quasi sperando che all’improvviso la statua si animasse, ma non accadde nulla.

Si volse allora verso il podio e per avere una visione di tutto l’emiciclo salì su di esso.
Si girò intorno guardando quei seggi vuoti e cercò di immaginare l’intera sala piena di esseri simili all’uomo.
Se li immaginava di portamento maestoso, con negli occhi quella sicurezza che proviene dalla sapienza e dalla pace.
E, all’improvviso, erano lì, il brusio pacato di migliaia di persone mentre al posto della statua c’era ora un individuo con paramenti riccamente ricamati e intessuti in oro e pietre preziose con sul capo una specie di copricapo che al centro aveva una specie di pietra verde enorme.

Lei su quella specie di podio era circondata dalla stessa luce verde che la pietra emetteva e si accorse, allarmata, di non potersi muovere.

Libero aprì gli occhi sicuro di essere stato ridotto dall’esplosione in tanti pezzettini e vedendo la faccia di Qui vicino alla sua si spaventò credendo di essere all’inferno, poi si tranquillizzò e cercò di spiccare il volo ma cadde rovinosamente a terra.
Oltremodo confuso cercò i resti della nave, pensò a cosa fosse successo a Wendy, cercò di afferrare una spada, un pugnale, con gli occhi si volse a destra e sinistra per vedere dove fossero i pirati ma vedeva solo il verde di un prato.
Qui, intanto, cercava di attirare la sua attenzione e offuscate figure si muovevano intorno.
Spossato si rifugiò di nuovo in un sonno questa volta senza sogni.

Colui il Quale il Comandante, sapute le ultime notizie, decise di recarsi al più presto al luogo dell’appuntamento.
Riferì la sua attenzione ai suoi compagni e ai Phargs e stabilì di attendere l’alba per partire.

Elena era immobile mentre intorno a lei, in una lingua sconosciuta e musicale, ferveva una accesa discussione.
L’individuo che era di fronte a lei sosteneva animatamente con gesti ed espressioni del viso la sua opinione perché la tensione che c’era nell’aria la si poteva letteralmente sentire sulla pelle.
Gli altri componenti che sedevano sui troni erano evidentemente in contrasto fra loro chi dando ragione e chi torto al perorante.

Pian piano però Elena capì cio che dicevano perché si accorse che la lingua parlata era molto simile alla lingua sarda e, stupita, seppe che vi era incombente una catastrofe naturale che quel popolo conosceva da diverso tempo.
Alcuni, fra cui il perorante, volevano abbandonare la base, così chiamavano quel luogo, e tornare al loro pianeta di origine, altri sostenevano che la base sarebbe stata in grado di sopravvivere alla catastrofe e non era necessario abbandonarla.

La discussione andava avanti ormai da ore ed Elena era ormai frastornata e completamente stravolta dall’attenzione che doveva avere per cercare di capire cosa dicevano, le sembrò che le tesi del perorante fossero ascoltate e si convinse di cio quando vide intere sezioni di folla sparire come se fossero teletrasportate.

Pian piano l’enorme emiciclo si vuotò.
Anche i personaggi sugli scranni scomparvero uno ad uno finché non rimase che il Capo che con alcuni cenni delle mani mise in stato di quiete l’intera base, poi volse lo sguardo intorno passando attraverso Elena come se fosse invisibile e come se desse un arrivederci a quell’ambiente si voltò e in batter d’occhio scomparve.

Elena incredula rimase per ancora un attimo in tensione poi crollò sfinita al suolo e si avvide che la statua era di nuovo al suo posto.
Questa volta, però, la statua trasmise un immagine, poi un pensiero, poi una serie di impulsi come se volesse contattare la sua interlocutrice.

Infine un flusso di informazioni iniziò a fluire verso la statua che dopo pochi istanti fu in grado di parlare correttamente e informò Elena di essere una immagine, anzi un Avatar del cervello della Base.
Gli era stato dato l’incarico di tenere in ordine la Base fino al ritorno degli Atlantidei e in un primo momento aveva creduto che lei fosse una di questi ultimi.
Poi analizzando la mente aveva compreso che poteva essere una dei discendenti di quella razza che non avevano voluto seguire gli altri.

Il cataclisma c’era stato ma la base era sopravvissuta.
Non si poteva dire lo stesso di alcune altre basi sparse per il pianeta.
Solo piccoli gruppi erano scampati ma, non potendo raggiungere la base, erano regrediti e pian piano avevano perso il ricordo della loro provenienza che era rimasta come mito nella loro memoria razziale.
Inoltre doveva essere successo qualcosa anche nel pianeta natale perché dopo un po’ non vi erano stati altri contatti con esso ma il cervello continuava la sua missione e l’avrebbe continuata fino alla fine del tempo.

Elena aveva capito solo la metà di quello che il cervello le aveva trasmesso ma erano impellenti alcuni suoi bisogni e primo fra tutti quello di conoscere il modo di uscire da li dentro.

Il cervello le disse che non c’era di che preoccuparsi, avrebbe lui provveduto a questo, poi la invitò ad andare in quella che poteva essere la sala comando della base e mentre lei era ancora insicura anticipò il suo consenso trasportandola li dentro.

Nel cuore della Base una enorme sala dalle luci cangianti sembrava essere la copia conforme del cielo stellato.
Non c’era modo di capire se esistesse un suolo o un soffitto, si era sospesi in un mondo virtuale fatto di luci, di informazioni, di software che a volte si solidificava e a volte diventava nebbioso e inconsistente.
Come se fosse seduta nell’aria bastava toccare con mano una delle luci per avere istantaneamente informazioni o dare comandi.
Il cervello le faceva da supporto e le spiegava in un attimo le funzioni di quel luogo.
Poteva accedere a milioni di anni di informazioni, poteva avere a disposizione tutto il sapere di una razza antica, aveva a disposizione la storia dei minimi avvenimenti accaduti sulla terra negli ultimi millenni.
Annichilita dal potere esistente in quella sala e dubbiosa sul suo effettivo diritto a queste conoscenze rimase ferma non osando nemmeno sfiorare le luci vicino a lei.

Il cervello le disse che competeva solo a lei la decisione e avrebbe potuto pensarci con comodo.
Avendo registrato il suo codice molecolare, in qualsiasi momento avrebbe potuto raggiungere soltanto pensandoci quel luogo per sapere cio che le interessava.
Poi le chiese se voleva raggiungere i suoi amici e alla sua risposta affermativa la sala scomparve e lei si trovò all’improvviso al centro dell’accampamento.

Il Dottor Rifleman diede un urlo e schiantò a terra quasi infartuato all’apparire di Elena, balbettando si stropicciò gli occhi incredulo, Elena si volse verso di lui sorridendo ma ciò accentuò la paura del poveretto che scappò fermandosi ad una certa distanza sopraffatto dalla curiosità.
Ai cenni di saluto di Elena rispose titubante poi si avvicinò con circospezione sempre pronto a fuggire a quello che credeva un fantasma ma Elena gli rivolse un caldo sorriso e si accinse a raccontare cio che le era successo.
Incuriosito si sedette su una pietra ad una certa distanza e iniziò ad ascoltare.

Fortevento si svegliò col sapore di uno stivale in bocca e con lo stomaco che le faceva male neanche avesse ingoiato un mezzo remo, Vitti si guardava intorno in cerca del topo spasimante, e Adriano si grattava dappertutto sentendo chili di polvere su se stesso.
Lentamente tali sintomi li lasciarono, la mente si liberò dai profumi allucinogeni dei fiori e si ritrovarono tutti seduti sul prato che si stendeva al disopra della valletta, l’immagine della LEDA alla fonda nella baia perse i connotati di nave pirata, la grida delle scimmie persero il tono delle voci dei pirati, e Rosagialla smise i panni di Uncino facendo trasparire da sotto i baffi il sorriso sornione di chi aveva risolto il brutto momento che i suoi amici avevano corso.


postato da: ArturBlord alle ore 06:40 | link | commenti
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Da L'Isola di Arturo di Elsa Morante


....... "Certe sere, dopo cena, attirato dalla frescura di fuori, mi stendevo sullo scalino della soglia, o sul terreno dello spiazzo.
La notte, che un'ora prima, giù al piano, m'era apparsa così proterva, qua, ad un passo dalla porta-finestra illuminata, mi ridiventava familiare.
Adesso il firmamento, a guardarlo, mi diventava un grande oceano, sparso d'innumerevoli isole, e, fra le stelle, ricercavo aguzzando lo sguardo quelle di cui conoscevo i nomi: Arturo, prima di tutte le altre, e poi le Orse, Marte, le Pleiadi, Castore e Polluce, Cassiopea......
Avevo sempre rimpianto che, ai tempi moderni, non ci fosse più sulla Terra qualche limite vietato, come per gli antichi le Colonne d'Ercole, perchè mi sarebbe piaciuto di oltrepassarlo io per primo, sfidando il divieto con la mia audacia; e, allo stesso modo, adesso, guardando lo stellato, invidiavo i futuri pioneri che potranno arrivare fino agli astri.
Era umiliante guardare il cielo e pensare: là ci sono tanti altri paesaggi, altre iridi di colori, forse tanti altri mari di chi sa quali colori, altre foreste più grandi che ai Tropici, altre forme di animali ferocissime e allegre, più amorose ancora di queste che vediamo.... altri esseri femminili stupendi che dormono.... altri eroi bellissimi..... altri fedeli.... e io non posso arrivare la.

Allora, i miei occhi e
i miei pensieri lasciavano il cielo con dispetto, riandando a posarsi sul mare, il quale, appena io lo riguardavo, palpitava verso di me, come un innamorato.
Lì disteso, nero e pieno di lusinghe, esso mi ripeteva che anche lui, non meno dello stellato, era grande e fantastico, e possedeva territori che non si potevano contare, diversi uno dall'altro, come centomila pianeti!
Presto, ormai, per me, sarebbe cominciata finalmente l'età desiderata in cui non sarei stato più un ragazzino, ma un uomo; e lui, il Mare, simile a un compagno che finora aveva sempre giocato assieme a me e s'era fatto grande assieme a me, mi avrebbe portato via con lui a conoscere gli oceani, e tutte le altre terre, e tutta la vita!.............."

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Quella, che tu credevi un piccolo punto della terra fu tutto.
E non sarà mai rubato quest'unico tesoro.
ai tuoi gelosi occhi dormienti.
Il tuo primo amore non sarà mai violato.

Virginea si è rinchiusa la notte
come una zingarella nel suo scialle nero.
Stella sospesa nel cielo boreale
eterna; non la tocca nessuna insidia.

Giovinetti amici, più belli di Alessandro e d'Eurialo,
per sempre belli, difendono il sonno del mio ragazzo.
L'insegna paurosa non varcherà mai la soglia
di quella isoletta felice.

E tu non saprai la legge
ch'io, come tanti, imparo,
- e a me ha spezzato il cuore:

fuori dal limbo non v'è eliso.


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In questi versi si racchiude il messaggio che Elsa Morante trasmise attraverso le pagine del suo romanzo "L'isola di Arturo".

Il ricordo dell'infanzia, il Limbo, sarà sempre ricordato da chiunque come l'età dell'oro che non tornerà più.

Certamente occorre ricordare che per parecchi, anzi la maggior parte, dei bimbi del mondo, questa condizione finisce quasi subito, ma per quanto sia breve sarà sempre presente nell'immaginifico di ciascuno di noi.

Il mito di Peter Pan, avulso da qualsiasi significato psicologico o psichiatrico, lasciato solo come desiderio di avventura, di scoperta, di stupore, di felicità, di conoscenza, di amore e, anche, di crudeltà senza alcuna malizia, deve rimanere intatto in un piccolo posto della nostra anima perchè chi conserverà tali propositi e, anche nel mezzo delle difficoltà della vita, ne avrà rimpianto e riuscirà a risvegliarli non invecchierà mai e sarà sempre pronto a combattere le difficoltà e le ingiurie della gente comune con l'aiuto della fantasya.

postato da: ArturBlord alle ore 06:04 | link | commenti
categorie: isola di arturo
21:27


Spedizione della LEDA - Ottava puntata




Il boccaporto si aprì con fragore creando un rettangolo azzurro sull’uniformità nera della stiva.
Giù per le scale si lanciarono tre brutti ceffi dalla faccia segnata di cicatrici di antiche battaglie che afferrarono i nostri Eroi per trascinarli al cospetto del Capitano.
Uncino, seduto su un trono in legno dorato ed intarsiato guardava con sincera concupiscenza i tre salsicciotti scaricati ai suoi piedi.

Lisciandosi i baffi con l’uncino esclamò ridendo sguaiatamente “Peter finalmente potrò cibarmi del tuo cuore dopo averti fatto a fettine insieme ai tuoi degni compagni”.

Poi, rivolgendosi alla sua ciurma, “Appendetemi questi salami per i piedi all’albero maestro che ora ci divertiremo un poco”

Subito i pirati si lanciarono su Peter & Company ma quest’ultimo sgusciò dalle mani dei suoi carnefici e con un balzo, libero dalle corde, si ritrovò sul parapetto della nave.
Wendy e Campanellino, invece, sebbene liberi anch’essi dalla corde, rimasero nelle mani dei pirati che riuscirono a trattenerli.

Uncino balzò in piedi urlando che non lasciassero scappare il suo nemico e avvicinandosi ai due prigionieri minacciò di passarli a fil di spada se Peter non si fosse arreso.
Peter osservando la situazione afferrò uno dei legni usati per avvolgere le corde delle vele e si scagliò nel bel mezzo dei pirati mazzolando i calli a tutti quelli che stavano intorno ai suoi amici.
Cio permise a questi di fuggire e rifugiarsi sui pennoni della nave.

Fra i pirati che saltavano massaggiandosi i piedi e la confusione che si era estesa a tutto il ponte Uncino era diventato di un bel rosso paonazzo e sembrava che dalle orecchie e dalle narici uscisse del fumo.

Furioso si scagliò con la sua spada verso Peter urlando che l’avrebbe infilzato come un tordo e menando fendenti a destra e a sinistra, rischiando di affettare anche qualche membro del suo equipaggio, ingaggiò un duello con Peter armato della mazzuola, certamente inadeguata rispetto alla sciabola del pirata.
Nonostante ciò, sopperendo alla disparità delle armi con la possibilità di volare, il duello continuò mentre il resto dei pirati cercava in vari modi di intrappolare i due fuggitivi che svolazzavano fra le sartie e le vele cercando di aiutare in vari modi il loro amico.

Spugna si arrabattava con un archibugio cercando di colpire Campanellino ma i suoi tentativi avevano solo forato un paio di vele e colpito un paio di Pirati nelle parti molli facendoli precipitare in mare.
Campanellino gli fece cadere una sartia in testa con tutto il verricello per evitare il quale il pirata si spostò bruscamente sparando l’ultimo colpo verso la zona dove Uncino e Peter combattevano.

Il colpo sfiorò Uncino rasandogli uno dei baffi e spezzando in due la spada.
Il Capitano si volse stupito verso il suo secondo e gettando fiamme dagli occhi iniziò a percuoterlo in testa con l’elsa della spada.
Ciò consentì a Peter di poter dare una mano a Wendy che era, ormai, circondata dai Pirati.
Con un volo radente, picchiando sulle nocche dei Pirati, li fece precipitare chi in mare, chi sulla tolda della nave, qualcuno anche nella stiva centrando giusto il boccaporto aperto, poi picchiando sulla spalla ad Uncino intento ancora a punire il suo secondo lo colpì mentre questo si voltava giusto in fronte con la mazzuola creandogli un bellissimo bernoccolo.

Cio lo fece inferocire ancora di più e cercò di scagliarsi a testa bassa su Peter riuscendo ad afferrarlo per una spalla.
Quest'ultimo, però, si divincolò facendo perdere l’equilibrio al Pirata che, agitando le braccia, cadde a testa in giù dalla tolda finendo in mare ignominiosamente.

Intanto Rosagialla e Fortevento erano sulle tracce di Liberodivolare & Company guidate dalle scimmie.
Queste ultime con in testa Qui, Quo e Qua saltavano di palo in frasca, (letteralmente), e in breve tempo giunsero nelle vicinanze del luogo dove le tre scimmie si erano separate da Libero e dagli altri perché istintivamente avevano fiutato il pericolo dei fiori allucinogeni.

Ma questo Rosagialla e Fortevento non lo sapevano e nonostante le grida di avvertimento delle scimmie si inoltrarono anch’esse fra i cespugli ricoperti di fiori.
Fortevento aveva preso proprio il sentiero seguito prima da Libero, Vitty ed Adriano, mentre Rosagialla che stava più in alto e, attardata, da Qui, Quo e Qua che la trattenevano, era sopravvento all’effluvio dei fiori e non subiva la loro influenza.

Vide, dunque, distintamente Fortevento rallentare i suoi movimenti e scoordinarsi, precipitando al suolo sotto l’azione del profumo ipnotico.
Ma, in un primo momento, non capì perché cio accadesse, poi, però, si rese conto della situazione e cercò di trovare una soluzione che potesse metterla in grado di soccorrere gli amici senza subire la loro stessa sorte.

Intanto Fortevento si sentiva molto strana.
Gli sembrava di avere nella testa un ticchettio continuo mentre intorno a lei tutto sembrava ondeggiare con dei contorni incerti che diventavano indistinti con la distanza.
Ad un certo punto si accorse di avere intorno a lei delle creature che sembravano volare e si rese conto con stupore che erano pesci ed altre creature marine che erano sotto, intorno e sopra di lei come era sopra di lei un baluginio continuo che illuminava e colorava il mondo subacqueo.

Pensò allora, con stupore, che fosse annegata e il suo spirito aleggiasse ancora negli abissi marini, poi i suoi pensieri lentamente svanirono perdendosi nel nulla e una nuova consapevolezza sostituì la precedente.

Una coscienza fatta di istinti primordiali in cui capeggiava quello della sopravvivenza, una consapevolezza dell’ambiente circostante analizzato in maniera differente e con sensi che ora soltanto capiva di avere, consapevolezza di un corpo adattatosi da milioni di anni fino a farlo diventare uno dei re degli abissi.

Consapevole di essere una perfetta macchina per uccidere, Fortevento, lo Squalo, si lanciò con sicurezza alla caccia delle prede che sentiva essere alla sua mercé nelle vicinanze.

Colui il Quale il Comandante era ancora frastornato dall’esperienza mistica avuta ma era anche consapevole di aver avuto ragione nel sospettare che c’era una minaccia all’apparente onnipotenza dell’Albero.
L’aveva sentita nella mente del primo Pharg, era stata alimentata nel vedere il pozzo e cio che i Phargs facevano con metodicità e con una certa fretta dettata da una nascosta preoccupazione ed ora c’era la conferma dallo stesso albero.
Qualcosa di pericoloso attentava le radici dell’Albero, unico punto debole di quell’organismo quasi perfetto.

I Phargs avevano la loro validità proprio per lottare contro tale minaccia ma, incapaci di creare in loro stessi i germi della distruzione, la loro azione si limitava a cercare di dissuadere tale minaccia alimentandola di cibo alternativo attraverso il pozzo.

Strategia questa, finora, vincente ma che permetteva alla "Minaccia" di crescere e man mano che la "Minaccia" cresceva i loro sforzi erano sempre più vani ed ora la misura era quasi colma, la grandezza della "Minaccia" era tale che non era più possibile alimentarla con frutta e verdure.

La fame era tale che le radici iniziavano ad essere intaccate e cio avrebbe causato la morte dell’Albero e dei Pharg, poi sarebbe toccato all’Isola tutta e poi la "Minaccia" sarebbe dilagata in tutto il Mondo.

Bisognava fare qualcosa perché ormai si capiva che tutti erano coinvolti e forse l’imperfezione umana che aveva ancora in se i germi della morte e dell’aggressività avrebbe, almeno in questo caso, avuto la giustificazione che mai era stata trovata.

Certamente Colui il Quale il Comandante avrebbe preferito soluzioni meno traumatiche ma, allo stesso tempo, capiva che se fosse stato necessario bisognava battersi come in una versione di Armageddon in quanto occorreva che la "Minaccia" sparisse definitivamente perché si era capito che il Tempo non serviva ad altro che a farla diventare sempre più pericolosa e distruttiva.

Però occorreva anche capire in cosa consistesse questa "Minaccia" perché il simbolismo del linguaggio dell’Albero era fuori della portata della comprensione umana e i Phargs potevano solo trasmettere la sensazione ma non l’immagine, forse perché questa "Minaccia" non l’avevano mai, effettivamente, vista davvero.

Due erano le soluzioni:

L’una prevedeva calarsi nel pozzo ma questo comportava finire direttamente nelle fauci di questa Bestia perché se si mangiava frutta e verdura a maggior ragione si sarebbe pappati Uomini e Phargs.
La seconda era, forse, di entrare nel sottosuolo attraverso l’enorme caverna vista vicino alla scogliera, in questo caso al limite avrebbero avuto sempre una via di fuga alle loro spalle.

Il Dottore Rifleman, Lumachina e Oti avevano trovato i vestiti di Elena sugli scogli, Frag e i delfini iniziarono appena ad esplorare il settore di mare prospiciente gli stessi quando, all’improvviso, Apesara arrivò, mandata da Colui il Quale il Comandante per riferire il problema al Dottore e agli altri componenti della squadra.

Stupiti ascoltarono la relazione di Apesara e i commenti e le proposte si sprecarono in gran numero poi si decise che occorreva anche avvertire degli sviluppi Colui il Quale il Comandante che non sapeva dei dispersi e delle vicende accadute dopo la sua partenza.

Apesara avrebbe riferito cio che era successo e tutti si sarebbero dati appuntamento al limite della scogliera dove c’era la caverna appena risolti i problemi contingenti.

In quel frangente Frag tornò riferendo la scoperta della grotta semisommersa e tutti si recarono da quella parte decisi a recuperare Elena.

Quest’ultima si era appena svegliata dopo la lunghissima caduta e l’ambiente in cui si trovava aveva perso quelle caratteristiche di sogno che l’avevano accompagnata fino ad allora.
Non si rendeva conto che era tornata alla normalità non piu influenzata dai funghi e la caverna in cui si trovava era situata proprio sotto il sentiero su cui Rosagialla sostava pensando su come dovesse intervenire per salvare Libero & Company.

Le scimmie ancora inquiete non disdegnavano però di continuare ad ingozzarsi di tutto ciò che riuscivano a trovare e la loro curiosità era tale da andarsi ad infilare in ogni pertugio o salire su qualsiasi albero esistente sul pianoro.

Elena, invece, a tastoni, aveva trovato il proseguimento della grotta che sembrava formato da gradini che salivano verso l’alto.
Il fatto che quei gradini sembrassero opera di qualcuno e non fossero naturali la stimolarono a proseguire, nonostante il timore di altre esperienze traumatiche, e così continuò a salire.

Gli scalini cessarono bruscamente lasciandola su una specie di ballatoio delimitato da una parte dalla caverna e dall’altra da un muro in blocchi di pietra squadrati in cui uno spazioso corridoio si allungava nel buio più profondo verso inimmaginabili scorci di una civiltà sconosciuta.

Elena era indecisa sul da farsi, muoversi al buio comportava situazioni eccessivamente pericolose oltre al rischio di fare una brutta fine perdendosi nei meandri di quelle segrete e finendo miseramente per fame o sfinimento.
A proposito di fame, mormorò, è parecchio tempo che non mangio e la situazione
è già critica.

In quel momento calpestò qualcosa.
Sembrava una torcia ma non aveva con se nulla per accenderla poi si rese conto che non era una torcia ma una specie di cilindro su cui sembravano incisi dei segni.
Il cilindro sembrava di metallo e ne fuoriusciva un certo calore che lei sentiva distintamente per via dell’aria fredda che aleggiava nella costruzione.
Seguendo i contorni sul cilindro non riusciva a capacitarsi a cosa servisse e all’improvviso sentì sotto le dita una specie di rilievo che le richiamò alla mente un pulsante.

Premette su di esso ma non accadde nulla e allora premette con più forza e all’improvviso il corridoio si illuminò totalmente e per tutta la sua lunghezza.

Elena per lo stupore lasciò cadere il cilindro che rotolò sul bordo del ballatoio e prima che potesse afferrarlo cadde nell’oscurità della grotta sottostante ma il corridoio rimase illuminato e a lei non restò che inoltrarsi in esso continuando l’esplorazione di quel luogo tanto misterioso.

La prima cosa che notò fu il brusco cambiamento del materiale che formava il corridoio.
Infatti dopo alcuni metri e in maniera netta i blocchi di pietra cessavano e il corridoio sembrava formato da un materiale traslucido come se fosse un metallo o una materia plastica particolare.

Alla fine dl corridoio una porta chiudeva l’accesso e in un primo momento Elena pensò che fosse simile alla porta dei sogni trovata in precedenza e iniziò a smoccolare pensando a come potesse aprirla, ma con suo grande stupore, bastò arrivare alla porta che subito questa si aprì senza alcuna resistenza e non facendo alcun rumore.
L’ambiente in cui si trovò era una specie di disimpegno nelle pareti del quale si trovavano altre porte simili a quella appena oltrepassata.
La prima si aprì facilmente e si trovò in una specie di spogliatoio le cui pareti erano formati da armadi colmi di tute simili ad uniformi con tutti gli accessori.
Adiacente a questa stanza vi era un locale dove alle pareti dei loculi che sembravano docce invitavano a usarli per ripulirsi nel migliore dei modi.

Con un po’ di timore, pronta a ritrarsi al minimo pericolo, Elena ne approfittò subito.
Il suo corpo fu avvolto da una miriade di getti d’acqua con intensità e calore tali da farle provare una sensazione di benessere particolarmente piacevole.
Frammisto ai getti uscì dalle pareti anche una specie di sapone che formò naturalmente una schiuma lievemente profumata, poi ulteriori getti d’acqua dissolsero la schiuma lasciandola perfettamente pulita e getti di aria calda le massaggiarono ed asciugarono il corpo in pochissimi istanti.

Vestita di tutto punto con una tuta autoregolante ,che l’aveva meravigliata sia per i materiali quanto per la vestibilità e la piacevolezza del tessuto, uscì dallo spogliatoio e si accinse a visitare quel luogo pieno di cose meravigliose.

Un'altra porta la introdusse in quella che sembrava una mensa piccola ma tecnologicamente perfetta dove al tavolo centrale circondato da sedie fisse sui loro supporti di metallo bianco simile all’argento.
Alle pareti vi erano macchinari complessi e di difficile identificazione.

Elena si avvicinò ad uno che sembrava un forno a microonde poi ad una serie di sportelli dove alcuni segni che sembravano istruzioni per l’uso certamente non la illuminavano piu di tanto.
Finalmente giunse ad uno sportello aprendo il quale trovò della roba in pacchetti chiusi che sembrava una bambagia dolce.
Le ricordò in parte lo zucchero filato e istintivamente si fidò dei suoi sensi pensando che non fosse roba nociva al suo organismo, confortata anche dal fatto che tutto fino a quel momento presupponeva che i veri fruitori di tutto ciò fossero di razza umana.

Dopo essersi cibata di quella manna trovò anche un rubinetto da cui scaturiva acqua appena ci si avvicinava.
Rifocillatasi, si accinse a continuare l’esplorazione ma allo stesso tempo finalmente capì che la sua prolungata assenza avrebbe certamente causato scompiglio fra i suoi amici.
Ma non sapendo come avvertirli l’unica era cercare qualcosa che potesse farle capire dove si trovasse oppure una uscita che, come in una novella Divina Commedia, le facesse di nuovo rivedere le stelle.

Intanto Rosagialla aveva deciso: si sarebbe costruita una maschera di fortuna e avrebbe cercato di trascinare lontano dai fiori Fortevento e gli altri.
Le scimmie avrebbero tenuto l’altro capo di una corda che si sarebbe legata alla vita e se fosse successo qualcosa l’avrebbero salvata trascinandola lontano dal pericolo............

Continua

postato da: ArturBlord alle ore 21:27 | link | commenti (2)
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